IL FUOCO E I FALO’

L’Almanacco del 2009 non può che trovare il suo punto di partenza nella storia delle tradizioni di Pontremoli, con riferimento a due date ben precise, il 17 ed il 31 gennaio, rispettivamente dedicate alla festa di S. Antonio abate ed a S. Geminiano, da sempre costituenti le ricorrenze tra le più sentite nella storia cittadina.

Il 17 gennaio è la data della morte di S. Antonio abate, avvenuta nel 356, ad oltre 100 anni dalla sua nascita nel 250 d.C. a Qumans in Egitto.

S. Antonio abate è considerato il protettore degli animali domestici ed è solitamente raffigurato con accanto un maiale che reca al collo una campanella; tradizionalmente, in questa data (ad esempio, in Roma, sul sagrato di S. Pietro oppure, in provincia di Massa, al Santuario di Maria Ausiliatrice dei Quercioli) la Chiesa benedice le stalle e gli animali ponendoli sotto la protezione del santo.

La benedizione degli animali è una celebrazione antica e legata folcloristicamente al mondo rurale; è nata nel mondo pagano con l’esecuzione da parte dei contadini di una serie di rituali per ingraziarsi gli dei perché potessero permettere il regolare rinnovamento delle stagioni e la fecondità della terra ma, anche se rivisitata poi dalla cultura cristiana, è rimasta comunque connessa al lavoro agricolo.

Il maiale ed il fuoco sono due tra gli elementi identificativi del santo nell’iconografia ufficiale e ciò deriva da una precisa circostanza: nell’XI secolo il sepolcro del santo si trovava in Francia, a Motte-Saint-Didier, dove fu costruita una chiesa in suo onore; in questa chiesa confluiva, a venerarne le reliquie, una moltitudine di malati, soprattutto di ergotismo canceroso, causato dall’avvelenamento ad opera di un fungo presente nella segale, usata per fare il pane e, per ciò stesso, malattia molto diffusa.

Il morbo – conosciuto sin dall’antichità come ignis sacer, fuoco sacro, per il bruciore che provocava – è simile all’herpes zoster, causato dal virus varicella-zoster, che si riattiva nell’organismo in concomitanza con l’indebolimento delle difese immunitarie a causa dell’età o per altre patologie.

Al fine di ospitare tutti gli ammalati che giungevano, venne costruito un ospedale ed istituita una Confraternita di religiosi, l’antico Ordine ospedaliero degli “Antoniani”; da allora il villaggio prese il nome di Saint-Antoine di Viennois.

Data la rilevanza sociale e religiosa dell’istituzione, il Papa accordò loro il privilegio di allevare maiali per uso proprio ed a spese della comunità, per cui i porcellini, che portavano una campanella di riconoscimento, potevano circolare liberamente nelle strade della comunità.

Il loro grasso veniva usato per curare l’ergotismo, che venne chiamato “il male di S. Antonio” e poi “fuoco di S. Antonio”; per questo, nella religiosità popolare, il maiale cominciò ad essere associato al santo ed eremita egiziano. Per estensione, poi, egli fu considerato il santo patrono di tutti gli addetti alla lavorazione del maiale, vivo o macellato, nonché di tutti gli animali domestici e della stalla.

Nella sua iconografia compare anche il bastone degli eremiti a forma di T, la “tau”, ultima lettera dell’alfabeto ebraico e ciò comporta un’allusione alle cose ultime ed al destino; tau, in greco antico, è anche l’iniziale del termine Thauma, che può essere tradotto con “miracolo” o “meraviglia di fronte al prodigio”.

S. Antonio abate è anche il patrono di quanti lavorano con il fuoco, come i pompieri, perché guariva da quel fuoco metaforico che era l’herpes zoster, ma anche perché la leggenda popolare narra che S. Antonio, recatosi all’inferno per contendere l’anima di alcuni morti al diavolo, avrebbe acceso con il fuoco infernale il suo bastone, poi lo avrebbe portato fuori e donato all’umanità, accendendo una catasta di legna.

Da questa leggenda sarebbe derivata la tradizione popolare secondo la quale si usa accendere nei paesi, il giorno 17 gennaio, i falò di S. Antonio, che avevano anche una funzione purificatrice e fecondatrice, annunciando il passaggio dall’inverno ad una imminente primavera.

Per quanto riguarda S. Geminiano, sono molteplici gli elementi di collegamento tra i due Santi, uno dei quali può essere individuato nel potere per entrambi di scacciare i demoni dai corpi degli ossessi e di compiere altri prodigi; ad entrambi sono attribuiti poteri taumaturgici (come operatori di miracoli): S. Antonio abate era venerato in Oriente come grande esorcista e così lo era S. Geminiano in Occidente.

San Geminiano è vissuto nel IV sec. d.C. ed ha operato prevalentemente nella zona di Modena, città nella quale è nato (precisamente, in Cognento) nel 312 e nella quale è stato eretto sulla sua tomba il Duomo, a lui dedicato; è stato vescovo di Modena ed è morto in data 31 gennaio 397.

Alcuni esempi eclatanti del ruolo di protettore della città di Modena svolto da San Geminiano si rinvengono, in particolare, nella difesa delle mura cittadine nel 452, in occasione della discesa di Attila, il “Flagello di Dio”, quando stese un miracoloso manto di nebbia che coprì la città alla vista degli invasori; nel 900, in occasione di una invasione di Ungheri; nella notte tra il 17 ed il 18 febbraio 1511, quando apparve a Carlo D’Amboise che, a capo delle milizie francesi, minacciava la città.

La fama della potente intercessione del Santo crebbe e si estese ovunque ed il Duomo di Modena fu per secoli meta di pellegrinaggi da tutta l’Europa.

Il collegamento nel culto del Santo tra Modena e Pontremoli si rinviene proprio nel ruolo di taumaturgo e di protettore della città, svolto da San Geminiano: Modena fu salvata da una tremenda inondazione che fece straripare il Panaro e se ne attribuì il merito a San Geminiano; l’eco di tale intervento giunse a Pontremoli, dove regnava l’ansia per gli straripamenti del Magra e così gli abitanti decisero di mettersi sotto la protezione del Santo modenese, proclamandolo anche loro Patrono.

Nella tradizione popolare, in Pontremoli l’invocazione di preghiera a San Geminiano viene considerata, in modo particolare, efficace contro le malattie nervose.

Nella tradizione popolare, la festività di san Geminiano viene collegata ad una festa per invocare la sua potente intercessione presso Dio per le necessità spirituali e materiali di tutto il popolo, in una commistione tra il sacro ed il profano, fra la civile amministrazione e l’autorità di fede.

Il 31 gennaio, dopo la celebrazione della Messa in Duomo e solo allo scoccare del rintocco della campana, viene acceso sul greto del fiume Magra un grande falò, che si trova fatalmente a rivaleggiare con il falò acceso il 17 gennaio in contrada S. Nicolò ed in onore di S. Antonio abate.

La rivalità tra le due contrade si sostanzia attualmente nell’assistere al falò avversario e nell’inveire contro il Santo della diversa zona.

Mentre i sostenitori di S. Antonio abate – la cui statua è ospitata nella Chiesa di S. Nicolò – inneggiano al proprio santo e protettore (Lò lò lò, viva S. Nicolò, viva il Baticlano, abbasso S. Geminiano), i fedeli di S. Geminiano fanno un rumoroso contrappunto, rispondendo con le loro grida di scherno (Lò lò lò, abbasso S. Nicolò, abbasso il Baticlano, viva S. Geminiano): il Baticlano indica il quartiere in cui vi è la Chiesa di S. Nicolò.

Parzialmente diversa, invece, è la ricorrenza di S. Antonio abate in Filattiera, dove il falò viene acceso la sera del 16 gennaio e si conclude con la raccolta dei tizzoni, che vengono portati in casa come augurio di protezione e prosperità; il giorno dopo, il 17, si procede alla benedizione degli animali domestici.

Giulio Cesare Cipolletta, Il fuoco e i falò, tratto da Almanacco Pontremolese 2009, edito e curato da Centro Lunigianese di Studi Giuridici

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