
Lo sviluppo delle attività economiche nel Pontremolese è poco conosciuto. Manca per i primi secoli ogni documentazione; più copiosi si fanno i documenti a partire dal secolo XV, ma è un campo non ancora sufficientemente esplorato, specialmente nell’importante raccolta dei protocolli conservati nell’archivio notarile.
Il transito di uomini e di merci sulla via della Cisa avrà certo favorito il sorgere di tutte quelle attività comunemente connesse alle funzioni di un luogo di tappa; non è più di una ipotesi. Più consistente l’indizio di una prima organizzazione agricola che ci vien offerto da quella villa Abbia della donazione di Adalberto di Toscana al monastero di Aulla, collocabile, secondo il Formentini, nei pressi di Pontremoli. Anche se manca la possibilità di identificare il rapporto, nell’ambito della tenuta, fra allevamento e colture, mentre è noto il lamento per la poca generosità della terra. Da Obizzo Malaspina che nel 1167 diceva al Barbarossa «esser la rapina una necessità di vita (1) su terre simili, ai Pontremolesi che chiedono ed ottengono da Filippo Maria Visconti di poter liberamente importare cereali ed ogni vettovaglia, data la sterilită della loro terra, terra sterile e pretrosa.
Se della sicure notizie si hanno sui possessi fondiari, assai vasti, di due fondazioni monastiche pontremolesi: il priorato di S. Bartolomeo de donnicata presso Scorcetoli, il monastero di S. Pietro de conflentu Pontremoli. Non si trattò nell’uno come nell’altro caso di unità aziendali, ma di un complesso di appezzamenti dislocati in più parti del territorio. Lo confermano tardi documenti per il priorato de donnicatu, le cui terre erano state in buona parte allivellate. Maggiori dettagli suggerisce per i beni del monastero di S. Pietro un codice della curia brugnatense (2). La maggior parte degli atti che vi son raccolti, databili al 1314, risalgono al tempo in cui fu vescovo di Brugnato il pontremolese Giacomo Reghini, che sembra aver voluto riconoscere, all’inizio del suo episcopato, la situazione patrimoniale del monastero da lui dipendente.
Si tratta di riconoscimenti di proprietà da parte di chi godeva temporaneamente del possesso, di concessione in affitto di terre, in cinque casi per un periodo di ventinove anni, di allivellamento di una terra coltivata in un caso, di concessione in affitto di un mulino in un altro caso o anche di concessione in affitto di case di abitazione.
Il patrimonio del monastero comprendeva – come anche la villa Abbia della donazione di Adalberto – case di abitazione tanto presso il monastero quanto entro il borgo murato, che non abbracciava ancora la vicinia di S. Pietro. Le terre sono distribuite su buona parte del territorio del Comune: da Montepietro a mezzogiorno dell’attuale sobborgo dell’Annunziata all’alto bacino della Magra; dalla costa di Pontremoli, ad oriente, sino a Dozzano ed alla bassa valle della Gordana, ad occidente.
I contratti d’affitto di case, con qualche volta annesso un terreno, sono venti. Sessantacinque sono quelli d’affitto di terre.
Non diverso è il carattere della proprietà terriera laica sino al secolo XVI: appezzamenti isolati, sparsi in varie località. L’accorpamento in aziende agricole, il podere, si avrà più tardi, specie nel secolo XVIII, con conseguente, progressiva, sostituzione della forma di compartecipazione all’affitto e all’allivellamento. Singolari sono i casi che si riscontrano nei protocolli del secolo XV: vendite di appezzamenti di terreno con immediata retrocessione in affitto dello stesso appezzamento, dal compratore al venditore.
Le produzioni sono diversificate: cereali, olio, vino, castagne, Gli statuti del 1391 vollero proteggere in modo particolare la coltivazione del castagno, vietavano il taglio delle piante e persino il taglio dei rami ad uso di legna da ardere. Di terre vitate si trova menzione nei contratti del codice brugnatense; di terre olivate e vitate ripetutamente nei protocolli del secolo XV. Fu comunque una agricoltura rivolta al soddisfacimento del fabbisogno delle famiglie con limitati quantitativi di prodotto commerciabili. Anche quando si estesero le aree messe a coltura e affinati furono i metodi colturali, salvo che per le castagne, la produzione complessiva restò inferiore ai consumi, ponendo, nelle annate meno fortunate, seri problemi per l’approvvigionamento di cereali. Nella carestia del 1817 sarà di notevole sollievo la produzione di patate, ma trattavasi di coltura introdotta nel territorio da circa un trentennio.
Incerte sono le notizie sulle attività manifatturiere. Gli Statuti facevano obbligo, a chiunque volesse esercitare un’arte, di prestare giuramento ai consoli delle arti ai quali doveva poi essere rimessa ogni vertenza. Lo stesso stabilivano per la mercatura. Né per le une né per l’altra non ci è consentito renderci esattamente conto delle dimensioni assunte.
Gli Statuti assoggettano a particolari controlli la fabbricazione di pignolati, tele di lino e di canapa in buona parte esportate, sembra, oltre Appennino. Non vi sono tuttavia elementi che ne facciano conoscere i quantitativi e neppure che lascino stabilire quanto si protrasse nel tempo questa attività.
I pedaggi, che gli uomini di Passano percepiscono nel XIII secolo sulla strada che conduceva da Pontremoli a Genova, presuppongono una certa intensità di traffici, ma più che di merci portate Genova abbiamo notizie di uomini emigrati in quella città città dove i pontremolesi in quel secolo erano noti come fornai e panettieri, anche se non mancò chi si dedicasse ad altre attività (3). Vi erano a Genova in quel tempo tra i pontremolesi, lo si ricava dai documenti notarili pubblicati dal Ferretto, alcuni ecclesiastici, un medico, un macellaio, due calzolai, due lavoranti nelle manifatture di lana. Piacentino, Giovanni e Giacomo da Pontremoli erano dediti ai commerci nei quali impiegavano capitale proprio o mutuato; Aicardo da Pontremoli conduceva una sua tintoria di panni.
Non appaiono fra gli emigrati i magnani che si incontrano abbastanza di frequente nei documenti pontremolesi del secolo XV: anticipatori dei chiodini pontremolesi dell’Ottocento, forgiatori di chiodi o forse anche, almeno alcuni, artefici di più impegnati lavori in ferro. Un inventario del 1462 elenca, con il non molto ricco arredo di casa, parti di armatura che sembrano più giacenza di officina che un corredo di guerra del defunto capo famiglia. Di quelli armaioli, probabilmente immigrati dalla Lombardia dopo l’inclusione di Pontremoli nello stato visconteo, potrebbe essere l’epigono il Cristoforo da Pontremoli, archibusiere, abitante a Roma sotto Castel S. Angelo che nel dicembre del 1572 veniva chiamato, insieme ad un collega bresciano, a stimare una specie di mitragliera ordinata dal pontefice Pio V.
Lotte intestine, rapidi mutamenti di signorie, guerre, assedi, devastazioni del territorio, saccheggi dell’abitato non dovevano però aver dato fiato ai Pontremolesi per sviluppare manifatture e commerci. I pochi inventari che conosciamo (lasciando da parte gli inventari, pubblicati dal Ferrari, di quanto inviava nella sua casa di Pontremoli Nicodemo Trincadini) danno la misura di un livello di vita, nel XV secolo, ben lontano da quello delle maggiori città ita liane, si tratti pure dei de Roca propaggine dello stesso ceppo dei Seratti (4). Il minimo indispensabile per il letto, l’essenziale per i mobili, l’attrezzatura di cucina, pochissime stoviglie in stagno o in bronzo, pochissima biancheria di casa, pochi capi di abbigliamento; non mancavano mai però i recipienti per la vinificazione dell’uva e per la conservazione del vino, né gli attrezzi per il trattamento del lino e della canapa. Più ricco appare il corredo, in biancheria e capi d’abbigliamento, di Argentina Borborini (una delle eminenti famiglie pontremolesi, originaria di Pavia da dove si era trasferita a Pontremoli sul finire del XII secolo) che nel 1486 va sposa a G. Matteo Stradella di Fivizzano; vi erano compresi anche pochi gioielli d’argento, simili a quelli di altri due inventari del 1461 e del 1462. Argentina aveva anche un jogellum d’argento con sei perolis, mentre tra i gioielli dell’inventario del 1462 si trova una ghirlanda di seta rossa con tremolanti in argento dorato. Ad Elena, moglie di Domenico Maffei da Rossano, non avevano invece dato in dote che due lenzuola, sei camice, sei tovaglie da testa, un mantile, un pignolato (probabilmente una veste di pignolato) con un paio di maniche di panno. Né più ricco l’arredo fornito dal Comune, insieme all’alloggio, al commissario nel 1441: quanto bastava, o si pensava dovesse bastare, per coprirsi nel letto e a farsi o a farsi fare da mangiare. Maggiori agi si procuravano nel 1512 al commissario che aveva nella sua camera anche quattro casse, una tavola, tre sedie, una panca ed una credenza; al vicario davano qualche mobile in meno, ma in compenso una copia dello Statuto e tre mensole per poggiarvi i libri. La cantina e la cucina erano in comune: la prima aveva tre botti; nella cucina c’era anche un tavolo ed insieme alla mastra del pane, ad uno spiedo, ad una padella, alla grattugia c’era un testo con il suo coperchio, certamente quella specie di teglia in terra cotta al sole, usata per secoli nel Pontremolese per cuocere le torte caratteristiche della cucina locale (un pieno generalmente di verdure condite tra due sfoglie di farina di grano) o anche per cuocere quando sostituiva il pane, la crescente di farina di grano, le focacce di altri cereali, la pattona fatta di una miscela di acqua, sale e farina di castagne.
Il livello di vita andò elevandosi nello stesso Cinquecento e nel Seicento toccando un massimo nel Settecento, almeno in una cerchia abbastanza vasta di famiglie il cui benessere non poté non riversarsi sulla rimanente popolazione, se non altro per il rinnovamento edilizio promosso da quelle famiglie.
Nuove manifatture erano state intanto introdotte a Pontremoli, nel XVII secolo, da una famiglia ligure. Nel 1633 da Sestri Levante viene a stabilirsi a Pontremoli Marco Bocconi, nativo di Toirano nella riviera di Ponente, e vi impianta, una volta superata l’opposizione della Camera ducale di Milano, la prima fabbrica di polvere pirica. Il figlio Giacomo (1627-1692) ne continua l’opera: dopo aver ottenuto a livello, dal Comune, un gruppo di fabbricati appartenenti all’ospedale di S. Lazzaro, vi trasferisce il polverificio e vi attiva un mulino, un frantoio, una distilleria, vi inizia la lavorazione del tabacco. Come il padre l’aveva avuta per il ducato di Mantova, Giacomo può avere la privativa della fornitura di polvere pirica, a Pisa e, per qualche tempo, anche a Massa, Bardi, Compiano. Chiamato poi a Marsiglia per dar la sua consulenza per l’impianto di un polverificio, aprirà anche in quella città una casa di commercio (5).
Polvere pirica e tabacco sono con il sale tra le principali voci dell’esportazione che si effettua da Pontremoli nel periodo toscano, durante il quale Pontremoli è avvantaggiata, sotto ogni aspetto, da una sua particolare posizione assimilabile a quella dell’odierna zona franca.
La lavorazione delle polveri e del tabacco non restò per altro una esclusiva dei Bocconi. Nel 1818, quando il territorio pontremolese viene annesso all’impero francese, con quella dei Bocconi è attiva una manifattura di tabacchi condotta dai Parasacchi. Parimenti produzione e commercio della polvere pirica non saranno un monopolio della famiglia Bocconi: l’incremento delle vendite, accentuatesi particolarmente durante le guerre di Corsica, favori il il moltiplicarsi di polverifici al cui esercizio si dedicò più di una famiglia, anche come attività marginale, quale dovette essere per i Canossa che possedevano un polverificio subito fuori della porta fiorentina. Va chiarito che l’attrezzatura del polverificio non richiedeva allora grossi investimenti, consistendo essenzialmente in un mulino a pistoni mosso dall’acqua captabile dal fiume e che la lavorazione non esigeva molta mano d’opera.
Il sale invece veniva fornito alla Lunigiana toscana dall’amministrazione granducale in quantità esuberanti ai consumi locali, così che si stabili una corrente d’esportazione verso gli stati finitimi, con acquiescenza della stessa amministrazione che era interessata a ripartire su maggiori quantitativi i costi dei lunghi e disagevoli trasporti. Poco importava poi che la merce fosse avviata verso gli stati finitimi prevalentemente da contrabbandieri che da Pontremoli, dove si trovava il magazzino di maggior consumo, per i sentieri dell’Appennino trasportavano il sale nel Parmense e nel Piacentino, facendolo giungere sino nella Lombardia e nel Piemonte. Contrabbando che si praticava del resto anche per la polvere pirica e per il tabacco, che i contrabbandieri venivano ad acquistare a Pontremoli per rivendere l’una nel territorio genovese e l’altro nel Parmense e nel Piacentino (6).
Insieme alla polvere pirica, al tabacco, al sale erano oggetto di esportazione da Pontremoli le castagne, le pelli grezze, la seta greggia.
Si legge nel Targioni Tozzetti che nel 1666 il Consiglio Generale del Comune concesse a Gerolamo Pavesi e Niccolò Dosi la licenza di impiantare a Pontremoli una filanda (meglio sarebbe una trattura) di seta. Ma è lo stesso Targioni Tozzetti a ricordare, in altra sede, che gli Statuti pontremolesi del 1391, forse per misura igienica, vietavano l’allevamento dei bachi di seta; che se anche il divieto, vi era ragione di ritenere, era caduto tra il XIV ed il XVI secolo, l’allevamento non aveva fatto grandi progressi prima della venuta a Pontremoli del marchese Bourbon del Monte. Sarebbe stato Filippo Bourbon del Monte, governatore di Pontremoli e della Lunigiana toscana dal 1751 al 1758, a promuovere l’incremento delle piantagioni di gelsi e quindi della produzione dei bachi da seta ed a far migliorare le tecniche della trattura con la chiamata di filatrici dalla Toscana.
Manca ogni notizia sull’attività della filanda che i Pavesi ed il Dosi avrebbero potuto impiantare. Per valutare quanto fosse la produzione di bozzoli, anche dopo le provvidenze del Bourbon del Monte, disponiamo di un solo dato, tardo: intorno al 1830 la produzione di bozzoli veniva valutata in circa 4.000 chilogrammi (7), dalla cui lavorazione potevano essere ricavati, sulla base delle medie di resa, poco più di trecento chilogrammi di seta greggia. Un quantitativo relativamente modesto.
Nessuna attività, nell’ambito locale, o manifatturiero o commerciale o tanto meno agricolo, sembra tuttavia possa essere singolarmente all’origine dell’arricchimento di numerose famiglie, verificatosi tra il XVI e il XVII secolo. Vi è invece ragion di ritenere che quell’arricchimento fosse in buona parte il prodotto di un particolare tipo di emigrazione intellettuale e dell’attività svolta da operatori commerciali pontremolesi, fuori di Pontremoli.
Gio. Rolando Villani annotava che nel 1570 Pontremoli contava quarantasei doctores, medici e giureconsulti (8). Nel XVII secolo, come si legge in un consulto di Giovan Battista Parasacchi, arrivarono ad esserci, ad un tempo, cento giureconsulti pontremolesi.
Nelle famiglie era invalsa la consuetudine di avviare i figli agli studi legali, che a molti di loro apriranno la possibilità di accedere alle cattedre universitarie, di assumere funzioni giudiziarie nei principati italiani, di dedicarsi all’avvocatura con successo (nelle raccolte a stampa del tempo sono reperibili i consigli di giureconsulti pontremolesi).
Secondo Marzio Venturini, lettore di diritto a Pisa, a consolidare poi le fortune patrimoniali delle famiglie concorse generalmente la parsimonia o la propensione al risparmio, quando non vi fu anche l’apporto delle unioni matrimoniali (9).
Non molte furono le famiglie che trassero le loro fortune dall’attività commerciale, anche se fra quelle famiglie si riscontrano le fortune più prestigiose.
La grande occasione per tali operatori fu il porto franco di Livorno.
Livorno era stato il centro di distribuzione in Italia delle merci provenienti dalla Spagna o da Marsiglia, nonché delle merci prodotto della guerra di corsa e della pirateria, prima che, a partire dal 1630, vi si facesse attivo il commercio inglese attratto dalla disponibilità di depositi nei quali le merci potevano restare giacenti anche per lungo tempo, a basso costo. Le navi inglesi sbarcano pepe, indaco, panni di lana a buon prezzo di produzione inglese e caricano soprattutto seta greggia e filata e tessuti di qualità specialmente di seta, le voci principali dell’esportazione italiana in Inghilterra. La guerra dei Trent’anni, interrompendo le tradizionali vie di terra verso i porti del nord, favorì ulteriormente il porto di Livorno, nel quale si finì per imbarcare la maggior parte delle merci italiane destinate all’Inghilterra, compresa la seta greggia e filata prodotta per la massima parte in Lombardia e Veneto.
I Pontremolesi furono tra i mediatori del movimento di merci tra Livorno e l’Italia settentrionale, operando sul mercato di Livorno e su quello di Piacenza, città nelle quali aprirono le loro case di commercio. Quando all’attività di commercio non unirono una attività manifatturiera, come quelle famiglie che impiantarono a Piacenza tessiture seriche nel secolo XVII. Pontremoli non ne ebbe vantaggi diretti, poiché non si può considerare un risolutivo contributo alla sua economia il mantenere aperti a Pontremoli, come alcuni operatori fecero, spacci specialmente di panni di lana.
Le fortune fondate da prima sul commercio, si moltiplicarono poi con gli interventi sul mercato dei cambi e sul mercato del denaro che con l’altra attività si intrecciarono.
L’intraprendenza di questi operatori andò attenuandosi sino a spegnersi a metà del secolo XVIII; le liquidità ricavate dal disimpegno furono impiegate progressivamente nell’acquisto di beni immobili e di luoghi di monte, i nostri titoli a reddito fisso, con l’immobilizzo in patrimoni che, esposti all’erosione delle successioni ereditarie, delle vicende economiche e qualche volta anche di una poco avveduta amministrazione, ebbero varia durata nel tempo.
Tratto da Storie di Pontremoli – dalle origini all’Unità d’Italia, di Nicola Zucchi Castellini, Tolozzi compagnia dei Librai, 1990
- L’asserzione che si riscontra in antiche cronache, non da tutti però in quel senso ac-cettata, parve si attagliasse alla disavventura toccata, nel 1135, a Pietro abate di Cluny che, tornando al suo convento, fu aggredito e di tutto spogliato in localită non precisata della Val di Magra; aggressione che fu addebitata a qualche obertengo. Cfr.: G. Volpe,Lunigiana Medievale, cit.
- U. Mazzini, Il registro della curia vescovile di Brugnato, in G. S. L., v. XII (1922).
- A. Ferretto, Codice diplomatico delle relazioni fra la Liguria, la Toscana e la Lunigiana, in ASL, XΧΧΙ.
- G. Sforza, Memorie e documenti, cit., parte I, v. II, cap. V.
- N. Zucchi Castellini, La fabbricazione della polvere pirica nel Pontremolese, in CAMP, 1942.
- M. Giuliani, Una memoria di Alessandro Malaspina sulla gabella del sale toscano in Lunigiana, in ASPP, n. s., v. XXVIII (1928).
- G. Gargiolli, Calendario Lunense, cit.
- N. Zucchi Castellini, (a cura di], Cronache pontremolesi del Cinquecento, cit.
- M. Venturini, Discorso legale, istorico, politico, della nobiltà di Pontremoli, 1725.
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