LA ROMANIZZAZIONE DELLA LUNIGIANA

Il foro di Luni

Per la difficolta e vastità del tema, mi si vorrà scusare se la conversazione si manterrà su una linea di estrema epidermica superficialità, limitandomi quindi ad una premessa, ad una enunciazione dei vari problemi connessi romanizzazione anziché ad una vera e propria trattazione dell’argomento.

E prima di affrontare il problema principale, vediamo chi viveva nella nostra regione prima dell’arrivo dei Romani e quale fu il popolo o i popoli che le Legioni vinsero ed assimilarono alla loro civiltà.

Premetto che per Lunigiana intendo la regione storica, l’unica che possa portare questo nome, cioè l’antico territorio della diocesi di Luni che, come è noto, andava grosso modo da Pietrasanta a Framura e dal Gottero alla Pania di Corfino in Garfagnana.

Dalle fonti storiografiche piuttosto concordi possiamo ricavare che tutto il territorio in esame fu abitato dai Liguri; infatti i Romani alla loro conquista verso il litorale nord Tirrenico trovarono i Liguri Apuanı attorno a Pisa. Si trattava di una situazione demoterritoriale indubbiamente eccezionale, causata dalla totale capitolazione della potenza etrusca, sbaragliata a sud dalla vittoriosa azione dei Romani culminata nella battaglia di Sentino e a nord nella Padana, dalla progressiva e costante pressione esercitata dalla valanga celtica.

Era questa una situazione anormale così come anormale e momentanea dovette essere quella fugace penetrazione etrusca a nord dell’Arno attorno al VI-V secolo a. C. cioè al massimo splendore della civiltà etrusca e che vari secoli più tardi farà dire a Livio: “Ager Lunensis Etruscorum ante quam Ligurum fuerat”..

Sta di fatto che l’archeologia oggi demarca in maniera abbastanza visibile la linea di  divisione tra i due popoli secondo la direttrice che, grosso modo, va da Viareggio alla confluenza del Serchio con la Lima. Questa linea coincide anche col carattere fonetico dell’aspirazione tipica del toscano. Non è una linea netta e precisa perché indubbiamente l’agro lunense fu campo di una alterna vicenda non soltanto etnica ma soprattutto culturale e la superiore ci-toscano. Non è una linea netta e precisa perché indubbiamente l’agro lunense fu campo di una alterna vicenda non soltanto etnica ma soprattutto culturale e la superiore civiltà etrusca ebbe modo di penetrare nelle più incolte selvagge tribù liguri della Magra. Ciò è rivelato dalla scrittura sinistrorsa della stele di Zignago e dall’iscrizione di un vaso ligure di S. Remo che trova il suo riscontro nel l’onomastica funebre di Marzabotto.

Ciò premesso dovremo dire che per testimonianza della storiografia romana i Liguri più meridionali della costa tirrenica dovevano essere quegli Apuani che nel 193 a.C. strinsero d’assedio Pisa.

Se a Pisa si trovavano eccezionalmente, la loro sede normale e abituale non doveva allontanarsi molto dal massiccio delle Alpi Apuane, comprendente anche tutto l’alto corso del Serchio e parte della sponda sinistra della Magra e suoi affluenti.

Se la storiografia romana descrivente le campagne della conquista ligure è estremamente frammentaria, lacunosa ed ambigua nei riferimenti topografici, traccia della passata estensione territoriale degli Apuani può essere ritrovata nelle spie fonetiche delle <<cacuminali>> che, come è noto, oggi si accentuano dall’Avenza a Soraggio in Garfagnana e da Gragnola ad Isola Santa.

Gli Apuani confinavano a nord est e ad est con i Friniates che vivevano a cavallo dell’Appennino Tosco-modenese. Questi si trovarono un po’ a dover subire le stesse identiche vicende degli Apuani nei riguardi degli Etruschi prima, dei Galli poi ed infine dei Romani, sul duplice fronte della Padana e della Toscana.

A nord, gli Apuani confinavano con i « Velleites, che avevano il loro centro nell’Appennino Piacentino e che si stendevano territorialmente, attraverso i gioghi montani fino ai Tigulli. Venivano poi i Viturii che occupavano zona di Genova ed il suo entroterra, poi gli Ingauni il  cui centro Alba Ingaunum ha dato origine ad Albenga, poi ancora  gli Intemeli, che, con Albium Intemelium hanno dato origine all’odierna Ventimiglia e così via. Era questa la situazione etnica della Liguria quando  nel corso del III secolo a.C. cominciò a premere su di essa la forza espansiva che si irraggiava da Roma.

Ora io non mi dilungherò nella citazione delle varie ed oramai notissime, fasi delle guerre, né inseguirò sulla traccia di deboli omofonie se la località tale debba essere stata teatro della tale battaglia o della talaltra campagna. Solo molto raramente si può avere una certa sicurezza di identificazione di passi liviani con qualche zona della Liguria orientale e non si tratta di piccole singole località ma solo di vaste porzioni del nostro appennino e della nostra regione.

Quindi in linea di massima dovremo accettare con estrema diffidenza le identificazioni che qualche studioso locale, ogni tanto crede di fare con i vari toponimi locali.  Tranne le chiare citazioni dello Scoltenna per la zona dei Friniates, dell’Audena per l’Aulella, del Macra, l’odierno fiume Magra, altre identificazioni è difficile stabilire perché alla luce di una seria critica non si riesce a capire quale sia con esattezza il monte Balista, il Leto, il Suimontium. anche se facili omofonie possono essere tracciate con il monte Valestra, con il monte Leto della Versilla e con Bismantova dell’Appennino Reggiano.

Più difficile ancora, ad esempio, identificare il campo di battaglia ove, nel 186 fu sconfitto il console Quinto Marcio, anche se, stando a studiosi o pseudostudiosi locali. detto campo si dovrebbe sicuramente trovare in quattro o cinque diverse zone della Lunigiana.

Comunque basterà dire che i Romani combatterono i Liguri dopo la prima guerra punica e dopo la seconda. Nonostante la bufera dell’invasione punica che scardinò l’intera efficienza dell’esercito romano sembra che i presidii  legionari siano rimasti padroni di Pisa e del porto di Luni. e da queste due basi partono certamente nel 195, le campagne contro gli Apuani; campagne che con alterne fortune e spesso con rovinose fughe dei Romani, si conclusero soltanto verso il 180 quando i Consoli iniziarono la deportazione in massa delle popolazioni . Deportazione prima di 12.000 uomini, poi di 40.000 capifamiglia ed infine di altri 7.000 capifamiglia sfuggiti alle precedenti deportazioni e sistemati tutti nell’agro Sannita . Laggiù essi formarono una piccola, tenace oasi di isolamento etnico che, col nome di “Ligures Barbiani et Corneliani” cioè  dal nome dei consoli che operarono le deportazioni sopravviverà a lungo distinta nella denominazione e più ancora nell’ indole degli abitanti.

Il territorio così  spopolato comprendeva un vasto raggio di terreno nella valle del Serchio e nell’alta valle della Magra, che divenne « ager publicus populi Romani” e fu assegnato alla nuova colonia latina di Lucca, fondata nel 180 su terreno offerto dai Pisani.

Le proprietà del « Coloni lucenses » sostituivano l’elemento indigeno e si iniziava così la rapida trasformazione  dell’economia locale e lo sfruttamento intenso del suolo.

Tre anni dopo, nel 177, a Lucca fece seguito Luna, che però fu colonia romana, cioè formata interamente da cittadini romani (duemila, per l’esattezza) la quale ebbe per suo campo di espansione e di colonizzazione il territorio a settentrione e a ponente della nuova città.

Sul triangolo Pisa-Lucca-Luni si imperniò il saldo possesso romano di tutto il versante marittimo dell’Appennino orientale, aperto oramai ai traffici ed ai benefici della civiltà.

Un mosaico emerso negli scavi di Luni

Si ha notizia di una sola ultima ribellione apuana nel 155, domata da quel M. Claudio Marcello che meritò il trionfo ed una dedica di riconoscimento della città di Luni

Secondo Livio furono assegnati a ciascun colono cinquantun jugeri e mezzo (2400 mq.) di terreno, cioè tutto il terreno dato ai Romani doveva raggiungere l’estensione di circa 26.000 ettari. Probabilmente la cifra di 51 jugeri ci è giunta alterata, giacché si tratta di una quantità di ter-reno eccessiva.

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Ora io non mi dilungo a parlare di Luni, della sua storia, del suo miracoloso fiorire per l’industria dei marmi. del famoso vino lunense dei suoi formaggi e del suo decadere perché ormai sono nozioni queste molto note, divulgate da varie pubblicazioni uscite in questi ultimi anni.

Ritengo invece più opportuno parlare brevemente dei limiti della colonia romana di Luni e di cosa sappiamo della romanizzazione interna che si svolse nelle valli e nelle montagne.

Perché se la colonizzazione della pianura avvenne secondo quella centuriazione che, grosso modo i Romani praticavano ovunque deducessero una colonia. rimane invece del tutto oscura la prassi sia giuridica che pratica dell’insediamento nella montagna.

In realtà la colonia di Luni dovette avere una estensione territoriale molto limitata. Quella che oggi molti carrarini e massesi, con un ben singolare anacronismo chiamano “Lunigiana” cioè la valle della Magra da Aulla in sù, non ebbe certamente nulla a che fare con la colonia romana di Luni. Forse proprio perché i duemila coloni ebbero sufficiente area di espansione e di sfruttamento nei pingui terreni del piano, la colonia non dovette superare a nord il corso del Lucido dell’Aulella e quindi della Magra.

Mentre invece la colonia latina di Lucca, fatta non di Romani ma di Italici, ebbe una espansione a nord del tutto insospettata e giunse a confinare con la repubblica dei Veleiati nell’alta valle del Taro. Quindi dalla valle del Serchio i Lucensi si estendevano anche a tutto l’alto corso della Magra, valicando la dorsale appenninica nella zona Berceto.

Tutto questo fu reso possibile da una buona rete stradale che venne a migliorare le preesistenti piste preromane rendendo facili ed agevoli le comunicazioni terrestri transappenniniche, tra colonie, fra forapagi e vici.

Quest’opera rimase affidata all’inizio agli stessi presidi che avevano il compito di tenere le posizioni occupate e di allacciare i primi rapporti con gli indigeni e spesso erano gli stessi eserciti che dovevano ripercorrere il paese per recarsi più lontano, che, insensibilmente contribuivano a migliorare, di mano in mano che se ne presentava la necessità, i percorsi esistenti, adattandoli alle esigenze nuove che il loro passaggio creava.

Dove si costituivano le tappe e le stazioni di rifornimento e di pernottamento, cioè in generale, accanto ai preesistenti centri abitati accorrevano più numerosi gli indigeni ad intrecciarvi nuovi vantaggiosi rapporti e scambi economici. Là dove poi, nei centri maggiori, la presenza di un presidio stabile determinava contatti più frequenti tra l’ambiente indigeno ed i suoi dominatori, il passaggio di un esercito con tutto il seguito di servizi civili che l’accompagnavano, rappresentava un vero fiotto benefico di trasformazione.

Esauritosi con le campagne belliche il passaggio dei militari la situazione demoterritoriale della Lunigiana romana traspare nelle sue linee generali attraverso quella organizzazione di fera pagi e vici che sopravvive lungamente e tenacemente nelle giurisdizioni medioevali e nella successiva organizzazione cristiana.

Per fare un esempio molto evidente anche se non esattamente proprio, la colonia romana corrispondeva alla nostra attuale provincia e il pago al nostro attuale comune: nell’ambito del pago vi era poi la giurisdizione minore del vico che aveva anch’essa una sua precisa fisionomia giuridica.

 Al pago romano che, a sua volta, aveva sostituito un più antico “conciliabulum” ligure, subentrò, allo sfacelo degli ordinamenti romani la « plebs >> cristiana; così la diocesi subentrò alla colonia romana.

Se soltanto a Codiponte, nell’alta valle dell’Aulella, abbiamo il fortunatissimo ed eccezionale caso di possedere la precisa testimonianza toponomastica di coesistenza di un pago e di una pieve, ciò si dovette verificare nella grande maggioranza delle nostre pievi.

La loro posizione, piuttosto isolata, risponde quasi sempre a precisi criteri di centralità rispetto la dislocazione delle comunità pastorali e rispetto al passaggio delle vie di comunicazione. Per portare un esempio che molti amici conoscono molto bene, la pieve di S. Terenzo si trova sul fondovalle al centro fra le comunità di Pugliano e di Minucciano che sorgono sulle opposte colline e si trova sul solco della via che dall’alta valle del Serchio conduceva ai pagi di Codiponte, di Viano e quindi di Luni.

Ora, dalla configurazione demoterritoriale romana, quale traspare debolmente negli ordinamenti medioevali e soprattutto da due documenti epigrafici, le tombe di Velbia e la tavola di Polcevera, dovremo notare che la romanizzazione è stata un fenomeno di poderosa trasformazione economica ma che poco ha mutato l’essenza più intima dell’atavica organizzazione ligure. Tutte quelle forme di civile convivenza che preesistevano nelle varie comunità pastorali vengono codificate nella nuova legge e ciò che realmente muta e si impone con la forza è soltanto il progressivo sviluppo del latifondo che alcuni intraprendenti e saggi coloni vanno stendendo sulle colline e sulle montagne.

Sorgono così quei fondi prediali ove l’elemento romano subentra a molte proprietà comunitarie più redditizie e che anche oggi con le loro chiare indicazioni toponomastiche ci danno una misura molto orientativa della romanizzazione della Lunigiana.

Come Loro certamente sanno il proedium ereditario prendeva il nome dalla « gens” che lo deteneva ed il toponimo si fissava mediante la forma suffissale in – anu – che ebbe nel latino il preciso significato del possesso, dell’appartenenza.

Per fare qualche esempio Vezzano sarà il chiaro ricordo di quella “gens Vettia” che fu ampiamente documentata a Luni. Così Luscignano dalla “gens Lucinia”, mentre Luscigliano o Luciliano della “gens Lucilia” ecc. I rarissimi esempi in -ago, tipo Colegnago o Turlago denunciano lo stesso identico processo in un’area che ha subito un influsso celtico. Questi esiti, infatti, assieme a quelli in “ate” tipo Trecate, etc. sono frequentissimi nella padana e nella Gallia vera e propria.

Secondo un primo sommario spoglio emerso da uno studio sulla toponomastica fondiaria romana della Lunigiana, che da anni sto conducendo, i fondi che denunziano una sicura origine romana o, tanto meno, un sicuro processo di romanizzazione, assommano a molte centinaia Essi mostrano una concentrazione più accentuata nella Lunigiana orientale con massime punte nell’alta valle dell’Aulella e l’alta val di Serchio.

I riferimenti fra questi fondi e l’onomastica documentata nelle colonie di Luni e di Lucca sono modestissimi. mentre sono sorprendenti, con i nomina documentari a Veleia. Sembra dunque poter assodare che molti dei feudi siti in Lunigiana erano di proprietà dei latifondisti veleiati. Basterà solo dire che quasi tutti i paesi che sorgono sulla testata del Serchio e dell’Aulella sono documentati a Veleia e che tali riferimenti più o meno costanti raggiungono Gallicano nella valle del Serchio.

Evidentemente duemila anni fa le condizioni economiche, sociali ed i flussi delle correnti commerciali erano dettati e condizionati da fattori così diversi ed estranei ai nostri, da rimanerci oggi di difficile comprensione. Ciò dipende soprattutto dalla radicale trasformazione  che molti concetti subirono dall’epoca romana al medioevo o anche solo alla tarda romanità, per non parlare, naturalmente, dell’evo moderno e contemporaneo.

Evidentemente dall’Appennino Piacentino a Lucca doveva esistere un comodo solco stradale di grande importanza che collegava, attraverso il valico del Bratello, le valli di Magra e del Serchio. Il maggiore dinamismo della colonia lucense che risale territorialmente lungo detta strada, e quello dei Velleiati che l’analoga strada discendono per organizzare le loro proprietà nei piccoli e talvolta modestissimi vici della Lunigiana e della Garfagnana, si deve forse al maggiore adattamento di quel sostrato di origine italico-ligure che formava le due colonie di Lucca e di Velleia. In quest’ultima infatti i « nomina gentium”, oltre a quelli comuni a gran parte del mondo romano, hanno qualche volta delle chiare origini liguri.

D’altra parte dovremo ancora dire che la Tavola di Veleia riflette e rispecchia una situazione esistente all’epoca di Traiano quando cioè già tutti gli italici hanno da lungo tempo la cittadinanza romana e quando già nella proprietà agricola si stava sviluppando quella crisi, per molti caratteri non molto diversa da quella odierna, della totale mancanza di mano d’opera.

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Purtroppo, come Lor Signori vedono, io mi limito soltanto ad accennare ad una serie di problemi che meriterebbero essi soli, ciascuno per conto suo, trattazioni ben più accurate ed approfondite. Specialmente quando si incontrano dei fenomeni sociali ed economici che « mutatis mutandis”, hanno dei riferimenti cosi vivi e pertinenti alla vita di oggi, e che, in qualche modo, potrebbero aiutarci a capire meglio quelle ricorrenti situazioni che a noi, po veri protagonisti del momento presente, sembrano tanto nuove ed insuperabili ma che, in realtà, sono vecchie ed antiche come vecchia ed antica è la stessa umanità.

Da molti elementi indicativi possiamo ritenere che il “fondo”  romano “tipo” avesse l’estensione di un attuale podere di montagna di media grandezza, costituito per circa due terzi da bosco.

Quando infatti leggiamo, nella tavola di Veleio, il binomio” saltus praediaque” abbiamo una chiara visione quasi fotografica,della  nostra terra, ove i campi del fondo appaiono come piccole isole circondate dal grande mare verde dei boschi. Questi erano ancora in gran parte costituiti, nell’attuale fascia del castanetum e del fagetum, da imponenti boschi di abete bianco. Soltanto nel tardo impero si sta sistematicamente diffondendo quella coltura del castagno che porterà alla quasi totale distruzione delle abetaie al di sotto dei mille metri.

Un pianta che sembra essere stata particolarmente diffusa dai Romani è la vite. Uno studioso di qualche anno fa, che era anche un bello spirito, disse che i Romani non si insediavano là dove la vite non aveva possibilità di vivere.

L’osservazione non è esatta ma risponde in parte ad un dato di fatto. Non e affatto vero che la vite sia stata portata nella nostra zona dai Romani, secondo quanto è stato affermato, poiché essa, allo stato naturale viveva già da epoca immemorabile, ma è molto probabile che essi ne abbiano intensificata e diffusa la coltura. Semi di “vitis vinifera” infatti si sono trovati nelle torbe epiglaciali del lago di Massaciuccoli.

Le colture cerealicole (molto elementari) si praticavano ancora con l’uso del “debbio” che faceva parte di un costume agricolo tipicamente ligure, che è sopravvissuto ancora nella nostra montagna fino agli inizi di questo secolo. Certamente in questo campo i Romani hanno portato quei primi metodi colturali che ci sono ampiamente descritti da Plinio e da Virgilio e che erano invece del tutto ignoti ai Liguri.

Ora, per non abusare più della Loro cortese attenzione. vorrei concludere accennando ancora alle ragioni che hanno portato ad un cambiamento così radicale dei limiti delle colonie romane e latine di Luna e Veleia, fino a giungere alla costituzione di quella giurisdizione diocesana che rappresenta oggi il territorio della Lunigiana.

Già nel tardo impero, sotto la minaccia delle prime invasioni barbariche, si hanno nell’Italia settentrionale dei sensibili cambiamenti giurisdizionali causati dalla necessita di creare nuovi presidi difensivi che ripropongono, con mutati intendimenti, sia tattici che strategici, situazioni per un certo verso analoghe al periodo anteriore alla “Pax Augustea”.

Se nella marcia verso il Nord Italia i Romani nel III, nel II secolo avanti Cristo avevano necessariamente tenuto una politica ed una tattica eminentemente offensiva, di dinamica penetrazione, ora ripiegano in una condotta di sistematica difesa, dello sbarramento stradale della difesa fissa a caposaldo, come diremmo oggi, che genera una serie di “castrum” permanenti generatori poi, in molti casi di paesi e borgate, per i quali viene poi naturale il passaggio semantico da “castrum” per “castellum” al castello medioevale.

Se molto oscuri sono gli avvenimenti di questi drammaticissimi tempi, qualche sommaria notizia possiamo costruire per il periodo bizantino che, a mio avviso, è stato il lasso di tempo che ha generato le premesse della giurisdizione territoriale della diocesi di Luni, quindi della Lunigiana. Come mai infatti, ad un certo punto, troviamo la diocesi di Lucca arrestata nella Val di Serchio nella zona di Castelnuovo e la diocesi di Luni che si estende in quel territorio a lei tanto estraneo?

Se le diocesi si sono sovrapposte agli antichi territori coloniali romani, quella di Lucca doveva arrivare alla Valle del Taro e quella di Luni non doveva oltrepassare Aulla.

Evidentemente sono avvenute delle trasformazioni tanto radicali che hanno completamente cambiato gli antichi ordinamenti circoscrizionali, e quelli più decisivi devono essere individuati certamente nello stato di lunga, permanente guerra fra Bizantini e Longobardi anteriormente alla famosa incursione di Rotari.

Come è noto precedentemente il crollo definitivo della potenza bizantina in Italia, la Liguria rimase un’isola di tenace difesa contro la valanga longobarda, che dopo aver conquistato la pianura padana, dilagò in Toscana. In questo periodo i Bizantini, ricostituendo forse un sistema limitaneo già usato dai Romani nelle precedenti invasioni barbariche, riuscirono a bloccare i passi appenninici e a resistere lungamente con un sistema di fortificazioni che chiudeva le valli di accesso, sia nel versante emiliano che in quello marittimo.

Per citare alcune di queste fortezze, quali ci sono tra mandate da Giorgio Ciprio, esse andavano dal “Castrum Verrabulum” e dal “Kastrom Bisimanton» nell’Appennino modenese e reggiano, a Piazza al Serchio Torre Nocciola sopra Licciana e a Filattiera, che nel suo chiaro nome greco ha mantenuto il ricordo di “una torre di guardia».

Quando però i Longobardi, valicato l’Appennino ai passi pistoiesi dilagarono in Toscana, i Bizantini della « Maritima» (così si chiamava allora la nostra regione) furono costretti a rovesciare il fronte e costruire il Castelnuovo Garfagnana ( “nuovo” rispetto l’« antico » che era quello di Piazza al Serchio), ed il Kastrum Uffi, in Versilia.

Perciò in questo periodo, quella linea di confine che avevamo già visto tra Liguri ed Etruschi, che vi era stata fra Goti e Romani, ritornò ancora una volta in piena efficenza e divise il territorio dell’antica colonia di Lucca in due tronconi distinti e separati.

E poichè proprio in questo periodo. dalle lettere di San Gregorio Magno al Vescovo di Luni, apprendiamo dell’intensa opera di evangelizzazione esercitata dagli stessi militari bizantini, è logico pensare che il Vescovo di Luni abbia avuto la cura spirituale di tutto quel territorio che fu già Lucense, ma che ora era interdetto al Vescovo di Lucca per la presenza del fronte.

Così, da Luni e da Portovenere, sulle strade di arroccamento che portavano i rifornimenti ai militari e che anche oggi sono documentate con voci tipicamente greche, quali <<baselica», «bandon», ecc. ecc. il Vescovo di Luni estese quel suo saldo potere spirituale che fu la premessa del successivo potere comitale e tale rimase anche nei successivi ordinamenti. Ma mentre il potere comitale verrà fieramente contrastato dalla nobiltà imperiale e ridotto a breve zona quello spirituale rimase fino ai tempi moderni, anche se è stato poi smembrato nelle due diocesi di Massa e di Pontremoli.

Augusto C. Ambrosi, La romanizzazione della Lunigiana, in Voci di Val di Magra, Miscellanea Storica e Folkloristica, 1969

Relazione svolta il 9 settembre 1964 ad una riunione del Rotary Club di Carrara Massa

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