Premessa

Grazie ai documenti che ho rinvenuto il 21 maggio 2023 a Parma presso la sede della Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi[1] e grazie a ricerche effettuate sulla rivista “Archivio Storico per le Province Parmensi”[2] siamo in grado di affermare con certezza che la Sezione di Pontremoli della Deputazione nacque, sulla carta, l’8 maggio 1899, “in seno alla IV tornata dell’anno accademico 1898/1899”[3], quando Presidente della Deputazione di Parma era il politico e archeologo Giovanni Mariotti (1850 – 1935)[4] e segretario era Alberto Amadei (1857 – 1903)[5].
In particolare sappiamo che la Sezione di Pontremoli – allora ritenuta “Sottosezione” – nacque per merito di questi quattro studiosi: Giovanni Sforza (Montignoso 1846 – Montignoso 1922; illustre storico, letterato ed archivista)[6], Antonio Restori (Pontremoli 1859 – San Lazzaro Parmense 1928; insigne filologo e critico letterario)[7], Camillo Cimati (Lerici 1861 – Pontremoli 1945; politico, studioso e raffinato bibliofilo)[8] e Andrea Dosi di Giancarlo (Pontremoli 1863 – Pontremoli 1924; pittore, appassionato di belle arti ed esperto enigmista – si firmava Dino Serada -).[9]
Il 30 giugno 2024 presso le Stanze Civiche del Teatro della Rosa organizzai la nostra consueta seduta scientifica annuale proprio in omaggio al 125° anniversario (2024) della nostra sezione[10], con due interventi introduttivi (uno mio e uno del professor Giuseppe Benelli), una commemorazione e sei relazioni vòlte a rappresentare i diversi comuni presenti nella provincia di Pontremoli al tempo della Lunigiana Parmense[11].
Nel presente saggio propongo le commemorazioni dei quattro soci fondatori apparse sull’ “Archivio Storico per le Province Parmensi”[12], questa volta utilizzando volutamente solo il volume miscellaneo della Deputazione come fonte prestigiosa per ricostruire le vicende della nostra Sezione.
Su GIOVANNI SFORZA (1846-1922)
Fonte: Camillo Cimati, Il Conte Giovanni Sforza, in “Archivio Storico per le Province Parmensi”, vol. XXIV (1924), Deputazione di Storia Patria, Parma 1924, pp. XVII-XXII.
Il Conte Giovanni Sforza (1844 [sic!]-1922)
La differenza di età non fu ostacolo all’affettuosa amicizia che il Conte Giovanni Sforza ebbe per me, anzi per parecchi anni, fino a quando fu chiamato a dirigere l’Archivio di Stato di Torino, ebbi con lui consuetudini di vita. Ricordo sovente con grande nostalgia quei tempi in cui, insieme a due altri puri e colti spiriti lunigianesi, l’avv. Pietro Francini e il Marchese Alessandro Magni-Griffi, ci riunivamo spesso a Montignoso, a Massa, a Sarzana, a Fivizzano ed a Pontremoli, per combinare escursioni e gite nei castelli e nelle pievi della nostra Lunigiana, che Sforza sapientemente prima illustrava a noi e poi nelle sue dotte e numerose pubblicazioni. Le conversazioni con quei tre valent’uomini che io considero tutt’ora come miei maestri, era per me, che allora avevo la ventura di essere molto giovane, un vero godimento spirituale.
Per lo più si parlava di storia e specialmente di quella del Risorgimento e della nostra Regione; ma qualche volta c’entrava anche la politica, perché di politica si piccava il nostro amico.
Interessantissime erano le dispute, sempre cortesi, che si facevano fra noi. Francini e Magni liberali convinti erano nel fondo un po’ conservatori e non approvavano le idee riformatrici che, in materia di pubbliche libertà, incominciavano a prevalere nella politica italiana. Non sapevano poi adattarsi al riconoscimento, da parte dello Stato, della famosa formula giolittiana: libertà di sciopero e di lavoro.
Sforza, ed io ero d’accordo con lui, giudicava invece ottima quella politica e sosteneva la necessità, nell’interesse del paese e della stessa Monarchia, di non arrestarsi, anzi di andare ancora più oltre.
Mi sovvengo che citava esempi ed enunciava teorie che facevano arricciare il naso ai nostri amici; e Lui ci si divertiva un mondo; poi, con quel suo strizzar d’occhio e con quel colpo di spalle che gli erano proprii, confutava i loro argomenti e con qualche frizzo pieno di sale, faceva sorridere i nostri contradditori e cambiava argomento.
Una volta, dopo una discussione più animata, l’udii dire: cari amici, non vi spaventate, perché nel fondo sono un “codone”. Sappiate che io vorrei vedere “impalati” tutti i birbaccioni che vogliono speculare moralmente e materialmente sull’Italia. Però, intendiamoci bene, per loro soltanto io vorrei il “palo turco”.
E tolta la difficoltà di … identificarli non si può dire avesse torto.
Da questa parte aneddotica della sua vita appare come Egli fosse uno spirito libero ed aperto ad ogni idealità. Ed io desidero fare conoscere, specialmente da questo lato, il nostro illustre amico scomparso, perché tutti, fino a qui, per quanto io ne so, ne ricordarono con sapienti discorsi e monografie soltanto i grandi meriti di storico e di letterato.
Giovanni Sforza nacque a Montignoso nel 1844 [sic!] da famiglia comitale discendente da Sforza Secondo Sforza figlio naturale di Francesco Sforza Duca di Milano.
I moti del 48 contro il Duca Francesco V di Modena, obbligarono il di lui padre Conte Pietro, che si era gravemente compromesso, ad emigrare dalla Lunigiana estense nella vicina Toscana, dove il nostro Giovanni crebbe in un ambiente di cultura, nel quale si formò il carattere e ne trasse il grande amore per gli studi.
Pur sapendo di compiere un’indiscrezione, che lui vivo mi avrebbe rimproverato, tanto era la sua riluttanza a fare parlare di sé, mi piace trascrivere un brano del diario del padre suo che per una fortunata e fortuita combinazione potei leggere: e spero che i di lui figli, miei amici carissimi, non mi tengano il broncio per avere resa pubblica una notizia intima della loro famiglia. Il conte Pietro scriveva: “… Giannino aveva sette anni quando gli raccontai come il Commissario fosse venuto a Gabbiano a cercarmi e mi portò in carrozza a Massa; e a Massa il Commissario mi lesse l’ordine del Duca di Modena che io fossi interrogato e le mie carte perquisite; e che ero colpevole, come diceva con scherno il Commissario, di pensare a fantasie poetiche italiane … mi accostai perché vidi il povero piccino, diventato bianco dalla rabbia, prese il mio fucile da caccia ch’era là in un angolo e disse piano: ammazzerò io tutti i duchi e tutti i tedeschi! Il sentimento patriottico del nostro ragazzo andò sempre crescendo con gli anni; e oserei dire che l’inizio del suo purtroppo progressivo distaccarsi dalla tenerezza che aveva prima per sua madre fu quando, grandicello, vide che essa non condivideva le mie idee liberali. La cara Marianna è imbevuta di amore per il vecchio tempo, per le memorie del patriziato lucchese. Un giorno che disse scherzando che lei avendo del sangue di Castruccio Castracani nelle vene non se la sentiva di cadere in ammirazione davanti ai Carignano, Giannino che in quel tempo declamava Guerrazzi giorno e notte, gli fece una scena, dichiarandole che il suo sangue azzurro le faceva ribrezzo, che l’avvenire era dei rossi, ecc… Divenuto più grande gli è un po’ passata, ma in fondo qualcosa del genere gli resta ancora …”
Nelle parole del Padre vie è il giudizio esatto del carattere del figlio; e quando Egli le scriveva, forse non pensava che Giovanni, fatto uomo, pure avendo temperate le idee ed i giudizii, nel fondo si sarebbe conservato quello che era da bambino.
Nello stesso diario si trova scritto: “Il Bonaini è venuto da Firenze di passaggio per Genova e mi ha detto: suo figlio ha proprio un istinto per gli studi paleografici, è strano che essendo così ardente e passionato abbia al tempo stesso un filone con dei gusti da benedettino. Speriamo bene perché questo ragazzo che non sa distinguere cinque lire da mille lire, mi dà molto pensiero. Cesare Cantù è poi venuto a Montignoso da noi. Venne da Pisa anche Giannino che dopo il suo soggiorno a Milano ne è maniaco”.
Anche in queste parole, scritte quando il figlio era già studente a Pisa, c’è la divinazione paterna. Sforza divenne un uomo dotto, ma rimase sempre poco famigliare con tutto ciò che aveva sapore di finanza. Non poteva del resto che essere così. Cresciuto in un cenacolo di grandi italiani, Tommaseo, Bongi, Guasti, era naturale da essi non traesse che grande amore per gli studi storici e paleografici. A 17 anni pubblicò “Dante e i Pisani”; e da allora le pubblicazioni storiche e sul “Risorgimento” da lui date alla luce, si seguirono senza interruzione.
Divenne maestro affinando e perfezionando con lo studio di ogni ora e di ogni giorno le doti che ebbe largite dalla Natura, e, cosa assai rara, non conobbe l’egoismo, che chiamerò letterario, perché non vi è studioso italiano o straniero che in lui non abbia trovato un consigliere sicuro e disinteressato e un critico sempre garbato e coscienzioso.
Egli poi movendo dal campo storico che aveva per confine la nostra Lunigiana, trovò modo di allargare le indagini nel campo della storia nazionale.
Le “Memorie di Pontremoli”, frutto di studi amorosi e sapienti, sono un saggio importantissimo di ricerche nel periodo comunale e signorile e con esso portò un contributo nuovo per la conoscenza dell’Italia nel tempo della dominazione straniera. Pubblicò un’opera veramente classica sul grande Papa sarzanese Niccolò V e diede alla luce il primo epistolario manzoniano, costituito di circa 50 lettere, che furono il nucleo del “Carteggio” che in questi ultimi anni, con l’aiuto di Giuseppe Gallavresi, andava stampando a Milano l’Editore Hoepli.
Alla morte del Bonghi ebbe l’incarico di curare le pubblicazioni delle carte del grande Lombardo.
Ben disse il mio amico Senatore Crispolti: “Il nome di Giovanni Sforza rimane affidato agli studi Manzoniani, come quelli il cui tema desta un interesse che cresce ogni giorno, e durerà quanto il mondo lontano.”
L’attività di Giovanni Sforza fu veramente grande e le sue pubblicazioni, per quanto numerosissime, non raccolgono tutta l’opera sua. Egli lascia molto materiale del quale avrebbe saputo trarre scritti eruditi, e alcuni lavori pronti per la stampa, fra i quali “Dante e i Malaspina” e Documenti inediti per servire alla “Vita di Lodovico Ariosto”.
Oreste Frugoni nella Bibliografia degli scritti di Giovanni Sforza, elencò 349 fra libri e pubblicazioni e dice che altro centinaio di studii e memorie di argomento storico e letterario si trovano sparsi in Riviste e Periodici italiani.
Era socio della R. Accademia delle Scienze e dell’Accademia della Crusca. Fu Presidente della deputazione di Storia Patria per le Province Modenese e di quella nostra; fu Membro della Consulta Araldica e del Consiglio Supremo degli Archivi.
L’illustre figlio della Lunigiana che della nostra terra scrutò i segreti e conobbe i misteri, le glorie e i dolori nei tempi che furono, morì come visse, con una serenità veramente stoica, a Montignoso, nei primi giorni di Ottobre 1920.
Conosceva che la malattia che lo tormentava era di quelle che non perdonano, ma a coloro che lamentavano la lontananza del figlio Carlo, l’ex Ministro degli Esteri che si trovava a Parigi alla conferenza per la pace d’Oriente che in quei giorni era ne’ momento culminante diceva: “Non fate sapere a Carlo che io sono grave, difende a Parigi gli interessi del paese, e non deve muoversi”.
E così finì spartanamente e italianamente la sua laboriosa giornata. Onore e gloria a Lui! (1)
- Il figlio Carlo, cui la storia assai presto farà giustizia delle facili critiche che ora gli si muovono, per l’opera sua di Ministro degli Esteri, non giunse a Montignoso che il giorno dopo i funerali del Padre.
Camillo Cimati
Su ANTONIO RESTORI (1859-1928)
fonte: Jacopo Bocchialini, Antonio Restori, in “Archivio Storico per le Province Parmensi”, nuova serie, vol. XXIX (1929) – VII, Deputazione di Storia Patria, Parma 1929, pp. XLIII-L
Commemorazione letta nella tornata del 14 maggio 1929 dal Membro Attivo Avv. Jacopo Bocchialini.
Antonio Restori, nome caro alle lettere e alla città nostra, di cui egli stesso si considerava cittadino, tenendolo a grande onore[13], è stato degnamente ricordato a Parma e altrove, nella sua complessa e mirabile attività di studioso e di insegnante, da colleghi e discepoli, quali Augusto Mancini[14], Luigi Sorrento[15], Antonio Gasparetti[16], Francesco Picco[17], Alfredo Schiaffini[18], Ezio Levi[19], Camillo Pariset[20], i quali tutti si sono trovati concordi nell’affidare il ricordo all’eloquenza delle opere anziché al semplice suono delle parole e nell’intrecciare la gentile umanità del Maestro colla geniale severità scientifica dello studioso: rara concordia nel campo delle lettere, nel quale l’ira nemica vive spesso anche “oltre il rogo”. Non è qui il caso, di fronte a un istituto di studii storici di ambito limitato, di allargare i confini di questa commemorazione a un esame, sia pure rapido e per sommi capi, di tutta l’opera del Restori: è un discepolo che rievoca il Maestro, con accento di commossa venerazione, ma che deve limitare la rievocazione quasi esclusivamente ai rapporti intellettuali e spirituali che il Restori ha avuto colla città nostra, nella vita e negli studi.
Chi vi parla è un vecchio scolaro del Restori, ma la scuola in cui egli ebbe così alto Maestro risale ad anni così lontani, ch’egli deve affrettarsi a spiegarvi che solo l’affetto lo fa degno di ricordare lo scomparso, non la competenza né la posizione negli studi che è per lui oscura e trascurabile. Anni lontani, ma indimenticabili. Antonio Restori era tornato da poco insegnante in quello stesso Liceo Romagnosi in cui era stato studente, avendo a compagni di studi uomini di alta levatura spirituale come Agostino Berenini, Egberto Bocchia, Annibale Capella. Era tornato come Maestro, non soltanto come professore: la scuola del Carducci, la fraternità di spiriti e di vita col Pascoli ne avevano veramente fatto un Maestro. E dalla sua scuola uscirono discepoli dei quali i più lo amarono con devozione, tutti lo stimarono con riverenza e quasi con soggezione, nessuno ha potuto dimenticarlo: e quei discepoli avevano nomi (dico avevano, perché qualcuno ha preceduta il Maestro nel cammino verso la morte) che a Parma non furono e non sono discari: nobilmente versati alle discipline storiche o letterarie o storico-giuridiche, come Umberto Benassi, Giulio Coggiola, Carlo Capasso, Mario Longhena, Arnaldo Barilli, Camillo Pariset, Luigi Buglia, Antonio Boselli, Carlo Cantimori, Teodosio Marchi, Glauco Lombardi; o artisti della parola, come Ezio Molesini e Gustavo Ghidini e Giuseppe Melli e, ad un tempo, poeti come Ildebrando Cocconi; o uomini di scienza e di governo come Alessandro Martelli; o generosi assertori di italianità in lontane regioni, come Ugo Tedeschi, artista e diplomatico.
Lasciate che di tanto Maestro io ricordi anche la figura che così schiettamente ritraeva la sua formazione interiore: asciutto, rapido nelle mosse, scrutatore nello sguardo, arguto nella parola, sprezzatore di ogni bassezza, quasi “selvaggio” nelle abitudini, tagliente nell’ironia. Feriva dove e quando era necessità; sanava e incuorava dove e quando era giustizia. Deprimeva con freddezza, che era solo un’espressione di calma, indice a sua volta di certezza nel giudizio, e con uguale calma diceva la rara lode rapida e ferma. Rara e inebriante, appunto perché difficile. Parole indimenticabili le une e le altre, perché uscivano dall’anima di un Maestro ed entravano in un’altra anima, già moralmente disposta al rimprovero e all’incoraggiamento. Ma così si formavano, nella scuola, i caratteri: che è quanto dire, si formavano i caratteri per la vita. Tale sua attitudine morale egli aveva avuto modo di mostrare sino alla sua giovinezza, quando non ancora ventenne, aveva compiuto il suo “primo passo” letterario pubblicando nel 1878 sulla rivista “Prime Armi”[21] un coraggioso e acuto articolo sullo Stecchetti: coraggioso e acuto, sia dove proclamava la poesia del Guerrini “ammalata o, peggio ancora ridicola”, sia dove rintracciava lo “scolasticismo”, preludendo, in certo modo, a distanza di oltre trent’anni, al giudizio riassuntivo che dovevano darne tanto più tardi il Croce, che ne faceva un “poeta canzonatore”, e il Missiroli, che lo diceva un “poeta accademico”. Eppure il Restori era in quel tempo sulla soglia della “scuola bolognese”, cui apparteneva anche il Guerrini … Ma egli era fin d’allora un carattere libero e schietto. E tale rimase anche in seguito, nella scuola e nella vita. Ho nominato la scuola di Bologna: la rievoca lo stesso Restori[22], parlando del “gruppo dei giovani, per così dire”, alle feste di Bologna per le onoranze a Giosuè Carducci; e ad uno ad uno egli richiama i sodali, il “buon commentator di Dante, Tomaso Casini”, il “poeta Giovanni Pascoli”, “l’autore dei Bordatini, Severino Ferrari, e vibrante e irrequieto nella sua personcina di critico e poeta, Guido Mazzoni”; “l’illustratore di Torquato Tasso, Angelo Solerti”, il Tincani, il nostro orientalista conte Vittorio Rugarli, la “figura tra il Nettuno e ‘l Dio Pane del bravo Albicini”, l’ “arguto viso del Picciola”, la “placidezza bibliografica di Lodovico Frati” … E in quella notte, ad ora tarda, “in fondo alla viuzza del Piombo, in una favorevole oscurità sapientemente mantenuta dall’ufficio d’illuminazione urbana, davanti a una palazzina a cavallo alle vecchie mura della vecchia Bologna e, però, in città coll’uscio e in campagna con le finestre, una combriccola di così detti giovani attorniava riverente e commossa un più veramente giovine di loro, il Carducci: e auspice Guido Mazzoni gittava alla serena notte in onor del Maestro il triplice plauso sacro alle Muse … Possa l’Italia – diceva commosso il Restori – serbare il suo poeta ancora per lunghi anni onorati!”.
E la rievocazione si chiude con un brivido di commozione “al ricordo dolorosamente glorioso – evocato dal Carducci – dei nostri grandi maestri della patria, passati ignoti e non curati, invecchiati in tristezza povera, spenti nella desolazione del miserabile esilio …” La commozione di quella assemblea – conveniamone con rispetto – può essere bene austera commozione di noi che quell’ora vivemmo solo di lontano, ma con intensità e schiettezza.
Parma riebbe dunque il Restori fra le sue mura sino al dicembre 1897, ossia fino alla sua assunzione alla cattedra universitaria di Messina, ov’ebbe colleghi il Pascoli, il Mancini, il Barbi, il Ciccotti, il Dandolo, il Ricchieri, il Salvemini, il Savignoni e Benedetto Soldati, e donde doveva allontanarsi solo nel 1909, dopo il terremoto calabro-siculo, per assumere la cattedra genovese, che tenne con grande onore – per cinque anni insieme colla presidenza della Facoltà – sino al giugno 1928, pochi giorni prima della morte.[23] Ma se negli ultimi anni di sua vita noi gli fummo spiritualmente ancora più vicini, perché proprio allora, nel 1920, Egli compié l’atto più gentile e paterno che Maestro possa compiere per un discepolo – accompagnarne l’opera pel mondo, col viatico della sua parola, affettuosa e protettrice ad un tempo, – dobbiamo dire che il periodo della sua vita che fu più vicino, negli studi, alla città nostra, si è, naturalmente, quello in cui egli dimorò per vari anni fra queste mura.
Giungeva a Parma da Cremona, dopo aver peregrinato a Sansevero, a Matera – compagno di insegnamento al Pascoli, che con lui, come narra il Bulferetti[24], “si prendeva l’unico divertimento, di cavalcare” – a Cagliari, a Modica, a Siracusa; e a Parma prendeva stanza per salire a maggiori fortune, prima coi corsi liberi di Bologna, ove sostituì più di una volta il Carducci, per desiderio del Maestro, poi dalle cattedre di Messina e di Genova.
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L’insieme della sua operosità nel campo degli studi medievalisti è troppo vasto per un semplice cenno: devo quindi limitarmi a ricordarne i poderosi lavori sul Cid, quelli su Pier Jacopo Martelli, la “Storia della letteratura provenzale” (Hoepli, 1891), tradotta poi in francese dal Martel (Montpellier, Hamelim, 1894), i numerosi studi critici di letteratura provenzale e spagnola, le pubblicazioni di carattere musicale e teatrale, tra cui “La musique des Chansons françaises” e le ricerche abbondanti e varie sulla letteratura comica spagnola, durante pressoché fino agli ultimi tempi di sua vita.
Accennerò invece più specificamente a ciò che tocca da vicino gli studi che rientrano nell’ambito di questa Deputazione: e così, anzitutto, alle sue “Note fonetiche sui parlari dell’alta Val di Magra” (Livorno, Fr. Vigo, 1892), che ci permettono di rilevare com’egli sia stato il primo a studiare, con metodo scientifico, i dialetti e la poesia popolare nelle alte vallate della Magra, con riferimenti alle parlate delle contigue vallate del Parmigiano; alla memoria su “La battaglia di S. Pietro e i primi documenti del vernacolo parmense”, pubblicata negli Atti di questa Deputazione del 1893; alla notizia e recensione su “Il dialetto di Parma” di Egidio Gorra pubblicata su una rivista filologica tedesca (“Literaturblatt. für germ. u. rom. Philogie”, 1893, fasc. VI) alla recensione ai “Testi dialettali parmensi” di Antonio Boselli (“Giovane Montagna”, 1907, n. 20), e allo scritto su “La Fodriga da Panocia – Studio dialettale e ricordi storici parmensi”, destinato (e giunto troppo tardi) pel “numero unico” di certi scapati studenti universitari del 1900 che con aria seria siedono oggi in questa Deputazione, e pubblicato l’anno dopo sul “Per l’Arte” (17 maggio 1901). E poiché non ne è tenuto conto nemmeno nell’amplissima bibliografia del Sorrento[25], richiamo anche gli articoli, tutti pubblicati nel periodico cittadino “Per l’Arte”, su “Don Juan de Villamediana” (4 marzo 1894), su “Jaufrè Rudel” (25 marzo 1894), su “Una Società di studi italiani a Parigi” (8 e 22 aprile 1894), sui “Félibres italiani” (4 novembre 1894), sul secondo congresso nazionale di musica sacra tenutosi in Parma nel 1894 (25 novembre 1894), su la leggenda de “L’ebreo errante”, a proposito di una conferenza di Corrado Ricci (31 marzo 1895), e su versi di Luigi Buglia “della sua Val di Magra” (29 novembre 1896). E infine, ultima sua operosità sulle riviste nostre, un articolo su “Abdelkader Salza a Parma” (“Aurea Parma”, 1920, pp. 220).[26]
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Scrive Francesco Picco, ricordando, dopo la morte del Restori, la ripresa degli studi all’Università di Genova, che “un senso di mestizia occupa tutti i cuori, una folla di ricordi, lieti e tristi, turba tutti gli animi. Un nobile Maestro più non sale la sua cattedra, più non torna ai suoi cari discepoli, ai suoi amati colleghi.”
Né noi lo rivedremo più, fuor che nella memoria, vigile e gelosa: memoria che, ahimé, troppo meno ritiene di quanto sia assorbito dall’anima. Chè, se così non fosse, ben maggior tesoro avremmo tratto, Antonio Boselli ed io, dai lunghi colloqui che facevano serene e liete le nostre visite estive alla sua villa di San Donato d’Enza, in cui Egli si ritraeva nella felice intimità della famiglia, amata e protetta sino al brivido dell’angoscia.
Basta. L’animo è mesto, nel ricordo, ancora a distanza di un anno dalla sua morte, e il cuore non sente illanguidirsi il vecchio affetto tenace: gran cosa, se si pensi ch’è il dono più puro che possa essere offerto da discepoli: amare ricordando, ricordare amando.
I discepoli hanno detto la loro parola, riverente e commossa: l’hanno ascoltata con riverenza i suoi vecchi e nuovi colleghi di Deputazione: ne era ben degno!
Fannogli onore e di ciò fanno bene …
Jacopo Bocchialini
Su CAMILLO CIMATI (1861-1945)
Fonte: “Archivio Storico per le Province Parmensi”, quarta serie, vol. I (1945-1948), Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi, Parma 1949, pp. 9-10 (Luigi Poletti su Camillo Cimati[27])
Adunanza della Sezione Pontremolese (30 dicembre 1945)
Esaurito l’ordine del giorno il dott. M. Giuliani presenta il seguente verbale dell’adunanza della sezione di Pontremoli.
Il 30 dicembre 1945 si è radunata, in una sala del Palazzo Comunale, g.c., la Sezione di Pontremoli della “Deputazione di Storia Patria per le Provincie Parmensi”, recentemente ricostituita per iniziativa dell’on. Micheli, Commissario per le “Deputazioni” dell’Emilia.
Notevole l’adesione del Prof. Alberico Benedicenti dell’Università di Genova, che, nel salutare il risorgere della Sezione pontremolese, aggiunse l’augurio che il fatto preluda all’auspicata annessione del circondario di Pontremoli alla Provincia di Parma. Indi fu reso omaggio alla memoria dei soci defunti: Sen. Camillo Cimati, già presidente della Sottosezione pontremolese, rievocato con elevata parola dal Comm. Luigi Poletti, il quale formulò anche il voto, accolto da tutti i presenti e fatto suo dalla Sezione, che la preziosa raccolta dei mss. e voll. relativi alla storia di Pontremoli, messa insieme con tanto amore e lunga fatica dal compianto Senatore, non vada dispersa e sia assicurata alla città e agli studi; Generale Pietro Ferrari, geniale studioso e illustratore della storia lunigianese e pontremolese, commemorato in forma eletta dal Prof. Alberico Benedicenti: Prof. Enrico Lazzeroni del quale ricordò la nobiltà della vita e l’opera di studioso M. Giuliani. …
Su ANDREA DOSI (1863-1924)
Luigi Bocconi, Il Marchese Andrea Dosi, in “Archivio Storico per le Province Parmensi”, vol. XXIV (1924), Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi, Parma 1924, p. XXXIX
Il Marchese Andrea Dosi (1863-1924)
Il 7 settembre 1924 cessò di vivere a Pontremoli il Marchese Andrea Dosi, membro attivo, dal 9 aprile 1899, di questa R. Deputazione di S.P.
Nacque, egli, nella suddetta città il 26 giugno 1863, da una delle più ragguardevoli famiglie del luogo, la quale ottenne il titolo marchionale dal Duca di Parma Francesco I Farnese, e padre suo fu il March. Gian Carlo, che nel 1859 fece parte dell’Assemblea Costituente delle Provincie Parmensi e che da questa venne scelto, insieme al Marchese Giuseppe Mischi, al Conte Jacopo Sanvitale, al Maestro Giuseppe Verdi e all’Avv. Carlo Fioruzzi, per recare a Re Vittorio Emanuele II, in Torino, l’atto plebiscitario di unione delle Provincie medesime al Piemonte.
Venne educato nel Real Collegio di Lucca seguendovi gli studi classici, e poscia trascorse abitualmente la vita tra la città natale e Milano, ove lo chiamavano interessi personali.
Dotato di squisite qualità d’animo, fornito di vivace ingegno, gentiluomo perfetto per sentimenti e per maniere, si dedicò con ogni cura alla famiglia, ricuoprì con plauso pubblici uffici in patria, coltivò costantemente con grande amore le arti belle, esercitando la penna e il pennello, e seppe procacciarsi la stima, la simpatia, l’affetto di quanti lo avvicinarono.
Così, la sua scomparsa lasciò un profondo rimpianto in ogni classe della cittadinanza pontremolese e tra i numerosi amici ed estimatori che contava in varie parti d’Italia.
Luigi Bocconi
Marco Angella, Un ricordo dei quattro soci fondatori della Sezione di Pontremoli della Deputazione: Giovanni Sforza, Antonio Restori, Camillo Cimati e Andrea Dosi, pubblicato in “Il Porticciolo”, anno XVIII, n. 3, settembre 2025, pp. 103-112.
La rivista spezzina “Il Porticciolo” è fondata e diretta dalla professoressa Rina Gambini.
[1] Su questo argomento cfr. Marco Angella, Sulle origini della Sezione di Pontremoli della Deputazione, sorta nel 1899, in corso di stampa sull’ “Archivio Storico per le Province Parmensi”, vol. LXXVI; cfr. Archivio della Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi, Cart. 22, Processi Verbali 1895-1917, Anno accademico 1898-1899.
[2] Nell’estate del 2023 presso l’emeroteca della Biblioteca civica “Mario Colombi Guidotti” di Parma ho sfogliato tutti i volumi dell’ “Archivio Storico per le Province Parmensi” dal 1892 ad oggi e ho fotografato le parti salienti relative ad albo, resoconti ed indici, in modo da creare un archivio ben documentato.
[3] Cfr. Marco Angella, Sulle origini, op. cit., “Le origini della Sottosezione di Pontremoli”.
[4] Su Giovanni Mariotti (1850-1935) cfr. Umberto Benassi, Giovanni Mariotti Presidente della R. Deputazione Parmense e cultore della Storia Patria, in “Archivio Storico per le Province Parmensi”, vol. XXII bis (1922), Deputazione di Storia Patria, Parma 1922, pp. I-XIV [pubblicazione in occasione della “ricorrenza del cinquantesimo anniversario della sua nomina a socio corrispondente”]; cfr. Arnaldo Barilli, Sen. Giovanni Mariotti, in “Archivio Storico per le Province Parmensi”, vol. XXXV (1935) – XIII, Deputazione di Storia Patria, Parma 1935, pp. 68-82 [commemorazione]; cfr. Giorgio Monaco, Giovanni Mariotti, in “Archivio Storico per le Province Parmensi”, quarta serie, vol. II (1949-50), Deputazione di Storia Patria, Parma 1951, pp. 32-34 [nel centesimo anniversario della nascita]; cfr. Giuseppina Allegri Tassoni, “I Presidenti”, in Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi. 1860-1960, Tipografia Ed. “La Nazionale”, Parma 1962, pp. 40-42.
[5] Su Alberto Amadei (1857-1903) cfr. Luigi Sanvitale, Commemorazione del Segretario dott. Cav. Alberto Amadei, in “Archivio Storico per le Province Parmensi”, vol. III (1903), Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi, Parma 1905, pp. 285-299.
[6] Su Giovanni Sforza (1846-1922) cfr. Silvio Andreani, Giovanni Sforza, in “A Noi!”, anno IV, n. 23, 9 giugno 1907, pp. 1-2; Camillo Cimati, Il Conte Giovanni Sforza, in “Archivio Storico per le Province Parmensi”, vol. XXIV (1924), Deputazione di Storia Patria, Parma 1924, pp. XVII-XXII; Ubaldo Formentini, Sforza Giovanni conte, in “Enciclopedia Italiana”, 1936; Manfredo Giuliani, Giovanni Sforza e la “Storia” di Pontremoli, in “Archivio Storico per le Province Parmensi”, quarta serie, vol. XII (1960), Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi, Parma 1961, pp. 191-198; Roberto Andreotti, Coerenza storiografica di Giovanni Sforza, in “Archivio Storico per le Province Parmensi”, quarta serie, vol. XII (1960), Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi, Parma 1961, pp. 199-206. Cfr. inoltre il recente volume Stefano A. Benedetto – Francesca Nepori (a cura di), Giovanni Sforza. Storico, archivista e bibliofilo, Atti del Convegno “Giovanni Sforza a cento anni dalla scomparsa”, 1-4 ottobre 2022, Massa-La Spezia, Pubblicazioni degli Archivi di Stato, 2023.
[7] Su Antonio Restori (1859-1928) cfr. Jacopo Bocchialini, Antonio Restori, in “Archivio Storico per le Province Parmensi”, nuova serie, vol. XXIX (1929) – VII, Deputazione di Storia Patria, Parma 1929, pp. XLIII-L (contiene anche la foto) [commemorazione letta nella tornata del 14 maggio 1929 dal Membro Attivo Avv. Jacopo Bocchialini]; Roberto Lasagni, Restori Antonio, in “Dizionario Biografico dei Parmigiani”, PPS Editrice, Parma 1999, vol. IV, pp. 82-84; Davide Checchi, Restori Antonio, in “Dizionario Biografico degli Italiani”, vol. 87 (2016); Amedeo Benedetti, Tra Carducci e Pascoli: l’attività di Antonio Restori, in “Esperienze Letterarie” 2017, n. 1, pp. 45-63; Marco Angella, “Pontremoli” nelle carte dell’Archivio Pascoli di Castelvecchio, in “Il Porticciolo”, anno X, n. 3, La Spezia 2017, pp. 106-119, in particolare “Il filologo pontremolese Antonio Restori e Giovanni Pascoli”.
[8] Su Camillo Cimati (1861-1945) cfr. Pietro Ferrari, Il senatore Camillo Cimati in “Il Campanone 1940. Almanacco Pontremolese”, Tipografia Artigianelli, Pontremoli 1940, pp. 283-294; Nicola Michelotti, Camillo Cimati dalla politica locale al Parlamento italiano, Buonaparte, Sarzana 2003.
[9] Su Andrea Dosi (1863-1924) cfr. Luigi Bocconi, Il Marchese Andrea Dosi, in “Archivio Storico per le Province Parmensi”, vol. XXIV (1924), Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi, Parma 1924, p. XXXIX; Nicola Michelotti, Dosi. Dosi Delfini, Greco & Greco, Milano 2007, p. 87, n. 92: “È anche autore di delicate composizioni in rima e pregevoli pubblicazioni di ordine letterario con la firma anagrammata di Dino Serada: Quondam erat, novelle fantastiche, 1895; In hac lacrymarum valle, racconti, 1896; Charitas, a beneficio del civico Ospedale, 1898”.
[10] Cfr. Maria Luisa Simoncelli, Il 125° anniversario della Deputazione di Storia Patria, in “Il Corriere Apuano”, anno CXVII, n. 27, 6 luglio 2024, p. 6 [Si è riunita domenica mattina a Pontremoli la sezione locale della Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi]. Intervennero, oltre a me, Giuseppe Benelli, Sara Taglialagamba, Luciano Bertocchi, Paolo Lapi, Mariella Menchelli, Riccardo Boggi, Monica Armanetti e Fabrizia Formaini. Per l’occasione il sindaco di Pontremoli Jacopo Ferri donò alla nostra Sezione la medaglia commemorativa coniata nel 2022 per i 400 anni del Voto della Madonna del Popolo.
[11] Per gli atti della nostra Sezione cfr. “Archivio Storico per le Province Parmensi”, vol. LXXVI, in corso di stampa, che dovrebbe uscire nel dicembre 2025.
[12] Preciso che le note inserite nella commemorazione di Antonio Restori sono a cura di Jacopo Bocchialini e sono state riportate (seppur con numero diverso) come citate nel testo originario.
[13] In prefazione a Poeti parmensi dell’ultimo cinquantennio di J. Bocchialini, “Aurea Parma”, 1920, pp. 220-223.
[14] In “Aurea Parma”, 1928, anno XII, fascicolo IV.
[15] In “Aevum”, Rassegna di scienze storiche linguistiche e filologiche, Milano, 1928, fascicolo 3. A proposito della commemorazione fattane dal prof. Mancini su “Aurea Parma” il Sorrento scrive che “alla sua terra d’adozione il R. consacrò studi di dialettologia, di storia e di folclore e appunto nella diletta Parma incominciò a illustrare le preziose opere manoscritte nel teatro spagnuolo, possedute dalla Biblioteca Palatina”.
[16] Nella rivista “Colombo”, Genova, 1928, fascicolo del settembre.
[17] In “Corriere Mercantile” di Genova, 6-7 novembre 1928.
[18] Nell’ “Annuario dell’Università di Genova”, 1928.
[19] In “Studi Medievali”, vol. I, fascicolo 2, 1928, pp. 641-643.
[20] In “Corriere Emiliano – Gazzetta di Parma” del 7 luglio 1928.
[21] Parma, 10 aprile 1878 (sotto lo pseudonimo “Nino”).
[22] In “Per l’Arte”, 16 febbraio 1896, “Onoranze a Giosuè Carducci”.
[23] Do qui i titoli dei corsi di letterature neolatine da lui tenuti dal 1909 al 1928: La lirica francese delle origini (1909-10), L’epopea spagnola (1910-11), La storia del teatro spagnolo (1913-14), Le origini lontane del “dolce stil nuovo” (1914-15), La lirica provenzale dalla crociata Albigese alle Leyes d’amor (1915-16), Lope de Vega e El arte nuevo de hazer comedias (1919-20), Il “Pelérinage Charlemaine” (1920-21), Dante e i trovatori e i trovieri (1923-24), I primi documenti del volgare italiano (1924-25), La storia dell’epopea provenzale (1925-26), Espressioni poetiche del culto a Maria in Ispagna (1926-27), La chanson de Roland (1927-28).
[24] Giovanni Pascoli – L’uomo, il maestro, il poeta; Milano, Libr. Milan., 1914, p. 62.
[25] La bibliografia contenuta nel citato scritto del Sorrento, sebbene abbia qualche lacuna, è tuttavia abbondantissima e molto accurata; e ad essa rimando chi abbia desiderio di maggiori e più precise notizie bibliografiche.
[26] Riprodotto nel nostro volume: Alberto Róndani e il suo tempo, Parma, 1920.
[27] Come ha riferito lo studioso Nicola Michelotti (1935 – 2010), segretario della nostra Sezione per molti anni, della commemorazione di Camillo Cimati “manca il testo scritto, mai pubblicato dalla Deputazione”, anche se “ne resta un sunto nel verbale della seduta”. Cfr. Nicola Michelotti, Camillo Cimati …, op.cit.,, p. 103.
La fotografia di introduzione alla pagina è stata tratta dal sito https://biblioteche.parma.it/SebinaOpac/.do e mostra la sala di adunanza del Consiglio della Deputazione – sede di Parma.