LA COLTIVAZIONE DELLA CANAPA PER USO FAMIGLIARE NELLA LUNIGIANA DELL’OTTOCENTO

La coltivazione della canapa non è mai stata nel territorio lunigianese un vero e proprio mestiere ma piuttosto un’attività a carattere famigliare. La canapicoltura ha in Italia un lungo e glorioso passato che dagli ultimi decenni del XIX secolo ha imboccato una fase di declino culminato negli anni Settanta del Novecento, quando è scomparsa definitivamente dal nostro paese. Pratica lunga, difficile e faticosa, creava un legame profondo fra la terra, le piante e il contadino: “Tutti, proprio tutti erano coinvolti nel lavoro, nel periodo della canapa: uomini e donne, grandi e piccoli, vecchi e giovani. Lavori pesanti, lavori facili e difficili, brevi e lunghi.

Dall’alba al tramonto. Questa era la canapa: il nostro tormento, la nostra speranza”. Le parole di un vecchio contadino emiliano – regione vocata più di ogni altra alla canapicoltura – mettono molto bene in risalto le caratteristiche di questa attività: coralità e complessità e sempre, immancabile, la fatica. Ciò deriva da una peculiarità propria della canapicoltura che, a differenza di altre coltivazioni, non consiste solo nella fase agricola della preparazione del terreno, dalla semina al raccolto, ma anche in una serie lunga e complicata di operazioni per ottenere la fibra, per trasformare la fibra in filato e poi in tessuto. Si spiega così l’elevato fabbisogno di manodopera richiesto e il largo impiego di donne, non solo nelle ultime fasi della filatura e tessitura. La semina della canapa si effettuava entro il mese di marzo, proseguiva fra il 15 di luglio e la prima decade di agosto con il taglio delle canne, seguito dall’essiccatura e dalla battitura per l’eliminazione delle foglie. Affinché in caso di pioggia le canne non si bagnassero si impilavano poi in fasci conici a capanna dove l’acqua poteva scorrere, quindi con una mazza di legno si sbattevano gli steli su una panca inclinata per far emergere le vette, gli steli erano estratti in base alla  loro lunghezza, si selezionavano e si formavano le “mannelle” con lunghezza  e larghezza simili; si univano insieme due fasci di dieci mannelle l’uno, legati alle due estremità e al centro con canapa verde ammorbidita, si svettavano e si procedeva alla macerazione nell’acqua per neutralizzare le sostanze coloranti che trattenevano le fibre di canapa all’interno dello stelo legnoso (canapulo) staccandolo da esse. Con la gramolatura si staccava definitivamente il tiglio dalla parte legnosa della canapa.

L’interesse per la lavorazione domestica si focalizza nell’ultima fase della canapicoltura, il passaggio dal prodotto greggio al tessuto. Difatti, mentre nella coltivazione su larga scala la canapa a quel punto era portata negli opifici dove sarebbe avvenuta la lavorazione industriale, nel caso della coltivazione famigliare iniziava la lavorazione conclusiva, di assoluta competenza delle donne, occupate per buona parte dell’anno. Era questo il tempo della filatura, dell’orditura, della sbiancatura e della tessitura, operazioni che cominciavano a settembre e duravano per tutto l’inverno. Per questo, si svolgevano vicino al camino o nelle stalle, approfittando dell’umido tepore prodotto dai corpi degli animali, in un’occasione di socialità dove si riunivano donne di diverse famiglie.

Dalla filatura e tessitura della canapa si ricavavano lenzuola, tovagliati, asciugamani, federe, strofinacci da cucina e biancheria per uomo e donna. S’iniziava con la filatura eseguita a mano, con la rocca; ottenuto il filo, con l’arcolaio lo si riuniva in matasse, che erano poi immerse in acqua in cui era stata bollita della cenere di legna per l’imbiancatura della canapa greggia. Una volta sbiancata, si formavano le cannelle per l’ordito e la canapa era pronta per essere tessuta al telaio. La parte più pregiata della fibra era destinata a divenire tela mentre, con quella di minor valore, la stoppa, si producevano corde e spaghi.

Queste produzioni non erano eseguite dalle donne di casa ma da artigiani itineranti che lavoravano a giornata, passando da una casa all’altra, fabbricando le corde per il bucato, i legacci per tenere unita la canapa nella macerazione, per legare i sacchi, le bestie e per i più disparati usi.

Nel processo di coltivazione della canapa un discorso particolare meritano i maceri, le grandi vasche d’acqua ferma in cui si immergevano i mannelli, affondati con sassi di fiume, sia per l’importanza che hanno rivestito nella coltivazione sia per la particolarità paesaggistica che caratterizzava il panorama delle campagne. Il terreno più adatto per la costruzione di un macero doveva essere a forte composizione argillosa per una migliore tenuta dell’acqua e per una minore dispersione della stessa sul terreno. Le zone di maggior diffusione dei maceratoi corrispondevano ai terreni vallivi antichi, ossia degli specchi d’acqua formatisi ai margini dei fiumi dove la velocità delle acque era minore e si depositava così la leggera scaglia di argilla piuttosto che la pesante sabbia. L’acqua dei maceri doveva sfiorare la sommità delle sponde e rimaneva a questa altezza per tutto il tempo della maceratura. Dopo la macerazione le acque erano schiumose e puzzolenti per la fermentazione avvenuta ma nei mesi successivi, durante l’inverno, si depurava naturalmente per azione animale e batterica; il problema però era rappresentato dalle grandi quantità di materiale vegetale che si distaccava dalle bacchette di canapa poste in acqua e andava a depositarsi sul fondo per cui, nel giro di poco tempo, la interrava. Ogni due o tre anni, quindi, il maceratoio andava ripulito della melma verdastra e svuotato totalmente dell’acqua che veniva scaricata nei campi e nei fossi di scolo del fondo agricolo con duplice beneficio per lo spurgamento del concime, costituito dalle sedimentazioni. I maceri non erano mai svuotati prima della fine di ottobre e cioè ad acque ormai neutralizzate da tutti i componenti emananti cattivo odore. Le conseguenze della macerazione della canapa con lo sviluppo di miasmi era uno dei disagi più grossi e per lungo tempo la preoccupazione maggiore era che la fermentazione favorisse oltre che le febbri intermittenti e la malaria, anche la diffusione del colera. Molti decreti ottocenteschi arrivarono a stabilire quindi l’allontanamento dei maceri per la canapa dai contesti urbani, relegandoli in aperta campagna.

Nel crepuscolo dell’Ottocento la canapicoltura era ancora un pilastro importante dell’economia agraria italiana. La coltura si concentrava in Emilia-Romagna che da sola realizzava il 53,5 % della produzione nazionale, e in Campania, dove le province di Napoli e Caserta vantavano il 22,5% della produzione.

Contribuivano al totale, con apporti minori, il Veneto e il Piemonte. L’apporto delle altre regioni era praticamente insignificante, non sommando, complessivamente, che l’11,2%. L’Italia era, dopo la Russia, il secondo produttore e il secondo esportatore mondiale di fibra greggia di canapa e dei suoi derivati. In questo importante orizzonte economico e produttivo vi era chi produceva la canapa esclusivamente per autoconsumo, ed era il caso della Lunigiana. La canapa era in questo caso coltivata in piccoli appezzamenti per il fabbisogno domestico, soprattutto per tessere la biancheria per la dote, o per utilizzi nel lavoro agricolo. Non è comunque da sottovalutare l’importanza sociale rivestita dalla coltivazione anche quando i prodotti non prendevano la via dello scambio. La possibilità di autoprodurre canapa indicava lo stato sociale della famiglia contadina. Chi non aveva canapa, non aveva la terra e chi mancava della terra non aveva il pane. Ma paradossalmente, il fatto di disporre di grandi quantità di canapa da filare e tessere non simboleggiava sempre un elemento positivo; infatti questo sottintendeva spesso un nucleo familiare composto da molte donne da maritare, e molte figlie femmine, in un contesto rurale, erano un capitale improduttivo.

Non è difficile individuare oggi sul nostro territorio indizi della coltivazione della canapa, il suo ricordo si è fissato nella toponomastica: Canova, Canepari, Caniparola, Masero, sono alcune delle località che hanno mantenuto nel tempo le tracce di una coltura un tempo tanto importante.

Rossana Piccioli, La coltivazione della canapa per uso famigliare nella Lunigiana

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