GUERRINO FANTONI

Guerrino

Oggi ricordiamo Guerrino, uno dei quattro torranesi caduti nella campagna di Russia nel 1943. Possiamo farlo intrecciando il racconto delle sue vicende militari con la memoria personale di un cugino, Emilio Fantoni, e con il resoconto di Armanda – figlia di Emilio – che ha testimoniato la giornata del 2010 in cui ai familiari fu consegnata la piastrina ritrovata in Russia dopo oltre sessant’anni.

INFANZIA E ADOLESCENZA NEL RICORDO DEL CUGINO EMILIO FANTONI

La vita ci sorprende sempre credo che ci sia veramente un Disegno Divino che guida le nostre esistenze e ci sorregge per tanti anni affinché qualcuno di noi possa rendere testimonianza di una vita che, se pur vissuta brevemente, ci ha lasciato un ricordo incancellabile.

Cosi rendo grazie a Dio che mi ha dato una lunga vita e con grande commozione faccio riaffiorare dal mio cuore la figura del mio cugino fraterno Guerrino.

Emilio Fantoni

Guerrino nacque a Torrano nel febbraio del 1918. Suo padre Giuseppe era il fratello di mio padre Angelo. Sua madre si chiamava Ernesta. Guerrino era il quinto di sette fratelli ormai tutti deceduti I cui nomi erano: Giovanni, Carmela, Angiolina, Disola, Valentino, Orlando.

Viveva in una famiglia di contadini mezzadri dove, come in numerose famiglie della zona, c’era tanta miseria, ma vissuta con dignità perché c’era tanta solidarietà.

Guerrino era un bambino obbediente e generoso. A nove anni di età rimase orfano della madre e fu la sorella Carmela di sedici anni maggiore, a fare le veci della madre.

A scuola era molto intelligente, dotato di buona memoria, primeggiava su tutti noi. Purtroppo, a Torrano, la scuola terminava con la terza elementare ed era consuetudine ripetere questa classe.

Guerrino era anche un bambino servizievole. Portava al pascolo le mucche del padrone di mezzadria e da ragazzo oltre ad essere un buon contadino divenne anche un buon campanaro: dotato di buona volontà con molta puntualità seguiva il padre in questa mansione.

Ricordo che aveva molta abilità nelle mani: sapeva eseguire piccoli lavoretti di falegnameria. Aveva costruito due piccole “gracchiole” con le quali noi ragazzi, all’alba del venerdi’ santo, si andava in giro per il paese ad avvisare i fedeli della funzione imminente. Durante le funzioni della giornata, Guerrino non si stancava di stare in ginocchio davanti al Crocifisso.

Era molto devoto e assiduo nelle preghiere, soprattutto al S. Rosario che veniva recitato tutte le sere nella famiglia. Nel periodo invernale, dopo la raccolta delle castagne era solito aiutare i suoi famigliari nel mulino dei padroni di mezzadria.

Divenne un giovanotto di bello aspetto alto e snello. Era simpatico ed educato, ma quello che maggiormente lo caratterizzava era la buona parlantina con la quale sapeva attrarre l’attenzione delle ragazze che notavano in lui un fascino particolare e l’ascoltavano volentieri intuendo le sue doti.

Nel 1940 fu chiamato alla leva militare nel corpo degli alpini nella divisione Cuneense a Mondovi”. Ritornò a Torrano per una breve licenza. All’avvento della guerra fu destinato alla campagna di Russia dove purtroppo, con il grado di caporale, nella battaglia del Don perse la vita.

Emilio Fantoni-Castelsangiovanni maggio 2010-

LA VITA MILITARE

La chiamata alle armi arriva il 12 marzo 1940, quando gli echi del nuovo conflitto mondiale si fanno sempre più vicini.

Guerrino viene assegnato al 2° Reggimento Alpini, Battaglione Borgo San Dalmazzo: un evento che segnerà per sempre la sua vita.

Pochi mesi dopo, il 10 giugno 1940, Mussolini dichiara guerra alla Francia e all’Inghilterra, seguendo le mosse dell’alleato tedesco.

Il 13 dicembre 1940 Guerrino parte con il suo battaglione per l’Albania: si imbarca a Foggia e sbarca a Tirana. La primavera successiva, il 5 maggio 1941, rientra a Bari.

Il 6 luglio 1941 Mussolini decide di inviare il C.S.I.R. in Russia, confidando nella rapida vittoria tedesca. Ma il clima estremo e le immense distanze della steppa mettono subito in crisi i piani.

Nel 1942 la guerra richiede nuove forze: l’A.R.M.I.R. sostituisce il C.S.I.R. e anche gli alpini vengono inviati su un fronte ben diverso dalle montagne, in pianura sconfinata.

La piastrina di Guerrino riconsegnata ai parenti

Guerrino parte dalla stazione ferroviaria di Borgo San Dalmazzo il 26 luglio 1942. Dopo giorni di trasferimento, in parte anche a piedi, il suo battaglione raggiunge il bacino del Don.

All’inizio le sorti sembrano favorevoli, ma in pochi mesi la situazione precipita. Le temperature crollano a –30, –40 gradi; arrivano nuove forze sovietiche e carri armati contro cui i nostri uomini non possono nulla. A Stalingrado la resistenza è accanita, casa per casa.

Il 23 novembre 1942 l’Armata Rossa chiude in una sacca l’armata di von Paulus: è l’inizio della fine.

Il 19 dicembre una controffensiva colpisce anche le nostre Divisioni: Ravenna e Pasubio arretrano, mentre la Cuneense di Guerrino resta sul Don.

Il 15 gennaio 1943 una nuova offensiva costringe il generale Gariboldi a ordinare la ritirata. Iniziano giorni disperati: marce forzate nella neve, con pochissimi viveri, armi ridotte, aerei nemici che mitragliano le colonne, e contadini da cui era vitale trovare rifugio per la notte. Fame, freddo e stanchezza segnano ogni passo.

La Cuneense, per mancate comunicazioni, non riesce a dirigersi verso Nikolaewka e ripiega invece su Valuiki, già in mano sovietica. Chi non muore in combattimento viene catturato. Non a caso sarà ricordata come “Divisione martire”.

Le fonti ufficiali registrarono Guerrino come disperso il 31 gennaio 1943. Oggi, grazie al ritrovamento della sua piastrina, sappiamo che fu fatto prigioniero, condotto a piedi per circa 400 km e internato nel campo di Miciurinsk.

Le condizioni di prigionia – fame, malattie, freddo, maltrattamenti – sono documentate in modo struggente anche dal resoconto di Armanda, riportato più avanti.

Con la restituzione della piastrina, Guerrino è in qualche modo tornato a casa. A noi resta il compito di non dimenticare il suo sacrificio: lui combatté in Russia per la Patria, giuste o sbagliate che fossero le ragioni che lo portarono in quella steppa desolata.

CRONACA DELLA COMMEMORAZIONE DI GUERRINO FANTONI
Un momento della cerimonia

La piazzetta laterale a Piazza Italia con il monumento dedicato ai caduti dell’ultima guerra è gremita di gente. Ci sono autorità forze dell’ordine, il sindaco di Pontremoli Gussoni con la fascia tricolore, rappresentanti dei grandi combattenti della Marina con i loro vessilli, il coro degli alpini del monte Silara, molti ex alpini e il presidente dell’ associazione nazionale alpini Maurizio Vieno. Sotto al monumento, tra la folla, si distinguono in quanto riuniti, i nipoti del Guerrino: i Fantoni di Torrano. Ci sono i figli di Giovanni: Alma, Silvio, Luciana con i loro figli e nipoti, il figlio della Carmela, Ilvo con la moglie, le figlie e nipoti, Pierina moglie di Orlando, Rita, Sandrina e Gianfranco figli di Disola. Mancano i figli di Angiolina residenti a Piacenza e il nipote di Valentino residente altrove. Ci sono alcuni cugini del Guerrino, Orazio, figlio di Pietrin, Elide Figlia di Angiolin, Angelo, e Stefania figli di Mario, con la mamma Alice e le rispettive famiglie e la sottoscritta, figlia di Emilio con il marito. Ci sono Firmino Bergamaschi con la moglie. Pure Firmino ha avuto un fratello Sante, disperso in Russia.

Su un piccolo altare in cui spicca un bouquet di anturium rosa circondati da un nastro tricolore, il parroco di S. Colombano, don Pietro Pratolongo, si accinge a celebrare la S. Messa. Sono le 15,20 del due giugno 2010, festa della Repubblica, e l’occasione di questa celebrazione ci è data dal ritrovamento della piastrina di riconoscimento dell’alpino della Cuneense Guerrino Fantoni disperso in Russia per tutti noi fino al ritrovamento della preziosa targhetta.

La Santa Messa in suffragio di Guerrino – Si riconoscono Firmino bergamaschi e la mogli Maddalena

Antonio Respighi, esponente ANA di Milano, nel 2009, in un viaggio nei luoghi della battaglia del Don, venne in contatto con un contadino russo che gli consegnò un elmetto pieno di piastrine personalizzate trovate dallo stesso nel circondario delle località di Miciurinsk, Tambov dove esistevano campi di concentramento. Fra queste, tre risultano intestate a tre alpini lunigianesi. Una a Guerrino di Torrano, una ad Attilio Angiolini di Rossano di Zeri, ed una appartenente a un alpino di Fivizzano, Le prime due sono state consegnate al presidente del gruppo ANA di Pontremoli Maurizio Vieno.

La celebrazione della S. Messa è accompagnata dal coro degli alpini del Monte Silara che ci aiutano con i loro canti ad elevare a Dio preghiere di suffragio per tutti coloro che hanno perso la loro vita nelle guerre.

L’omelia di don Pietro Pratolongo – Iol Sindaco Gussoni con la fascia tricolore

Nell’omelia, don Pietro, ricordando tutti gli alpini caduti, fa emergere come loro simbolo l’eroica figura del Beato Don Carlo Gnocchi, che, come cappellano, seguì gli alpini in Albania, Grecia, Croazia e Russia. Ritornato fondo l’istituzione a favore dei “mutilatini”, donando alla sua morte i suoi occhi. Don Pietro ricorda che l’amore quando vince sull’odio e sull’egoismo porta frutti e permette all’uomo di donarsi per altre vite nel mondo. Alla conclusione della messa il canto struggente del coro degli alpini che ci rappresenta la fatica delle lunghe marce nella neve, ci riempie gli occhi di lacrime.

Il sindaco, Gussoni, ricorda il sacrificio di tutti i caduti dell’ultima guerra ed in particolare quello dei 230 mila giovani dell’ARMIR componenti le dieci divisioni di cui tre Alpine: lulia Tridentina e Cuneense inviate a combattere in terra di Russia. Ricorda la figura di Guerrino Fantoni alpino della Cuneense morto nel campo di concentramento di Miciurinsk il 31 gennaio 1943. Consegna la piastrina a Claudio Magnani figlio di Alma.

La piastrina è arrugginita e mancante di alcune lettere ma ha un grande significato in quanto con il suo ritrovamento in un luogo certo, ci riconduce agli ultimi giorni di Guerrino che dopo aver combattuto sul Don, fu fatto prigioniero dai Russi e condotto presumibilmente a piedi nel campo di concentramento, sicuramente morì di stenti e di fame come altri migliaia di alpini non avendo la Russia aderito ai patti di Ginevra sul trattamento dei prigionieri di guerra.

Colonna di prigionieri italiani – foto tratta da Wikipedia

Leggendo il libro di Eugenio Corti “Il Cavallo Rosso”(Edizione Ares 1999) ho trovato dei riferimenti storici sulla posizione della Cuneeense dopo la battaglia del Don. Trascrivo alcune pagine:

Il Cavallo Rosso” – 1° volume, pag. 417

“…..gli alpini fisicamente solidi a causa della vita dura della montagna cui erano abituati fin da bambini, ma del tutto alieni da atteggiamenti arditistici, davano a chi li osservava un’impressione di forza insieme rude e tranquilla. Sebbene non inclini all’aggressività (in Grecia questo fatto aveva sul principio creato seri grattacapi ai comandi) essi non erano disposti a cedere alla forza altrui, perché per un uomo, anche per il più modesto, cedere alla forza non è dignitoso. Il loro spirito di corpo-  molto evidente- era una naturale prosecuzione di quello paesano e di vallata, per il quale si sentivano alla fine tutti membri d’un’unica grande famiglia; aggiungendosi la sperimentata fiducia che ogni alpino riponeva nei propri compagni (stava qui senza dubbio la loro risorsa maggiore) essi tendevano in ogni circostanza a rimanere uniti; e se per caso le vicende del combattimento ne disunivano qualcuno, questi appena provvedeva da sé a riunirsi ai suoi. Gente dal semplice cuore, gli alpini erano inoltre tutto meno che furbi. Come di norma il montanaro, ciascuno di loro faceva molto conto dei propri modesti strumenti (dunque anche della propria arma) pronto perfino a sacrificarsi per non perderli. E tuttavia non avevano affatto un culto per i mezzi (come l’hanno ad esempio i tedeschi, che pur sono soldati indubbiamente valorosi): gli alpini di armi ne bastava un minimo, al limite quelle individuali e di squadra, o poco piu’. Perciò anche una volta rimasti, a causa della situazione, privi dei loro mezzi piu’ potenti, essi non si sarebbero scoraggiati. Non vogliamo idealizzarli, ma ci sembra di poter affermare che questa gente che, senza forse rendersene conto, si sosteneva soprattutto sullo spirito, costituiva una grande eccezione. Perfino quando capitava d’essere sconfitti, essi in cuor loro (a motivo del dovere compiuto) non si sentivano propriamente tali; d’altra parte sconfiggerli era molto difficile.”

Il Cavallo Rosso” – 1° volume, pag. 418

“La sera del 18 gennaio 1943 la Tridentina (montanari lombardi) aveva lasciato la propria zona di radunata di Podgornoje. Appena piu’ a sud, il 19, s’era messa in marcia su un itinerario in qualche modo parallelo la Cuneense (montanari piemontesi) e piu’ a sud ancora la provatissima Iulia (montanari veneti e gli sparuti resti degli abruzzesi)………. In una temperatura oscillante tra i 25 e i 44 gradi sotto zero avrebbero, per aprirsi la strada, sostenuto innumerevoli combattimenti col nemico.”

Il Cavallo Rosso”,  2° volume, pag. 109

“Degli italiani (come dei romeni e degli ungheresi), i russi avevano di norma eliminato soltanto i feriti incapaci di camminare, a volte sparandogli subito (del battaglione Val Cismon della Julia ne avevano dopo la sua resa uccisi in tal modo quattrocento in pochi minuti), in altri casi raggruppandoli dentro edifici in rovina oppure all’aperto, e lasciandoveli, sotto scorta o no, senza dargli da mangiare né prestargli assistenza: il che, con quelle temperature, aveva comportato la morte di tutti quei feriti nel giro di pochi giorni. Gli altri, i sani e i feriti in grado di camminare, li avevano avviati a piedi verso zone di radunata al di là del Don. (Campi di concentramento di Miciurinsk, Tombov…….)

Erano state, queste, le terribili marce del “davai”, dal grido “davai! davai!” (avanti! avanti!) con cui le guardie incalzavano di continuo gli uomini esausti, inebetiti dalla fame, dalla stanchezza e dal freddo. Neanche a questi prigionieri era stato in genere distribuito da mangiare, se non per iniziativa di qualche comandante di colonna piu’ umano degli altri; di norma le guardie avevano anzi proibito alle contadine dei villaggi via via attraversati- ancora cristiane e pietose – di distribuire ai prigionieri del pane o qualche patata cotta, cosa che ogni tanto esse tentavano di fare.

Chi non resisteva e s’accasciava sulla pista privo di forze, veniva ucciso con un colpo alla testa (piu’ di raro il moribondo veniva abbandonato alla morte bianca per assideramento): e questi colpi, che rintronavano con frequenza in coda alle colonne, avevano costituito per i prigionieri un pungolo ancora piu’ acuto del grido incessante “davai, davai “. Tali spaventose marce erano durate da pochi giorni ad alcune settimane, a secondo della distanza che separava le zone di cattura da quelle di radunata oltre il Don, e ad esse avevano spesso fatto seguito bivacchi di giorni e giorni all’addiaccio sempre o quasi senza distribuzione di viveri – in attesa dei treni che avrebbero trasportato i prigionieri nei lager. Durante le marce del “davai”e nelle attese all’addiaccio, secondo valutazioni fatte in seguito dai prigionieri stessi, era morto intorno al quaranta per cento degli italiani autosufficienti.”

Armanda Fantoni

Le fotografie di Emilio Fantoni e della cerimonia di commemorazione sono di Armanda Fantoni

Per la compilazione del paragrafo ” La vita militare” ci si è avvalsi della consultazione del Foglio Matricolare conservato presso l’Archivio di Stato di Massa

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