STORIA DI FAMIGLIE, STORIA DI COMUNITA’ E “MITO” DELLE ORIGINI: LA FAMIGLIA DOSI A PONTREMOLI

Villa Dosi a Pontremoli

Ormai da molti anni, l’indagine prosopografica incentrata sulla ricostruzione di famiglie, lignaggi e parentele si muove sull’onda del sempre maggiore spazio occupato dalle scienze sociali e dall’antropologia nell’ambito delle discipline storiche. Molte delle ricerche e dei contributi dedicati al tema della famiglia che hanno in tempi recenti visto la luce da queste nuove istanze di ricerca si sono trovati spesso a confronto con la mole, a volte molto ampia, dei lavori condotti da generazioni di genealogisti susseguitesi nel corso dei secoli precedenti al nostro. Oggi finalità, esigenze e metodi di indagine differiscono profondamente da quelli che avevano ispirato almeno una parte dei redattori delle genealogie con le quali il ricercatore odierno deve comunque fare i conti, costretto a ripercorrerle alla luce di una critica filologica necessariamente scevra, nell’erudito lavoro di ricostruzione, da tesi preconcette (1).

Non è qui il luogo per entrare nel merito specifico dei problemi di carattere epistemologico intorno al pur ampio dibattito sviluppandosi negli ultimi decenni da queste tematiche. Ciò che mi preme mettere in rilievo, esemplificandone un caso concreto, è l’importanza che, nell’ambito del lavoro genealogico, rivestì quello che, per brevità, definirò come il mito delle origini»: la ricerca, talvolta ossessiva, del momento, del luogo e dell’individuo dal quale si sviluppò nel tempo una famiglia o un ramo di essa. È agevole notare come l’opera di ricostruzione del lignaggio fosse spesso influenzata dall’accertamento di “tesi» precostituite e, in tal senso, potremmo passare in rassegna le innumerevoli discendenze da Carlo Magno, da Federico Barbarossa elaborate senza che vi fosse una reale giustificazione documentaria allo scopo di «nobilitare e dare supporto di continuità sacrale a famiglie caratterizzate dall’esercizio di poteri feudali ma dalla origine talvolta oscura. La ricerca di nobili ascendenti ebbe una nuova ed importante impennata durante i momenti di involuzione aristocratica, di chiusura delle strutture di potere verso il basso e nel periodo che va comunemente sotto il nome di «rifeudalizzazione». Molto spesso si trattava di dare giustificazione ideale al dominio di una famiglia su territori di antica origine feudale: nuovi «signori giunti, però, attraverso l’esercizio di arti e mercature cui poteva non essere sufficiente un’alleanza matrimoniale con antiche famiglie nobiliari. In forma molto diversa si ripeteva quanto era accaduto durante il periodo basso-medievale, quando ricchi «burgenses» si erano sforzati di trovare un antenato il cui nome fosse legato alle glorie cittadine dei primordi comunali. Nobile o civile che fosse, il momento che segnava il punto di arrivo nella ricerca di ascendenti coincideva con quello che la coscienza popolare faceva appunto corrispondere a quello delle «origines». Tale ricerca «a ritroso» fu costantemente impregnata da un forte sapore ideologico: basti pensare ai santi o ai personaggi in odor di santità che molte famiglie cercarono di annoverare nelle proprie fila o nella storia familiare. Il tentativo andava almeno in due direzioni: associare il nome della famiglia al Pantheon della gloria comunitativa, riscattare un’origine di natura non nobiliare. A ben vedere e mi limito qui ad un solo esempio ogni città comunale dell’Italia centro-settentrionale ebbe un suo figlio che primo fra tutti scavalcò le mura di Gerusalemme nel corso della prima crociata e ben di rado si trattò di un nome ignoto.

Con l’evoluzione della pratica genealogistica ed araldica gli abusi che avevano caratterizzato buona parte del periodo medievale cominciarono a diminuire sensibilmente ma, proprio alla fine dell’età moderna, almeno nell’area italiana che era stata culla della “libertas» comunale, fini per crescere il mito di un Medioevo verso il quale, a torto o a ragione, si fece ritorno alla ricerca di radici che non potevano vantare un terreno imperiale, marchionale o ducale. Il periodo tornò ad essere più che mai una sorta di termine ultimo, nella percezione dei tempi storici, all’interno del quale la comunità si era affrancata, formata ed organizzata e proprio di quella comunità si doveva far parte (per discendenza familiare), fin dal suo divenire, associando così il nome della propria stirpe a quelli che già popolavano quel mito delle origini» cui facevo prima riferimento. È interessante, però notare come questo sforzo di storicizzazione nel lungo periodo spesso evitasse le cesure estranianti del fenomeno di immigrazione-inurbamento che tanta parte aveva avuto nella formazione delle strutture urbane e statali nel corso dei circa due secoli precedenti la crisi di metà Trecento. Del resto, poteva essere del tutto ovvio evitare di fare i conti con la memoria del rifiuto che ogni ondata di nuovi <cives>> importati dall’esterno –  un fenomeno comune quasi ad ogni secolo e ad ogni luogo-  aveva dovuto e dovette subire da parte di coloro che appartenevano al flusso precedente: il disprezzo dantesco contro i «villani” che il poeta aveva visto affluire nella sua città non fu e non sarebbe rimasta un’eccezione. Il momento dell’integrazione totale nell’ambito della nuova comunità passava dunque, in tempi molto lunghi, anche attraverso l’obliterazione dell’evento congiunturale corrispondente all’arrivo dall’esterno: la famiglia, in altre parole, aveva fatto parte «da sempre» di quella comunità e non di altre. Tenendo conto del relativo momento di crisi che accompagnava un nucleo familiare nel momento di transizione dall’esterno all’interno di una comunità, l’indagine intorno a questo tema specifico viene ad assumere un’importanza rilevante nel più ampio contesto della ricerca storica sul tessuto sociale ed economico di un centro sia che essa si muova da istanze istituzionali e politiche che legate alla storia della famiglia. In questo senso, non sono importanti soltanto le motivazioni legate all’emigrazione di uno o più gruppi familiari, ma lo divengono anche le strategie messe in atto da un gruppo familiare o da un solo individuo allo scopo di ottenere la propria integrazione all’interno della nuova comunità insieme ad un progresso economico, sociale e politico.

Vorrei qui prendere in esame uno dei «casi» in cui è possi-bile imbattersi nel corso di indagini di carattere prosopografico condotte in maniera sistematica e diacronica sulla società di un centro di medie dimensioni, come Pontremoli. La vicenda della famiglia Dosi, ripercorsa con l’ausilio di una messe di documentazione in larga parte finora inedita e messa a confronto con quanto finora era possibile desumere attraverso il lavoro di alcuni genealogisti, credo possa ben delineare alcuni dei problemi di carattere metodologico cui prima accennavo.

Diverse genealogie conservate nell’archivio privato della famiglia (2) sembrano comprovare la presenza in Pontremoli di un Nicolò (Dosi) sin dalla fine del XV secolo. Questi, tenente della guarnigione sforzesca, si sarebbe sposato con la nobildonna parmense Lucrezia Scoffoni (3). In realtà, un esame accurato delle fonti superstiti, sia di natura civile quanto ecclesiastica non permette alcuna illazione intorno al presunto collegamento tra il nome di Nicolò e quello della famiglia Dosi. D’altra parte, tutti coloro che hanno avuto modo di accostarsi alla storia di questa famiglia: dallo Sforza, al Ferrari, al Campi, al Giuliani fino allo Zucchi-Castellini, non sembrano che confermare tale perplessità. Una riprova ulteriore è possibile averla da una serie di testimonianze cui val la pena dare almeno un accenno. Infatti, non solo i registri contenenti i verbali dei Consigli della comunità (dalla fine XV secolo) (4) tacciono il nome della famiglia, ma lo stesso silenzio sembra caratterizzare anche le imbreviature di notai che avevano svolto la propria attività in ambito pontremolese durante lo stesso arco cronologico compreso tra la fine del Quattrocento e l’inizio del terzo decennio del secolo successivo (5). I Dosi, per finire, sono assenti anche dai registri contenenti l’estimo pontremolese dell’anno 1508 (6) cosi come dai registri parrocchiali contenenti le registrazioni dei battesimi che, almeno per la parrocchia di Santa Cristina di Pontremoli hanno inizio dal 1525 (7) Nessuna traccia, dunque, intorno a quel Nicolò ipotizzato nel centro alla fine del XV secolo. Eppure, pur se la testimonianza era stata inserita nel contesto erroneo della dominazione dei Farnese (8), negli anni Trenta di questo secolo, il Drei faceva riferimento ad un Guglielmo (Dosi) che nel secolo XVI si trasportò  a Pontremoli come comandante del presidio farnese di quel castello (9). Prescindendo, però, dalla svista sul dominio dei Farnese, l’ipotesi del Drei intorno alle origini pontremolesi della famiglia, anche alla luce della documentazione fin qui evocata, risulta la più fondata. I Dosi compaiono infatti nelle testimonianze prodotte in sede locale proprio intorno alla seconda metà del XVI secolo e, più precisamente, a partire dall’investitura del ducato di Milano e del Regno di Napoli da parte dell’imperatore Carlo V al figlio Filippo II, re di Spagna successiva all’abdicazione del padre (1555). Guglielmo Dosi che le genealogie prodotte successivamente dalla famiglia risulta come figlio del Nicolò quattrocentesco, in realtà sarebbe giunto al seguito di Aloisio Corbuda quando questi, per il nuovo sovrano, giunse a Pontremoli per prendere possesso del centro e della sua giurisdizione in nome del Regno di Spagna. L’ipotesi è suffragata da alcuni significativi indizi cui vorrei brevemente accennare.

Proprio nel marzo del 1556, con un atto rogato a Pontremoli «in castro Cazaguerre” (10), Apollonia già vedova e madre di Guglielmo Dosi, dava procura al figlio perché questi entrasse in possesso di un appezzamento di terra ubicato nel territorio di Belgioiso (11) la località di origine, poco distante da Pavia lungo la strada di Cremona dove la famiglia o una parte di essa doveva essersi trasferita (12). Questa prima testimonianza di ambito pontremolese permette alcune osservazioni: anzitutto il padre di Guglielmo veniva definito come «Battista Dosij de Belzioso” e non come Nicolò, contrariamente alla versione genealogica familiare (13). Almeno a quella data la famiglia continuava ad avere ed amministrare proprietà nel luogo di origine. Se questo può essere interpretato come un probabile indizio di un legame ancora vivo ed operante con il luogo di provenienza, l’ipotesi in tal senso è corroborata da almeno altri due elementi. Guglielmo a quella data era infatti castellano di Cacciaguerra (ufficio affidato ad individui estranei alla comunità) mentre la madre veniva definita nell’atto come “habitatrix ad presens [4 marzo 1555]» (residente) e non «de Pontremulo “(14). La distinzione nella determinazione toponimica è tutt’altro che casuale e, da altre testimonianze coeve, risulta strettamente legata da un punto di vista fiscale e giuridico alla struttura politico-amministrativa pontremolese (15). Alla luce di questa testimonianza, la presenza dei due Dosi nel centro lunigianese, in altre parole, nel marzo del 1555 pare abbastanza recente. L’interrogativo che nasce da questa prima constatazione, alla luce di quanto sarebbe poi accaduto, concerne le motivazioni che portarono Guglielmo alla decisione di fermarsi a Pontremoli, anche dopo la fine del suo ufficio di castellaneria che dovette prolungare se nel 1559, ancora in qualità di castellano, integrava la propria paga (16) con un altro salario percepito dal Comune «pro moderatione horologij» (17).

Nello stesso periodo, gli introiti di Guglielmo cominciarono a pervenire anche da attività diverse da quelle legate alla carica militare: è del 1566 la testimonianza intorno alla tessitura di lino svolta probabilmente dalla moglie (18) ad allo stesso periodo si riferiscono dei contratti con i quali Guglielmo risultava prendere in appalto il vettovagliamento delle truppe di passaggio (19). Non mi è stato possibile reperire testimonianze intorno alla prima coniuge di Guglielmo che ipotizzerei non essere pontremolese (20), fattore che dovette costituire un freno rispetto alla normativa per l’ottenimento della “ cittadinanza» a pieno titolo. Non a caso, ancora nel luglio del 1574, Guglielmo figlio di Battista «Dosij de Belzoioso” continuava ad essere definito come «habitator Pontremuli» (21). Il primo, sicuro, passo in avanti nel processo di integrazione della famiglia in seno alla nuova comunità può essere individuato nel matrimonio contratto l’11 agosto del 1585 tra Battista, figlio di Guglielmo, ancora definito come cremonese e «habitatore in Pontremoli” e Lucrezia figlia di Michelino Costa (22). Nel 1588 un altro avvenimento interno alla famiglia, dopo il matrimonio con una pontremolese, sanciva la definitiva inserzione nel contesto della comunità, anche se Battista sarebbe rimasto a lungo un «habitator» del centro (23). Battista acquistava la propria casa di abitazione proprio nel cuore di Pontremoli, “in Piazza di sotto – come recita l’atto notarile –  iuxta castrum Cazaguerre», pagandola la ragguardevole somma di settanta scudi d’oro (24).

In maniera significativa il figlio di Guglielmo imponeva fisicamente sulla piazza ove doveva esercitare anche un’attività commerciale (25) il prestigio sociale ed economico acquisito tramite il matrimonio con Lucrezia Costa, la cui dote era probabilmente confluita nella somma spesa per la nuova dimora (26) ma, altrettanto eloquente mi pare la vicinanza del castello di Cacciaguerra, prima tappa dell’arrivo in Pontremoli della famiglia che, ancora per qualche decennio da questi avvenimenti veniva non casualmente caratterizzata dalla dizione di «Dosi de Castello» (27).

Dalla unione tra Battista Dosi e Lucrezia Costa, nel giugno del 1586 nasceva Carlo, che fu battezzato nella parrocchia di San Colombano (28). Carlo fu il vero artefice della fortuna pontremolese della famiglia come si può evincere da una scorsa anche rapida al volume dei beni immobili denunciati nell’estimo del 1635 (29). Resta evidente che, nonostante il progressivo e fortunato inserimento dei Dosi all’interno della comunità pontremolese, i legami con l’area di origine continuarono a persistere. Nel 1609, Battista era a Cremona ed istituiva un procuratore per curare i suoi interessi a Piacenza (30). Il legame non si interruppe con la morte di Battista: non a caso, ad esempio, proprio un cremonese, Antonio Levero, era tra i padrini di Giobatta di Carlo di Battista Belziosi nel settembre del 1611 (31). Lentamente la famiglia assunse tutte le caratteristiche di quelle pontremolesi perdendo, ad esempio, ogni appellativo che potesse ricordare l’origine esterna e meritando a pieno titolo, con Nicolò di Carlo (32), nel 1647, l’accesso al consiglio generale della comunità (33).

Sessant’anni dopo l’acquisto della prima abitazione in Pontremoli da parte di un membro della famiglia, il cerchio si era chiuso in maniera brillante ed il discendente di Guglielmo sedeva ora nell’assemblea, in mezzo ai pronipoti di coloro che, quasi un secolo prima, avevano reclutato e pagato quel castellano di Cacciaguerra giunto dalla pianura lombarda.

MAURO BERTOCCHI, Storia di famiglie, storia di comunità e “mito” delle origini: La famiglia Dosi di Pontremoli, in Studi di Storia Pontremolese, Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi, Sezione di Pontremoli, 1990

(1) Per un inquadramento sul problema si veda il volume collettivo Le modèle familial européen. Normes, déviances, contrôle du pouvoir, Ecole française de Rome, Palais Fanèse, 1986.

(2) Attualmente presso la Villa dei Chiosi. Sul fabbricato si veda P. BOLO GNA, Artisti e cose d’arte pontremolesi, Firenze, Carnesecchi e figli, 1898; pp. 89-90; G. SFORZA, Memorie e documenti per servire alla storia di Pontremoli, Firenze, Franceschini, 1904; pp. 8 e 56; P. FERRARI, La chiesa e il convento di S. Francesco di Pontremoli, Pontremoli, Rossetti, 1926; pp. 493-494. Nel luogo ove sorse la Villa, già iniziata nella prima metà del secolo XVII, doveva essere già presente un edificio a destinazione rurale. Cfr. quanto venne registrato nell’estimo del 1635 nelle proprietà di Carlo Dosi nella località dei Chiosi “terra campiva, arborata, vidata, prativa, olivata, vineata, ortiva cum domo intus» [Archivio di Stato di Massa, Sezione di Pontremoli (d’ora in poi: A.S.Po.) Estimi, 36, (1635), c. 95 v. 96 v.]

(3) Cfr. G. Sitti, Parma nel nome delle sue strade, Parma, Fresching, 1929 dove viene appunto fatto riferimento, senza giustificazioni documentarie, ad un Nicolò Dosi giunto a Pontremoli nel 1498 come tenente della guarnigione sforzesca.

(4) A.S.Po., Libri del consiglio della Comunità.

(5) A.S.Po., Notarile, imbreviature di: Girolamo di fu Antonio Belmesseri, Jacopo Belmesseri, Carlo Enrighini, Alberico Enrighini, Francesco Trincadini, Francesco Reghini, Francsco di fu Simone Camisani, Federico Uggeri, Pietro Belmesseri, Iacopo Seratti, Simone Belmesseri, Galeazzo Belmesseri, Gio. Maria Ferrari.

(6) A.S.Po., Estimi, 1, passim.

(7) In anticipo rispetto alle disposizioni del Concilio tridentino (XXIV e penultima sessione dell’ 11 novembre 1563).

(8) Enciclopedia storico-nobiliare italiana. Famiglie nobili e titolate viventi riconosciute dal R. Governo d’Italia. Compresi: città, comunità, mense vescovili, abazie, parrocchie ed enti morali e titolati riconosciuti, a cura di Vittorio Spreti, Milano. Ed. Unione Tipografica, 1928 (ris.an., Forni, Bologna, 1969); vol. II, pp. 633 sgg. sub voce: Dosi-Delfini, curata da Giovanni Drei.

Il Drei (1881-1950) fu archivista, docente in paleografia e poi direttore dell’Archivio di Stato di Parma (efr. Bibliografia Generale delle Antiche Province Parmensi, a cura di P. Felice da Mareto; I, Autori, Parma, Deputazione di Sto-ria Patria, 1975; pp. 206-208.

(9) Cfr. supra, nota 8

(10) Sul castello di Cacciaguerra, cfr. P. BOLOGNA, Artisti e cose d’arte e di storia pontremolese, Firenze, Carnesecchi, 1878 (ris.an. Bologna, Forni); pp. 23-26.

(11) L’atto di procura fatto redigere “in castro Cazagueres” alla presenza di Giulio Armani e Scipione Maraffi, pontremolesi, da Apollonia, “uxor quodam Bap tiste Dosij de Belzioso, habitatrix ad presentem Pontremulo” con il quale dava incarico al figlio Guglielmo di entrare in possesso di un appezzamento di terra ubicato in” pertinentiis Belziosi, loco dicto alla Vigna acanto al Pezano” (A.S.Po, Notarile, ser Ercole belmesseri, alla data 4 marzo 1556, s.c.).

(12) È infatti probabile che a quella data i Dosi si fossero già trasferiti in Cremona. Poche sono le testimonianze legate alla loro presenza in loco: si veda, ad esempio, il riferimento ad un «Dominus Baptista de Dusibus testimone ad un battesimo, nel registro dei battesimi comprendente l’anno 1586 (e. 5r) conservato presso l’Archivio parrocchiale di Belgioioso. Il documento mi è stato gentilmente segnalato dalla Dott.ssa Rosella Callegari che colgo l’occasione per ringraziare. Riferimenti alla storia delle famiglie ed alle vicende politiche di Belgioioso (Pavia) in G. BASCAPE, Belgioioso, Pavia, 1981; in part. pp. 31-33.

(13) Per circa un secolo il toponimo di origine venne mantenuto nella cognomizzazione della famiglia «Dosi Belgioiosi». Il nome di Nicolò risulta comunque ricorrente nell’onomastica propria ai Dosi (cfr. i riferimenti alle note successive).

(14) Ricordo, a titolo di curiosità, che il nome di Apollonia sembra riecheggiare in alcuni appezzamenti di terreno sui quali venne probabilmente costruita la seicentesca villa dei Chiosi caratterizzati dal toponimo “in Polonia”, tenendo presente che confrontando la facies toponomastica di alcune aree del pontremolese desunta dalle fonti estimali degli inizi del XVI secolo con quella attuale, si può riscontrare, oltre ad elevati gradi di persistenza, un’ampia presenza di micro-toponimi desunti da cognomizzazioni di famiglie o da singoli individui legati alla struttura della proprietà.

(15) Devo queste precisazioni a Paolo Pirillo che sta conducendo una indagine sulla società pontremolese in Età moderna per la realizzazione di un progetto di ricerca del Dipartimento di Storia dell’Istituto Universitario Europeo.

(16) Dopo quelli del Podestà, del Castellano del Piagnaro e del castellano della fortezza di Castelnuovo, lo stipendio di Lire 86 e soldi 8 del castellano di Cacciaguerra (cfr. infra, nota 21) rappresentava il quarto in ordine di grandezza, nel novero complessivo degli emolumenti corrisposti dal Comune (A.S.Po., Libri del-le Bollette, al mese di agosto 1559).

(17) La paga per l’opera prestata all’orologio ammontava a 4 lire e 1 soldo (ibidem).

(18) A.S.Po.. Notarile, Gio. Rolando Villani, filza HH 30, c. 452r, 6 luglio 1566.

(19) Cfr., ad esempio, alcuni atti di appalto per il vettovagliamento delle truppe di passaggio in: A.S.Po., Notarile, Gio. Rolando Villani, cit., cc. 219r e sgg.; 242r e sgg.: 453r sgg.

(20) Guglielmo si sarebbe sposato una seconda volta con una «Caterina”  ricordata, quando probabilmente era già vedova, nel contesto dell’atto di acquisto della casa sulla piazza di sotto fatto da Battista di Guglielmo nel 1588 (cfr. infra nota 24).

(21) A.S.Po., Notarile, Gio Antonio Costa, 25 luglio 1574:” Guglielmus quondam Baptistae Dosij de Belzoiosio, habitator Pontremuli”.

(22) L’atto di matrimonio redatto dal parroco della chiesa della Carpanella San Giacomo del Campo (oggi della Misericordia), don Battista Canossa da Pontremoli, in data 11 agosto 1585, tra “Gio. Battista figliolo di Gulielmo Belzigliosi, cremonese habitatore in Pontremoli nella parrocchia di San Colombano e la Lucretia figliola del quondam Michelino Costa della parrocchia di San Giacopo” (Archivio parrocchiale di S. Giacomo, Libro dei matrimoni, alla data).

(23) Ancora nel 1609 era infatti definito come tale (cfr. infra, nota 30).

(24) A.S.Po, Notarile, Gio.Antonio Costa, filza 20, cc. 235 r.v. Si trattava di “domus una murata lapidibus et calce, cohoperta plagnis, sita in terra Pontremuli, in vicinia Sanctorum Iohannis et Columbani, loco dicto in Piazza di Sotto, iuxta castrum Cazaguerre, plateam inferiorem et flumen Viridis». L’acquisto venne fatto “pro precio et nomine precii scutorum septuaginta auri” anche a nome della moglie, Lucrezia, e della seconda moglie di Guglielmo, Caterina, probabile matrigna di Battista.

(25) Non sono in grado di dare ragguagli intorno ad una eventuale attività di oste esercitata dai Dosi tra la fine del XVI e gli inizi del XVII secolo. Un Giobatta hoste nel marzo 1595 (Archivio parrocchiale di SS. Giovanni e Colombano, Libro dei battesimi, alla data 14 marzo 1595) potrebbe essere lo stesso Battista, ma, per il momento, questa ipotesi non ha altri riscontri oggettivi se non un atto notarile rogato il 14 aprile 1601 ove viene fatta menzione di “domus una sive apoteca cum omnibus suis stantiis subtus et superius et cum urcis ab oleo novem ac scrineo pro reponendo triticum sitam in terra Pontremoli, ad plateam inferiorem iuxta dictum dominum Scipionem cum stancia una tantum, quam de presenti pos-sidet Baptista de Dosio pro usu eius caupone, ante plateam a retro moenia castri Cazzaguerre et a latere superiori dominam Costantiam uxorem domini Benedicti Copini de Pontremulo” (A.S.Po, Notarile, Daniele Castellini, filza 6, c. 502 r, 14 aprile 1601).

(26) Che non a caso venne acquistata anche a nome di Lucrezia (efr. supra, nota 24).

(27) Cfr. la nascita di Guglielmo figliolo di Battista di Castello e della Lucrezia sua legittima moglie battezzato il 9 gennaio 1599 nella chiesa di San Geminiano, nel tempo della fabbrica del nuovo edificio di San Colombano (Archivio parrocchiale dei SS. Giovanni e Colombano, Libro dei battesimi, alla data).

(28) La testimonianza del battesimo in data 19 giugno 1586: “Carolo figliolo [di] Batista Belziosi et della Lucretia Costa sua legitima moglie è stato batezato il di et anno soprascripti [19 giugno 1586] da me don Boniforte Falaschi, rettore [della chiesa dei Santi Giovanni et Columbano], il quale haveva tre giorni. Il compare fu Cesare Campi, la comara madonna Camilla moglie del magnifico messer Fabritio Curini, medico (Archivio parrocchiale dei SS. Giovanni e Colombano, Libro dei battesimi, alla data). Vedi anche la nascita di un altro figlio di Battista, Guglielmo, cui fa dato il nome del nonno paterno, supra, nota 27).

(29) A.S.Po., Estimi, 36, cit. in Appendice a questo contributo.

(30) Archivio privato della famiglia Dosi, carte sparse, alla data 1609, fatto in Cremona: «Dominus Baptista de Dosiis, filius quondam domini Gullielmi, habitator oppidi Pontremuli, ducatus Mediolani et nunc moram trahens in presenti civitate Cremone, in vicinia Sancti Viti” istituiva suo procuratore «dominus Franciscus Spelta, civis et habitator in civitate Placentiae».

(31) Archivio parrocchiale dei SS. Giovanni e Colombano, Libro dei battesimi, in data 12 settembre 1611.

(32) Il padre Carlo era deceduto soltanto due anni prima: cfr. l’atto di morte di “Carolus filius Baptiste Belgiosi seu Dosi, natus anno MDLXXXVI, die VI iunii”, del 16 ottobre 1645, in Archivio parrocchiale dei SS. Giovanni e Colombano, Libro dei morti, alla data.

(33) A.S.Po, Consigli della comunità, anno 1647: Nicolò Dosi subentra a Francesco Villani con 29 voti a favore e 4 contrari. Sulla fortuna e sulle attività della famiglia durante il Seicento, si veda quanto in R. MUSETTI, Economia e società a Pontremoli nel XVII secolo. Per un modello di analisi marxista della società e della economia pontremolese, Carrara, 1981, passim.

La fotografia di introduzione alla pagina è di Marina Pennucci

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