GLI USI FUNEBRI NELLA VAL DI MAGRA – IL PAESE DI TORRANO

Torano – E’ un piccolo borgo sulla destra della Gordana, rannicchiato nel fianco di Monte Burello, uno dei pochi monti della Val di Magra dominato da una elaborata e circostanziata leggenda pastorale (2), più tardi sul luogo per liberarlo dalla influenza del Diavolo.

Gli abitanti sono in prevalenza pastori, e nella estate, quasi tutte le famiglie, emigrano coi greggi e il bestiame, verso i pascoli alti del monte, ove abitano in cascine costruite con muri spesso in secco e coperti di paglia o di ardesia.

Gli usi funebri sono questi. Chi veste il morto riceve in dono uno dei suoi abiti. Due amici di famiglia girano i paesi vicino per invitare i parroci a celebrare le messe dei funerali. Questi che invitano non sono mai meno di due per una credenza ed una tradizione di racconti che vogliono che uno solo, costretto a viaggiare da un paese all’altro, sarebbe impedito di disimpegnare il suo ufficio dalla apparizione o dalle arti del diavolo.

La gente del paese si raduna, la sera, nella casa del morto per dire il rosario: d’inverno in cucina e nella camera attigua col fuoco acceso, d’estate sull’aia. Viene distribuito vino e pane.

La famiglia incarica quattro persone del trasporto della bara, che avviene alla mattina. A mezzogiorno ai parenti, agli amici, ai portatori viene offerto il pranzo. Al becchino tocca un compenso in danaro.

Suono continuo delle campane (schema: tin-tan-tin-ton). Dopo l’interramento, il popolo ed il prete si recano alla Chiesa ove viene celebrata una messa cantata. La famiglia distribuisce ai presenti moccoletti da accendere, più grandi agli uomini, più piccoli alle donne ed ai ragazzi.

Mancano le lamentazioni.

Conclusioni:

Con la descrizione degli usi funebri di Torrano , abbiamo dato un esempio della forma che l’uso generale, successivamente descritto, prende nei paesi dell’altissima Val di Magra, specialmente nelle valli della Gordana, del Verde, ecc. I borghi completamente rurali, con popolazioni che vivono di agricoltura e pastorizia, danno alle loro manifestazioni quella rozzezza, semplicità e intensità silenziosa caratteristiche alla gente montanara. I doveri dell’ospitalità, data la distanza dei paesi tra di loro, sono rigorosamente rispettati, sia in forma di conviti, sia come doni mangerecci.


Per intendere bene l’ultimo significato psicologico ed etnico degli usi funebri che ancora durano in Val di Magra, bisogna eliminare, fin da principio, un pregiudizio: che cioè essi possano avere qualche rapporto coi riti funebri dei romani. Il solito errore di voler trovare in tutto, nella lingua, nei costumi, nella toponomastica, la sola tradizione romana, ha fatto credere – e la credenza è stata anche raccolta da illustri scrittori – che certi usi funebri caratteristici della Val di Magra siano una sopravvivenza di antichi riti romani. Si è creduto di poter affermare ciò a proposito di certe abitudini conviviali e di certe forme di lamentazioni: e l’errore è stato reso possibile dalla osservazione troppo superficiale e dalla mancanza di una accurata indagine dei caratteri psicologici dei popoli della Val di Magra. Vedremo che esaminati con un po’ di attenzione i banchetti funebri scompariranno, e le lamentazioni prenderanno un carattere ben diverse.

Intanto occorre premettere alcune osservazioni generali che ci permettano di stabilire secondo l’indole, la storia e la psicologia regionale, quei caratteri fondamentali dell’anima popolare che potranno illuminare e spiegare i fatti che studiamo.

E prima di tutto occorre stabilire la differenza tra rito uso funebre; e ciò servirà fin da principio a staccare in modo assoluto – facendo subito risaltare diverse caratteristiche di popolo – gli usi funebri della Val di Magra, dai riti romani.

Questa osservazione è importantissima al nostro esame. Il rito è una rappresentazione cerimoniale che significa in forma fantastica la visione che il popolo ha della sua intuizione del mondo. Vico, con definizione geniale, chiamò poema serioso il diritto romano, perché esso piuttosto che enunciare, rappresentava con una vera azione fantastica, il fatto giuridico: poemi possono chiamarsi, per la stessa ragione, tutti i riti, perché essi sono sempre rappresentazioni di una concezione ancora oscura e fantastica. E’ evidente che tali poemi, come quelli dell’arte e della poesia, sono i prodotti di popoli speculativi, fantastici, dotati di immaginazioni e di doti plastiche. Ricchi sono i greci di riti, gli etruschi, gli umbri, anche i romani, e ogni atto, ogni simbolo dei loro riti, apre tutto un fantasioso mondo ultraterreno: regni di Iddii oscuri, beatitudini e tormenti, viaggi tra le ombre per i misteriosi fiumi dell’eternità.

E presso la ricchezza di questi riti troviamo, e sempre in rapporto con essa, grandi creazioni d’arte e di filosofia.

L’uso è invece la caratteristica del popolo pratico, povero di fantasia e quindi di disposizioni artistiche e speculative. Allora la cerimonia funebre non è un poema che rappresenta per via di simboli tutto l’arcano della morte, il viaggio mistico dell’anima, dell’ombra, ma è una serie di atti di carattere del tutto pratico, onde la pietà dei parenti vuol dare ai resti del defunto, nel modo più conveniente, tributo di dolore e sepoltura.

Questa definizione basta, come abbiamo premesso, a stabilire una fondamentale differenza tra la cerimonia romana e quella della Val di Magra: la prima assurge al rito la seconda rimane all’uso.

Il popolo ligure, specialmente nei gruppi di civiltà più arretrata, è infatti un popolo privo di fantasia, di attività speculativa, incurioso: limitato e fermo in un’attività prosaica limitata all’appagamento degli elementari bisogni della vita. Ciò che dà a queste attitudini negative, talora, interesse, è l’appassionata intensità per la quale si fanno attive onde difendere i luoghi abitati, gli usi e le tradizioni.

Questi caratteri liguri sono rimasti intatti nelle popolazioni della Val di Magra: le antiche descrizioni degli storici rappresentato i liguri montani, come gente tenace, lavoratrice, frugale, chiusa in poveri borghi, indomita, fiera della più assoluta libertà, e le testimonianze , della archeologia che ci rivelano le loro povere tombe e i loro scarsi ornamenti, la mancanza di fantasia nelle decorazioni quasi sempre geometriche, possono ancora appropriarsi ai moderni abitanti della regione della Magra. Ancora oggi la nostalgia reagisce violentemente all’istinto di avventura che spinge all’emigrazione, anche oggi l’amore al suolo nativo assume forme quasi morbose: mentre un misoneismo vivace, un geloso istinto d’indipendenza individualistica permettono che in una regione che dà un così vasto e continuo contributo all’emigrazione, continuino a mantenersi inalterate primitive forme di vita.

La descrizione del ricco materiale etnografico raccolto nelle vallate di Zeri , da Giovanni Sittoni e da Giovanni Podenzana, che sarà illustrato nell’Archivio, confermerà e documenterà queste affermazioni. Appariranno i prodotti di un popolo muto, non spinto da un’intima esigenza di speculazione a superare le semplici forme pratiche. Nessun lavoro di fantasia è riuscito a sollevare gli atti e gli oggetti delle necessità cotidiane in significati superiori investiti dalla religiosità che li assurga in mitologia, nessun bisogno di scoprire nuove forme, nuovi usi, nessuna necessità di arricchire la propria vita, hanno costretto a perfezionare ed a ingentilire rozzi utensili limitati alle più elementari necessità. Non un disegno che rappresenti un sogno che abbia lentamente dominata e vinta la materia, ma solo qualche fredda ornamentazione geometrica meccanica, estranea all’anima; non l’invenzione di qualche macchina nuova, non la traccia di industrie perfezionate, ma sempre il puro, semplice, limitato necessario.

Chiuso in questo silenzio, rimane solo, invincibile, e talora formidabile forza, il disperato amore del nativo suolo. Presso alla meraviglia antica della guerra conto i romani, l’età moderna sta mettendone altra che non meno grande e meno epica: il prodigio d’una emigrazione che non lascia disperdere, immemore, nel mondo un uomo, e che riporta, con commovente devozione, rilevanti ricchezze, sudate con sacrifizi incredibili, alle povere ed aspre valli native.

Guardati con queste premesse, gli usi funebri della Val di Magra, ci appariranno ben diversi dal fastoso e drammatico rituale romano: e sebbene dovranno essere ridotti ad una semplicità di atti assolutamente necessari, ridotti alla praticità da gente che non si abbandona al sogno, pure, non per questo, saputi osservare, perderanno di una certa nuda e squallida profondità di semplice dolore. Vi è sempre quella intensità muta di affetti che riesce a dare alle attitudini negative e pratiche delle popolazioni liguri, ina intensa virtù ideale.


Di fronte alla morte è concessa alla debolezza femminile la disperazione e il lamento: non all’uomo che deve conservare la sua dignità. Dispiacere e non disperazione: questa la regola di fronte alla morte, la quale, per popolazioni essenzialmente agricole, per l’insegnamento diretto della terra, si presenta, come ogni altro fenomeno, nella sua necessità, nella ferrea legge di una vicenda naturale.

Da qui ne deriva una pratica spesso crudele: il poco amore ai vecchi, quando alla loro saggezza non possono più aggiungere il lavoro. La loro morte par troppo naturale, perché possa produrre quella solenne impressione che genera la manifestazione funebre. L’uso funebre bisogna dunque cercarlo nell’avvenimento straordinario, quando l’ingiusta morte prematura può sollevare la pietà e l’interesse. Allora, specialmente, presso ad usi che prevalgono uniformemente in tutta la regione, appaiono, in certi luoghi, le caratteristiche lamentazioni femminili.

Enunceremo prima, in una forma che abbia i caratteri della maggior generalità, questi usi, e gli esamineremo poi, nei loro caratteri più particolari, nelle speciali manifestazioni locali.

Generalmente prevale quest’uso.

Avvenuta la morte del congiunto i parenti e gli emici della famiglia si occupano subito di preparare i funerali, per invitare i preti a celebrare le messe, per raccogliere tutto quanto è necessario.

Generalmente il cadavere è vestito da una persona estranea e specializzata che riceve in compenso un vestito (spoi) del morto.

La sera, concorre alla casa molta gente per dire il rosario in suffragio del morto. A ogni persona viene offerto da bere e donato un pane.

Il trasporto al cimitero avviene generalmente di mattina e, quando manchi una Confraternita istituita a tale scopo, (1) lo eseguiscono quattro persone incaricate dalla famiglia.

Dopo il trasporto la famiglia del morto offre il desinare a questi quattro portatori, ai parenti e agli amici che hanno prestato aiuto nell’occasione dolorosa.

Durante il desinare vengono rievocate e lodale ve virtù del defunto.

In certi paesi si aggiunge il caratteristico uso delle lamentazioni femminili.

Appena avvenuta la morte, la madre o la moglie o la sorella del defunto, prorompe in un alto lamento , fatto di invocazioni, e di proteste di dolore, che assume in breve una forma convenzionale stilizzata ed evidentemente tradizionale. Le persone presenti non impediscono una manifestazione così dolorosa e la sopportano invece come cosa stabilita e assolutamente conveniente e doverosa.

La stessa scena si ripete al momento in cui la bara esce dalla casa. Allora la madre o la sorella o la sposa, attraversando lo stuolo delle donne che la consolano e che la lasciano passare come per darle modo di compiere un atto obbligatorio, apre la finestra sulla via, e ripete le sue parole d’ addio, le sue invocazioni, le sue disperate affermazioni di dolore, dando alla voce ed al lamento, il solito ritmo, la solita cadenza e la solita convenzionalità che ne rivela la ritualità.

A questi usi bisogna aggiungere quello del suono delle campane che diffonde su tutta la scena un senso di profonda desolazione.

Gli accordi dei campanili sono comunemente di tre campane, di tre misure diverse, graduate di tre note. Le campane sono lasciate ferme e vengono battuti a lunghi intervalli tocchi che alternano la nota argentina della campana più piccola con la mezzana ed infine con la più grave della grossa secondo questo schema che noto per maggior chiarezza (tin-tan-tin-ton). A lunghi periodi regolari questa lugubre successione di tocchi viene interrotta con uno stormegio più rapido.

Per la morte dei bambini, invece, le campane suonano a festa, (stramzar) stormeggiando le caratteristiche carmagnole di Val di Magra, brevi festosi motivi musicali che è impossibile riprodurre in uno schema.

Come si vede l’ipotesi di una derivazione romana dei banchetti funebri è stata suggerita da una superficiale osservazione. Questi usi conviviali non hanno nessun carattere rituale ma solamente pratico, resi necessari da ragioni di ospitalità e di compenso. L’ospitalità nei paesi della Val di Magra, che erano e che sono sempre, divisi da una pessima viabilità è un dovere: nelle occasioni funebri, radunandosi nelle case delle famiglie colpite dalla sventura parenti ed amici venuti da lontano, la ospitalità è doverosa necessità.

Gli altri doni e le altre offerte di cibi e bevande hanno poi un carattere evidente di compenso e in parte di cortesia ospitale.

Ed ecco che un esame accurato delle funebri cerimonie distruggono subito l’ipotesi della sopravvivenza di una tradizione romana in Val di Magra e mette in luce, invece, in queste manifestazioni dei caratteri psicologici tradizionalmente liguri.

Le lamentazioni che hanno un carattere molto meno generale e sono comuni più nei paesi di piano che di monte non hanno bisogno di essere spiegate con la solita ipotesi romana. Prima di tutto conviene osservare che queste lamentazioni non sono officio di uno stuolo di donne, ma la espressione dolorosa delle sole donne colpite nel modo più diretto dalla sventura. Questo particolare viene a dare un carattere tutto speciale a questo uso della Val di Magra distaccandolo da altre forme più solenni e coreografiche. L’uso di queste lamentele non è poi esclusivamente romano e si trova, in forme quasi identiche, nelle montagne della Scozia ove perdurano quasi intatte le tradizioni celtiche.

E’ quasi generale l’uso di coprire col lenzuolo appena spirato, il viso del defunto.

Per le donne dura ancora, rigoroso, l’uso del vestito da lutto quando partecipano ad un funerale. Ogni donna che non sia assolutamente povera deve avere nel suo corredo il vestito nero, e il velo nero, o il fazzoletto pure nero, per coprirsi il capo. Così ogni donna che non sia completamente indigente, conserva accuratamente nella cassa un vestito nero del quale dovrà essere vestita dopo la morte, e sopra il lutto tiene appesa una corona e una candela benedetta che dai superstiti le saranno messe nella bara.

Né credo inutile ricordare l’uso funebre seguente.

In quasi tutti i paesi dell’alta Val di Magra, la mattina del giorno dei Morti, quando le famiglie si recano alla messa, vengono preparati accuratamente i letti lasciati e nei quali sia morto qualcuno. Il popolo è spinto a quest’ufficio dalla credenza, che mentre le case sono deserte, durante la messa che commemora i defunti, essi tornino a dormire, nei letti che occuparono da vivi.

Ed ora, come abbiamo promesso, verremo via via descrivendo gli usi funebri, secondo i loro caratteri speciali, paese per paese. Naturalmente le nostre descrizioni, dovranno essere riportate un po’ nel passato per cogliere la tradizione nella sua pura caratteristica.

Manfredo GiulianiGli usi funebri nella Val di Magra, note di Psicologia, Archivio per l’Etnografia e la Psicologia della Lunigiana. 1, II, La Spezia, 1911.

(1) La forma tradizionale di associazione per il soccorso dei malati e il trasporto dei morti (con intenti spirituali) è la Confraternita, associazione popolare eretta dalla parrocchia (Compagnia), e, nei centri maggiori, in speciali oratorii. La “Misericordia” è di recente introduzione ed è ora estesa dai cattolici per necessità di lotta contro le P. Assistenze laiche che si vanno istituendo in Val di Magra.

(2) La vetta di questo monte è composta da pietra tufosa e cavernosa. La leggenda popolare chiama una di queste cavità il forno del diavolo; alcuni fori nell’interno: le impronte delle sue corna; alcuni incavi rossastri che si vedono nelle pietre vicine: le scodelle del diavolo col sangue delle sue vittime. Poco più distante una alta parte di pietra è chiamata il salto del diavolo. E racconta questa leggenda, che una pastorella cattiva e disattenta, essendo tornata a casa la sera , senza un capretto, fosse costretta dalla madre a tornare a cercarlo. Ella va, lo chiama, lo cerca, girando per il monte, impazientendosi e bestemmiando per non trovarlo. A un tratto le compare un montoncello grigio che ella è costretta a mettersi sulle spalle per portarlo. E la sua impazienza e le sue male parole aumentano. Finalmente la bestia che la tormenta con molti dispetti per aumentare la rabbia di lei, si muta nel Diavolo, l’afferra, la getta per stritolarla dall’alta parete, poi ne raccoglie i resti, e li porta al forno, dove, dopo averli deposti nelle scodelle che conservano le tracce del sangue, li cuoce. Una croce viene indicata come il segno messo dal popolo e dal clero recatisi più tardi sul luogo per liberarlo dalla influenza del diavolo.

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