Pontremolese, insigne maestro di anatomia, di medicina e sciuenze naturali all’ateneo pisano.

«Giuseppe di Bernardino Zambeccari di Pontremoli di anni 19 è giovane di ottime qualità e costumi, ben nato, di spirito assai elevato e studioso ». In questo sommario giudizio del Provveditore del cancellierato degli Studi del Serenissimo Granduca c’è l’inizio di una carriera piena di sacrifizi e lotte, che condusse il giovane pontremolese alla cattedra di uno dei più famosi atenei d’Italia. La relazione del Provveditore pisano faceva riferimento ad altra informazione giunta dal Podestà di Pontremoli, nella quale si diceva, che il giovane Zambeccari << nascette l’anno 1654 a Castel Franco di Sotto » e che le « facultà patrimonia-li» della Famiglia Zambeccari erano di scarso rendimento, limitate ai guadagni del padre, che esercitava le funzioni di cancelliere nelle pubbliche amministrazioni. Per quanto gli Zambeccari fossero annoverati, secondo il cronista Villani fra le casatae nobiles della parrocchia di San Geminiano e godessero di quel prestigio, che veniva loro da una famiglia, che a Pontremoli aveva dato saggi amministratori alla Comunità, e si erano segnalati in importanti uffici della giustizia forense, come in eminenti cariche ecclesiastiche e concistoriali a Roma, mentre altri si erano distinti per prodezza di armi, come quel Gerolamo Zambeccari che aveva preso parte con gli insorti pontremolesi nella congiura di L. Fieschi, non furono immuni da rovesci di fortuna, per cui dovettero ricorrere ad impieghi che forse non erano intonati allo splendore dello scudo araldico portato dalla città di S. Petronio.
Bernardino Zambeccari, non potendo andare incontro ai desideri del figlio Giuseppe, nato insieme ad altri dieci fratelli, pensò di sollecitare dalla generosità del Granduca un aiuto per poter far proseguire negli studi il figlio presso l’università di Pisa. L’aiuto del Granduca, in seguito alle ottime informazioni, non si fece attendere ed il giovane pontremolese fu ammesso a godere di un posto gratuito nel Collegio ducale della Sapienza. L’ardente passione per lo studio ebbe modo di esplicarsi in quell’ambiente, dove i più dotti maestri del tempo dettavano dalla cattedra della Sapienza quegli insegnamenti, che resero celebri il Bellini con le importanti scoperte della azione eccitatrice del nervosismo muscolare. Al termine dei cinque anni, il giovane Zambeccari potė, nel 1679 conseguire la laurea, alla quale fece seguire un corso di medicina pratica nell’ospedale di Santa Maria. Da Pisa si trasferì a Firenze, dove affluiva la gioventù studiosa attirata dalla fama dei celebri clinici e chirurghi del tempo. Nella città di Dante il nome di Francesco Redi si imponeva con clamorosità forse esagerata, sia presso la corte granducale, come nelle accademie letterarie per la sua abilità nel campo scientifico e per la sua genialità nella produzione letteraria dal tono scherzoso, per cui nelle aule dell’università gli studenti di medicina si permettevano declamare i famosi ditirambi. Il giovane medico pontremolese lo poté seguire nelle ricerche scientifiche indirizzate a distruggere la credenza della generazione spontanea negli insetti, e a questo scopo potè assistere a rigorose esperienze, che crearono la parassitologia.
Con la protezione di tanto maestro e assistito soprattutto da un vasto corredo di istruzione scientifica, lo Zambeccari, nel 1681 fu nominato, a soli 26 anni, lettore straordinario di medicina nella università di Pisa. Nella clinica di Santa Chiara, dove con le scolaresche prestava assistenza ai colpiti di gravi infermità, potè far rifulgere il suo acuto spirito di osservazione nella diagnosi delle malattie, e, dopo otto anni nel 1689 fu promosso a medico ordinario. A questo punto hanno inizio le scarne e sparute notizie del Gerini che ignora il luogo e la data di nascita e molte altre importanti particolarità, per quanto la famiglia Zambeccari risiedesse a Fivizzano, dove nel 1692, 7 marzo, mori la madre dello Zambeccari, come risulta dai registri della Prepositurale, e, dove il fratello Domenico, laureato a Pisa, occupò il posto del padre nel cancellierato della Comunità. Pietro Ferrari, valente medico e letterato, ha rimediato con scrupolose ricerche alle lacune dell’abate Fivizzanese.
Il giovane Zambeccari in data 5 ottobre 1704 era chiamato ad occupare il posto di uno dei più celebri clinici, Lorenzo Bellini, tenuto un secolo e mezzo prima da un altro pontremolese, Francesco Galli, ricordato dal Gerini. Questo insigne medico, oltre occupare la cattedra di medicina, godè della più ampia protezione e fiducia del papa Adriano VI. Il Galli fece parte della schiera di dotti che quel papa aveva chiamato a Roma, fra i quali c’era il famoso Erasmo, per sostenere quella immane lotta scatenata dall’eretico frate di Wittenberg. L’opera del dotto pontremolese fu apprezzata da quel papa che era stato precettore di Carlo V e cancelliere dell’università di Lovanio. Dopo il breve regno di quel papa, il Galli, risiedendo a Pisa fu chiamato all’insegnamento dal granduca Cosimo, che si era accinto a restaurare le sorti dell’Ateneo pisano, riportandovi quel prestigio che era stato quasi un privilegio della città vituperata da Dante.
Si dice che, quando le ingerenze granducali, per sostenere le ambizioni di qualche ecclesiastico si facevano troppo calorose, il Galli si faceva un dovere di richiamare S. A. a quelle parole che aveva udito a Roma dalla viva voce del Papa: voglio ornare la chiesa di preti non i preti di chiese!
La Comunità di Pisa nominò lo scienziato pon-remolese cittadino onorario, ambito onore che egli contraccambiò con trenta anni di assiduo lavoro.
Ritornando allo Zambeccari, fra le scarse поtizie pervenuteci su lo sua sistemazione famigliare, sappiamo che per attendere agli impegni della scuola si era stabilito a Pisa dove sposò una Palmieri appartenente ad una delle migliori famiglie pisane facendo ogni tanto, specialmente nel periodo delle vacanze, sosta a Fivizzano, dove per ragioni di impiego, risiedeva la famiglia. In questa città gli mori la madre, Livia Maraffi, la cui famiglia faceva parte della nobiltà pontremolese. La famiglia dei Maraffi, stando al Gerini, restò celebre per le imprese di quel « capitan generale di cavalleria Stefano Maraffi che ottenne il grado dei cavalieri aureati e l’insegne dell’aquila bianca incoronata ».
Lo Zambeccari non dimenticò la nostra città, che in diversi documenti nomina sempre”mia patria Pontremoli » anche se qualche volta gli erano capitati fastidi e molestie poco gradite.
In un documento ritrovato dal Ferrari si fa cenno ad una controversia che ebbe a Pontremoli come socio di un certo Bonaventura Falaschi per un « negozio di spezierie » dove aveva perduto un capitale di sopra cinque mila pezze e stava per perderne altrettante. Da una grande esemplarità di costumi che fu eguale all’ingegno, perchè faceva specchiare la sua vita nello splendore della sua scienza, sentì rivivere intorno a sè le luci di quella nobiltà che era nelle tradizioni della sua casa, che secondo il Villani fuerunt in Pontremulo in hu-manis personae literatae, armigerae et doctores, arrivò a raccogliere gli elogi degli uomini più eminenti del suo tempo. Il pontremolese Marzio Venturini, che fu giudice della Rota a Bologna nel 1635, e poi passò a Pisa, dove tenne la cattedra di giurisprudenza raccolse il giudizio delle personalità più ragguardevoli affermando che lo Zambeccari fu << uomo dottissimo ed eccellentissimo medico ». In tempi recenti ne risuscitò la fama quel luminare della scienza che fu Augusto Murri, quando pose il grande pontremolese accanto ai più celebrati anatomici italiani nel rivendicare al genio italiano importanti scoperte, contese dagli scienziati della Germania nel campo tenuto da Ippocrate, Avicenna e Galieno.
Sempre intento al lavoro e assiduo alle lezioni alla Sapienza, non si accorse della vecchiaia, che coi suoi disagi e con le sue asprezze, lo stava portando verso la morte, che avvenne il 13 dicembre 1728 nella città, dove aveva profuso i tesori della sua intelligenza, chiedendo di riposare all’ombra della cupola della chiesa di Sant’Eufrasia. La fama del suo nome fu inferiore ai suoi meriti, controllata da quella modestia largamente elogiata nella vita della Venerabile Caterina Brondi, sarzanese, che egli scrisse e che è rimasta inedita insieme ad altre opere.
Fu anche il suo profondo sentimento religioso che lo tenne lontano dalle chiassose vanità, che egli ebbe sempre in poco conto. In proposito il Fabroni dice che fu vir religiosus dedito a tutte quelle pratiche che si riferivano al culto divino quae ad cultum Dei pertinent.
La sua ardente fede religiosa gli faceva vedere nella sua opera di clinico e di chirurgo non un semplice lavoratore sociale, ma un fedele servitore di quel Padre celeste, che gli aveva largito tanti doni nel campo dell’intelligenza a servizio dell’umanità dolorante. E questa saldezza di principi che si esternava in fervorose pratiche di virtù cristiane, risaliva attraverso lo studio e la conoscenza delle verità di fede alle più ardue vette della perfezione evangelica facendone un maestro e un modello di credente.
Era orgoglioso di dare ai suoi scolari e a quanti lo conoscevano l’esempio del suo fervore religioso, sia sotto le arcate della Metropolitana dove aveva pregato colui che
vide sotto l’etereo padiglion rotarsi più mondi,
come nelle umili borgate dove era solito recarsi.
Tutta la sua vita fu la prova del motto che splende, come una fiaccola all’ingresso dell’Uni-versità Cattolica: “In religione scientia, in scientia religio”.
Don Pasquale Pasquali , Giuseppe Zambeccari, pontremolese, insigne maestro di anatomia, di medicina e scienze naturali nell’ateneo pisano, 1655 – 1728, Tip. Artigianelli, Pontremoli