
Sebbene i miei interessi si rivolgano prevalentemente alla medioevistica locale, la mia attenzione e stata da tempo attratta dal noto simbolo locale della margherita che ammiriamo – nella maggioranza dei casi impresso sull’ arenaria – e scopriamo su alcuni architravi d’ingresso in antiche chiese lunigianesi e su vari stipiti od elementi architettonici dei nostri borghi. L’ attenzione e la curiosità è legata alla forte valenza simbolica insita in questo dato segnico. Infatti, come sappiamo, se ad esempio consideriamo l’intera iconografia medioevale dell’Europa occidentale, tale segno è più che presente, particolarmente in ambito religioso. Così ho pensato di avviare una riflessione sulle peculiarità di sviluppo e probabile genesi del nostro simbolo locale.
Ma quello che propriamente determina la peculiarità della margherita locale è proprio l’assenza di serializzazione spinta che invece si osserva in tutt’Europa. In sostanza sugli edifici religiosi medioevali in Italia come all’estero, la margherita appare in una pluralità di forme e varianti, ma sempre con una spinta serializzazione, con decorazioni ripetute, alternate, timbriche. Una serializzazione che sottende un alto valore decorativo sovrapposto al segno primitivo, ovverosia al simbolo. Ecco allora – e concordo dunque con le riflessioni elaborate con l’amico Angelo Rosi relativamente alla serializzazione e non del simbolo – la margherita lunigianese possiede la peculiarità di non essere elemento di una decorazione seriale bensì segno fondamentale in una struttura architettonica direi “frontale”, che ci colpisce, si propone cioè alla vista immediata dell’ osservatore che passa davanti alla chiesa, davanti all’ architrave di una casa dell’ antico borgo, davanti alla porta medioevale di un castrum. Ecco allora che il segno-simbolo si carica ancora di più di un paradigma fortemente spostato verso la marcata sottolineatura del significato interiore dello stesso rispetto alla valenza decorativa ripetitiva. Così dunque in Lunigiana. Occorrerà perciò iniziare ad applicare i tipici parametri della analisi epigrafica ed iconografia, e per me, un non specialista, quantomeno accennare ai concetti di distribuzione geografica, tipologia, associazione architettonica, datazione, in primis che possano aprire la strada a vere e proprie schedature tecniche.
La distribuzione del simbolo individua tutta I ‘ alta valle del Magra come area d’eccellenza ed in particolare la valle d’ Aulella, dove il simbolo, tra l’altro entra in utilizzi significativi e particolarissimi (1) . Il punto più meridionale, a prima vista disgiunto dall’ area altolunigianese descritta e poi Carrara, ove troviamo il simbolo presso la pieve di Sant’ Andrea di Carrara (2). Settore infatti apparentemente staccato dall’ area sopradescritta, poiché in realtà, potremmo considerare un “cammino ecclesiastico-pievano” che dalla pieve di Viano nel bacino dell’ Aulella, attraverso il passaggio della dorsale che conduce a Fosdinovo, poi a Carrara, crea un sottile filo ipotetico di collegamento che potrebbe inquadrarsi ed avere un significato di percorso medioevale legato ad antiche famiglie signorili, ad aree di controllo civile ed ecclesiastico ed a vaste problematiche territoriali che però per la gran parte esulano da questo lavoro (3) .
La tipologia é particolarmente variata nei piccoli particolari, ma riducibile a pochi modelli di base. Abbiamo infatti – dal punto di vista della impostazione tecnico-artistica della struttura del simbolo, sia rappresentazioni incise solo nei contorni essenziali che in alto rilievo od in rilievo negativo cioè incavate. Tre esempi infatti presentano molto bene questa – certo non del tutto rigorosa prima classificazione. Nel borgo di Tavernelle (Licciana Nardi) – il cui impianto ancora vagamente individuabile è da ascriversi al Quattrocento – è presente un ‘architrave con simboli legati al mondo del lavoro al cui centro spicca una margherita lunigianese “arcaica”, coi soli contorni essenziali incisi (4). Nella valle d ‘Aulella, intesa nel suo significato più vasto, da Pallerone a Codiponte, così come a Viano o Casola Lunigiana, compaiono sia elementi con prevalenza di Incisione che elementi più raffinati ad altorilievo Infine nel paramento laterale della pieve di Sant’ Andrea di Carrara, appare una bozza marmorea che porta scolpita in negativo ed in incavo, una tipologia di margherita affine ai tipi dell’ alta Lunigiana ( 6) . Così la tipologia della margherita stessa, prescindendo dalla “cornice” o circonferenza, più o meno lavorata che la circoscrive, è variabile per quanto attiene i “petali”. Più lanceolati, oppure più panciuti, segnati dagli ampi cerchi del tipo arcaico di Tavernelle che paiono spesso individuare una croce ingenua con braccia panciute o ansate. A volte i petali, in incavo, sono iscritti in una specie di “cartella” esagonale a sua volta inserita in un cerchio più o meno compless (07) . Così le circonferenze che delimitano la margherita vera e propria (ma in un caso particolarmente “artistico” non appare circonferenza ) vanno dal semplice cerchio inciso ad una specie di corona-ghirlanda in altorilievo.

Le datazioni facilmente ricostruibili vanno da quella del segno presente presso la pieve di S.Andrea di Carrara, ascrivibile approssimativamente ad un’ epoca a cavallo tra il XII e XIII secolo (8) , che mi pare la più antica, a quelli della valle d’ Aulella (presenti sia su chiese, che su edifici civili che su una porta del castrum di Viano riconducibili ad un periodo che comprende un arco di tempo definito a cui riferire più o meno attendibilmente i simboli che è sostanzialmente quello del basso medioevo, dal Trecento alla fine del Quattrocento. Così anche per altri antichi borghi lunigianesi. Segue poi un periodo – sia per gli altri segni della val d’ Aulella non ricomprendibili in quell’ arco temporale suindicato, che per gli altri delle altre zone dell’ alta Lunigiana che si avvia probabilmente nel Cinquecento e si protende senza soluzione di continuità verso il primo Novecento, cosicché si avvera, anche per questo simbolo, il paradigma del “romanico perenne” e dell’impossibilità di una datazione coerente evidenziabile all’ impronta (9 ).
Non è difficile individuare motivazioni “originarie” e contenuti che valgono quali archetipi nelle rappresentazioni di fiori o margherite, associate o no, sovrapposte o no al simbolo della croce. Queste rappresentazioni floreali appartengono all’ armamentario simbolico che fa parte della cultura e delle strutture mentali universali, non prettamente localistiche. Così l ‘universalità di questi segni è evidenziabile- limitandoci all ‘ area mediterranea e del medio oriente, oltre che in Europa appunto nel vicino oriente, ove rosette, rosoni e fiori a vari petali sono presenti nelle strutture decorative fin dalle civiltà preislamiche con potere protettivo contro il malocchio ma anche come simbolo di vita e durata della vita terrestre. Lasciando il mondo orientale e tornando sul piano degli archetipi simbolici universali, il significato si estende alla rappresentazione simbolica del tempo, dell ‘ eternità e degli eterni ritorni. Così il cerchio che avvolge il fiore assurge a simbolo della divinità come il fiore è archetipo dell’ anima. Inutile poi richiamare tutti i significati collaterali e le varianti dense di significato del segno della croce. Non sono questi prettamente gli argomenti che mi interessa sottolineare. O meglio: non nego un sottile filo di interrelazioni che lega l’esistenza di archetipi universali primordiali a corrispondenze ed echi localistici. E’ noto che il pensiero simbolico affonda nell’ inconscio, così che l ‘ esperienza soggettiva materializzata in ogni tempo si lega ad un filo di tradizione costante che unifica i processi (10). Ma vorrei circoscrivere queste riflessioni nel ritrovare alcuni archetipi locali o prototipi del simbolo che ci interessa.

Questo, in Lunigiana storica, pare sottendere contenuti nettamente religiosi, uniti, in via secondaria, a rituali di buon augurio e sovrapposti alla simbologia dell’ immaginario vegetale rurale che identifica a volte il segno come “stella dei pastori”. Le associazioni più antiche paiono infatti con edifici religiosi (Carrara – Codiponte), e sempre, come si è detto con valenza “centrale” del simbolo. Indi questo si sviluppa poi felicemente e vastamente in svariate raffigurazioni su edifici civili, in genere abitazioni presenti nei borghi d’ impianto medioevale della Lunigiana. E’ dunque I ‘ ampio medioevo lunigianese, una categoria mentale oltre che una struttura storica spazio- temporale, peraltro amplissima (11) , che vede lo sviluppo di questo simbolo. A mio parere è nel primo medioevo locale che il simbolo vede anche la sua genesi, il suo prototipo. Prima però di affrontare la sua individuazione vorrei anche presentare una presenza del simbolo particolarmente ancestrale e limitrofa all ‘ area della Lunigiana storica. I concetti di universalità ed arcaicità dei segni sopradescritti trovano conferma interessante nei graffiti presenti su di una roccia, detta “Roccia del Sole”, posta al di sotto della Pania, in alta Versilia, in una zona non distante da Seravezza e Castelnuovo. Su tale ampio “piastrone” di roccia sono tracciati vari simboli – riportabili ad un orizzonte preistorico – tra cui alcuni dischi solari ed alcune “margherite” solari” (12) . Già è qui presente la sovrapposizione – processo inconscio di arricchimento e caricamento multipolare del simbolo – del segno solare (il cerchio), dei raggi, trasformati poi in simbolo vegetale. Anche per quanto più sopra detto, non ritengo si possa individuare una corrente decisamente continua di significato e di utilizzo tra questi antichi segni e le manifestazioni lunigianesi, ma solo un nesso immateriale e non lineare. Penso invece che l’appropriazione ed il riutilizzo di tali simboli, alla luce della cultura e civiltà cristiana, ha determinato un rottura di continuità di non poco spessore.

Su quel grosso scoglio che è il Tinetto è stato individuato forse il più antico nucleo di cristianizzazione del golfo della Spezia(13). Insistono su di esso, in particolare, una chiesetta biabsidata – ritenuta possibile matrice di tali chiese lunigianesI (14) – ed un oratorio. In quest’ultimo sono state notate decorazioni a stucco dipinto del tipo a croci ansate. Certo esse si inseriscono e si collegano a “matrici culturali di ascendenza orientale”(15) così come alle croci presenti sui sarcofagi merovingi di Parigi (16) . La datazione assegnata a questi stucchi è tra VIII e IX secolo, quindi riferibile all’età carolingia. E’ straordinario come la tipologia di tali iconografie, semplici ed incisive, determinino istintivamente nell ‘osservatore il senso di una duplice natura del segno. Infatti la struttura definita entro il cerchio – in una sorta di gioco ottico – pare a tratti potersi definire come croce ansata ed a tratti come semplice margherita. Lo stesso Cimaschi, nelle sue restituzioni grafiche del simbolo, interpretò lo stesso come “margherita carolingia” a quattro petali (17). La sovrapposizione di significato visuale e lo stesso istintivo atteggiamento dell’osservatore è perfettamente rivisitabile nel simbolo inciso su di un’ architrave – assegnabile ipoteticamente al XVI secolo – nel borgo di Tavernelle, peraltro già citata. Qui la margherita-croce, in virtù dell’ arcaicità e semplicità della raffigurazione, ripropone il modello primordiale, il prototipo. Ecco dunque che il significato religioso diviene primario in questo segno lunigianese, caricatosi nel tempo di significati collaterali – alcuni localistici e rurali altri immaterialmente legati ai contenuti inconsci generali già fissati da età remote. Tutti questi “atteggiamenti mentali” si sono pietrificati, irrigiditi ed eternati nel supporto tipico della cultura materiale popolare lunigianese: l’ arenaria.

Individuati alcuni percorsi di continuità, unitamente ad alcuni sintomi di discontinuità e frattura nella storia di un simbolo, credo che il dato più rilevante sia I ‘ individuazione del prototipo lunigianese, giustamente – a mio parere – posizionato nel primo medioevo locale. Un segno come questo induce a considerazioni che vanno al di là della semplice, pur necessaria ed imprescindibile, catalogazione e ricerca circoscritta al fenomeno. Inducono invero riflessioni sul significato di una matrice culturale locale intimamente connessa con quell’ambito storiografico che esplora quella che è la storia della mentalità e delle strutture mentali di una comunità e di una etnia.
Roberto Ricci, La margherita lunigianese: genesi e sviluppo di un simbolo, in Studi Lunigianesi, voll. XXII-XXIX, 1992/1999
(1) Il simbolo, in val d’ Aulella, appare collegato a quello del castello, rivelando connessioni con la simbologia templare. Da rilevare inoltre, in base ad alcune osservazioni effettuate dall’amico Pier Angelo Rosi, che nello stemma dei Boiardi di Rubiera (Modena), successori degli Erberia, compare la margherita. Tale simbolo poteva essere contenuto dunque nell’arme di questa famiglia di vassalli canossiani stanziati anche nella Lunigiana orientale. Sugli Erberia cfr. Ubaldo Formentini, Una podesteria consortile nei secoli XII e XIII pe Terre dei Bianchi, in “Giornale Storico della Lunigiana”, XII (1922), pp. 195-225; ed anche, Sulle origini e sulla costituzione di un grande gentilicio feudale, in ” Atti della Soc. Ligure di Storia Patria “, LIII (1926), pp.509-538. Inoltre vedasi M.Nobili, Famiglie signorili in Lunigiana fra vescovi e marchesi (secoli XII e _XIII), in I ceti dirigenti dell’ età comunale nei secoli XII e XIII, Atti del Convegno sulla storia dei ceti dirigenti in Toscana, Firenze, 14-15 dicembre 1979, Pisa, 1982, pp.232-265 e dello stesso autore, Signorie e Comunità nella Lunigiana orientale fra XI e XIII secolo, in Alle origini della Lunigiana moderna, Lerici 18-19 settembre, 1987, in “Memorie della Acc. Lunigianese di Scienze “G.Capellini”, vol. LVIII (1988), La Spezia, 1990. P. Bonacini, La Garfagnana dai carolingi ai Canossa. Distretti pubblici e amministrazione del potere, in Atti del Convegno La Garfagnana dai longobardi alla fine della marca canossiana (secc. VI/XII), Castelnuovo Garfagnana 9/10 ottobre, 1995, Modena, 1996, pp. 147-195, Mi sia consentito inoltre di rimandare ad un mio lavoro di prossima pubblicazione, Note sulla genealogia e sulla strategia territoriale in Lunigiana di una grande famiglia feudale; i da Herberia (XI-XII secolo) in, “Atti e Memorie della Deputazione di Storia Patria per le Antiche Provincie Modenesi”, Serie XIII XXII.
(2) Sulla pieve di Sant’Andrea di Carrara cfr. E Buselli, Sant’Andrea Apostolo, duomo in Carrara’, Genova, 1972. P.A.Rosi, Sant’Andrea duomo in Carrara, Massa, 1993. Presso la sezione di Massa della Deputazione di Storia Patria per le Antiche Provincie Modenesi è conservato un capitello proveniente dalla scomparsa chiesa di San Remigio, già citata nell’XII secolo, posta presso la località massese di Turano. Il capitello porta la raffigurazione di una margherita, ma la mancanza di collegamento territoriale con quelle sopra descritte mi fa pensare di non doverla includere nel gruppo in osservazione.
(3) Occorre ricordare che la cappella di S.Giulia di Noceto (Carrara) era associata, insieme ad altre della Lunigiana orientale, al monastero di S.Apollonio di Canossa. Si deduce che tutto il territorio ove esistono istituzioni religiose annesse al cenobio canossiano siano state controllate dagli Erberia, vassalli canossiani, creando una continuità di controllo territoriale (cfr U.Formentini, Sulle origini di un grande gentilicio feudale, cit. Per la cappella citata, cfr. G.Pistarino, Le pievi della diocesi di Luni, La Spezia, 1961) .
(4) Su Tavernelle cfr., R. Formentini, Il borgo di Tavernelle nel domino estense di Varano; O.C.Franco, Le memorie storiche di Varano in Lunigiana scritte da Giovanni Sforza, in GSL, ns., XXII-XXIII, n. 1-4, (1971-72), Bordighera, 1.1.S.L:, 1976. G. Ricci ( a cura di), Lembi di LUnigiana. Guida alla Valle del Taverone, Firenze, , anno 19S8. XIX-XX-XX1,19S9-90-91, R.Ricci, Un’epigrafe inedita Villafrancanell’antico borgo di Tavernelle, in ” Studi Lunigianesi Lunigiana, 1997.
(5) E Cabona, E.Crusi, Storia dell’insediamento in Lunigiana. L’alto valle d’Aulella, Sagep, Genova, 1979.
(6) Pierangelo Rosi ritiene di intravvedere nel simbolo il monogramma di Cristo (P.A.Rosi cit.)
(7) Un esempio sia del tipo con cerchio lavorato che di quello con cartella si può vedere in una casa del borgo di Pallerone posta in un vicolo proprio di fronte alla chiesa
(8) Dai primi decenni del XIII abbiamo notizia di lavori alla pieve ma le bozze del paramento di base potrebbero essere anteriori. (Per la documentazione, cfr.Arch. Stato Massa, manoscritti 93, n. 1, Regesto delle carte dell’Archivio di San Frediano di Lucca relative alla pieve di S. Andrea di Carrara).
(9) R. Ricci, un’epigrafe…., cit.
(10) M. Delachaux, Le circle, un symbole, Ginevra,1950. Chevalier, Symboles,Dictionnaire, 1969. C.G.Jung, L’homme a la decouverte de son ante. Structure et fonctionement de Ginevra, 1946, p. 196.
(11) sul medioevo lunigianese si veda l’ancor utile, E. Branchi, Storia della Lunigiana Feudale, Pistoia,1897-98 e l’ancor valido P. Ferrari, La Lunigiana e i suoi Signori, in AA.VV., Castelli di Lunigiana, Pontremoli, 1927.
(12) G.Citton, I. Pastrelli, Incisioni rupestri sulle Alpi Apuane e in Alta Versilia, Massarosa, 1995′
(13) A.Frondoni, Architettura ecclesiastica al Tinetto, in AA.VV., Atti del Convegno S. Venerio del Tino. Vita religiosa e civile tra isole e terraferma in eta medioevale, Lerici-La Spezia-Portovenere’ 18-20 settembre 1982, pp.179-202.
(14) r. Trionfi,. Sulle origini delle chiese a due absidi in Lunigiana , in Il Giornale Storico della Lunigiana, n.s., XV, 1-3, 1964, pp. 61-73. F. Marmori, Su alcune chiese a due navate nella Liguria di Levante: contributo allo studio del tipo, Quaderno n. 7 dell’Istituto Progettazione Architettonica della Facoltà di Arch. Dell’Università degli Studi di Genova, 11/1997, pp. 97-128,
(15) A. Frondoni, cit.
(16) D. Fossard, M. Villard Troiekouroff, E. Chatel, Recuel generalò des monuments scultex en France pendant le haut moyen age, IV-V siecles, 1, Paris et son Departement, Paris, 1978
(17) 17 L.Cimaschi, Gli scavi all’isola del Tino e I ‘archeologia cristiana nel Golfo della Spezia, in “Giornale Storico della Lunigiana”, n.s., XIV, 1-4,1963, pp. 74-75.