
La plebs de Surano, ricordata nelle note Bolle pontificie ai vescovi di Luni è stata sicuramente identificata da Piero Ferrari e da Ubaldo Mazzini con la Pieve Vecchia di Filattiera. Gli stessi autori hanno in pari tempo rilevato la consonanza del nome della pieve col Surianum ricordato nella Promessa di Pipino (1).
Indipendentemente dalle ricerche dei due studiosi lunigianesi, alcuni insigni storici tedeschi hanno posto la loro attenzione a Surionum; e primo il Kehr, il quale combatteva con valide ragioni la vecchia identificazione di questo vocabolo con Sergianum, Sarzana, proposta già dal Cluverio, ultimamente dal Jung, dal Ficker, dallo Sforza; ma a sua volta il Kehr cadeva in errore collocando il Surianum della carta pipiniana a Sorgnano, presso Carrara. Questa tesi è seguita dagli scrittori più recenti, in particolare dal Caspar e dallo Schneider, il quale però. molto felicemente, veniva a mettere in luce tutto un periodo ignorato della storia di Suriano, col ravvisare in esso uno dei castelli bisantini della Maritima, elencati, nei primi del VII secolo, da Giorgio Ciprio, la cui circoscrizione avrebbe sopravvissuto nel regno longobardico, sotto il titolo, probabilmente, d’una judiciaria (2).
Riunisco in breve regesto i documenti prodotti dai citati studiosi, nostri e stranieri, ai quali non ho da aggiungere che poche notizie, una delle quali seinbrami importante, recando essa un nuovo documento dei “fines surianenses”, che convalida le osservazioni dello Schneider c porge dati preziosi per stabilire i confini, rimasti incerti, del κάστρον e della giudiciaria.
1) 602-610. Κάστρον Σωρεῶν è elencato da Giorgio Ciprio fra le città e i castelli dell’impero dipendenti dall’ Ἐπαρκία Οὐρβικαρίας (3).
2) 752. Titolo funebre, in lapide marmorea mutila, d’ignoto personaggio, morto nel quarto anno del regno d’Astolfo, ritrovata nella chiesa di S. Giorgio nel castello di Filattiera. Trascrivo l’epigrafe nella lezione e coi sup-plimenti del Mazzini:
….non SERVANS TUTAMINA VITE.
….es GENTILIVM VARIA HIC IDOLA FREGIT.
xop DELINQUENTIVM CONVERTIT CARMINA FIDE.
Dapes laRGO FESSIS MUNERE CONTVLIT OVANS.
suum PEREGRINIS DONANS EGENTIBVS ESVM.
Sortito DECIMAS PER SINGVLOS REDDEDIT ANNOS.
Benedicti ALMIFICI FYNDAVIT DOCHIVM AVLA.
ArleolAM CONSTRVXIT MARTINO PROESOLE XPO.
Affecto MALVIT PIO HIC SE CORPORE CLAVDI.
Et omnium DAPIVM SVARUM INTVLIT OPES.
Eius corPVS TERRAE DATVR PENETRAT CELESTIA SENSVS.
Bis duo de DECIES OLIMPIADAS ADDEDIT VNUM.
Et alterum LVSTRVM QVIBVS HIC VIXIT DVO[bus].
Quarto AISTVLFI OVIIT PRINCIP[is…anno].
Particolarmente importante, per il nostro argomento, la notizia delle due fondazioni fatte in vita del defunto: la prima, menzionata al verso 7, si riferisce, secondo il Mazzini, al monastero di S. Benedetto di Montelungo; ben è vero che il genitivo Benedicti è solamente supposto dal lettore sopra tenui segni, ma l’epiteto “almificus” trovasi generalmente attribuito a S. Benedetto, e per di più il Mazzini invoca una vecchia tradizione registrata dai cronisti pontremolesi, che fa risalire la fondazione di Montelungo ad una data antichissima (a. 638) sebbene sconcordante con quella accertata dall’epigrafe. Viene ora ad avvalorare questa bella divinazione del Mazzini un documento segnalato dallo Schneider (v. oltre al n. 4), che ricorda il predetto monastero come esistente all’anno 772, nei confini surianesi. La seconda pia fondazione di cui parla l’epigrafe è probabilmente la chiesa di S. Martino di Mulazzo, nel piviere di Surano, anzichè quella di S. Martino della Durasca supposta dal Mazzini. Debbo poi soggiungere, che, secondo l’avviso già manifestato in altro scritto (4) e con l’autorità di Giovanni Mariotti (5), io non credo che il deposto di Filattiera sia stato un vescovo, nè proprio il vescovo Leodegar di Luni. ma probabilmente un gastaldo di Suriano, visto che l’ospedale di S. Benedetto da lui fondato appare, vent’anni dopo la sua morte, di proprietà regia,
3) 754. Surianum è ricordato nella Promessa di Kiersy, in sui confini del futuro stato pontificio; (ometto, per brevità, le indicazioni diplomatiche e bibliografiche relative).
4) 772. 11 nov. Il re Adelchi conferma all’Abbazia del S. Salvatore (poi S. Giulia) di Brescia, con varî monasteri, uno “in finibus Sorianense in loco qui dicitur Monte […..]: lo Schneider supplisce Montelongo, in base ai successivi diplomi di Lotario I (851) e Ludovico II (861-868) alla stessa abbazia, che contemplano espressamente ”hospitale S. Benedicti in Montelongo”(6); i due diplomi di Lodovico II ricordano insieme “xenodochium S. Mariae”, che è, io credo, l’ospedale di S. Maria della Cisa (7).
5) 884. Adalberto I di Toscana fonda l’Abbazia di S. Caprasio dell’Aulla e la dota di molti beni, “in finibus lunensis” , in “finibus Garfaniense”, “in finibus Surianense” invece che “Lunianense”, come è scritto nell’edizione muratoriana, dimostrerò in un lavoro apposito (8)».
6) 1024, 23 gennaio Gerardo Diacono vende al marchese Ugo del fu Oberto (Obertengo) castelli e fondi. in parte situati in Feletcria, Conianun ecc. (9). Se il primo nome allude a Filattiera di val di Magra (come general-mente si ritiene), il secondo potrebbe leggersi Sorianum, come nel documento registrato al numero seguente.
7) 1033, 10 giugno. Il marchese Adalberto (Obertengo) e sua moglie Adelaide fondano e dotano il Monastero di S. Maria di Castiglione (Borgo S. Donnino): cedono in particolare le decime di loro proprietà nel luoghi: Filiteria, Supranum (10). Il secondo nome è un’interpretazione e la-tinizzazione equivoca, come vedremo poi, di Surianum.
8) 1149, 11 nov. Eugenio III, nel confermare al v. Gotifredo (II) di Luni giurisdizioni e possessi enumera le varie chiese della diocesi e fra queste:” plebem de Tarano”. Lettura incerta per rasura della membrana; lo scritto originale recava senza dubbio «Surano», conforme alle Bolle posteriori (11).
9) 1154, 18 marzo Bolla di Anastasio IV al vescovo predetto; nell’elenco delle chiese soggette « plebem de Suraпо» (12).
10) 1187, 19 dic. Gregorio VIII conferma ad Ardizzone prevosto ed ai Canonici di Luni redditi e possessioni, fra cui “redditus quos habetis in plebe de Surano» (13).
11) 1202. 7 marzo. Innocenzo III conferma al v. Gualtieri di Luni, fra le chiese soggette, “plebem de Surranιο» (14).
12) 1203, 28 marzo. “Nicolaus judex, archipresbiter de Surano”, testimonia in atto del v. Gualtieri, in Sarzanello (15).
Nel corso del secolo XIII prevale nei documenti ecclesiastici la denominazione “plebs de Felecteria” (16) ma ancora nel secolo XV la vecchia pieve si registra, nell’Estimo delle chiese lunensi, distintamente dalla cura di Filattiera propriamente detta che era la cura del Castello (17). Nel Cinquecento il cronista pontremolese Gio. Rolando Villani (1510-1571) ricorda ancora l’antico nome del paese e nota il suo cambiamento: “Surranum postea Filateriam nominatum » (18).
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Sulla topografia di Surianum non ho che da richiamare le acute e diligenti osservazioni fatte da P. Ferrari in questo Archivio (19). Una nuova esplorazione compiuta, in sua comitiva, nell’ostate 1929, mi permette di precisare qualche clemento della profonda stratificazione archeologica di questo luogo, la quale vi disegna come un vortice dei secoli.
Innanzi tutto è necessario togliere l’equivoco che deriva dall’interpretazione della voce Surianum come equivalente a luogo di sopra, che, del resto, è unicamente autorizzata dalla sporadica lezione “Supranum” del documento registrato sopra al n. 7. “Suranum” è il nome rimasto fino al secolo XIII alla pieve vecchia, posta in basso rispetto al castello di Filattiera; e giacchè Filattiera, secondo il pregevole studio di M. Giuliani pubblicato in questo stesso volume dell’ Archivio, vuol dire appunto qualche cosa come luogo fortificato, φυλακτήριον, è evidente che il nome appartiene originalmente al sito più elevato del paese.
Bisogna dunque trovare un etimo diverso dal volgare per il nostro toponimo, la cui forma originale non è facilmente restituibile, concorrendo nei documenti, come s’è visto, le due diverse terminazioni Surianum e Suranum, che non vogliono dire affatto la medesima cosa. Nella prima forma, avremmo un tipo dei noti nomi catastali romani, oppure potrebbe verificarsi l’ipotesi d’un accantonamento di foederati siriaci (20); ma io credo assai più probabile che la forma consonante colla voce originale e locale sia quella conservata dalla denominazione della pieve, la quale non farebbe che ripetere l’anteriore devozione del pago al vetusto dio Soranus. La chiesa plebana si presenta ora, dopo i restauri nelle forme tipiche dell’architettura lombarda, ed è riferibile, a mio parere, all’VIII secolo. Ma il muro perimetrale, a ponente si eleva sopra i resti di un più antico edificio segnalato da alcune aperture accecate che indicano un piano diverso da quello della chiosa esistente. A suo volta questo edificio, che può rappresentare la pieve primitiva, sorse sul terreno d’un santuario assai più antico, forse non altro che un rozzo témenos di muri a macerie, che poteva risalire all’Età del Bronzo, testimoniato da alcuni frammenti di statue-stele scavati nel perimetro della chiesa, a circa due metri di profondità (21).
In qual momento sia entrato il dio Soranus in questo più volte millenario luogo santo è ben difficile dire; se si tratti cioè d’un culto recato da coloni romani. cosa non molto probabile da che il vecchio nume già sul finire della Repubblica non aveva più per il mondo romano che un interesse folkloristico (22), o d’un culto locale; in questo caso è probabile che il dio e il culto solare abbiano appartenuto al popolo che trincerò lo sprone di Castelvecchio, imminente alla pieve, dove, a fior di terra, si riconoscono le traccie d’un recinto primitivo, a ridotte sbarrate; e questo stanziamento potrebbe essere qualificato “ligure”, dalla necropoli di cui furono scoperte alcune vestigia nel sottostante pendio (23). Senza proseguire più oltre questa interessante ricerca preistorica, estranea al nostro tema, possiamo concludere che l’antica storia di Surianum si circoscrive, topograficamente, nel luogo della pieve e nell’altura di Castelvecchio.
Spetta ai Bisantini le fondazione di Filattiera, in luogo vicino, ma distinto dal vecchio centro, sull’altura che ha sempre conservato e conserva tuttora questo nome. Più precisamente il φυλακτήριον sorse nel culmine meridionale del poggio stesso, separato, mediante una selletta, dal maggior tratto occupato poi dal castello e borgo feudale. Ivi fu acquartierato il presidio bisantino e posta la sede del dux limitis. Qualche elemento della vecchia cinta si fissa ancora sul terreno (24). e se non intatto nella struttura originale, rimane superstite nell’impianto il << dongione >> della fortezza rappresentato dalla vecchia torre quadrata posta contro la facciata della chiesa di S. Giorgio (25); e che questa sia stata, proprio, la cappella castrense ce lo dice, non solo la sua ubicazione, ma il titolo stesso, non recente, come è stato da prima creduto (26), ma certamente originario e direttamente connesso con la funzione del φυλακτήριον giacche sappiamo che il <<Cavalier dei Santi », dopo la vittoria di Costantino sopra Licinio, fu assunto a patrono militare e Defensor dell’Impero contro i Barbari (2).
Alla fortezza era congiunto un nucleo abitato extra moenia a piè de colle, segnalato dalla toponomastica col nome di Borgovecchio; ivi sono stati scavati alcuni frammenti marmorei di età bisantina.
In seguito, e precisamente intorno al secolo XI, sorse, accanto alla vecchia fortezza bisantina e con questa s’immedesimò, prendendone il nome, il nuovo castello e borgo fortificato degli Obertenghi che ebbe per qualche tempo funzione di capoluogo feudale su tutta la riva sinistra della Magra; soltanto l’organismo ecclesiastico plebano ritenne più a lungo il nome antico, ma lo perdette a sua volta, giacchè la pieve fu considerata un’accessione del castello. Il medesimo caso si verifica comunemente dovunque, in vicinanza d’una pieve, sia sorto un castello feudale; per la stessa ragione caddero, nella diocesi di Luni, i nomi di Ceula, Venelia, Cornia, ecc.
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Della circoscrizione territoriale di Suriano, nell’età bisantina e longobardo-franca, abbiamo non trascurabili segni. Un cerchio assai vasto è designato dagli stessi limiti della giurisdizione plebana, che era ancora nel secolo XV fra le più estese della Diocesi (28). Ma il diploma di re Adelchi del 772, include nei fines Sorianenses Montelungo, quindi, implicitamente, anche tutto il vasto territorio della plebs de Urceola (29).
Altri dati si ricavano dall’atto di fondazione dell’Abbazia dell’Aulla, all’a. 884, sopra accennato. Mi occorrebbe una lunga disamina diplomatica e topografica, che debbo rimandare, per mettere a punto questa preziosa testimonianza. Molto sommariamente dirò che, in primo luogo, si deve includere in “finibus Srrianense” la corte d’Albareto, con le sue pertinenze, da che intendiamo che il confine di Surianum si portava in Val di Taro, ai limiti dell’altro castello bisantino di Torresana (30); nella media valle della Magra, poi, sopra una linea non ben precisabile, ma da non porsi più a Nord del corso del Taverone, incontrava . le estreme frontiere occidentali del castello, poi gastaldato di Garfagnana. In complesso il tractus limitaneo di Suriano abbracciava tutta l’alta valle principale della. Magra, entrando in val di Vara (31), e in Val di Taro intorno alle pendici del Monte Gottero, suo caposaldo nord-occidentale, dove la linea si consolidava, almeno nei primi decenni dell’invasione longobardica col potente baluardo Turris-Castell’Arquato. Dal Monte Gottero, la fronte surianese veniva al passo della Cisa e di qui al passo di Linari; essa copriva cioè tutte le vecchie linee di comunicazione di Piacenza e di Parma con Luni (vie del Gottero, del Bratello, della Cisa, del Cirone, del Lago Santo, di Linari).
Il tratto dalla Cisa a Linari comprende una lunga giogaia montuosa che si mantiene all’altezza costante di circa 1700 metri, con le cuspidi più elevate dell’Orsaio, Marmagna, Sillara, ecc.; in questo tratto, le linee avversarie erano da una parte e dall’altra molto avvicinate alle creste dei monti, giacchè i Longobardi, sul versante parmense, erano penetrati molto profondamente in più punti dell’Appennino.
Il caso mi ha portato a riconoscere uno degli elementi tipici, io credo, della sistemazione difensiva ed offensiva bisantina in questo tratto singolare, dove si combattè, assai lungamente, una vera guerra di alpini.
Nel 1921, in seguito ad un’inchiesta promossa da Ubaldo Mazzini per rintracciare le cinte preistoriche della Lunigiana, il compianto collega Luigi Bocconi e Piero Ferrari riconoscevano, sulla sommità di Monte Castello, nella valle della Capria, Comune di Filattiera, gli avanzi di una complessa fortificazione che appariva, a prima vista, di struttura preromana. Il Ferrari diede ampio resoconto della scoperta nel vol. XXVI di questo Archivio.
Dato il preconcetto della ricerca, gli accampamenti di M. Castello ed altri segnalati in più punti della regione furono, a preferenza, riferiti ai Liguri e cronologicamente al periodo delle loro guerre coi Romani. Senonchè, per i risultati ottenuti dall’esplorazione di simili recinti nel suolo francese ed anche per qualche indizio fornito da castellari del suolo nostro, come quello di Gravagna, nel quale sono state segnalate testimonianze del Bronzo, sebbene, purtroppo, non potutesi controllare, lo studio di questi impianti preistorici era suscettibile d’indagini più spaziose, specialmente all’Appennino tosco-ligure, dove con le tracce liguri potevano concorrere segni di migrazioni antelucane, o dell’espansione in età storica del popolo etrusco.
Per questa connessione di dati e d’ipotesi, in un programma di ricerche archeologiche nel suolo lunense autorizzato dalla R. Sovrintendenza alle Antichità d’Etruria, fu inclusa una esplorazione razionale dei castellari» appenninici, e in primo luogo, col consiglio di Antonio Minto, in situ, fu deciso un saggio a Monte Castello, del quale ebbi la cura.
Dirò subito che i risultati degli scavi furono negativi quanto all’etrusco, positivi quanto all’accertamento generico d’una occupazione preistorica della sommità del monte, testimoniata da un piccolo deposito di frammenti di ceramica grossolana, ad impasto impuro, trovati sul piano vergine, a circa m. 1,50 di profondità, sotto uno strato di terreno di riporto nel quale si sono trovati minuti avanzi di materiale laterizio romano. Quanto all’insieme delle costruzioni di M. Castello si dovette venire in tutt’altro avviso.
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Come i lettori sanno per la monografia del Ferrari, Monte Castello è uno sprone di montagna che si stacca ad antemurale dalla catena principale dell’Appennino, nel gruppo dell’Orsaio, alla quale giogaia si unisce per un istmo strettissimo e per un contrafforte a ripide gradinate.
Il culmine del monte (m. $86), da un lato, piomba per immane dirupo sul Rio Sassino, piccolo affluente della Capria, da altri due lati, con ripido pendio, scende nella Capria stessa e nell’Arèla, altro suo affluente.
Un tempo, m. Castello era percorso da una strada proveniente da Filattiera, Caprio, Rocca Sigillina, la quale, giunta alla vetta, per la sella e il contrafforte anzidetto valicava lo spartiacque appennico a m. 1685, sopra un fianco del m. Marmagna, e scendeva, per il Lago Santo, nel Parmense. Un franamento dell’istmo (colla, nella toponomastica locale) ha bloccato la strada e spostato, da tempo immemorabile, l’itinerario a sud-est, per la via di Lusignana e del passo del Portone (m. 840), detto anche significativamente, di Via Nuova. La regione di m. Castello, anche per la sua relativa inaccessibilità, rimase quindi del tutto isolata: in documenti medievali si ricorda infatti come inabitata. Essa ha perciò facilmente conservato tracce d’opere umane risalenti ad un’età molto remota. Sono gli avanzi d’un vasto campo militare fortificato mediante un sistema di cinte concentriche, connesse con una rupe ἀπότομος; sistema risalente com’è noto alla pratica più vetusta delle fortificazioni presso svariati popoli. I principali elementi del campo, quali appaiono sopra il livello del suolo, disegnano una vera acropoli sulla sommità del monte ridotto a spiazzo ondulato, di forma grossolanamente ellittica, munito d’una cinta di pietrame in forte apparecchio, interrotta soltanto nel lato nord. dove il precipizio sul Rio Sassino costituiva una difesa naturale. L’interno del recinto si presentava, prima dello scavo, ingombrato da rovine informi fra cui potevano riconoscersi i fondamenti d’una torre, posta nella massima elevazione del piano. Questa difesa appariva completata da due principali linee di afforzamento, concentriche, di mari e macerie, condotte secondo le accidentalità del triplice pendio, il muro esterno dello sviluppo d’oltre un migliaio di metri. Le due cinte si collegano all’acropoli, a nord-est, mediante il raccordo di un muro rettilineo che limita in discesa il margine del precipizio per la lunghezza d’un duecento metri; a sud-ovest convergendo entrambe alla testa della sella, ai piedi della torre, là dove era, con ogni probabilità, la principale sortita del castello. Muri inter-medi stabiliscono un complesso sistema di ridotte interne, a cui si connettono costruzioni con l’apparenza di torri di fiancheggiamento; dal muro esterno, nel punto del suo massimo avanzamento verso sud-est, esce una duplice ridotta concentrica, non bene definibile nella sua pianta, nella quale s’è potuta riconoscere, allo scavo, la protezione dall’accesso principale. Fuori del castello e delle cinte, tutta la regione di Monte Castello presenta sparse rovine, e specialmente numerosi gruppi, come piccoli accampamenti o villaggi, di fondi di case a pianta rettangolare, i quali gruppi sembrano allinearsi sopra il percorso dell’antica strada a partire dal punto in cui essa, alla base del monte, iniziava la salita.
Gli scavi furono eseguiti, nell’estate del 1923, da una squadra di operai di Rocca Sigillina, sotto la guida del Sig. Gino Tozzi, sorvegliante inviato dalla R. Sovrintendenza. Gli accertamenti più importanti si fecero nell’acropoli, e nell’anvancorpo inferiore, a nord-est.
A.) Contrariamente alle previsioni, le opere in vetta apparvero subito di struttura cementizia, e quindi d’età storica. Il culmine del monte, di natura rocciosa, fu ridotto artificialmente a piano ellittico, come s’è detto. Il semicerchio di muro che limita questo spiazzo è ancora visibile, in diversi punti, con l’apparenza di un muro di sostegno; ma l’esplorazione appositamente compiuta della facciata contro terra ha dimostrato il suo carattere originale di muro cintaneo isolato. Il muro è costituito di grossi blocchi informi di varia dimensione, ma accuratamente connessi, con tracce di calce negli interstizi; è di spessore variabile, fra m. 1,35 e 1,40; poggia sopra uno o più filari di pietre sporgenti per circa m. 0,20. Nel piazzale, ingombro di sparsi cumuli di macerie, non fu possibile riconoscere in pianta nessuna costruzione, soltanto fu messo allo scoperto un tratto di strada acciottolata, della larghezza di m. 2,90, limitata ai due lati da muriccioli a secco e corrente in direzione Nord-Est, e cioè verso la torre in muratura, i cui ruderi si elevano sul maggior rialzo dello spazio recinto. La torre, di pianta quadrata, m. 6.50 x 6,62, è fondata a risega sul piano naturale delle rocce, con muri dello spessore di circa m. 1. E’ murata accuratamente a bozzette d’arenaria, di dimensioni variabili, non perfettamente regolari, ma conciate all’ingrosso a scalpello.
Nelle vicinanze della torre e un po’ dappertutto nel perimetro del muro di cinta, sono stati trovati frammenti di tegole romane a margini rialzati.
B) Gli scavi compiuti nella supposta porta inferiore del castello, che non mi fermerò a descrivere, non hanno rivelato la presenza di opere cementizie. Gli avanzi di costruzioni messi in luce sono in muri a macerie; e di simili struttura sono senza dubbio, all’infuori del recinto dell’acropoli, tutte le muraglie concentriche e le altre opere connesse non potutesi esplorare.
Nessun reperto, all’infuori del piccolo deposito prestorico a cui si è sopra accennato, ha fornito dati di controllo per una valutazione cronologica; per la quale, d’altra parte, non, troviamo elementi d’assoluta certezza nel solo dato delle strutture murarie.
Infatti la struttura della torre e la presenza di copiosi frammenti di materiale testaceo, impiegati negli scomparsi edifici dell’acropoli, denunziano una data inoltrata sebbene non precisabile dell’età imperiale.
Tutt’altro apprezzamento ci suggerisce invece il muro di cinta: esso è costrutto con la tecnica dei muri ciclopici; la calce per quel che ho potuto osservare dagli scarsi residui trovati, è apparentemente pura; essa sembra usata. più che per consolidare il muro, per dare alle giunture e ai letti sovrapposti dei filari di pietre una superficie piana; vengono a mente le note osservazioni del Middleton sopra alcuni edifici arcaici di Roma (32).
Tutto il resto dell’amplissima costruzione, in muri a secco, non è databile con nessun criterio, poichè questa pratica nella montagna dura senza tempo; ma tutti i complessi elementi del fortilizio sono legati alla cinta murata dell’acropoli secondo un piano perfettamente organico, si che non c’è da dubitare della contemporaneità delle opere.
Ora, dati gli apparenti caratteri arcaici della muratura, sopra notati, non potendosi in nessun modo pensare ad un’opera campale repubblicana, di cui mancano, nella nostra, senza bisogno di fare un confronto analitico, tutte le forme rituali e strutturali, converrebbe riferire la fortezza ai Liguri, nell’estremo periodo della loro guerта, dopo la fondazione delle colonie di Lucca e Luni, supposto che essi avessero appreso dai Romani i rudimenti della tecnica muraria (del che però non avremmo, finora, nessun altro esempio); la fortezza sarebbe stata poi rioccupata assai più tardi, durante le invasioni, com’è avvenuto in moltissimi casi (33), nell’età appunto segnalata dalla struttura della torre e dagli edifici tegulati dell’acropoli. Senonchè non è affatto improbabile che l’intera costruzione appartenga alla data più recente; le forme arcaide sarebbero giustificate dall’impiego della mano d’opera locale (ipotesi che si avvalora con le considerazioni che faremo più oltre), dalla fretta, o dalla difficoltà del lavoro, visto che, fra l’altro, tutto l’immenso materiale lapideo delle cinte non fu cavato sul luogo, ma issato dalla base del monte. Allo stato delle scoperte, non è facile prender partito in questa questione. Ai fini della nostra ricerca, basta, per ora, precisare l’età della supposta riutilizza-zione, cioè l’ultima fase della vita militare del castello.
Per questa indagine possono soccorrerci criteri storici. Poichè è evidente che l’armamento, d’una fortezza nel cuore dell’Appennino tosco-ligure-emiliano non trova giustificazione nel periodo della pax romana, è d’uopo in primo luogo discendere, pur senza precisione di termini, al Medio, o Basso Impero. Ma lo studio topografico ci fornisce un criterio di valutazione meno lato. Il piano sistematico della fortezza, la situazione degli accessi, l’impianto della torre, mostrano ch’essa faceva fronte al crinale appenninico, vale a dire alla Val Padana. Infatti superato lo stretto passaggio guardato dalle opere murate dell’acropoli, sulla opposta rampa del monte, a m. 1020, esisteva un elemento avanzato, un Castelletto, il cui ricordo è perpetuato dalla toponomastica, se non dagli scarsi ruderi, tuttora inesplorati. E’ da credere che di questi propugnacoli isolati, posti di guardia, osservatori ecc. ne esistessero diversi sul pendio dell’Alpe, fino alle vette, collegati a m. Castello, nel quale trovasi infatti la logica posizione della linea di resistenza oltrechè il sito più acconcio d’un centro presidiario.
Ora, un tal sistema risponde unicamente alle esigenze belliche ed al tracciato più probabile del limite bisantino di fronte ai Longobardi; difficile sarebbe trovare una simile opportunità in altre situazioni riferibili a guerre o rivolgimenti che abbiano turbato l’Italia Superiore prima di questa data (34).
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Le constatazioni fatte sopra rimarrebbero alquanto ipotetiche, se non fossero convalidate da alcune prove toponomastiche, a mio parere, concludenti. Insieme col φυλακτήριον di Surano, esse fissano nel territorio in questione, una triplice impronta della nomenclatura militare bisantina.
A) Nella zona a Nord-Est, sulle più basse pendici di M. Castello il Ferrari ed io raccogliemmo la voce basélga (basilica), riferita ad una fonte che sgorga in luogo del tutto disabitato: successive indagini ci hanno permesso di stabilire che il vocabolo ha in realtà una estensione abbastanza vasta, giacchè tutta la località circostante, senza precisione di confini, è chiamata “in basélga”.
Dopo gli studi del Jud e dello Schiaffini non è il caso di fermarci sul significato linguistico e storico di basilica; la voce indica nella maggior parte dei casi una chiesa non battesimale, rispetto ad una chiesa parrocchiale, nel senso antico della parola, o plebana. In questo caso il vocabolo non manifesta nessuna diretta influenza greca; s’è generalizzato nell’Occidente, e si è mantenuto, in ispeciali casi, per circostanze del tutto indipendenti dalla dominazione politica dell’Impero d’Oriente. Ma, in territorio politicamente bisantino, esso ha, qualche volta, un valore del tutto diverso, più particolarmente di via pubblica, ὁδός βασιλική (35), oppure, in istretta relazione coll’organismo giuridico – territoriale del tema, di yῇ βασιλική, terra data in concessione ai militi limitanei (36).
E’ questione dunque di vedere, volta per volta (semprechè si tratti, come nel caso nostro, di territorio militarmente bisantino), se si deve escludere o no la presenza in situ, o nelle prossime vicinanze, d’una chiesa non battesimale, giacchè, quando concorra una prova storica o archeologica in questo senso, le diverse ipotesi proposte più sopra rimangono per lo meno dubbie.
Nell’Alta Valle di Magra, entro i confini presumibili del Κάστρον Σωρεῶν, si trovano diverse basilicae; due sono nel territorio della pieve di Vignola, l’una in Val di Magra, Basilica di Guinadi e l’altra in Val di Taro, Basilica di Pòntolo; si pongono rispettivamente sopra il percorso principale e sopra una diramazione importante della grande arteria preromana del Bratello, che, in età bisantina, costituiva il collegamento fra Suriaunm e Turris. Ma, nei due casi, il nome sussiste accanto a chiese non battesimali, soggette appunto alla pieve di Vignola sopra ricordata (37).
D’un’altra basélga esistente nel territorio della Corvarola (sempre nell’ambito dei fines sorianenses), estranea al sito della locale chiesa, mi dà cortese notizia il collega dott. Marco Vinciguerra; ed è questo un ottimo appoggio per le considerazioni che ora farò a proposito di basélga in Monte Castello. Qui è assolutamente esclusa ogni possibile concorrenza d’una voce chiesastica. Infatti, non solo non vi è ora nel luogo e neppure nelle vicinanze un edificio sacro, ma tutto porta ad escludere che ve ne sia stato mai uno, le antiche cappelle della pieve di Surano essendo tutte conosciute e localizzate. D’altra parte l’accurata esplorazione della località, controllata da scavi eseguiti in diversi punti, non ha messo in luce nessuna traccia di opera muraria, bensì vestigia d’altra natura le quali confermano, come vedremo tra poco, che la voce basilica qui deve avere significato del tutto diverso da chiesa.
Si potrebbe dunque spiegare il toponimo nel senso βασιλική (ὁδός), tenendo conto di alcuni tratti di strada acciottolata, che si ritrovano sebbene in stato rovinoso, nella detta località; tratti appartenenti in modo sicuro all’arteria più sopra accennata, la quale doveva toccare questo punto, o venisse dalla sponda destra della Capria, secondo un itinerario che oggi è preferito, o, com’è pin probabile, corresse la sponda sinistra, oltrepassato il vecchio ponte dell’Arèla.
Altri dati però mi fanno propendere per la diversa spiegazione βασιλική (γη). Nei pressi della fontana <in basélga> e in tutto il tratto a cui si estende pur ora quеsto vocabolo, esistono vari gruppi di fondi di capanne, di muri a macerie, i quali presentano una struttura caratteristica ed uniforme, da me accertata mediante l’isolamento e lo scavo di uno degli esemplari meno diruti. Non si tratta certo di costruzioni moderne, giacchè queste strutture in più punti sono superate dalle radici di un casta-greto molte volte secolare: esse sono della stessa fattura dei muri di cinta del castello.
Non mi par dubbio che questi gruppi di case non rappresentino le abitazioni dei militari del presidio, i quali, com’è noto, stanziavano con le loro famiglie sul limes, e vacavano ai lavori agricoli, quando avevano adempiuto ai loro turni militari, sulle terre che erano appositamente a loro assegnate. < In basélga>. designa dunque la speciale condizione giuridica di queste terre limitanee, ed insieme il luogo di residenza dei militi presidiari. I fondi di case accennati si aggruppano in più punti della costa nord-occidentale di Monte Castello, fuori del perimetro delle mura, e poichè tutto questo lato del monte è designato col nome di Costa d’i Sarasin (Saraceni), col quale vocabolo, come diremo poi, la leggenda popolare mantiene in vita un ricordo degli antichi territoriali di Monte Castello, credo che il toponimo <in basélga> abbia avuto origine una estensione equivalente.
B) Le pendici di M. Castello, hanno tre nomi; l’uno <Costa d’i Sarasin> ora ricordato, l’altro <Costa d’i Novegins>, il terzo <costa di Bando>. Il toponimo «Novegin» non è isolato in Val di Magra; abbiamo Novegigola presso Podenzana: ma io non so trovarne nessuna spiegazione. Il nome <Costa di Bando> appartiene al versante Sud-Est del monte, ed abbraccia anche, almeno in parte, l’area delle opere fortificate. E’ più propriamente il nome che danno al monte e al castello gli abitanti del villaggio di Lusignana, i quali adoperano anche e più comunemente la forma <in Bando>. Ora. βάνδος altrimenti βάνδον, ο βάυδα è un vocabolo militare bisantino, designate una suddivisione della τοῦρμα e, possiamo dire, a cellula organica del θέμα; era posto sotto il comando dum ufficiale superiore col titolo di δρουγγάριος (38). Come questa voce abbia potuto localizzarsi ed assumere un valore topografico, non è difficile spiegare, sempre che si tenga presente il carattere giuridico territoriale dell’ordinamento limitaneo bisantino (39). In sostanza le due voci <in bando» e « in basilica> distinguono l’area interna e l’area esterna del castello, i luoghi dove il milite alternativamente, vestiva e svestiva il carico militare.
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Da Maurizio e dalla Tattica di Leone il Filosofo, sappiamo che il βάνδος era un reparto di fanteria con una forza da 200 a 400 uomini (40). Non si può certo affermare che questo contingente fosse costante per ogni tipo di milizia ed ogni parte dell’impero. Comunque possiamo assimilare un βάνδος come unità organica dell’esercito, ad un odierno battaglione. Una forza d’un 400 nomini corrisponde assai bene al presidio di copertura d’un’opera fortificata dell’estensione della nostra nella quale, in caso di mobilitazione, poteva riunirsi un nucleo di truppe ben più potente. In circostanze normali il presidio era sufficiente per fornire i turni di guardia e le fazioni mobili nel settore vigilato dal castello.
I dati sin qui raccolti ci permettono di fissare il criterio generale col quale era disposta la linea di difesa del fronte appenninico. E’ evidente che tutti i contrafforti della catena principale richiedevano una simile difesa e guarnigione nei passaggi obbligati. Questa ipotesi, in generale, è confermata dalla toponomastica, con le voci Castello, Castellare, Castiglione ecc. che si ritrovano appunto là dove si desiderano; beninteso che teniamo in considerazione queste voci soltanto quando sia esclusa, archeologicamente e storicamente, la presenza d’un castello feudale, o comunale, riservato inoltre il possibile accertamento che dette voci rispondano ad impianti preistorici.
Finora non ho potuto avviare ricerche sistematicamente che sopra uno di questi contrafforti, quello che si stacca dal M. Borgognone (m. 1401) e bipartisce la testata della Magra; linea di capitale importanza, giacchè costituiva un baluardo intermedio fra due dei maggiori passi dell’Appennino Pontremolese-Parmense; quello della Cisa e quello del Cirone.
Di queste esplorazioni (compiute con la preziosa assistenza di P. Ferrari) e dello scavo fatto in una delle fortezze di questa zona, il castello d’Antena, farò un resoconto a parte, giacchè, fra l’altro, i dati raccolti nella ricerca reclamano ed autorizzano un nuovo studio del sistema stradale transappennico anteriore alla via francigena.
Darò invece qualche notizia, non priva d’interesse, sulla linea ottica che collegava m. Castello al tratto sud-orientale del settore surianese. Dalla maggiore eminenza dell’acropoli, l’occhio sfiora la vetta del m. S. Antonio (metri 956) fra la valle del Bagnone e quella del Taverone. Una depressione del Monte Bosta permette questo tragitto visivo di oltre 12 chilometri in linea d’aria; e la torre del castello segna un punto preciso e pressochè unico di questa veduta. M. S. Antonio, visitato successivamente dal Ferrari e da me, non ha dato segni apprezzabili d’antichi fortilizi, ma la vetta serba il nome <Castellaro> e uno dei nomi comprensivi del massiccio è quello di <Monti della Guardia>.
Il m. S. Antonio vigila direttamente le discese dell’alta catena dell’Appennino fra il Sillara e il Bocco (una vecchia strada molto frequentata, veniva dal Lago Verde, e scendeva all’Apella, superato il crinale a m. 1725) e il grande valico di Linari. La stessa vetta comunica, a breve distanza, col m. Torre Nocciolo (m. 944) fra il Taverone e il Rosaro. Questa punta conserva tracce notevolissime, che già furono da me erroneamente apprezzate come tracce preistoriche. Nuove e ripetute salite ed uno scavo superficiale, fatto a mie mani, mi hanno rivelato la presenza di antiche opere murarie. Questi avanzi non possono essere che quelli di una torre di segnalazione. Constano della base d’una torre circolare, circondata, in breve giro d’un triplice vallo a trincea, ancora assai profondo; un altro sistema di trincee meno definibili, in parte colmate, afforza il lato meno ripido della vetta, verso Nord.
Torre Nocciolo guarda i valichi del Comanese e la grande sella fra le Alpi di Camporaghena e di Mommio, nella quale s’aprono i due valichi dell’Ospedalaccio e del Cerreto. Essa era forse l’ultimo posto di guardia a Sud-Est del κάστρον Σωρεῶν, che, da questa vetta, in condizioni eccezionali di veduta poteva allacciare i suoi segnali con le specole del Castrum Vetus di Garfagnana e del κάστρον Βισιμάντω.
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Come è stato detto innanzi, la posizione di m. Castello segna il percorso d’una strada che, movendo da Suriano, valicava nel versante adriatico e raggiungeva il primo centro ragguardevole in Val di Parma, a Corniglio.
Interrotta da lungo tempo per lo scoscendimento della sella che le dava il passaggio in vetta a. m. Castello, essa è attualmente dirupata e impraticabile. Ma, in una escursione fatta la scorsa estate, mi è stato facile rintracciare il suo percorso, fino al punto dov’essa si confonde con l’attuale itinerario del Portone. Essa costituiva un cammino che andava a grand’altezza, ripido ed aspro, ma someggiabile; non poteva essere, in condizioni ordinarie, che una variante o scorciatoia (praticabile soltanto nella buona stagione) della strada principale diretta egualmente a Corniglio, attraverso il passo del Cirone; la quale seguiva un tracciato tutto diverso dall’attuale, partendo da Suriano, anzichè da Pontremoli.
Nelle particolari circostanze dello stato di guerra fra i Bisantini e i Longobardi, la strada di Monte Castello non poteva avere che una utilizzazione militare: essa stabiliva un collegamento della linea principale del limes con Corniglio. Questo castello (m. 701) era situato su un punto strategico e in un crocicchio stradale molto importante. Era non solo la base parmense del valico del Cirone, ma anche il punto d’incrocio d’una strada che andava per Berceto, nella Val di Taro. Sospetto che questo fosse un tratto d’una strada risalente l’Appennino in senso longitudinale, che doveva costituire l’asse di viabilità della provincia <Alpes Apenninae». Noto la presenza d’un ponte di fattura romana, sotto Corniglio, accertata da Giovanni Mariotti (41).
Ho già accennato in altro scritto pubblicato in questo Archivio che Corniglio in Val di Parma e non Corniglia nella Riviera di Levante, dev’essere il <Cornelium> registrato dall’Anonimo Ravennate; rinvio il lettore all’articolo citato, per i criteri storici, e topografici da me adottati nel proporre questa identificazione (42). Corniglio sarebbe stato dunque un castello, o una chiusa rimasta ai Bisantini, nelle note oscillazioni del loro dominio nel parmense verificatesi durante i primi decenni dell’invasione longobardica. Questa ipotesi sarebbe avvalorata da una testimonianza dell’Angeli il quale, verso la fine del Cinquecento, scriveva che in molti luoghi del castello di Corniglio, si trovavano medaglie piccole di rame con l’iscrizione di Co-stantino Copronimo» (43).
Non si può escludere è vero, che monete bisantine corressero in territorio politicamente longobardico, ma le notizie dell’Angeli accennano a ritrovamenti in copia considerevole e sarebbe assai strana, se dovesse ritenersi puramente casuale, la coincidenza dell’età delle monete con l’estremo periodo della permanenza dei Bisantini nel limes appenninico.
Non risulta dai documenti medievali di Corniglio, nè da altre fonti, che questo territorio sia mai stato incluse nei <fines surianenses». Cornelium doveva essere un elemento limitaneo a sè: forse, e particolarmente nelle condizioni in cui era venuto a trovarsi la linea appenninica dopo la conquista di Rotari, un elemento isolato, tenuto conto che la penetrazione longobardica nell’Appennino parmense era stata assai sollecita e profonda; infatti, ad occidente, il noto documento del Registrum Magnum di Piacenza segnala i Longobardi sulla destra dell’alto Taro fino dal tempo di Autari (44): ad oriente il sito e l’organismo territoriale del κάστρον Βισιμάντω dimostrano che questa fortezza bisantina, esistente già sulla fine del VI, o nei primi del VII secolo (45), faceva. fronte ad un nemico ch’era padrone della val d’Enza.
Corniglio era dunque collegato alla base di Surianum mediante strade fortificate, sulle quali non poteva compiersi che un passaggio in forze; situazione che può apparire paradossale, ma era abbastanza comune nei rapporti reciproci dei diversi distretti e fortezze limitanee.
Quando caddero la fortezza di Montecastello e caddero insieme tutte le fortezze di Surionum in mano ai Longobardi?
Che ciò sia avvenuto in epoca tarda lo dimostra in primo luogo la terminologia militare greca fissata dalla toponomastica nel territorio, della quale abbiamo recato più sopra alcuni tipici esempi. Essa presuppone l’adozione ufficiale della lingua greca da parte dell’Exercitus Italiae, e soprattutto il pieno sviluppo della costituzione del θέμα; per i quali fatti dobbiamo partire da Eraclio (610-641) e venire a date inoltrate del sec. VII. Bisogna dunque реrentoriamente rinunciare alla vecchia teoria che i Longobardi avessero stabilito la più antica comunicazione fra la valle del Po e la Tuscia per la via della Cisa.
Ma un complesso d’indizi concordanti e sicuri ci porta a stabilire che le difese del nostro tratto appenninico non crollarono che nell’età di Liutprando. Assai singolare è l’attività di questo monarca nella montagna parmense e lunigianese: gli è dovuta per lo meno la fondazione di due grandi abbazie, quella di Berceto e quella di Brugnato. L’ignoto personaggio di Suriano, da noi creduto un gastaldo, le cui opere debbono riferirsi al regno di Liutiprando, istituisce a sua volta due xenodochia che si collegano con le dette fondazioni regie; le quali, in comples-so, palesano le cure grandiose date dalla Monarchia al ristabilimento e al restauro d’un ampio fascio di comunicazioni fra la Lombardia, la Liguria e la Toscana. Queste cure, che richiamano un lato caratteristico dell’attività di Liutprando, per cui vedasi la lapide di Cittanova magnificamente supplita e interpretata dal Patetta (46), si addicono ad un territorio recentemente conquistato; del che potrebbe trovarsi una testimonianza generica anche nell’epitaffio del monarca, là dove i versi accennano alla fondazione di monasteri nelle soggiogate montagne.
Anche lo zelo evangelizzatore del personaggio di Suriano sembra andar incontro a popolazioni da poco unite al Regno.
A questo punto mi occorre parlare d’un elemento di rozza architettura, ritrovato nei limiti di Monte Castello, al quale non ho accennato finora.
Entro l’avancorpo della cinta esteriore, a breve distanza dalla porta d’entrata, scavammo una enigmatica costruzione, caratterizzata da un lastricato a grosse pietre, del resto già conosciuto dalla gente dei luoghi col nome: <<ara d’i Sarasin». Che fosse un’ara, nel senso locale di aia da battere il grano, è escluso dalla forma e dalle dimensioni del lastricato, che non si sarebbe affatto prestato a quest’uso. Trattasi d’un piano semicircolare, ricavato nel pendio del monte, sorretto in basso da un muro a secco che forma gradino e limitato a monte da un altro simile muro di sostegno che si eleva circa m. 1,20. Il piano è lastricato. per metà circa della sua superficie, con lastre di pietra, non uniformi, poggianti sopra un terriccio di riporto. Dal muro di sostegno si stacca, al centro, una specie di lesena che si congiunge con un basso avancorpo. Sulla linea mediana dello spiazzo corre un filare di pietre, che sembra artificialmente disposto a limitare lo spazio, e fra queste pietre se ne nota una di maggiori dimensioni e di forma più regolare (m. 0.60 x 0,84, altezza m. 0,68), solidamente impiantata nel terreno, portante alla superficie una incassatura artificiale in forma di piccola vaschetta quadrangolare (m, 0,110,12, prof. 0,04); vien fatto di pensare ad una rozza ara sacrificale.
Se questi incerti elementi denunziano un qualsiasi tipo di santuario, bisogna escludere, in primo luogo, che la costruzione si possa, riferire allo stanziamento preistorico segnalato nell’acropoli; essa è superficiale, ed anche a supporre che l’area lastricata sia stata mantenuta allo scoperto per successive riutilizzazioni di carattere occasionale, non è possibile assegnarla ad uno strato archeologico molto profondo.
Ma un santuario, un culto gentilesco, o semplicemente un rito divinatorio o magico sono incompatibili con la lunga permanenza nel luogo d’un presidio bisantino? Non occorre ricordare che si tratta di un presidio di milizie territoriali fra cui probabilmente solo gli ufficiali superiori venivano dalle città.
Che ancora alla fine del VI secolo le popolazioni montane della Liguria, in particolare quello che fornivano le milizie confinarie, fossero in grande maggioranza idolatre, sappiamo da un documento infinite volte citato dagli storici regionali: la lettera di S. Gregorio Magno al vescovo di Luni S. Venanzio, scritta nel gennaio 599, nella quale è ricordato Aldio, <magister militum>. Questo generale, dice il Pontefice, desidera che siano ordinati preti e diaconi <in civitate ipsius>; il vescovo faccia le debite inchieste e provveda, nello stesso tempo istruisca i sacerdoti affinchè si studino di riscattare quel popolo dall’infedeltà e di allontanarlo dal culto dei gentili (47). Il magister militum era senza dubbio il supremo comandante delle forze imperiali nel times ligure; egli risiedeva nel territorio di Luni, ed è cosa spiegabilissima, poichè questo era il punto più minacciato del confine, con duplice fronte, sull’Appennino e sul litorale toscano.
Inutilmente si è cercata una «città» diversa da Luni. nel territorio di questa diocesi, dove, a tenore del testo gregoriano dovesse risiedere il comandante; in questo caso, civitas non significa che circoscrizione. S’intende dunque che il popolo idolatra al quale accenna l’epistola era proprio il popolo dei castelli ed erano, in principale modo, i soldati, ai quali giustamente si rivolgevano le cure del generale.
Certamente la propaganda promossa dal <gloriosus Aldio> avrà dato i suoi frutti, ed è da credere che anche i suoi successori nel comando delle truppe abbiano spiegato un egual zelo cristiano. Ed io penso che si debba proprio a questi ufficiali bisantini l’erezione delle cappelle castrensi intitolate a S. Giorgio, che troviamo nei castelli del limite appenninico (48). Ma è anche probabile che la parola evangelica abbia fatto meno rapidi progressi nella zona impervia del limes, nelle fortezze isolate sulle cime dei monti; e che, in generale, le conversioni non siano state cosi profonde da impedire una ricaduta nelle pratiche della religiosità pagana, specialmente dei culti naturistici, magici, divinatori, così radicati nelle popolazioni montane.
La leggenda popolare sembra ricordare questi militi presidiari come gruppi viventi in condizione speciale e diversa da quella della restante popolazione. Tale mi sembra il significato storico della leggenda dei <<Saraceni >> corrente nell’alta val di Magra. Essa si associa precisamente a Monte Castello, al Castello d’Antena, al Castello di Pracchiola, cioè a fortezze del limite. E sembra molto dubbio, anche per ragioni topografiche, che qui si voglia parlare proprio dei Saraceni del sec. IX o X. In questo caso troveremmo il loro ricordo piuttosto verso la costa, o nella zona appenninica più occidentale della Lunigiana, supponendo una discesa di bande saracene, lungo le creste dei monti, dal loro centro di Libarna nel Tortonese (49). I << saraceni >>di Val Capria e Val d’Antena sono della gente che non va a messa e non lavora la terra; non però dei predoni feroci, o dei saccheggiatori di chiese e conventi; se mai dei ladri campestri; in qualche punto come ad es. nel villaggio di Previdè, essi riscuotono dei tributi.
Dei vecchi soldati, ai quali la terra basilica non permetteva che una limitata attività agricola, e forse solamente pastorale, possono ben essersi ridotti a questo stato, nel quale peraltro distinguiamo assai incertamente i segni d’una vita semi-brigantesca da quelli d’una precoce attività feudalistica.
Nell’ultimo periodo della vita dei castelli, ed in ispecie dopo l’invasione rotariana, questi isolati presidi dovevano, essere press’a poco abbandonati a loro stessi; vi erano lassù semplicemente dei soldati nati, astretti da un vincolo giuridico reale e personale al servizio militare, che mantenevano uno stato di guerra, più per tradizione, e per ispirito d’indipendenza e d’avventura, che per disciplina ed ordinato comando. La definitiva conquista e unificazione del territorio appenninico compiuta da Liutprando fu meno un’impresa guerresca che un’operazione di polizia in grande stile.
UBALDO FORMENTINI – Scavi e ricerche sul limes bisantino nell’Appennino lunense – parmense, in Archivio Storico per le Province Parmensi, pubblicato dalla R. Deputazione di Storia Patria. Nuova serie, vol. 30, anno 30, 1930, 8
NOTE
(1) FERRARI P., Monumenti romanici a Filattiera; in Lunigiana, 1, n. 6 (nov. 1910); MAZZINI U., Un’epigrafe lunigianese del secolo VIII, in G. S. Lun. II (1910), 153; – L’epitaffio di Leodegar vescovo di Luni del sec. VIII, ivi, X (1919), 81.
(2) SCHNEIDER, Die Reichsverwaltung in Toscana, 1, 58-60; — Die Entstehung von Burg u. Landgemeinde in Italien, 6-8.
(3) GEORGII CYPRII, Descriptio Orbis Romani (ed. GELZER, Lipsia, 1890), 550, p. 28; per l’identificazione con Surianum v. SCHNEIDER, II. cc.
(4) I Longobardi sul Monte Bardone, Parma, Bibl, della Giovane Montagna, n. 73, 1929, р. 15.
(5) MARIOTTI, La pieve di S. Maria di Fornovo, in «La Giovane Montagna, XXXI, n. 4 (15 aprile 1930).
(6) SCHNEIDER, Entstehung v. Burg ecc., 6-7.
(7) Cfr. SCHIANCHI, Gli ospedali di Roncaglia e di S. Maria della Cisa, in Biblioteca della Giovane Montagna; n. 40; e v. la mia nota in La Giovane Montagna», 1 nov. 1929.
(8) Per l’identificazione topografica del predio abbaziale, v. mia memoria: La tenuta curtense degli antichi marchesi della Tuscia in Val di Magra e Val di Taro, in A. S. Par, vol. XXVIII.
(9) MURATORI, A E, I, 90.
(10) ID. ibid. 99.
(11) Codice Pelavicino, n. 1; cfr. MAZZINI, L’epitaffio di Leodgar,, 83
(12) Cod. Pel. n. 3.
(13) Ed. DESIMONI, in A. S. Lig. XIX, pp. 482-85.
(14) Cod. Pel, n. 3.
(15) Ibid. n. 268.
(16) Così nei documenti della colletta per la Crociata, fatta nella dioc. di Luni l’anno 1276; ed. MAZZINI, in G. S. Lun. VII (1915), 205,
(17) SFORZA, Un sinodo sconosciuto della diocesi di Luni, in G. S. L. Lig. V, 1904, p. 243.
(18) Ms. presso il sen. Camillo Cimati.
(19) FERRARI P., Il castellaro di Monte Castello nell’alta valle della Capria in Lunigiana, A. S. Par. XXVI (1926), 107-117.
(20) Cfr. SCHNEIDER, Entstehung, 8.
(21) Notizia pubblicata da P. FERRARI, in Corriere Apuano, 1925; cfr. M. GIULIANI, Nuove stele arcaiche scoperte in Val di Magra, in questo Archivio, XXVI, 1926, 1 ss.
(22) Cic. Div. 1, 47, 105; VARR. ap. SERV. ad Aen. XI, 787.
(23) MAZZINI U., La necropoli apuana del Baccatoio, in « Mem. della Soc. Lun. di Scienze G. Capellini IV (1903), 70-71.
(24) Cfr. FERRARI, II « castellaro di M. Castello, 114; una turris vetus di Filattiera è ricordata negli atti di Ser Francesco Righini, come rovinata nel terremoto del 1496.
(25) La chiesa ad unica navata, con tribuna semicircolare, non presenta elementi di sicura datazione; la struttura muraria accusa un restauro romanico.
(26) FERRARI, Mon, romanici, 1. c.; MAZZINI, Un’epigrafe ecc., 153; opinione rettificata in: L’epitaffio di Leodegar, 100. 11 M. però non poteva pensare ad un origine bisantina della chiesa, giacchè, secondo il suo sistema, i Longobardi avrebbero invaso l’Alta Val di Magra nella loro prima calata in Toscana. Sull’antichità del culto di S. Giorgio in Occidente, e in particolare a Lucca, v. GUIDI, Saggio di osservazioni sui volumi IV e V delle Memorie e Documenti per servire alla storia del Ducato Lucchese, Lucca, G. Giusti, 1912.
(27) AA. SS. 23 арг.
(28) MAZZINI U., Per i confini della Lunigiana, in G. S. Lun. I (1904) 31.
(29) MAZZINI U., ibid. 32. Salvo l’ospedale regio di Montelungo, nullius plebis, la pieve d’Unceola abbracciava tutta l’alta valle della Magra ed entrava in Val di Vara con la cura di Antessio.
(30) Cfr. il mio studio: «Turris ecc., in questo Archivio, vol. XXIX.
(31) Fra le dipendenze della pieve di Surano, enumerate nell’Estimo citato del Secolo XV, la cura di Torpiana, in Val di Vara.
(32) MIDDLETON, Remains of Rome, 1, 37.
(33) Per il limes germanico ed in generale per i castelli della Gallia che sono stati esplorati in gran numero, v. GRENIER, in contin. a Dé-CHELETTE, Manuel d’Arch, Paris, Picard, 1931, vol. V, passim.
(34) Con ciò non si dimostra che la fortezza di M. Castello sia stata costruita dai Bisantini nel sec. VI. Questi non poterono improvvisare la linea di difesa che salvò la Maritima Malorum’ dall’invasione longobardica. Credo che il limes fosse precostituito dagli imperatori d’Occidente e che a questo scopo avesse corrisposto il riordinamento provinciale che diede vita alle circoscrizioni Alpes Cottiae e Alpes Apenninae. Poderosa questione, che non può trattarsi in via incidentale.
(35) SOPHOCLES, Greck lexikon of the Roman and Byzantine Periods, 794; per il nome strade-basiliche, in Italia, in contrapposto a chiese-basiliche, v. SCHIAFFINI, Intorno al nome ed alla storia delle chiese non partocchiali nel M. Evo, in A. S. 1, LXXXI (1923), 25 ss.
(36) CONST. PORPH. De edm, Imperio, in Corpus Ss. His. Byz. 111, 228: per l’ordinamento giuridico della terra limitánea v. CHECCHINI, I fondi militari romano-bizantini, in A. G. 1, LXXVIII, 407 ss.
(37) Estimo del sec. XV, ed. SFORZA, in o. c. 244-45.
(38) CONSTANT. PORPH. De Admistr. Imp., 225.
(39) Anche il vocabolo θέμα, designante un corpo d’armata, si territorializza in modo perfettamente identico, venendo a significare una partizione provinciale dell’Impero; cfr. CHECCHINI O. C. 430.
(40) MAURIC. I, 3. 9, 3. Leo, Tact. (Patr. Graeca, CXX), 12, 62.
(41) Noto inoltre la voce topografica Sesta, (Sextum, in docc. 953, 963; ed DREI, in A. S. Par. XXIII, 330, 342), che potrebbe corrispondere ad una distanza itineraria di 6 miglia romane da Corniglio. Non saprei però collocare questa località sopra una strada di grande tragitto.
Questi dati meritano dunque uno studio più esauriente. Una sommaria escursione nel territorio di Corniglio fu da me compiuta nell’estate scorsa sotto la guida cortese e sapiente dell’On. Senatore Giovanni Mariotti e dell’On. Giuseppe Micheli, ai quali debbo molte informazioni utilizzate nel presente studio.
(42) Turris ecc., pp. 29 ss. dell’estr.
(43) ANGELI, La historia di Parma, Parma, Viotto, 1592, 770; al nome di Costantino Copronimo l’A. fa seguire questa nota cronologica: <che regno l’anno 718 ». In realtà, Costantino fu associato al padre, Leone IH, nel 720 e regnò da solo nel 740-774; non si sa come l’A. abbia potuto indicare quell’unica data e per di più in anticipo; non credo però che questo errore cronologico tolga fede alla sua notizia (sull’Angeli, v. AFFO, Memorie degli scrittori e lett. parm. IV).
(44) Sentenza di re Pertarido, 23 ott. 689, in controversia fra Parma e Piacenza; 11 Registrum Magnum del Comune di Piacenza, ed. CORNA, ERCOLE, TALLONE, in B. S. S. S. XCV, 1, nn. 155, 211.
(45) GEORG. CYPR. 623, p. 32; cfr. MERCATI, Castrum Bismantum, in Studi in onore di N. Campanini; 51 ss.
(46) PATETTA, Note sopra alcune iscrizioni medievali della regione modenese, Modena, 1904.
(47) GREG. 1., Registrum Epistolarum, ed. IX, 102. EWALD-HARTMANN,
(48) Oltre il S. Giorgio del castello di Filattiera, abbiamo notizia d’una ecclesia S. Georgii de Sala (Bolla di Anastasio IV, 1153, Cod. Pel. n. 2): il luogo Sala indica appunto il ridotto centrale del castelvecchio di Garfagnana: summitas Castriveteris que dongionem apellatur (doc. a. 1179, PACCHI, Mem. ist. della prov. di Garfagnana, App. n. XI): S. Giorgio doveva essere dunque la cappella castrense della vecchia fortezza bisantina, da non confondersi con la chiesa plebana, pur essa nell’ambito delle difese del castello: plebs S. Petri in Castello. Similmente a Turris troviamo una chiesa di S. Giorgio, ricordata nei più antichi documenti bobbiesi, sebbene non sia dato stabilire la sua connessione topografica col castrum.
(49) Ad una occupazione saracenica in <montanam et maritimam lunixanam,> da parte dei Saraceni stanziati a Serravalle (Libarna), accenna soltanto la tarda e confusa leggenda.di Fra Giacomino d’Acqui: CfT. PATRUCCO, I Saraceni nelle Alpi Occidentali, in B. S. S. S, XXXII, 339.