DANTE E LA CULTURA IN LUNIGIANA

Nel ‘300 la Commedia presto si impose per forza di poesia e vastità di dottrina. I lettori ne subirono il fascino, anche se non ne seppero dare valide spiegazioni critiche. Più che il poeta, si ammirò in Dante lo scienziato, il filosofo, il teologo, l’uomo superiore per altezza morale e fede teologica. «Sentimenti e fantasie; atti di fede e insegnamenti; censure, sentenze e vendette; annunzi e profezie », scienza e filosofia; verità religiose e morali (Croce): tutto contribuiva a dare alla Commedia il senso di un’opera unica, alla cui composizione veramente avevano posto mano « e cielo e -terra » (Par. XXV, 2). I significati allegorici, anagogici e morali, che si innestavano su quello letterale, convincevano della necessità di commenti e interpretazioni. Dante stesso, che nel Convivio già aveva chiosato alcune canzoni, dava l’avvio alle indagini sul «poema sacro » con la lettera a Cangrande della Scala (ep. XIII). Il concetto medioevale della poesia, come bella veste di verità scientifiche e morali, contribuiva non poco agli studi riguardanti la storia, la filosofia, gli ideali politici e religiosi, l’eredità culturale antica e recente accolta da Dante e le allegorie e il fine del poema. Indagini «allotrie », senza dubbio, rispetto a quella « estetica » (Croce); ma, storicamente, di primaria importanza. Gli uomini del ‘300 e, in primo luogo, il Boccaccio esaltarono in Dante l’ideale del sapiente, che, al di là delle cure familiari e politiche, aveva saputo studiare e meditare sui grandi problemi della vita umana, della storia, della fede.

I commenti di Jacopo Alighieri, ser Graziolo de’ Bambaglioli, Jacopo della Lana, l’Ottimo, Guida da Pisa, Pietro Alighieri, Boccaccio, Benvenuto da Imola, Francesco da Buti; Filippo Villani; i compendi di Jacopo Alighieri, Mino d’Arezzo, Bosone da Gubbio, Cecco degli Ugurgieri, Guido da Pisa; le pubbliche « letture » di Boccaccio, Antonio Pievano di Vado, Filippo Villani a Firenze, di Benvenuto da Imola a Bologna, di Gasparo Scuaro de’ Broaspini a Verona, di Nofri di Giovanni a Pistoia, di Giovanni di ser Buccio da Spoleto a Siena, di Francesco da Buti a Pisa; l’influenza sui poemi allegorici (il Dottrinale di Jacopo Alighieri, il Dittamondo di Fazio degli Uberti, il Quadriregio di Federico Frezzi, la stessa Acerba di Cecco d’Ascoli, l‘Ameto e L’amorosa visione del Boccaccio, i Trionfi del Petrarca) e la diffusione delle copie della Commedia pongono le basi per un vero e proprio culto dell’opera dantesca.

In Lunigiana il culto di Dante cominciò assai presto, se è lunigianese l’autore anonimo della Lettera di frate Ilario (1321-1350). L’esule fiorentino, a nome di Franceschino di Mulazzo, aveva concluso la pace di Castelnuovo Magra col vescovo di Luni Antonio di Camilla (6 ottobre 1306); e aveva trovato un amico e un protettore in Moroello di Giovagallo. Il ricordo di Dante, strettamente legato al nome dei due marchesi, con i quali si era chiusa la grande politica malaspiniana, venne presto conservato come patrimonio glorioso dei signori di Lunigiana. E se i Malaspina erano lusingati dalle lodi del poeta, che ad essi aveva riconosciuto il «pregio della borsa e della spada » (Pur. VITI, 129), le immagini dantesche desunte dal paesaggio, dalle leggende e dalla storia lunigianese (Lerici, Luni, la Pania, i « marmi bianchi » di Carrara, la Magra, Aronte, Corrado il giovane, Alagia Fieschiò, davano ben presto l’avvio al formarsi di una leggenda popolare dantesca, significativo riconoscimento, fin dal ‘300, dell’altissima poesia della Commedia leggenda, che già intorno al 1350 Fazio degli Uberti, il poeta innamorato di Ghidola Malaspina di Fosdinovo, accoglieva nel Dittamondo, dantescamente indicando fra i « marmi bianchi di Carrara » la grotta dell’indovino etrusco Aronte,

Anche in Lunigiana tuttavia dovevano farsi sentire le correnti preumanistiche, soprattutto vive nelle pubbliche scuole di Pontremoli: correnti, che andavano affermando la superiorità del latino sulla lingua volgare e che, implicitamente, tendevano a svalutare la Commedia, perchè scritta nella lingua del popolo. Non a caso Pietro Alighieri e il Boccaccio illustravano la cultura classica e mitologica di Dante. Esemplare, nella sua ambiguità, doveva essere l’atteggiamento del Petrarca. L’arte di Dante «doveva apparire troppo rozza, violenta, disuguale a chi inaugurava, sul modello dei classici, l’ideale del decoro signorile e dell’equilibrata compostezza e misura » (2) Modello di stile e di vita era il Petrarca, e non Dante, per il cieco perugino, che insegnò grammatica nelle scuole di Pontremoli dal 1335 al 1348 ( 3), e per l’umanista Giovanni Manzini della Motta di Fivizzano, uomo di corte di Gian Galeazzo Visconti, primo duca di Milano (4).

Per il primo Umanesimo fiorentino, in particolare per Colluccio Salutati, che anche il fivizzanese Manzini diceva « fonte di eloquenza » e suo « maestro », e per Leonardo Bruni, Dante ancora personifica « l’ideale dell’uomo completo, opposto al letterato solitario, che si isola dal mondo » (M. Puppo). Tuttavia presto prevalse la concezione del letterato separato dagli interessi politici e familiari; e il modello dantesco si fece più lontano e incomprensibile.

Il nuovo gusto umanistico della forma fa provare fastidio, inoltre, non solo per il latino «barbaro » medioevale di Dante, ma anche per il volgare della Commedia, ritenuto poco raffinato e indegno di un capolavoro. Il pregiudizio della superiorità del latino farà dire a Niccolò Niccoli nei Dialogi ad Petruna Histrum di Leonardo Bruni, con esagerazione polemica, che Dante era « poeta da lasciarsi ai ciabattini, ai fornai, e a simile gente ». Ma anche quando il pregiudizio della lingua fu superato per opera del Bruni (Vita di Dante, 1436) e, soprattutto, del Bembo (Prose della volgar lingua, 1525). era contro Dante il gusto dell’eleganza formale. I classici e il Petrarca rimanevano ideali più alti da riscoprire e imitare,

A Fivizzano il tipografo Jacopo stampava le « Satire » di Giovenale (c. 1471), le opere di Virgilio (1472), il De officiis, i Paradoxa stoicorum, il Laelius e il Cato maior di Cicerone(1472), le opere di Sallustio (1474) (5).  Epistolae e un Lexicon latini scriveva il pontremolese Nicodemo Trincadini (1410 c. 1481), cancelliere di Francesco Sforza, duca di Milano, e amico di Francesco Filelfo (6).  In versi latini descriveva la Liguria il sarzanese Giacomo Bracelli (1419-1457), segretario della Repubblica di Genova; un commento latino alle tragedie di Seneca era opera di Anton Maria Visdomini di Arcola. E se Giovanni Antonio da Faie (1409-1470) di Malgrate scriveva in volgare l’autobiografia e la cronaca delle agitate vicende lunigianesi del ‘400, l’umanista Bartolomeo Fazio della Spezia e il Bracelli scrivevano in prosa latina classica la storia di Alfonso I d’Aragona, che nel 1442 era divenuto re di Napoli (7).

La cultura lunigianese si inseriva nella più vasta cultura umanistica italiana con uno scambio non superficiale di idee e di contributi. Alla corte aragonese di Napoli operano gli spezzini Giacomo Curlo, grecista e latinista, amico di Poggio Bracciolini e Antonio Beccadelli, e Bartolomeo Fazio, discepolo di Guarino veronese, amico del Panormita e del Pontano, in vivace polemica con Lorenzo Valla (8).  Il sarzanese Anonio Ivani era a contatto con l’ambiente neoplatonico fiorentino e con Marsilio Ficino. Il sarzanese Tommaso Parentucelli diveniva papa Niccolò V (1447-1455) e fondava la Biblioteca Vaticana. Nell’ambiente romano operavano i fratelli Pietro e Antonio Noceti di Bagnone.

Il modello dantesco era messo in disparte, anche se nel 1476 Lorenzo il Magnifico inseriva la Vita nova e le Rime di Dante nella Raccolta aragonese e nel 1481 Cristoforo Landino, che aveva letto la Commedia nello studio di Firenze accanto ai testi dei classici antichi, presentava il suo Commento alla signoria con disegni del Botticelli, di ispirazione platonica.

Nei primi decenni del ‘500 Pietro Bembo, interpretando profonde esigenze rinascimentali, proponeva a modello di stile il raffinatissimo Petrarca. Dante, la cui Commedia era comunque esaltata per «la grandezza e varietà del soggetto », era ritenuto inferiore per l’uso di parole spesso « rozze, durissime, immonde »: la Commedia si poteva « giustamente rassomigliare ad un bello e spazioso campo di grano, che fosse tutto d’avene e di logli e d’erbe sterili e dannose mescolato ».

Le riserve si accrebbero dopo la scoperta integrale della Poetica di Aristotele nel 1536. La Commedia non era riducibile a nessuno dei generi letterari «regolari » o « legittimi ». L’aristotelismo, che in Lunigiana ebbe notevoli cultori nel pontremolese Paolo Belmesseri e nel gesuita sarzanese Anton Maria Parentucelli (1548-1589), era tendenzialmente avverso ad una valutazione positiva dell’opera dantesca e, pur non trascurandola, indicava agli uomini di cultura altri modelli.

A Virgilio e Ovidio continuava a ispirarsi il pontremolese Paolo Belmesseri (1480-1545 c.) , che in raffinati versi latini esprimeva una tenue poesia sentimentale, nostalgica, erotica (9); poesia minore, senza dubbio, ma sincera e storicamente significativa nel momento in cui era al tramonto la grande poesia umanistica in latino, continuata tuttavia in Lunigiana dal sarzanese Agostino Bernucci (1515-1587), amico del Molza, dal panicalese Ventura Peccini e dal sarzanese Baldassare Taravacci (10).

Ai classici e al Petrarca si ispirava Bonaventura Pistofilo (1470-1535) di Malgrate, segretario del duca Alfonso I d’Este, amico dell’Ariosto e di Tito Vespasiano Strozzi, e autore di versi lodati dal Bembo ( 11 ).

Di ispirazione petrarchesca e bembesca, oltre all’Accademia degli Imperfetti di Fivizzano, era il cenacolo culturale creato alla corte di Massa da Alberico I Cybo Malaspina (15321623), di cui erano esponenti i massesi Giovanni Giudici (1530 c. – 1591) e Agostino Ghirlanda (1520 c. – 1588) e lo stesso principe Alberico, le cui poesie, pubblicate a Genova nel 1591 da Pietro Bartoli, ancora nel Settecento trovavano favorevoli consensi, per il loro « buon gusto », nel Crescimbeni e nel Quadrio.

Alle regole aristoteliche, per la composizione del poema L’amor di Marfisa (Venezia, 1562), si rifaceva Danese Cataneo (1500 c. – 1573) di Colonnata (Carrara), allievo del Sansovino come scultore e operante, come letterato, nella cerchia di Bernardo e Torquato Tasso (12)

La cultura lunigianese, che esprimeva esigenze di rinnovamento morale col gesuita Silvestro Landini (1490 c. – 1554) di Malgrate e si apriva alla problematica storica di Machiavelli e Guicciardini con Papirio Picedi (1528-1614) di Arcola (13) si sviluppava in stretto rapporto con la cultura italiana (14).

In Lunigiana accoglieva i motivi della leggenda popolare dantesca l’umanista sarzanese Agostino Bernucci. Tommaso Porcacchi, che nel 1585 pubblicava a Verona una storia dei Malaspina, documenta, invece, la diffusa opinione dei marchesi di Lunigiana, che sentivano Dante come una gloria della loro famiglia.

Il Porcacchi, anzi, nel tentativo di maggiormente esaltare la « grandezza della casa Malaspina » e quasi a sollecitare l’orgoglio di « patrizi riconoscenti (secondo un’espressione foscoliana) verso chiunque li vestiva delle glorie amplificate dei loro maggiori » ( 15), portava nuovi contributi alla leggenda dantesca lunigianese, fondata sull’ospitalità data a Dante e sulle lodi del poeta ai « signori » e alla « contrada », affermando che l’esule fiorentino non solo in Lunigiana aveva ripreso la composizione dell’Inferno, secondo il racconto del Boccaccio, ma l’aveva condotta a termine sotto la protezione del marchese Moroello di Giovagallo, « grande fautor delle lettere » ( 16): leggenda dotta, dunque, di origine encomiastica, a cui, tuttavia, in seguito a lungo si prestò fede; ancora nel 1827 vi consentiva il carrarese Emanuele Repetti (17 ).

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Nel Seicento la poetica degli aristotelici, che, nonostante la Difesa di Dante di Jacopo Mazzoni (1573), continua a ritenere non « regolare » la Commedia, provocando l’ironia del Boccalini ( 18); il gusto formale petrarchesco e tassesco; il disprezzo per la letteratura del passato; la poetica marinista della meraviglia e il gusto dell’ « ingegnosità » spiegano lo scarso interesse per la poesia dantesca (19 ). « Dal 1596 al 1702, soltanto tre edizioni della Commedia nessun commento! » ( Flamini).

La « ricerca celebrale della metafora », considerata « il fine e il mezzo della poesia » (Chimenz)j e la tendenza al meraviglioso, non sorretta nei minori secentisti da intime esigenze dello spirito, alimentano una produzione letteraria molto scadente.

In Lunigiana scrissero senza vera ispirazione Carlo I Cybo Malaspina (1581-1665), accademico degli Intrepidi di Ferrara col nome di Accinto, e Giacomo Leoni di Zuccano, autore di Encomi e capricci poetici. Altri, come Giovanni Maria Lazzari di Cassetana (Fivizzano), continuarono la tradizione umanistica latina o, come Cesare Orsini di Ponzano, detto Maestro Stoppino, si rifecero alla tradizione folenghiana cinquecentesca (20).

La mancanza di entusiasmo morale e il formalismo spagnolo e controriformistico fecero del Seicento il secolo dei giuristi. Nello studio del diritto si segnalarono i pontremolesi Sforza Trincadini, Bartolomeo Bologna, Pietro Caballo, Giambattista Canossa, Claudio Enrighini, Marzio e Francesco Venturini, Antonio Curini, Ottavio Villani (1592-1632), reggente del Supremo Consiglio d’Italia a Madrid; Giacomo Leoni di Zuccano; i fivizzanesi Borgnino Cavalcani (1530-1607) e Terenzio Fantoni (1620 c. – 1687), amico di Cosimo III e promotore della lotta contro la tortura nei processi (Discursus de iuramento reis non dando, Firenze, 1679).

Nella storiografia, dominata dall’interesse per la politica e la precettistica e a carattere antiletterario, continua a tener vivo « l’ideale umanistico della storia, intesa come solenne e ben costruita e proporzionata composizione oratoria » (Sapegno), il sarzanese Agostino Mascardi (1590-1640), che nella Congiura del conte Giovanni Luigi dei Fieschi, stampata a BoIogna nel 1639, volle dare « una compita azione » per tentare « tutti quei luoghi, che in una lunga istoria possono appresentarsi » (21)

Qualche positiva novità nelle arti figurative con Francesco Battaglia di Mignegno (Pontremoli) e nella scienza col pontremolese Giuseppe Zambeccari (1659-1729), medico e scrittore, lodato da Francesco Redi e successore di Lorenzo Bellini nella cattedra pisana di anatomia ( 22 ).

Mancava «la disposizione psicologica a leggere e comprendere Dante » (Cosmo). Anche chi lo ammirava (Tommaso Campanella; Nicola Villani; Galileo, a cui si devono due Lezioni sulla figura, il sito e la grandezza dell’Inferno di Dante; Lorenzo Magalotti, che commentò i primi cinque canti dell’Inferno), non lo faceva senza riserve.

Il tentativo più interessante di inserire Dante nella tematica barocca della « meraviglia » fu compiuto dal fivizzanese Giovanni Talentoni (1542-1617), accademico della Crusca, professore di logica e medicina a Pisa, Pavia e Parma, studioso del Petrarca e critico di certi aspetti della poesia del Tasso ( 23) Nel Discorso sopra la meraviglia con l’occasione del IV Canto del Purgatorio di Dante (1597), il Talentoni, rivelando una conoscenza non comune della Commedia e dei commenti del Landino e del Vellutello, studia, in armonia con le prime poetiche barocche, la meraviglia nelle « varie sue cause e nelle sue molteplici manifestazioni » (24 ): quella meraviglia, che il Marino allora proclamava fine della poesia e dalla quale « un autentico poeta » (se fosse esistito) avrebbe potuto trarre impensate « risorse intime » e un « lievito fantastico e trasfigurante » in relazione al « sorgere di un nuovo ideale figurativo » e all’apparire di una « nuova sensibilità linguistica » (25).

Nel pensiero del Talentoni, una completa dottrina della meraviglia poteva essere derivata dalla Commedia. meraviglia nasce dalla « novità » degli oggetti, su cui si fissa l’attenzione del poeta (Purg. V, 7-9; XVI, 33; XXIV, 4-6; Par. XXXI, 40-43): oggetti insoliti (Purg. XIV, 13-15; Par. II, 16-18); mostruosi (Inf. XXXIV, 37-38); improvvisi, « non sperati e non aspettati » (Purg. VII, 10-12). Causa soggettiva: l’ignoranza, la « nebbia dell’anima » (Par. XX, 88-93; I, 94-96; Purg. XXIII, 37-39). Manifestazione esteriore: il « mutar colore » (Purg. II, 67-69; II, 82). Effetti interiori, più profondi e conturbanti: perplessità, sospensione (Par. XX, 87), turbamento (Purg, XXVI, 67-70), desiderio istintivo di sapere (Purg. XXIII, 58-60), stupore (Purg. XXVI, 71; XXXI, 124129; Par. XXXI, 40). L’anima, su cui la meraviglia esercite la sua « fiera tirannia », è totalmente dominata: può dimenticare perfino il veloce trascorrere del tempo (Purg. IV, 1-4).

In questo modo Dante veniva recuperato ai problemi della. civiltà barocca. Al Talentoni stava innanzi non il Poeta sicuro di sè, che domina le cose con sguardo fermo e sicuro, ma il poeta dubbioso, nei momenti in cui avverte se stesso inserito in una realtà incomprensibile: il Dante Diti vicino agli uomini del’600, la cui Weltanschauung doveva aopunto insistere « su una visione della vita fragile e fugace, sulla presenza continua del temoo distruttore e veloce, sull’ossessione lugubre e desolata della morte » (Getto).

Nessuno, nella Lunigiana seicentesca, si innalzò al livello critico del fivizzanese; in altri scrittori, come il Berettari e il Dal Pozzo, la memoria di Dante veniva accolta come mero dato di una tradizione, che continuava a operare sia a ‘livello popolare che a livello aristocratico.

Il carrarese Francesco Berettari (1626-1706), amico del fiorentino Magliabechi, nel poema Luna (1673) e nel carme Hilelmus (1678) si faceva cantore della scomparsa Luni e dell’indovino Aronte, uscito dalla fantasia di Lucano, ma reso poeticamente più autentico da Dante, che lo aveva posto in una spelonca fra i « marmi bianchi » di Carrara, proteso a scrutare « le stelle e ‘l mar » (Inf. XX, 46-51).

La leggenda dantesca veniva, anzi, ampliata; e ad Aronte era attribuito il bassorilievo romano dei « Fantiscritti » (Giove, Ercole, Bacco), scoperto nel 1442 da Ciriaco d’Ancona (26).

Alla dimora di Dante in Lunigiana, come motivo di onore per i Malaspina, ritornava invece, sulle orme del Porcacchi e della consuetudine encomiastica, Giulio Dal Pozzo, che nel 1678 dedicava al principe Alberico II Cybo Malaspina (16071690) la sua biografia della contessa Matilde (27). L’episodio dei primi sette Canti dell’ « Inferno », perduti e « miracolosamente » ritrovati, e la continuazione della prima Cantica in Lunigiana erano accettati, senza analisi critica, dalla « Vita di Dante » del Boccaccio.

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L’ideale settecentesco del « buon gusto », proposto dall’Arcadia nel 1690 in funzione antibarocca, predilige Petrarca a Dante, e dà luogo a una letteratura, in cui naturalezza e semplicità molto spesso diventano, soprattutto nei minori, sinonimo di leziosa rappresentazione di un mondo frivolo e mediocre. Tipica, in Lunigiana, la poesia occasionale del medico e letterato Pier Carlo Vasoli (1680-1750 c,) , animatore dell’Accademia fivizzanese degli Imperfetti (28).

L’Arcadia, che proclamava Metastasio il «Sofocle d’Italia », non può comprendere la poesia di Dante, ben altrimenti profonda e complessa. Nè la comprende il Settecento illuminista, sensista e razionalista, insensibile di fronte alla poesia e all’arte di quelle che erano dette «civiltà primitive ». Per Voltaire la Commedia era un poema bizzarro, per Cesarotti un «guazzabuglio mostruoso », per Bettinelli un incomprensibile « trattato scientifico », scritto in stile barbaro e « gotico ».

Per comprendere Dante non bastava la Difesa di Gaspare Gozzi (1758), la « rivolta del buon senso » contro le esagerazioni polemiche delle Lettere virgiliane (1756) del gesuita Bettinelli; occorreva superare la mentalità razionalistica.

E’ il Vico (1668-1744) per primo che, ritrovando la natura della poesia nella forza primitiva della fantasia e della passione, può accostarsi a Dante e sentirlo come il «toscano Omero », il poeta della ritornata barbarie d’Italia ». Poeta creatore di civiltà, come Omero, era Dante anche per il Gravina (1664-1718) e lo svizzero Bodmer.

Nel Settecento illuminista solo Vittorio Alfieri (1749-1803) poteva capire la fierezza del carattere e la poesia di Dante. Il poeta astigiano, tutto preso dalla lotta antitirannica, prestava al fiorentino qualcosa della sua ansia libertaria e rivoluzionaria: « Dante, dall’oppressione e dalla necessità costretto d’andarsene ramingo, non si rimosse per ciò dal fare versi; nè con laide adulazioni nè con taciute verità avvilì egli i suoi scritti e se stesso »; anzi, « quella stessa necessità non potè impedirgli di altamente pensare e di robustissimamente scrivere”.

Spiriti alfieriani penetrano ormai anche nella vecchia Arcadia, divenuta «una grande e nazionale accademia » (Croce), in cui si formano i propugnatori di nuovi ideali e, come 1a napoletana Eleonora De Fonseca Pimentel o il pugliese Ignazio Ciaia, gli « eroi » e i « martiri della libertà al sopraggiungere dell’era rivoluzionaria » (L, Russo).

In Lunigiana è il caso di Gaspare Jacopetti (1735-1802) di Pariana (Massa), in Arcadia Antisio Stratiota, (29) ma e uomo libero e sdegnoso, formatosi sui testi di Plutarco (29) e di Giovanni Fantoni (1755-1807) di Fivizzano, in Arcadia Labindo Arsinoetico, ma « già di massime e aspirazioni repubblicane » (Carducci).

Proprio il Fantoni, l’Orazio etrusco, « l’artefice mirabile di versi », maestro di stile perfino al Carducci, « ribelle e anticonformista », « arcade e giacobino », sentiva Dante alla maniera alfieriana (30); e quando saliva ospite dell’amico Carlo Emanuele IV nell’ « armata rocca » di Fosdinovo: non mancava di rendere omaggio alla memoria dell’esule « ghibellin fuggiasco », che una poco fondata tradizione diceva aver vissuto per qualche tempo nel castello malaspiano (31).

Per tutta la vita rese a Dante « letterario culto » anche il pontremolese Lorenzo Pavesi (1745-1802), che nel Collegio Cicognini di Prato, alla scuola dei Gesuiti, si era fatta una vasta cultura sugli autori latini e italiani, e da Dante e Virgilio aveva derivato uno « stile preciso, forte, elevato e terso », alieno dalle morbidezze arcadico-petrarchesche (32), stile significativamente apprezzato dal parmense Angelo Mazza (1741-1817), un neoclassico con irrequiete aspirazioni da poeta vate e insoddisfatto della sola perfezione formale.

Estranee all’ambiente culturale lunigianese non sono più, ormai, nemmeno le nuove esigenze spirituali preromantiche. Il gusto dell’esotismo, la poesia idillico-sentimentale, il wertherismo, la poesia notturna e sepolcrale, l’ossianismo già operano nel fivizzanese Fantoni. La stessa tradizione di un Dante ospite dei castelli feudali dei Malaspina si adegua al nuovo sentire.

Il Monti per primo, nell’Ode alla marchesa Anna Malaspina della Bastia (1788), cantava con gusto schiettamente preromantico la presenza misteriosa, nel castello di Mulazzo, dell’ « esule immeritevole »:

Del vate è quella la magnanim’ombra,

errar s’oda uno spirto, ed empia tutto

di reverenza e d’orror sacro il loco.

Del vate è quella la naagnan’ombra,

che, tratta dal desio del nido antico,

viene i silenzi a visitarne.

Nel 1790, in un sonetto per le nozze di Marianna Malaspina di Mulazzo col patrizio fiorentino Lorenzo Cambi, ripeteva lo stesso motivo poetico, pur in tono minore, il pontremolese Lorenzo Pavesi: l’ombra dell’antico poeta, caro a Currado e a Beatrice, ancora vagava fra i ruderi desolati e silenziosi di quella torre di Dante, che la tradizione popolare mulazzese già da tempo indicava come il luogo preferito dall’esule poeta per le sue meditazioni.

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Il Settecento arcade e illuminista, neoclassico e preromantico, è anche il secolo dell’erudizione e della storiografia, improntate a ordine razionale e scrupolo scientifico.

La storia, sulla via tracciata dal Voltaire, diventa storia della cultura, dominata dall’idea del progresso e tesa a diffondere i nuovi concetti di libertà, uguaglianza, fratellanza, umanità, tolleranza e a criticare aspramente gli errori e le superstizioni del passato. E’ il caso del piemontese Cario Denina, (1731-1813), autore delle Rivoluzioni d’Italia (1762-1772). Ma, prima del Denina, aveva dato l’esempio di attività erudita, mossa da concrete esigenze storico-culturali, il modenese Ludovico Antonio Muratori (1672-1750), che aveva insegnato a tutta una generazione di studiosi la scrupolosa ricerca dei documenti, il controllo rigoroso delle testimonianze, la ripugnanza a sintesi generali non sorrette da minute analisi.

Al Tiraboschi (1731-1794) si deve un « archivio ordinato e ragionato di materiali cronologie, documenti e disquisizioni per servire (come osservava il Foscolo) alla storia letteraria d’Italia Il Bellori, il Baldinucci, il Winckelmann, il Lanzi si dedicano alla storia delle arti figurative. A molteplici indagini storico-critiche si interessano il Giornale dei letterati d’Italia (1710-1740) del veneziano Apostolo Zeno, le fiorentine Novelle Letterarie (1740-1768) di Giambattista Lami, il milanese Caffè dei Verri: studi e ricerche, che tendono a formare una coscienza di tipo nazionale, anticipando il pensiero più maturo dei romantici dell’Ottocento. Di tale fervore scientifico si avvalgono anche gli studi danteschi. Giuseppe Pelli e Gian Tacopo Dionisi preannunciano Ie moderne ricerche storico-filologiche; Bartolomeo Perazzini per primo dà un albero genealogico ai manoscritti della Commedia. All’editore veneziano Zatta si deve, nel 1757-58, la prima edizione completa delle opere dantesche. Le nuove indagini si riflettono nei commenti alla Commedia del gesuita Pompeo Venturi (Lucca, 1732) e del francescano Baldassarre Lombardi (Roma,1791).  Il fervore di studi e di iniziative culturali non manca in Lunigiana.

Un lunigianese, Alessandro Malaspina di Mulazzo (17541810), nel 1789-1793 esplora, sulle orme di Cook, il Pacifico al comando di navi spagnole ( 33). Il pontremolese Stefano Bertolini (1711-1782), studioso di Machiavelli, è a contatto con Carlo Denina (34). Maria Teresa Cybo (1725-1790) nel 1769 fonda l’Accademia carrarese di scultura e architettura. A Pontremoli il risveglio economico-commerciale si riflette nella creazione di una notevole scuola pittorica, che ha i suoi esponenti in Francesco e Giambattista Natali, nel Contestabili, in Alessandro Gherardini, in Giuseppe e Sebastiano Galeotti, Giuseppe Bottani, Pietro Pedroni (35). Il sarzanese Bonaventura de Rossi studia l’opera di Niccolò V; Niccolò Maria Bologna la storia di Pontremoli; il fivizzanese Luigi Fantoni le condizioni economiche e culturali della Lunigiana negli anni 1779 e 1780. Angiolo Anziani e Onorato Bonamici ci danno un compendio storico della regione; lo spezzino Giorgio Viani studia le vicende della famiglia Cybo e si interessa della numismatica massese (36).

Nel quadro delle indagini erudite della ricerca appassionata di documenti si collocano, come un fatto di primaria importanza per gli studi danteschi, la scoperta e la pubblicazione dovuta a Lorenzo Mehus nel 1759, della Lettera di frate Ilario a Uguccione della Faggiola (37), e nel 1765, su iniziativa politica del marchese Manfredo Malaspina di Filattiera, la scoperta degli Atti notarili della pace di Castelnuovo Magra del 6 ottobre 1306.

La Lettera « ilariana » estende la leggenda dantesca lunigianese al Monastero di Santa Croce del Corvo alla foce della Magra e propone all’attenzione degli studiosi, oltre a problemi di carattere storico, come quello del presunto viaggi di Dante a Parigi, alcune questioni assai importanti di critica: l’asserito proposito iniziale di comporre la Commedia in latino, i motivi storici dell’uso del volgare: la necessità dei commenti, il problema della dedica dell’ « Inferno » a Uguccione della Faggiola, del « Purgatorio » a Moroello Malaspina di Giovagallo, del « Paradiso » a Federico III di Sicilia. Problemi presto dibattuti da Giuseppe Pelli e Gian Jacopo Dionisi, che, accettando il contenuto della lettera ilariana, solo discute « se l’Inferno dedicato da frate Ilario sia egli quello stesso, che si legge al presente » (38).

Nella Lettera dello pseudo-ilario colpisce soprattutto l’intensità poetica del personaggio di Dante, esule senza conforto, alla ricerca di una pace impossibile. Ed è senza dubbio questa forza poetica che, al di là di ogni stroncatura razionale, animerà, in seguito, ogni recupero sentimentale.

La realtà della presenza dantesca in Lunigiana, al di là dei testi della Commedia, si basa essenzialmente sugli Atti notarili della pace di Castelnuovo Magra o pace della Calcandola, « il più importante documento dell’esilio di Dante (39): atti, che il 22 settembre 1765 il notaio Antonio Nivaldi ritrascriveva per quel « Codex diplomaticus » della famiglia Malaspina, voluto dal marchese Manfredo per sollecitare dalla corte imperiale di Vienna l’investitura del feudo di Filattiera. Dopo quattro secoli e mezzo, nel quinto centenario della nascita del poeta, venivano riscoperti documenti essenziali per la biografia dantesca e la storia di Lunigiana. La pace del 6 ottobre 1306 tra i Malaspina e il vescovo di Luni era stata trattata da Dante, procuratore di Franceschino di Mulazzo, e dai frati minori Guglielmo Malaspina e Guglielmo da Godano; ed era stata sancita a Castelnuovo Magra, nel palazzo dei vescovi, con atti rogati dal notaio sarzanese Giovanni di Parente di Stupio. I documenti sarzanesi davano un importante contributo alla conoscenza delle vicende dell’esilio dantesco. Giambattista Lami li pubblicava sulle fiorentine Novelle letterarie nel 1767 (40) Nel 1769 li ripubblicava a Pisa il Maccioni, preoccupato di sostenere il diritto del marchese Manfredo Malaspina di Filattiera all’investitura imperiale del feudo di Treschietto (41).

« Una pace vera e una perpetua concordia » era ciò che Dante si era proposto per la Lunigiana nel 1306: « in ogni regno deve essere desiderabile la tranquillità, nella quale prosperano i popoli c viene riposta l’utilità delle genti; la tranquillità, che, madre conveniente delle arti utili, moltiplica il genere umano col susseguirsi delle generazioni, aumenta le buone disposizioni, affina i costumi e appena si conosce di quanta virtù sia”.  Parole scritte dal notaio Giovanni di Parente di Stupio, ma riflettenti, senza dubbio, il pensiero dantesco. La « mirabile dolcezza » della pace era di nuovo esaltata nella lettera all’imperatore Arrigo VII del 17 aprile 1311; l’esule poeta sentiva veramente la pace come condizione essenziale per « l’umana prosperità » (Epistola VII).

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I romantici del primo Ottocento (Herder, i fratelli Schlegel, Hegel, Schelling), approfondendo la mentalità storicistica di derivazione vichiana ed esaltando la forza e il valore delle personalità individuali, rinnovano profondamente il culto di Dante, per Carlyle il poeta-profeta-eroe dell’intera umanità.

Dante si impone per il vigore religioso, morale e politico: « genio artistico, primitivo e solitario, libero dall’ossequio alle regole e al gusto classicistico e razionalistico » (Mario Puppo), creatore di una civiltà. La Commedia è, per Hegel, la « vera epopea artistica del Medioevo cristiano e cattolico ». « Il Medioevo realizzato come arte » sarà anche la definizione di Francesco De Sanctis. Ma in Italia, al motivo storistico, doveva sovrapporsi la prospettiva civile-patriottica in stretta armonia con gli ideali risorgimentali, Il culto di Dante doveva coincidere col culto della patria da riscattare dalla servitù straniera e da unificare dalle Alpi alla Sicilia, dal Piemonte al « Carnaro », « ch’ltalia chiude e i suoi termini bagna » (Inferno, IX, 114).

Neoguelfi e neoghibellini (Troya, Balbo, Gioberti, Tommaseo da un lato, e Foscolo, Mazzini, Rossetti, Guerrazzi, Niccolini dall’altro) vedono in Dante il « genio della nazione » e, con generoso anacronismo, il profeta del Risorgimento. La passione politica anima gli studi danteschi (42 ). E’ il momento delle appassionate ricerche storiche, stilistiche ed estetiche (43 ) che si riflettono nei commenti alla Commedia del Biagioli, di Paolo Costa, di Raffaele Andreoli, di Pietro Fraticelli, di Brunone Bianchi, e, migliore di tutti per finezza psicologica, di Niccolò Tommaseo.

Di particolare rilievo, nel quadro del rinnovato culto dantesco, è il commento del vezzanese Niccolò Giosafatte Biagioli (1772-1830), vivacemente polemico contro le interpretazioni del padre Baldassare Lombardi. Il Biagioli, ex-frate ed ex-giacobino, dantista e petrarchista, maestro di italiano alla corte parigina della duchessa di Berry ( 44 ), si scaglia contro le « stravaganze allegoriche », tradizionalmente ricercate nella Commedia; ritiene fondamentale un’esegesi letterale, da cui partire per valide analisi estetiche, e, risentendo della cultura del primo Ottocento, studia Dante alla luce delle osservazioni alfieriane. Di qui la consapevole ricerca della personalità dantesca e l’atteggiamento polemico contro i commentatori del passato. Proprio per queste caratteristiche il commento, pubblicato a Parigi nel 1818-1819 e dedicato al genovese Luigi Corvetto, ministro delle finanze di Luigi XVIII, trova consensi e dissensi.  « Nessuno, a mio parere, scrive il Monti al Biagioli il 2 dicembre 1818 — è mai andato sì addentro allo spirito di questo gran padre della poesia italiana ». Ma lo stesso Monti, autore di Postille ai commenti del Biagioli e del Lombardi (Ferrara, Taddei, 1879), dissente dall’eccessiva polemica del vezzanese. Anche il Foscolo doveva presto dolersi dei « motti aspri, e forse anche illiberali », usati contro il Lombardi, che era stato « benemerito, più ch’altro mal, del poema ». Di un Biagioli dantista già aveva parlato al Fauriel il Manzoni, che a Parigi aveva conosciuto il vezzanese come autore di grammatiche italiane e francesi, nelle quali c’era « Dante da per tutto, perfino nella dedica”.

Ma, più che sul piano di una interpretazione globale del. l’opera dantesca, la cultura lunigianese del primo Ottocento si sente impegnata sul piano degli studi storici al fine di chiarire i rapporti tra Dante e i marchesi Malaspina, e di accettare o rifiutare il contenuto della lettera ilariana. Alle ricerche del Gerini e del Repetti guardano con estremo interesse. anche studiosi di altre regioni d’Italia, come il napoletano Carlo Troya e il milanese Pompeo Litta, in una circolarità di interessi, che prova l’inserimento della cultura lunigianese nel quadro più ampio e vivo della cultura italiana.

Al fivizzanese Emanuele Gerini (1777-1836), che coordina le ricerche e l’impegno storiografico del nipote Girolamo Gargiolli di Fivizzano, del marchese Giuseppe Malaspina di Fosdinovo, del massese Carlo Frediani e del pontremolese Carlo Bologna, si devono scoperte essenziali sui Malaspina vissuti al tempo di Dante: il « fondamento più saldo e sicuro » per ogni ricostruzione storica oggettiva (45 ). Già nel 1827 il Gerini inviava al Vieusseux, che li faceva pubblicare sull‘Antologia dal Repetti, documenti di eccezionale importanza sui Malaspina dei secoli XIII e XIV: sui figli di Corrado il Vecchio (Moroello di Mulazzo, Manlredi di Giovagallo, Alberto di val di Trebbia, Federico di Villafranca), su Corrado il giovane e  i suoi fratelli (Obizzino e Tommaso di Villafranca), su Franceschino di Mulazzo e i suoi figli (Giovanni e Moroello), lasciati, alla morte del padre, sotto la tutela di Castruccio Antelminelli (46). Documenti, che il Gerini poneva a base delle biografie malaspiniane nelle Memorie storiche di illustri scrittori e di uomini insigni dell’antica e moderna Lunigiana (18291831) (47).

E’ per primo il Gerini a illustrare le figure di Corrado il vecchio e di Corrado il giovane, di Orietta sua moglie e di Spina, la figlia sposata a Niccolò di Gragnano e nel 1282, in seconde nozze, a Giuffredi Capece: nozze, di cui già aveva parlato il Boccaccio nel Decameron (II, 6). Ed è ancora il Gerini,che sa individuare con sicurezza i cinque Moroello Malaspina vissuti al tempo di Dante: Moroello di Mulazzo, figlio di Corrado il vecchio; Moroello di val di Trebbia, figlio di Alberto; Moroello di Villafranca, figlio di Obizzino; Moroello di Giovagallo, figlio di Manfredi; Moroello di Mulazzo, figlio di Franceschino.

Il protettore e l’ospite di Dante, il marchese, a cui il poeta aveva dedicato il « Purgatorio » secondo quanto affermava la « Lettera di frate Ilario », non poteva essere che Moroello di Giovagallo, il « vapor di val di Magra », l’unico Malaspina, che. nel primo Trecento, poteva essere posto fra gli « eroi » italiani.

Manca al Gerini la disposizione critica dello studioso nei confronti del documento scoperto. Egli accetta senza riserve la Lettera ilariana e non coglie l’ironia dantesca a proposito del vescovo di Luni Gherardino Malaspina nella lettera ai cardinali italiani del 1314 (tutti corrotti gli ecclesiastici, «eccetto il vescovo di Luni »!). Tuttavia l’opera svolta dal Gerini è di fondamentale importanza per gli studi dantesco-malaspiniani; e ad essa si richiamava lo stesso Repetti, a volte critico poco benevolo del fivizzanese.

II carrarese Emanuele Repetti (1776-1852), collaboratore dell’Antologia, accademico dei georgofili amico del Vieusseux e dei napoletani Carlo Troya e Gabriele Pepe, nelle Osservazioni sopra un aneddoto riguardante la vita di Dante Alighieri (1820) studia i documenti sarzanesi della pace di Castelnuovo Magra del 6 ottobre 1306, già utilizzati da Paolo Costa nella breve « Vita di Dante » premessa al commento della Commedia nel 1819, e recupera alla leggenda dantesca lunigianese Castelnuovo Magra, Sarzana e Falcinello, Bibola, Brina e Bolano (48). Nel 1827 sulla Antologia, con i documenti avuti dal Gerini, compila l’ « Albero genealogico dei marchesi Malaspina di val di Magra, dei quali Darla Dante Alighieri »: ma non ha la sicurezza del Gerini. Confonde il guelfo nero Moroello di Giovagallo, marito di Alagia Fieschi, col ghibellino Moroello di Villafranca, vicario di Arrigo VII a Brescia nel 1311, e cade in grave errore, insieme al Troya, quando fa di Moroello di Giovagallo non il cugino, ma il padre di Franceschino di Mulazzo: errore, da cui fu liberato solo dopo la pubblicazione delle Memorie storiche di Lunigiana del Gerini. Tuttavia, dà prova di critico nel manifestare i primi dubbi, fin dal 1820, sull’autenticità della lettera ilariana per l’impossibilità di trovare a Sarzana documenti riguardanti un frate Ilario vissuto al monastero del Corvo nel 1315 o nel 1308 e per l’impossibilità di una dedica del Purgatorio e del Paradiso a Moroello Malaspina e a Federico III di Sicilia.

Solo nel 1827, dopo uno scambio di lettere con l’amico napoletano Carlo Troya, che si era proposto di « riconciliarlo » con frate Ilario, si disse convinto dell’autenticità del documento conservatoci dal Boccaccio: autenticità da molti accettata (Troya, Repetti, Ferdinando Arrivabene, Cesare Balbo, Saverio Baldacchini, Pietro Fraticelli), ma da altri respinta per la scarsa credibilità del contenuto (Silvestro Centofanti, Pietro Venturi, Melchiorre Missirini, Luigi Muzzi). Nel 1833, nel Dizionario geografico, fisico, storico della Toscana », il Repetti l’accettava pienamente, illuminando con la presenza di Dante le località lunigianesi di Ameglia, Monte Marcello, Bocca di Magra, S. Croce del Corvo e veramente diventando, secondo un giudizio del Tommaseo, « il biografo dei luoghi »,dei quali sapeva cogliere « storie, poemi e dolori » (49).

Nell’Ottocento romantico, sensibile alle tradizioni popolari (50) non era possibile sottrarsi, in verità, al fascino poetico della lettera ilariana. Dante esule alla vana ricerca della pace era tema adattissimo alla poesia storico-sentimentale secondo i modelli offerti dal Grossi, dal Pellico, dal Cantù, dal Prati e dall’Aleardi. Nel 1845 fu il tema prescelto dall’Accademia di Milano per un concorso di pittura, vinto da Giuseppe Bertini sul Bezzuoli, il Crosa, il Gualdi; e fu tema « patetico » prescelto da numerosi autori (Antonio Mezzanotte, Antonio Bellagamba, Agostino Falconi, Lorenzo Costa, Carlo Emanuele Muzzarelli, Emilio Ferrari, Vincenzo Lanfranchi) per esercizi poetici, in cui la facilità del verso e l’insufficiente elaborazione formale sono segno esteriore della mancanza di intima ispirazione (51 ). Del 1853 è anche il poemetto carducciano Dante al Monastero del Corvo, dove il giovanissimo versiliese sente soprattutto la poesia del paesaggio di Lunigiana.

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Gli studi storici e l’attenzione alle tradizioni popolari dantesco-lunigianesi furono riproposti nel 1865: aspetto particolare del culto di Dante nel quadro delle celebrazioni italiane per il sesto centenario della nascita del poeta. Emanuele Celesia ricercò la leggenda popolare dantesca a Mulazzo, dove ancora si indicava una « casa di Dante », e ripropose il tema boccaccesco dell’importante opera di Moroello Malaspina di Giovagallo al fine della continuazione della Commedia da parte dell’esule poeta ( 52).

Francesco Musettini raccolse le Epigrafi dantesche (53)’ altri compirono ricerche storico-geografiche per darci una carta del viaggio di Dante nella Liguria e nella Lunigiana ( 54) o una carta del viaggio di Dante dalla valle del Vara a quella dell’Arno (55).

L’attenzione degli studiosi si accentrò, tuttavia, soprattutto sulla Lettera di frate Ilario a Uguccione della Faggiola, comunemente ritenuta autentica. L’episodio di Dante al monastero del Corvo per ricercare la pace fu oggetto di racconti storici, di componimenti poetici, di meditazioni quasi religiose, di indagini erudite (56); e a capo Corvo salirono, con la certezza di trovarsi in un luogo dantesco, i naturalisti italiani riuniti alla Spezia nel loro secondo Congresso. Il 20 settembre 1865, « in tempi di concordia italiana e di nuovo culto per il  poeta sacro nella chiesetta sorta sulle rovine dell’antico monastero di S. Croce, essi posero, a ricordo del preteso incontro tra Dante e frate Ilario, una epigrafe dettata da Don Antonio Pontremoli (57).

Più notevole, nel quadro degli interessi dantesco-lunigianesi, la ripresa degli studi storici. L’inglese lord Vernon ripropone all’analisi critica i documenti sarzanesi della pace di Castelnuovo Magra (6 ottobre 1306), in cui Dante aveva svolto una parte di primaria importanza (58) ed Eugenio Branchi, in due lettere a Pietro Fraticelli, di nuovo si pone il problema del « vero Moroello Malaspina ospite e amico di Dante » e lo risolve, identificando il protettore di Dante in Moroello di Val di Trebbia, figlio di Alberto (59): indicazione erronea, già rifiutata dal Gerini, ma stimolatrice di nuove ricerche d’archivio, che dovevano confermare nel guelfo nero Moroello di Giovagallo l’uomo adatto a capire l’animo  e la poesia dell’esule Dante (60).

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Ultimo frutto della critica romantica e « vera pietra miliare » (Croce) nella storia degli studi danteschi furono, nel 1869-70, le pagine, che su Dante scriveva Francesco De Sanctis nella Storia della letteratura italiana. La Commedia veniva globalmente definita « il Medioevo realizzato come arte »; ma se l’arte era il concreto o il vivente il Medioevo teologico, mistico, ascetico, orientato verso l’al di là, poteva diventare arte, solo in quanto veniva dimenticato e dissolto nella concretezza delle passioni umane: « mondo intenzionale », dunque, non mondo « effettivo » del poeta. La poesia viveva nel sentimento potente e drammatico della vita, che Dante aveva espresso con maggior vigore nell’Inferno che nel Purgatorio e nel Paradiso, dove il processo verso l’astratto e l’assoluto comportava una progressiva dissoluzione della forma. Nel Paradiso, addirittura, la poesia, secondo il critico di Morra Irpina, viveva soltanto nei paragoni, che richiamavano alla vita della terra.

L’analisi desanctisiana segnava veramente il culmine della Scuola estetica della critica, ma l’orientamento positivistico della cultura del secondo Ottocento non ne riprese i temi: il rapporto tra mondo intellettuale, morale, religioso, politico e la poesia di Dante, e la valutazione unitaria della Commedia. I rappresentanti della Scuola storica (Carducci, Bartoli, D’Ancona, Del Lungo, Comparetti, Rajna, Novati, Renier, Zingarelli, Moore, Toynbee. Witte, Scartazzini, Gaspary, Bassermann) si proposero ricerche storico-filologiche da svolgersi con rigoroso metodo scientifico nei campi più diversi, dai problemi del testo (a cui si dedicò la Società Dantesca italiana, costituitasi a Firenze nel 1888) all’analisi della cultura e della società del tempo di Dante.

Caratteristico, nei confronti degli studi danteschi del passato, fu l’atteggiamento del fivizzanese Adolfo Bartoli (18331894), il più grande degli storici di Lunigiana (61 ): un dubbio sistematico sulla leggenda dantesca, sia a livello popolare che letterario. Dopo le « fantasie romantiche » occorreva la certezza critica: « un lavoro modestissimo, che indichi quali sono i pochi fatti certi della vita dell’Alighieri, quali i probabili, quali i dubbii nello stato attuale della letteratura dantesca ». Non era possibile accettare la proposta desanctisiana di « leggere Dante senza commenti »: proposta « audace », ma « pericolosa al di là delle « impressioni estetiche si doveva affermare la serietà del metodo storico, basato sul rigore scientifico e l’accuratezza della ricerca.

La diffidenza diventava un mezzo per rinnovare gli studi danteschi. Tutto ritornava in discussione. Dubbi sulla famiglia, la giovinezza, la vita politica, l’esilio, l’insegnamento di Brunetto Latini, lo studio a Bologna e Padova, la conoscenza della musica e del disegno. la partecipazione alla battaglia di Campaldino: falsità la Lettera di frate Ilario e la Lettera, pubblicata nel 1547 da Anton Francesco Doni, su una presunta ambasceria dantesca a Venezia, voluta da Guido da Polenta nel 1312 per l’elezione del doge Giovanni Soranzo.

« Natura passionata, quanto più volea parer fredda – commenterà il Carducci — Adolfo Bartoli si accalora nel dubbio e spasima per la distruzione, non pur negando ciò che il Villani e il Boccaccio e il Bruni affermano, ma dubitando di ciò che Dante dice di aver veduto con gli occhi propri”.

E’ da questa severa disposizione critica, tuttavia, che nascono le più persuasive analisi bartoliane, come quella sulla Beatrice « poetica », che il critico, in polemica col D’Ancona, distingue dalla « Beatrice storica”.  La Vita nova, per il Bartoli, non è una « ingenua » narrazione di amori giovanili, ma un’opera d’arte e di dottrina; non racconta fatti reali, ma, nel quadro della poesia psicologica stilnovistica, « idealizza » la donna e la vicenda d’amore: un amore, che « non era passione dei sensi, ma contemplazione dello spirito; non desiderio, ma preghiera ». Nella prospettiva critica del Bartoli, Beatrice diventa «un essere puramente ideale », « la oggettivazione di un’intima e profonda soggettività », « idealità femminile foggiatasi nella mente del poeta con gli elementi tolti a donne reali conosciute o vagheggiate ». Tuttavia, non allegoria o simbolo. La realtà della donna e dell’amore non è negata, ma è una realtà trasfigurata e rapita in un’aspirazione ideale, da cui viene maturando la Beatrice della Commedia (62).

A ragione il Moore poteva distinguere la teoria « idealistica » del Bartoli dalla teoria « realista » e da quella « simbolista » (63 ). Beatrice, al di là delle interpretazioni biografiche e allegoriche, poeticamente viveva come la protezione dell’anima di Dante: era « la donna terrena contemplata nelle più nobili, più alte, più celesti sue qualità, guardata con l’occhio un po’ mistico degli uomini medioevali in genere, ed in specie dei fiorentini bianchi della fine del sec. XIII; la donna terrena, che a poco a poco acquista qualche cosa dell’angiolo, un essere vago, astratto, impalpabile, che si concretizza in ogni volto gentile di bella fanciulla, per tornare poi a sfumare nelle forme più aeree » (Aulo Greco).

L’opera del Bartoli si svolge, naturalmente, a livello nazionale ed europeo; ma la Scuola storica e l’indirizzo erudito trovano un terreno fertile anche in Lunigiana, dove Eugenio Branchi e, soprattutto, Giovanni Sforza rinnovano gli studi locali e regionali con pazienti ricerche d’archivio e edizioni di documenti.

La storiografia dantesca approfondisce i problemi ormai tradizionali: la venuta di Dante in Lunigiana, i rapporti dell’esule poeta con i Malaspina e il vescovo di Luni, la questione ilariana (64 ); ma non resta immune da un certo municipalismo, che le impedisce una maggiore serenità di conclusioni (65 ). Tipico è il caso di Eugenio Branchi: lo storico della Lunigiana feudale, pur attento lettore di fonti, quasi per « onor di patria » ritiene autentica la Lettera di frate Ilario; non avverte, come già il Dal Pozzo e il Gerini, il sarcasmo dantesco nei confronti di Gherardino Malaspina (tutti corrotti gli ecclesiastici, « eccetto il vescovo di Luni »); e, a proposito di frate Ilario e del « vero » Moroello Malaspina, ospite del poeta, si abbandona a congetture quasi romanzesche, utili, forse, come ipotesi di lavoro, ma non appoggiate a solide basi documentarie (66).

Ritardatario si rivela, invece, nei suoi interessi di studioso, Sante Bastiani (1815-1899) di Monti di Licciana, che sembra rifarsi a problemi dibattuti nel periodo romantico: la « selva guelfa », « l’aquila della vittoria e del diritto » nella Commedia, le « due autorità, la filosofica e l’imperiale », « l’apoteosi della croce bianca in campo rosso » nel cielo di Marte, il marchese Moroello Malaspina « Veltro allegorico » (67).

Più utile, per la divulgazione dell’opera dantesca, la parafrasi della Commedia, dovuta a Gaetano Zolese della Spezia (68 ); e più interessante la pubblicazione, curata da Roberto Paoletti su consiglio del Carducci (69), del frammento del codice sarzanese della Commedia, una scrittura fiorentina della metà del secolo XIV, scoperta da Achille Neri. Dibattuta è anche la questione dell’autenticità della Lettera di frate Ilario, accettata dal Branchi, da Emilio Ferrari di Castelnuovo Magra e dal tedesco Paul Scheffer-Boichorst, ma negata dal Bartoli, dal Witte, dallo Scartazzini, dallo Zingarelli, dal Rajna.

L’« ilariana impostura » continua, però, ad affascinare i poeti (Vincenzo Balestrazzi, Lorenzo Costa, Luigi d’Isengard, Ar turo Graf); ed è per opera dei poeti che le tradizioni popolari si allargano e si caricano di valori quasi irrazionali, anticipatori del trapasso della cultura dal positivismo al più complesso e sfuggente e inquietante decadentismo.

Significative, in proposito, le pagine dannunziane sul ca stello malaspiniano di Fosdinovo e le Alpi Apuane, dove l’ « immaginifico » poeta ricrea la presenza dantesca con linguaggio suggestivo, articolato in continui trapassi tra mondo reale e mondo interiore, e l’attenzione si raccoglie sulle Alpi « affocate dal sole occiduo, vermiglie, veramente, come se di foco uscite fossero », anticipata visione della città di Dite e « immagine visibile e tangibile dell’energia, della durezza e dell’impeto di Dante »: le « Alpi aguzze e nude, patria delle aquile nere e dei pensieri lapidari; impetuose nella loro solidità come le materie nude, come le acque, come le fiamme; che sollevano contro il cielo le loro masse travagliate da una muta aspirazione a trasfigurarsi in forme di superiore armonia (70).

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Nel primo Novecento la cultura lunigianese si inserisce, in modo autonomo e consapevole, nell’atmosfera italiana e europea, ricca di fermenti nuovi, di nuove aspirazioni e di ansie spesso non ben definite o, anche, contraddittorie.

La serietà del metodo storico ed erudito, dl cui aveva dato esempio il fivizzanese Adolfo Bartoli, si riafferma nell’opera di Giovanni Sforza ( 1846-1922) di Montignoso, e di Achille Neri e Ubaldo Mazzini (1868-1923) della Spezia, per opera dei quali dal 1909 viene pubblicato il Giornale storico della Lunigiana. Nel campo degli studi danteschi suscitano consensi le indagini del Parodi, del Barbi, del Casini; ma si porge attenzione anche alla corrente allegoristica del Pascoli, del Pietrobono, del Valli; e non rimane senza eco la nuova estetica crociana.

Più giovanile e combattivo, espressione di una cultura d’avanguardia, è il gruppo pontremolese (71), che si raccoglie intorno a Manfredo Giuliani (1882-1969) e al poeta Ceccardo Roccatagliata Ceccardi (1871-1919): gruppo, di cui fanno parte Paride Chistoni (1872-1918), Pietro Ferrari (1874-1945), Luigi Buglia, Ubaldo Formentini, il poeta sarzanese Corrado Martinetti (1872-1935), e da cui si svilupperà il movimento della Giovane Apua con un audace programma di rilancio regionalistico e interessanti analogie con il « felibrismo » provenzale di Federico Mistral ( 72 ): « una associazione di giovani. intesa a promuovere un movimento di risveglio e di rinnovamento regionale negli spiriti, nelle tendenze, nelle forme di vita » (73).

Punti programmatici: il culto dell’antica storia di Apua; la rivendicazione ligure della Lunigiana; il culto di Dante; L’unificazione del « diviso territorio della scomparsa Luna »; il riconoscimento della Spezia come « nuova metropoli apuana », « creazione della nuova Italia » e frutto della « vittoria del Risorgimento contro le superstiti tracce delle divisioni dei vecchi stati »; la rievocazione della vita e dell’arte, della storia e delle leggende apuane.

Gli atteggiamenti pratici si uniscono a quelli artistici, le insofferenze delle vecchie forme di vita all’aspirazione verso un rinnovamento di spiriti e tendenze, l’esaltazione del passato all’ansia di un nuovo avvenire. Forza stimolatrice e affascinante, impersonata da Ceccardo, la poesia del paesaggio e della storia di Lunigiana:

Un’eco di racconti epici scese

per gli evi a’ tetti dei nipoti e a’ canti.

Del gruppo della Giovane Apua il dantista più attento e preparato, che univa la severità critica del metodo storico a vibrante sensibilità estetica, fu Paride Chistoni, studioso di Pindaro e Lucano, poeta e storico, a Sarzana compagno di collegio di Ceccardo, a Livorno allievo di Giovanni Pascoli e Augusto Mancini, e a Pisa scolaro di Alessandro D’Ancona (74).

Sono del Chistoni alcune accurate indagini critico-filologiche sulle fonti classiche e medioevali delia Commedia e, soprattutto, alcune notevoli puntualizzazioni, che furono apprezzate, anche se in parte corrette, da Michele Barbi, sul pensiero e la cultura di Dante: limitata, secondo il Chistoni, nella fase della Vita nova; matura veramente e consapevole solo in un secondo momento, dopo gli studi sui classici, sui filosofi antichi e sui loro espositori medioevali (75).

L’opera del Chistoni e il nuovo ambiente spirituale, creatosi nell’alta Lunigiana intorno a Manfredo Giuliani  preparano le celebrazioni dantesche del 1906 per il sesto centenario della venuta del poeta in val di Magra (76); tuttavia determinante, ai fini stessi del sorgere della Giovane Apua, fu l’incontro del gruppo pontremolese col poeta Ceccardo Roccatagliata Ceccardi: un incontro, che segnò una svolta nell’atteggiamento poetico dello stesso Ceccardo, da « solitario e malinconico viandante » e da « irregolare sul tipo dei decadenti » trasformatosi nel « fiero poeta eroico dei liguri », nell’ « aedo » di un popolo (77).

La rievocazione dell’epopea ligure-lunigianese, fatta da Ceccardo in Apua mater ( 78 ) e ripetuta, con stile dannunziano, nel discorso di Pontremoli del 17 dicembre 1905 (79 ), coinvolge le memorie dantesche di Mulazzo. Il risveglio degli spiriti regionali alimenta, in uno stesso slancio, il movimento della Giovane Apua e il culto di Dante.

L’ « adunata di Pontremoli » del 1905, « prima e calorosa manifestazione » del nuovo orientamento regionalistico, si lega in intima coerenza col Convegno dantesco di Mulazzo del 23 settembre 1906: un convegno giovanile svoltosi all’insegna del motto ceccardiano « orma di Dante non si cancella », esprimente, con generosa esuberanza, l’esaltazione tra poetica e pratica del momento. Di fronte alle rovine della « torre di Dante », il ricordo del passato diventava esplorazione affettuosa del presente e sprone per l’avvenire; condizione spirituale complessa e stimolante, da cui scaturì l’epigrafe ceccardiana:

POSO’ SU QUESTI SASSI UN’ORMA Dl DANTE;

MA PIU’ Dl ESSI IL POPOLO Dl VAL Dl MAGRA

LA SERBO’ NEL CUORE,

ONDE ANCOR OGGI LA GRIDA

SEGNO Dl CORTESIA.

Ricordi di storia e poesia, suggestivi riti commemorativi (80), entusiasmo e tensione ideale dettero al convegno dantesco a cui partecipò Giovanni Sforza, l’impronta di una « vera sagra regionale » (M. Giuliani).

Ceccardo, investendosi pienamente della sua parte di poeta-vate, rievocò, pur « con più forza di eloquenza che di poesia », l’accoglienza ospitale dei lunigianesi nell’ode Dalla torre di Mulazzo:

E Franceschino in sul cavallo uscia

 incontro a Dante; quei saliva; rose

 spargean le donne in su lor passi, e grida

in ciel gli astori.

Il Convegno segna, veramente, il momento più alto e vibrante della Giovane Apua, prima che questa perdesse « originalità e spontaneità giovanile » (M. Giuliani). Nel 1906 ci si richiama alla mazziniana « Giovane Italia » (81 ). Machiavelli, Michelangelo, Dante, Mazzini si riscoprono maestri di vita; e gli ideali di vita nuova, « sgorgati dal silenzio e dalla solitudine », si fanno « apostolato », traducendosi in « azione » nelle « riviste di battaglia »: Apua giovane, diretta da Ceccardo (82), e Lunigiana (gennaio 1910 – aprile 1914), diretta da Manfredo Giuliani, « il più vigile e appassionato animatore » — secondo una espressione di Pietro Ferrari — del movimento di rinascita regionale ( 83 ) a contatto con l’avanguardia culturale della Voce fiorentina.

Più accademiche, in confronto con l’ardore della Giovane Apua, le celebrazioni dantesche del 1906 a Sarzana e Castelnuovo Magra; ma non meno importanti per il valore degli uomini, che le promossero (Giovanni Sforza, Carlo Andrea Fabbricotti, Leopoldo Ferrarini, Michele Ferrari, Giulio MagniGriffi, Carlo Navarrini, Alfonso Malaspina di Caniparola) e per gli studi, a cui dettero luogo e che si conclusero nel 1909 con la pubblicazione del volume Dante e la Lunigiana. All’opera contribuirono Isidoro Del Lungo, Pio Rajna, Giuseppe Vandelli, Alessandro D’Ancona, Francesco Novati; ma la sua « novità » era rappresentata dagli scritti degli storici lunigianesi (Giovanni Sforza, Ubaldo Mazzini, Achille Neri, Francesco Luigi Mannucci, Carlo De Stefani): espressione di una raggiunta maturità critica di notevole livello e ulteriore manifestazione della validità della « scuola storica » di Lunigiana, già illustrata dal fivizzanese Adolfo Bartoli: un lavoro sistematico di notevole prestigio, che ha conservato intatto il suo valore come testimone di una generazione di studiosi severi e, nello stesso tempo, ricchi di passione quasi romantica per la propria terra (84).

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Le celebrazioni del 1906 rimangono il ‘fatto saliente del culto di Dante in Lunigiana e, nello stesso tempo, l’occasione più alta per una rinascita degli studi storici locali.

Negli anni successivi, pur rimanendo intatti gli ideali, la cultura lunigianese è costretta dalla guerra e dal fascismo a ripiegare in circoli sempre più ristretti. Viene meno l’incontro, sempre fecondo e fervido di iniziative, tra gli intellettuali e la popolazione. Alla morte di Giovanni Sforza nel 1922, e di Ubaldo Mazzini nel 1923, fa riscontro l’isolamento morale, a cui vengono sottoposti dal fascismo trionfante uomini come Pietro Bologna (85 ), Manfredo Giuliani, Pietro Ferrari. Manca il fervore giovanile, che ha animato la Giovane Apua, perchè manca un ambiente socio-politico favorevole. C’è il senso di un ristagno e di un lavoro senza sbocchi positivi. La Giovane Apua era diventata, secondo un’amara osservazione di Manfredo Giuliani, una « triste caricatura di se stessa ».

Tuttavia, a livello individuale o di associazione (nel 1921 alla Spezia si costituisce l’Accademia lunigianese di scienze Giovanni Capellini), nonostante situazioni reali e morali di disagio, si lavora e si opera per inserire la cultura lunigianese nel quadro più vasto della cultura nazionale.

Ettore Cozzani della Spezia (86) ed Ettore Serra, l’amico e primo editore di Giuseppe Ungaretti, si fanno apprezzare come autentiche voci poetiche; e il sarzanese Alfredo Schiaffini (1895-1971) presto si inserisce nel numero dei più grandi maestri di stilistica e linguistica del nostro tempo ( 87).

Nel 1928-29 M. Giuliani si fa promotore di una inchiesta demologica e linguistica sull’Appennino Parmense-Pontremolese: un’inchiesta, che l’onorevole Giuseppe Micheli, animatore della « Giovane Montagna », comunica a Firenze nel 1929 durante i lavori del Congresso delle tradizioni popolari, e tiene consensi favorevoli tra i maggiori cultori italiani di glottologia (Bertoni, Merlo, Crocioni) (88).

In un convegno a Mulazzo, nel 1936, Pietro Ferrari rivendica i meriti di geografo e di scienziato dell’ultimo grande navigatore italiano del ‘700, Alessandro Malaspina (89).

Sulle orme di Sforza e Mazzini, continuano gli studi e le ricerche storiche sugli aspetti molteplici del passato lunigianese (90). Alle indagini di Gioacchino Volpe sulla Lunigiana medioevale (Firenze, 1923) si affiancano quelle di Pietro Ferrari, Ubaldo Formentini, Manfredo Giuliani (91), di Giovanni Sittoni e Giovanni Podenzana ( 92) sulla storia, l’archeologia e l’etnografia, di Carlo Caselli sulla Lunigiana ignota (La Spezia, 1933), di Umberto Dorini su Spinetta Malaspina della Verrucola e di Fosdinovo (93)’ e intorno ad essi si muove, con la stessa preparazione scientifica, un gruppo di studiosi ben preparati: Mario Niccolò Conti, Luigi Bocconi, Ferruccio Sassi, Emilio Cavalieri, Enrico Lazzeroni, Giuseppe Brunero, Lionello Ricci Armani, Giuseppe Micheli, Nicola Zucchi Castcllini (94).

Per gli studi danteschi sono anni di ricerche filologiche di dibattiti. Nel 1921, a cura di Giuseppe Vandelli, esce il testo critico della Commedia; e il Croce avanza la distinzione tra romanzo teologico » e poesia, mentre il Vossler, a proposito del Paradiso, parla di « gigantesco sbaglio In mezzo alle polemiche l’analisi critica si fa più penetrante; e mentre il Vossler si ricrede (1925), altri insistono sulla « poesia della didascalica » e sulla « poesia dell’oratoria » fino a riconoscere nel Paradiso la Cantica « più prestigiosa » dell’Alighieri.

In Lunigiana, nel 1921 sesto centenario della morte di Dante — i risultati delle lunghe ricerche dantesco-malaspiniane sono riassunti da Luigi Mussi (95). Nuove ricerche si devono, nel 1940, a Pietro Ferrari (96). Ma il contributo più originale di un lunigianese per gli studi danteschi a livello europeo, si deve, nel campo della linguistica, al sarzanese Alfredo Schiaffini, che nel 1928 inizia gli studi sul « colorito dialettale » della Commedia e nel 1934 giunge ad affermare l’alto grado di preparazione culturale, di cui Dante aveva dato prova nello scrivere la Vita nova, o « legenda sanctae Beatricis », e il Convivio (97): nell’opera giovanile c’era ancora — per il critico di Sarzana — qualche cosa di « affettato, scolastico, composito », come poteva accadere per un giovane troppo ligio alla tradizione retorica; ma nell’opera più matura dell’esilio, pur essendo state accettate da Dante le regole del « cursus », « la fantasia e il pensiero dominavano la forma e la tecnica »: un modo nuovo per affermare la potenza e l’originalità della ispirazione dantesca.

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Il ristagno morale e intellettuale, connesso a un ventennio di dittatura, cessa, in Lunigiana come nel resto d’Italia, con la Resistenza al nazi-fascismo. Si ricostituisce il circolo tra intellettuali e popolo. Nel 1943-45, di fronte a un tragico destino. in cui sono messi in discussione i valori fondamentali della persona umana, si pongono le basi per un risveglio civile di portata universale. La Resistenza lunigianese diventa una pagina altamente significativa della Resistenza italiana ed europea (98).

M. Giuliani; nel discorso del 13 maggio 1945, tenuto a Pontremoli per iniziativa del Comitato di Liberazione Nazionale (C.L.N.), nel ricordo dei caduti per la libertà traccia un nuovo programma di azione politico-morale, che è insieme rinascita di alti ideali umani e civili e speranza, per la Lunigiana e l’Italia, di un salto di qualità.

All’Assemblea Costituente l’onorevole Giuseppe Micheli avanza la proposta di una regione Emiliano-Lunense: proposta, con la quale concordano intellettuali, come U. Formentini, M. Giuliani, F. Sassi, e uomini politici, come il ministro degli Esteri Carlo Sforza, figlio di Giovanni Sforza, il grande storico di Montignoso (99). Ci si aspetta un rilancio economico e, nello stesso tempo, morale, nella prospettiva dei valori della Resistenza da realizzare nella prassi quotidiana del vivere.

Negli anni successivi, non mancano iniziative culturali, presto assurte a un significato, che oltrepassa i ristretti limiti della regione, come il Premio « Bancarella » a Pontremoli ( 100);  e non manca un rinnovato fervore di ricerche storiche, che vedono impegnati con grande rigore scientifico studiosi, come M. Giuliani e U. Formentini, Geo Pistarino e Mario Niccolò Conti, Augusto Cesare Ambrosi e Nicola Zucchi Castellini, Renato Mori, Romolo Formentini, Pier Maria Conti ( 101 ).

Nel 1950 riprendono le pubblicazioni del Giornale storico della Lunigiana, interrotte nel 1923: pubblicazioni, che si affiancano, nell’opera comune di un progresso culturale in Lunigiana, alle Memorie dell’Accademia lunigianese di scienze « G. Capellini » della Spezia.

Nuovi — e di grande interesse a livello europeo — gli studi sulle statue-stele lunigianesi o menhir, portati avanti soprattutto da A. C. Ambrosi e R. Formentini.

Ricca di fermenti è anche la vita artistica, che vede la nascita della poesia e della letteratura dialettale con Luigi Poletti, Giovanni Bellotti e Marco Vinciguerra, Cesare Reisoli e Bruno Necchi ( 102) e l’assimilazione delle tecniche ermetiche con Italo Podestà e Dino Ghini ( 103).

Di particolare rilievo è l’opera del pittore pontremolese Bruno Pruno, che, attraverso originali ricerche tecniche, raggiunge quella inconfondibile espressività, che si risolve in poesia del colore. Risonanza nazionale hanno le opere del fivizzanese Loris Jacopo Bonomi — Diario postumo e Miserere Dei (1970) che esprimono le ansietà religiose e i contrasti spirituali della nostra epoca: poesia della memoria e « elaborazione lirica dei miti della fanciullezza » in Diario postumo, « ricerca religiosa » per dare « una giustificazione all’esistenza degli uomini » in Miserere Dei ( 104).

Lo stesso fervore investe gli studi dantesco-lunigianesi. Già nel 1947 Giuseppe Billanovich esamina la « Lettera di frate Ilario” attribue3ndola al Boccaccio (105); e Umberto Cosmo nel 1949 definisce la “lettera” a Moroello Malaspina , in cui Dante dichiara il suo amore per una donna del Casentino, una « finzione » letteraria, composta su richiesta delle donne della famiglia Guidi ( 106).

I dantisti di Lunigiana, tra i quali non rimangono senza eco gli studi di Giovanni Getto, Mario Apollonio, Erich Auerbach, al di là di polemiche ormai superate, si danno a un’opera di divulgazione, che culminerà nelle celebrazioni del 1966 per il settimo centenario della nascita del poeta. Su una dichiarata linea divulgativa si muovono Giovanni Petronilli ( 107) Vincenzo Da Milano ( 108) Ennio Silvestri ( 109) Iginio Ricci ( 110).

Nel 1966 a Sarzana si pubblica il saggio Dante in Lunigiana, che vuole idealmente riallacciarsi al volume hoepliano del 1909, e si raccolgono in un’unica opera i testi e le traduzioni della « Pace della Calcandola » del 1306 (111 ). A Mulazzo, alla presenza di Piero Bargellini, sindaco di Firenze, si inaugura il monumento al poeta, opera di Gastone Dazzi ( 112).

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Lo studio dei rapporti tra Dante c la Lunigiana continua ad essere, come è stato per il passato, uno studio dalla risonanza nazionale; senza dubbio è il tema più dibattuto e, sotto certi aspetti, quello di maggior significato nella storia culturale della Lunigiana; tuttavia, non può esaurire il quadro vasto e complesso dei temi, che stanno di fronte agli storici di Lunigiana.

Molti altri aspetti della storia culturale della regione e molti autori lunigianesi, che hanno portato contributi originali alla cultura italiana, per essere apprezzati, non aspettano altro che di essere maggiormente conosciuti: un compito esaltante, che può essere l’opera della nostra generazione.

Di buon auspicio è l’entusiasmo giovanile, che caratterizza le due più recenti associazioni culturali di Lunigiana: la risorta cinquecentesca « Accademia degli Imperfetti » di Fivizzano, sospinta dall’attività di Loris Jacopo Bononi, e l’associazione « M. Giuliani » per le ricerche storiche ed etnografiche della Lunigiana, sorta a Villafranca nel 1970 per iniziativa di Germano Cavalli ( 113 ).

Alla prima già si deve la riscoperta del prototipografo Jacopo da Fivizzano ( 114); alla seconda la riscoperta dello scrittore e poeta lunigianese del Quattrocento, Giovanni Antonio da Faie (115).

VASCO BIANCHI, Dante e la cultura in Lunigiana, in Studi Lunigianesi, vol. II, a. 1972

(1) La conoscenza e lo studio di Dante in Lunigiana sono testimoniati dal codice sarzanese della Commedia, di cui rimangono due frammenti (Purg. XXV, 40 – XXVIII, 78 e Par. 11, 7 – 111, 21), rimasti come fascia ad un volume di protocolli del notaio de Tomeis; che esercitò la sua professione a Nicola (Sarzana) dal 1542 al 1584. Scoperti da Achille Neri, furono pubblicati nel 1890 dall’archivista Roberto Paoletti, dopo un parere favorevole del Carducci (R. Paoletti, Frammento di un codice della Divina Commedia scritto sulla fine della prima metà del sec. XIV, Sarzana, Tellarini, 1890). Umberto Marchesini li riconobbe come scrittura fiorentina della metà del ‘300, attribuendoli all’ammanuense Francesco di Ser Nardo da Barberino (Bullettino della Soc. Dantesca it., Nuova serie, VIII, p. 235). Il codice sarzanese presenta, in realtà, una impaginatura identica a quella dei codici laurenziani-strozziani. Pur rifiutando l’attribuzione a Francesco da Barberino, concorda con la tesi del Marchesini anche Giuseppe Vandelli (Frammenti sarzanesi di un antico codice della Divina Commedia, in Dante e la Lunigiana, Milano, Hoepli, 1909, pp. 493-503, e in Dante in Lunigiana, Sarzana, Canale, 1966, pp. 76-79). I due frammenti, che il Carducci vide nell’archivio notarile distrettuale di Sarzana il 16 giugno 1890, sono attualmente conservati nell’archivio notarile distrettuale della Spezia.

(2) Mario Puppo, Manuale critico-bibliografico per lo studio della letteratura italiana, Torino, SEI, ed. 1961, p. 190.

(3) Il vecchio cieco, che « ad Pontremulum oppidum scholas grammatlcae regebat », nel 1341, desideroso di conoscere di persona il Petrarca, invano era andato a piedi, insieme al figlio. a Napoli presso Roberto d’Angiò. Potè conoscere il poeta a Parma presso Azzo da Correggio, riempiendo « la città tutta di meraviglia » col baciare « la fronte, da cui furono pensate, e la mano, da cui furono scritte le cose, delle quali diceva aver preso diletto ineffabile” Il Petrarca, che ricorda l’episodio in una lettera del 12 maggio 1373 a Donnino da Piacenza (Seniles, XVI, 7), dà al cieco pontremolese il nome di poeta, « se un grande amore delle lettere e un ardente entusiasmo bastano, perchè tale alcuno sia detto » (Emanuele Gerini, Del cieco da Pontremoli, famoso umanista, in Memorie storiche di Lunigiana, vol II, Massa, Frediani, 1829, pp. 227/230: Giovanni Sforza, Memorie e documenti per servire alla storia di Pontremoli, Firenze 1904).

(4) Giovanni Manzini (1350-1422 c.), umanista, fu precettore di Gabriele Maria Visconti, per il quale tenne Pisa come podestà e capitano del popolo (1405), prima che la città fosse venduta ai fiorentini. Ammiratore del Petrarca, ne ricorda la morte in una lettera al bresciano Andreolo degli Ochi, del 10 luglio 1388: « Nostri saeculi gloriosum jubar, nostraeque aetatis opeculum, laureatus Petrarcha Franciscus, post tot librorum volumina a se cornpilata, unius et septuaginta existens annorum, diem clausit supremum bibliothecae suae penetrali, cubanti similis, compertus exanimis super ilbro: cuius obitum eius domus non fuerat ita e vestigio suspicata ». Imitando l’Ecerinis di Albertino Mussato, scrisse una tragedia latina sulla morte di Antonio della Scala, che nel 1387 aveva perduta Verona (Teatro comico italiano, Lucca, 1788). Alcune sue lettere furono pubblicate a Roma nel 1754 dal gesuita Lazzari (Johannis Manzini de Motta epistulae selectae, in Miscellaneorum ex manuscrivtis libris bibliothecae Collegii Romani Societatis Jesus tomus Romae, 1754). Una sua breve Cronaca, che narra gli avvenimenti dal 1292 al 1401, scritta nel marzo del 1401 in una biblioteca di Berna e continuata poi fino al 1448 dal lucchese Michele Guinigi, fu scoperta da Giovanni Domenico Mansi, arcivescovo di Lucca, e pubblicata dal Baluzi nei VOL. IV delle sue Miscellanee (E. Gerini. G. Manzini. podestà delta repubblica pisana e scrittore, in Memòrie storiche di Lunigiana, II, Massa, Frediani, 1829, pp. 113/115; Emanuele Repetti, Dizionario geografico, fisico, storico della Toscana, voi. III, Firenze, Allegrini e Mazzoni, 1839, D. 622; G. Sforza. Memorie e documenti per servire alla storia di Pontremoli, Firenze, 1904).

(5)Loris Jacopo Bononi, Jacopo da Fivizzano stampatore, Bornato-Brescia, Sardini, 1971.

(6) Pietro Ferrari, Alcune notizie intorno a N. Trincadini, La Spezia, 1911; Enrico Lazzeroni, Testamento, morte e sepoltura di N. Trincadini, Pontremoli, 1922.

(7) Bartolomeo Fazio, De rebus gestis ab Alphonso I rege commentariorum libri X, Venezia, 1560 (II edizione, Lione, 1566); Giacomo Bracelli. De bello Hispaniensi adversus Alphonsum regem Aragonum in libros V distinctum opus. Per il Da Faie, v, Uno scrittore lunigianese del ‘400: G. A Da Faie, a cura dell’Associazione Manfredo Giuliani, Pontremoli, Artigianelli, 1971.

(8) B. Fazio (La Spezia, 1390 c. – Napoli, 1457) è una delle figure più notevoli della cultura umanistica lunigianese. Le sue opere – principali, di argomento storico, morale e linguistico, dimostrano una attiva partecipazione alle idee e agli ideali del suo tempo (De vitae felicitate ac praestantia hominis; Elegantiae seu differentiae verborum; De viris sui aevi illustribus; De origine belli inter Gallos e Britannos; De bello Veneto Clodiano). Una Vita Alexandri Magni ad Ariano philosopho descripta, pubblicata a Basilea nel 1539, era stata completata, dopo -la morte del Fazio, da Giacomo Curlo.

(9) P. Belmesseri, nato alla Serra di Vignola (Pontremoli), dopo aver insegnato medicina e filosofia all’università di Bologna (1512-1519), fu chiamato a Roma come «archiatra » pontificio da Clemente VII. Nel 1532, a Marsiglia, fu incoronato poeta da Francesco I e Clemente VII per un epitalamio in onore di Enrico di Francia e Caterina dei Medici. Nel 1533, su invito di Francesco I, tenne alla Sorbona un corso di filosofia aristotelica, e nel 1534 dedicava al re i suoi Carmina: egloghe, elegie, epigrammi. A Clemente VII era dedicato il poemetto Heptas. Richiamato a Roma da Paolo III Farnese nel 1534, insegnò medicina e teologia all’università (1534-1545) e dedicava al pontefice 36 elegie latine, parafrasi del De animalibus di Aristotele, Gli studi di medicina e teologia si riflettono negativamente sui versi; la condizione di uomo di corte lo spinge a insincere adulazioni per Francesco I e Carlo V, Margherita di Navarra e Caterina dei Medici, Clemente VII e Paolo III, il duca Alessandro dei Medici e Francesco Guicciardini. Ma quando si libera dagli impacci teologici e sociali e si abbandona al ricordo della giovinezza e dei luoghi nativi (la Serra, Pontremoli, il Verde, la Magra), o canta i suoi amori e le sue amicizie, non è più soltanto un abile versificatore in lingua latina, ma si rivela veramente poeta (Baldassare Massai, Poesie latine di P. Belmesseri pontremolese per la prima volta tradotte, Parma, Ferrari, 1857; Emilio Costa, P. Belmesseri, Torino, Loescher, 1887; Pasquale Pasquali, Paulus Belmesserus pontremulanus, Pontremoli, 1937; Angelo Quiligotti, La Magra, il Verde e la Serra nei versi latini di P. Belmesseri, in II Campanone, Pontremoli, 1940; Dante Coltelli, Un poeta latino pontremolese in pieno Rinascimento, Pontremoli, Artigianelli, 1944; Aristide Angelini, P. Belmesseri, in Voci di Val di Magra, Milano, 1969).

(10) Agostino Bernucci, letterato e uomo politico, compose in latino storie lunigianesi, pubblicate a Lucca dal Mansi nel 1764, un poemetto per Alberico I Cybo Malaspina, orazioni polemiche (De quibusdam Genuensibus senatoribus, Ad Sarzanos cives) e poesie varie, lodate dal Gerini per «semplicità e bellezza » (E. Gerini, Memorie storiche di Lunigiana, vol. I, Massa, Frediani, 1829, pp. 102-104). Ventura Peccini, detto il Panicalese (perchè nato a Panicale di Licciana), operò alla fine del ‘500: letterato e poeta, descrisse la Lunigiana in versi latini (Parma, 1605). Una Topographia della Lunigiana in distici elegiaci si deve, nello stesso periodo, al Taravacci.

(11) B. Pistofilo, a cui l’Ariosto dedicò la satira VI e il Calcagnini il De libero animi motu, è autore di versi italiani e latini: i due poemi La presa dell’armata dei veneziani e La visione Barbariga (Venezia, 1605), l’Oplomachia (Siena, 1621) e poesie varie. Cantò in versi il torneo per le nozze di Alfonso I d’Este (Bologna, 1527), e scrisse la Vita del nuovo duca. T. Vespasiano Strozzi lo lodava per la «grazia della lingua »: Non tibi facundae suavissima gratia linguae / desit, seu molles elegos, seu grandia fingis / carmina, apollineo nec dedignanda Petrarchae / materno sermone canis, pede sillaba certo / undecima affectos varios dum pectore edit (Sermo IV).

(12) Nei confronti della poesia dantesca c’era « più rispetto che adesione » (Chimenz). Non mancavano, tuttavia, esposizioni morali e dottrinali della Commedia (Castelvetro, Gelli, Varchi, Borghini), lezioni accademiche, commenti (ad opera dei lucchesi Alessandro Vellutello e Bernardo Daniello), e edizioni, come quella di Aldo Manuzio del 1502 a cura del Bembo e quella dell’Accademia della Crusca del 1595 a cura di esperti linguisti. Il Trissino usava il De vulgari eloquentia a difesa della lingua «cortigiana » (Il Castellano, 1529); alla Commedia si ispirava Michelangelo, mosso da profonde affinità morali e religiose con Dante.

Danese Cataneo era divenuto amico di Bernardo e Torquato Tasso in un suo soggiorno a Padova. Qui aveva esortato Torquato a comporre il Rinaldo; a lui il poeta, ormai famoso, dedicava un Dialogo (il Cataneo). Dal poema del carrarese il Tasso derivava i nomi degli eroi della Liberata: Argante, Dudone, Erminia e Clorinda, che ancora andava sotto il nome di Clarinda (G. Getto, Nel mondo della Gerusalemme, Firenze, Vallecchi, 1968, nota a p. 89).

(13) S. Landini, discepolo di S. Ignazio di Loyola, compì una notevole opera di apostolato religioso in Corsica (D. Luigi Fugaccia, Padre S. Landini, Vicenza, SAT, 1942), Papirio Picedi, che fu alla corte dei Farnesi, divenne vescovo di Fidenza e di Parma; commentò la Storia d’Italia del Guicciardini (E. Gerini, Memorie storiche di Lunigiana, vol. I, Massa, Frediani, 1829, pp. 106-107),

(14) Rapporti con l’Alemanni ebbe alla corte francese di Francesco I, il bagnonese Pier Francesco Noceti (1460 c- 1534); e rapporti con Torquato Tasso ebbe il pontremolese Francesco Galbiati (1520 c – 1591), auditore pontificio della legazione di Bologna, vescovo di Ventimiglia dal 1573.

(15) U. Foscolo, Discorso sul testo della Commedia di Dante (1825), in Prose letterarie, vol. III, Firenze, Le Monnier, 1850.

(16) T, Porcacchi, Historia dell’origine et successione dell’illustrissima famiglia Malaspina, Verona, Girolamo Discepolo, 1585.

(17) E, Repetti, Lettera a Carlo Troya (27 gennaio 1827), in Dante e la Lunigiana, Milano, Hoepli, 1909, p, 106.

(18) Nei Ragguagli di Parnaso (1612-1613) Traiano Boccalini immagina che gli aristotelici aggrediscano Dante, perchè finalmente definisca l’inclassificabile Commedia.

(19) Nel 1620 il napoletano Francesco Guarino così sintetizzava l’atteggiamento degli uomini del ‘600 nei confronti della poesia dantesca (L’inferno d’amore, Napoli, 1620): « Tu ben scolpisci, Dante, ma non limi; / buono, non bello sei; giovi, non piaci, / e col troppo saper la Musa opprimi ».

(20) Giovanni Maria Lazzari, Carmina, Lucca, 1655; Cesare Orsini, Magistri Stoppini poetae Ponzanensis capriccia macaronica, Venezia, 1636.

(21) Per il Croce il « caso » di Agostino Mascardi, nella storiografia barocca, è « solitario » (B. Croce, Storia dell’età barocca in Italia, Bari, Laterza, 1929). Gli storici del ‘600, come il Gualdo Priorato, che si diceva «soldato e non letterato», hanno atteggiamenti antiumanistici. Il Mascardi, invece, nel tentativo di imitare Sallustio, è attento ai problemi dello stile, che studia nella sua Arte istorica (Roma, 1636), e ammira la Guerra di Fiandra del Bentivoglio per « la dicitura sempre nobile e numerosa, i concetti concatenati e propri, le considerazioni piene di avvertimenti, le sentenze opportune e gravissime, le concioni eloquenti ed efficaci ». Come altri secentisti, tuttavia, anche il Mascardi introduce la precettistica nella storiografia, il cui fine è ritenuto quello di « apprendere la prudenza », e sente il problema di esporre la verità. Gesuita e chiamato da Urbano VIII nel 1628 alla cattedra di eloquenza nel Collegio romano, il Mascardi, quando pensava a comporre una Storia d’Italia, avrebbe voluto ritirarsi a Padova, città « sicura per quelli che senza passione e riguardo vogliono correre il campo di una veridica Istoria ». Per dire la verità già altri autori (Barclay, Gian Vittorio Rossi, il Loredano, il Biondi) erano ricorsi al « romanzo a chiave »; il Mascardi pensò, senza condurlo a termine, al suo Viburno. Il Mascardi, che al suo tempo fu detto il « Cicerone toscano », il « nuovo Socrate », il « nuovo Livio », è senza dubbio il maggior storico lunigianese del ‘600 (G. Leoni, Orazione sopra la morte di A. Mascardi, Bologna, 1641); tuttavia non sono da dimenticare altri storici, che svolsero in Lunigiana un importante ruolo culturale: il sarzanese Ippolito Landinelli (1560-1629); Giacomo Leoni di Zuccano, autore delle Glorie di Lunigiana (Bologna, 1641); Giuliano Lamorati di Portovenere (Historie di Lunigiana, Massa, 1695; Le ruine di Luni, Massa, 1695); i pontremolesi Sforza Trincadini (1572-1650) e fra Bernardino Campi (1650 c. – 1716), continuatori dei cinquecentisti Giovanni Rolando Villani e Ser Marione dei Ferrari; il fivizzanese Terenzio Fantoni (Difesa dell’immunità della Terra di Fivizzano in Lunigiana, Firenze, 1684).

(22) A Francesco Battaglia si deve la sagrestia della S.S. Annunziata di Pontremoli (1668-1676); nel 1693 lavorò, come intagliatore, anche nel coro della chiesa di S. Stefano a Empoli. Giuseppe Zambeccari, che dedicò al Redi un notevole trattato di medicina (Firenze, 1680), studiò le terme pisane e lucchesi (De thermis Pisanis et Lucensibus, Padova, 1712).

(23) Giovanni Talentoni, professore a Pisa (1574-1588), « d’ingegno vivacissimo » e di « carattere stravagante », ebbe « fama di gran lettere ». Il 13 settembre 1587 tenne a Firenze all’Accademia della Crusca, su invito del console Baccio Valori, una Lezione sopra il principio del Canzoniere del Petrarca, poi pubblicata (Firenze, Giunti, 1587), nella quale trattava « del modo di cominciare, narrare e conchiudere in qualsivoglia poema, osservato dai principali poeti greci e latini e da qualche toscano », e particolarmente della « maniera, che aveva intorno a ciò seguito il Petrarca ». Trovava così l’occasione di criticare il Tasso, che, nell’invocazione della « Gerusalemme liberata », si era rivolto alla Vergine, tralasciando le Muse: « neanche Dante, poeta epico, invocò lei eppur di cose pertinenti alla religione nostra santissima cantava. Il che egli fece con ragione, come quel che benissimo conosceva che, se ben trattava opera pia, era però poeta, cioè favoloso, fingendo sopra quelle cose che forse non furon mai ». Nel 1587 la Crusca era in aperta polemica col Tasso. Il Serassi testimonia che il Tasso stesso postillò subito la Lezione del Talentoni (Vita di T. Tasso, edizione Barbera, II vol. p. 375); e una « Difesa della Liberata » fu subito fatta da Giulio Guastavini (Risposta ad alcune opposizioni fatte alla proposizione e invocazione usata dal Tasso nella Gerusalemme liberata, in Discorsi e annotazioni di Giulio Guastavini sopra la Gerusalemme liberata di T. Tasso, Pavia, Bartoli, 1592). Nel 1593 il Talentoni andò a insegnare filosofia a Pavia; e il primo dicembre 1594 fu iscritto, col nome di Attuffato, nell’Accademia degli Inquieti, fondata a Milano il 10 marzo 1594 dal marchese di Caravaggio Muzio Sforza: qui, nel 1596, leggeva il « Discorso sopra la meraviglia con _l’occasione del IV Canto del Purgatorio di Dante », poi pubblicato a Milano nel 1597 presso Francesco Paganello. Dal 1602 al 1606 insegnò medicina a Parma, su invito del duca Ranuccio Farnese, a cui dedicò il Variarum et reconditarum rerum thesaurus, in quattuor libros divisus, in quibus difficiliores in omni fere disciplinarum genere loci explicantur (Francoforte, 1605). Nel 1611 consigliò il granduca di Toscana ad affidare a Galileo l’insegnamento della matematica nell’Università di Pisa (E. Gerini, Giovanni Talentoni filosofo, letterato e scrittore, in Memorie storiche di Lunigiana, Massa, Frediani, 1829, vol. II, pp. 144-146).

(24) Achille Neri, Giovanni Talentoni, in Dante e la Lunigiana, Milano, Hoepli, 1909, PP. 299-333.

(25) (Giovanni Getto, Marino e i marinisti, Torino, Utet, 1954.  

(26) F. Berettari, Luna seu defraudata pietas, Massa, 1673; Hilelmus, sive de bello sacro, Massa, 1678; Carminum partis prioris libri V, Lucca, 1693; Carminum partis secundae libri, Massa, 1693.

(27) Giulio Dal Pozzo, Memorie heroiche del sesso donnesco memorabili nella duchessa Matilda marchesana Malaspina, contessa di Canossa, etc., detta La gran contessa d’Italia, con allegazioni Historiche circa la vera essenza del suo sangue, Verona, G.B.Merlo, 1668

(28) P. C. Vasoli, Veglia accademica degli Imperfetti, Massa, 1734 (Per la visita a Fivizzano di Gian Gastone dei Medici); Corona poetica in laude del cav. Ferdinando Venuti, governator generale di Lunigiana, Reggio, Vedrotti, 1737. Del Vasoli il Gerini .afferma di aver consultato Le inedite Osservazioni e discorsi su le antichità di Fivizzano (E. Gerini, Memorie storiche di Lunigiana, vol. II, Massa, Frediani, -1829, pp. 184-185).

(29) Gaspare Jacopetti, « amico degli uomini e di ogni genere di oppressione nemico, doleasi bene spesso della mala ventura altrui, non mai della propria; e pieno avendo il pensiero dei più bei tempi di Atene, di Sparta e di Roma, ammirava quei saggi governi, che distinguevasi in Europa per umanità, utili riformagioni e liberalissime leggi » (E. Gerini, Memorie storiche di Lunigiana, Massa, Frediani, 1829, vol. I, pp. 249-251).

(30) Luigi Russo, Giovanni Fantoni arcade e giacobino, in Belfagor, X (1955) N. 5 (Discorso tenuto a Fivizzano il 31 luglio 1955). Il Fantoni, dopo aver studiato presso i benedettini a Subiaco e nel collegio Nazareno di Rema era stato allievo, come già l’Alfieri, dell’Accademia reale di Torino, fra le «falangi del sabaudo Giove », e ne era uscito inneggiando alla rivoluzione americana. Di animo «libero e franco», era divenuto amico dell’ Alfieri e del Cesarotti; in un viaggio a Napoli, nel 1785, era entrato in relazione con Filangieri, Calzabigi, Delfico. Fautore delle idee rivoluzionarie francesi, nel 1799 accorse a Genova per difendere la libertà repubblicana agli ordini del gene rale Massena. Nel 1801 fu chiamato a insegnare eloquenza all’Università di Pisa e a reggere, come presidente, l’Accademia di Belle Arti di Carrara. Un nipote, Agostino Fantoni, curò la raccolta dei suoi versi e degli scritti politici e ne scrisse la Vita. Le sue poesie (Odi di Labindo, Massa, 1762; Scherzi di Labindo, Massa. 1784; Poesie, edizione completa in 3 voll. a cura di A. Fantoni e A. Bartoli, Firenze, 1823; Poesie, a cura di Girolamo Lazzeri, Bari, Laterza, 1913), pur non immuni da certo convenzionalismo da vate sdegnoso, hanno sempre un notevole interesse ideologico-politico, segnando il cammino della cultura italiana più impegnata dal riformismo illuministico all’ideologia democratico-repubblicana (Ugo Foscolo, Sulle poesie di G. Fantoni, in Lezioni e articoli di critica e di polemica, 1809-1811, a cura di E. Santini, Firenze, 1933; G. Carducci, La gioventù poetica di G. Fantoni: un poeta giacobino in formazione, in Opere, XV, XVIII – XXV, Bologna, Zanichelli, 1936; G. Sforza, Lettere inedite di G. Fantoni, in Giornale storico della letteratura italiana 1886, pp. 201-217; G. Sforza, Contributo alla vita di G. Fantoni, Genova, 1907; Angelo Ottolini, La varia fortuna di G. Fantoni, in Rivista d’Italia, ottobre 1907; Girolamo Lazzeri, Carducci e Fantoni, in Saggi di varia letteratura, Firenze, 1922; Enzio Malatesta, Vita irrequieta di Labindo, Roma, Tosi, 1943).

(31) Nel castello di Fosdinovo, ospite del marchese Carlo Emanuele IV, il Fantoni « voleva alloggiare in una camera posta nella torre più antica e detta tuttavia la camera di Dante, dove è fama che dimorasse l’Alighieri, quando era profugo in Lunigiana » (E. Branchi, Storia della Lunigiana feudale, Pistoia, Beggi, 1898, vol. III, p. 655). Carlo Emanuele IV, amico del Fantoni, che -gli era stato condiscepolo al Collegio Nazareno di Roma, nel 1796, per calcolo politico, invitava Napoleone in Lunigiana, ma aderiva poi al partito austriaco dopo le sconfitte francesi di Novi Ligure e della Trebbia (1’/98): ciò spiega il raffreddarsi della sua amicizia per il poeta di Fivizzano.

(32) E. Gerini, Memorie storiche di Lunigiana, _Massa, Frediani, 1829, vol. 11, PP. 271-273.

(33) L’esplorazione del Pacifico, affidata al Malaspina e a Don Ferdinando Bausà, era stata patrocinata da re Carlo III. Al ritorno, Carlo IV di Spagna aveva accolto gli esploratori con ogni onore; poi, per intrighi di corte, il Malaspina fu incarcerato, Liberato dopo otto anni di prigionia per l’intervento di Ludovico di Borbone-Parma, salito al trono d’Etruria, si ritirava a Pontremoli, dove mori il 9 aprile 1810. Eletto deputato nel corpo legislativo del regno italico, non aveva accettato il grado di capitano generale della marina napoleonica in Italia (E, Gerini, Memorie storiche dl Lunigiana, Massa, Frediani, 1829, pp. 91-94),

(34) Stefano Bertolini, governatore generale di Siena, fu consultato da Carlo Denina nella preparazione delle Rivoluzioni d’Italia.  Al Bertolini si deve un volume di massime politiche tratte ‘dal Machiavelli (La mente di un uomo di stato, Roma, 1771),

(35) Lettere di Dittori e scultori dei secoli XVII e XVIII, cura di Luciano Bertocchi e Giancarlo Dosi Delfini, Pontremoli, 1970).

(36) Bonaventura de Rossi, La vita di papa Niccolò V, Milano. 1716: Niccolò Maria Bologna. Notizie storiche di Pontremoli, in Targioni Tozzetti. Relazioni d’alcuni viaggi fatti in diverse parti della Toscana, II edizioni, vol. XL Firenze, 1777; Luigi Fantoni, Lunario storico, economico e letterario della Lunigiana negli anni 1779 e 1780. Livorno, 1779; Angiolo Anziani e Onorato Bonamici, Compendio storico della provincia di Lunigiana, Parma, 1780; Giorgio Viani, Memorie della famiglia Cybo e delle monete di Massa di Lunigiana, Pisa, Nistri, 1808.

(37) Lorenzo Mehus, Vita Ambrosii Traversarii: latinae epistulae Ambrosii Camaldulensis, Florentiae, typographia Cesarea, 1759, 1, p. 321).

(38) Giuseppe Pelli, Memorie per servire alla vita di Dante Alighieri e alla storia della sua famiglia, Firenze, 1823; Gian Jacopo Dionisi, Preparazione istorica alla nuova edizione di Dante Alighieri, Verona, 1806; Serie di aneddoti, vol. IV, Verona, 1878.

(39) Nicola Zingarelli, Dante, Milano, Vallardi, edizione 1931, p, 500.

(40) Novelle letterarie, Firenze, XXVIII (1767), pp. 603-633.

(41) Maccioni, Codex diplomaticus familiae Marchionum Malaspinarum: expositio humillima rationum apud Imperiale consilium aulicum pro clementissime decernenda Treschietti feudi imperialis investitura excellentissimo domino Manfredo Marchioni Malaspina de Filacteria, Pisis, apud Augustinum Pizorno, 1769.

(42) Foscolo riconobbe in Dante un riformatore religioso, Mazzini un patriota, Rossetti, addirittura, un appartenente a setta segreta anticuriale.

(43) Carlo Troya, Del Veltro allegorico di Dante,. Napoli, 1825; Cesare Balbo, Vita di Dante, Torino, 1839; Antonio Cesari, Le bellezze della Codia, Milano, 1824-1826. Nel 1837 si doveva a Niccolini, Capponi, Borghi e Becchi un testo critico della Commedia, che migliorava quello della Crusca del 1595.

(44) Niccolò Giosafatte Biagioli (Vezzano Ligure, 1772 – Parigi, 1830), a Genova padre Celestino delle Scuole Pie, dopo la proclamazione della repubblica democratica di Genova (14 giugno 1797) aveva aderito alle idee giacobine. Dopo una avventura sentimentale con la cugina Maria Biagioli e la condanna a morte per «ratto » del tribunale della Spezia (19 aprile 1799), era riparato nel territorio della repubblica romana, dove aveva avuto un posto di « Prefetto consolare », e, alla caduta della repubblica romana, era passato in Francia. A Parigi visse insegnando e facendo il pubblicista. Dal 1808 al 1818 lavorò al commento della Commedia. Per l’intervento di Luigi Corvetto, divenne maestro di italiano alla corte della duchessa dl Berry, alla quale dedicava nel 1821 il suo commento alle Rime di Francesco Petrarca (Parigi, Dondey-Dupré, 1821; seconda edizione, Milano, Silvestri 1823): commento da « apologista » (Carducci) contro alcune osservazioni del Tassoni e del Muratori; polemica, che Foscolo e Luigi Carrer presto condannavano (Fedele Luxardo, Gli uomini illustri di Vezzano castello della Lunigiana genovese, Genova, 1858; Angelo Centi, Cenni storici di Vezzano Ligure, Genova, 1898; Tommaso Casini, Niccolò Giosafatte Biagioli, in Dante e la Lunigiana, Milano, Hoepli„ 1909, pp.u335-365).

(45) Giovanni Sforza, Emanuele Gerini, in Dante e la Lunigiana, Milano Hoepli, 1909, P. 441. E. Gerini (Fivizzano, 19 dic. 1777-10 giugno 1836), sacerdote, precettore presso una famiglia aristocratica di Ferrara, e poi, per tutta la vita, insegnante di lettere nel Ginnasio di Fivizzano, in un primo momento si fece conoscere come traduttore e poeta col nome arcadico di Gerindo Elideo (L’arte poetica di Quinto Orazio Flacco, Fivizzano, 1802; Cantilene della nutrice al suo lattante pargoletto di Gioviano Pontano, Pisa, Nistri, 1817; Terzine per l’ingresso in diocesi del secondo vescovo di Pontremoli, Adeodato Giuseppe Venturini, Massa, Frediani, 1821; la tragedia inedita Ermenegilda al torrione di Verrucola, rappresentata a Fivizzano). In seguito si occupò, quasi esclusivamente di studi storici lunigianesi (Osservazioni critiche di Gerindo Elideo sopra il Saggio istorico della Liguria del parroco di Capezzano Luigi Marini, Lucca, Baroni, 1825; Recensione al Vocabolario topografico di Parma, Piacenza e Guastalla del pontremolese Lorenzo Molossi,‘ Aggiunte e correzioni al Dizionario geografico fisico e storico della Toscana di E. Repetti; Memorie storiche di Lunigiana, Massa, Frediani, 1829). Il manoscritto Codex documentorum illustrium ad Historicam veritatem Lunexanae provinciae fu donato all’Archivio di Stato di Firenze dal nipote Girolamo Garglolli (G. E. Saltini, Elogio di Gerolamo Gargiolli, Firenze, Le Monnier, 1870).

(46)Antologia, Firenze, febbraio 1827, N. 74, pp. 19-20. Cinque erano i documenti del Gerini, sui quali il Repetti compilava l’Albero genealogico dei marchesi Malaspina di Val di Magra, dei quali parla Dante Alighieri: 1) l’Atto di divisione tra Moroello, Manfredi e Alberto, figli di Corrado l’antico, e i loro nipoti Corrado il giovane, Obizzino e Tommaso, figli del fu Federico e di Agnese del Bosco (Mulazzo, 23 aprile 1266); 2) il Patto di famiglia tra Corrado il giovane, Obizzino e Tommaso e i loro zii Moroello, Manfredi, Alberto (Villafranca, 3 settembre 1281); Corrado il giovane dichiara la dote della moglie Orietta e Moroello di Mulazzo la dote della moglie Berlenda; 3) l’Atto con cui Alberto vende al nipote Corrado il giovane i suoi beni in Sardegna (Villafranca, 29 settembre 1281; 4) parte del Testamento del 1307, con cui il vescovo di Luni Antonio di Camilla costituisce Franceschino di Mulazzo suo esecutore testamentario; 5) l’Atto, con cui Castruccio Antelminelli, tutore dei figli del fu Franceschino di Mulazzo, e Masio del fu Niccolò di Villafranca, procuratore del figli di Obizzino e Tobia Spinola eleggono Oberto da Vernaccia castellano di Ossola in Sardegna (Lucca, 26 febbraio 1321).

(47) E. Gerini, Memorie storiche di Lunigiana, Massa, Frediani, 1829: « Delli due Curradi Malaspina celebrati da Dante », II, pp. 22-32; « Di Moroello MaIaspina celebrato da Dante sotto la allegoria di vapor dl val di Magra », 1.1, PP. 36-51; « Di Gherardino Malaspina insigne prelato », II, pp. 51-54; « Di Bernabò Malaspina vescovo illustre », pp. 54-57; « Di Spinetta Malaspina detto il. Grande », II, pp. 97-106. Il I volume (18 novembre 1829) comprende i distretti di Luni, Sarzana, Massa, Carrara, La Spezia, Lerici, Portovenere; il II (1831, pur con data 1829) quelli di Aulla, Fosdinovo, Fivizzano, Bagnone, Pontremoli. L’autore, che pur dichiara di « non aver mancato di cura e di sollecitudine per attingere ovunque le più vere notizie, o dai più accreditati autori, o da privati e pubblici archivi, o dalle lapidi, o dal favore di culte persone, che gli somministrarono documenti », non si astiene da notizie fantasiose, come quelle riguardanti la pretesa Luni etrusca. Di qui le sfavorevoli recensioni del padre Gian Battista Spotorno e del parroco di Capezzano Luigi Marini, che si vendicava della stroncatura geriniana al suo « Saggio istorico della Liguria »: nel Marini c’era « il prurito di dir male piuttosto che la lodevole volontà di essere utile e persuadere » (E. Gerini, Aggiunte al vol. II, pp. 276). Il Repetti giudicò il primo volume « degno delle fiamme »: il Gerini si era troppo fidato di « autori senza critica » e delle « dichiarate imposture » di Curzio Inghirami e Annio da Viterbo (Lettera a C. Frediani, 12 dicembre 1829). Invano il Gerini presentava il secondo volume al Vieusseux (Lettera del 9 sett. 1831). L’Antologia non si occupò dell’opera, che fu, invece,- apprezzata da Defendente Sacchi, nei milanesi Annali universali (agosto 1833).

(48) E. Repetti, Dizionario geografico, fisico, storico della Toscana, Firenze, 1833, vol. I; 1835, vol. II. E. Repetti (Carrara, 3 ottobre 1776 – Firenze, 24 ottobre 1852), dopo gli studi compiuti a Roma per un sussidio della duchessa Maria Teresa Cybo, e dopo una esperienza infelice di farmacista a Carrara, si stabilì a Firenze, dove entrò in côntatto con Giampietro Vieusseux e ‘l’ambiente ‘dell’Antologia. Si fece conoscere come geologo e archeologo con i Cenni sopra l’Alpe apuana e i marmi di Carrara (1820-21). Dal 1829 percorse la Toscana, impegnato a comporre il « Dizionario geografico, fisico, storico della Toscana, contenente la descrizione di tutti i luoghi del Granducato, ducato di Lucca, Garfagnana e Lunigiana » (1833/1846).’ II Repetti visitò ogni angolo della Toscana per esaminare le condizioni locali di ciascun paese, visitare monumenti, trascrivere antiche carte.’ Fu un lavoro immenso, che ampliava le « Relazioni d’alcuni viaggi in diverse parti della Toscana”, dovute al settecentista -fiorentino Giovanni Targioni-Tozzetti (1768-1776).

(49) N. Tommaseo, Dizionario estetico, Firenze, Le Monnier, 1867.

(50) La tradizione popolare dantesca in Lunigiana fu studiata da Emanuele Celesia in Tradizioni italiane per la prima volta raccolte in ciascuna provincia d’Italia, opera diretta da Angelo Brofferio (Torino, Fontana, 1848, vol. 111).

(51) Agostino Falconi di Marola, Un’idea del golfo di La Spezia, La Spezia, 1845; Lorenzo Costa, Cristoforo Colombo, Genova, 1816; Emilio Ferrari, Dante nel monastero del Corvo, in La Gioventù, Firenze, IV, 1865. Di opportunità ed evidenza dei ricordi danteschi al monastero del Corvo parlò anche Tullio Dandolo in Corse estive nel golfo de la Spezia (Milano, 1863).

(52) E, Celesia, Dante in Liguria, Genova, Lavagnino, 1865.

(53) F, Musettini, Honori et memoriae Dantis Aligerii anno a nativitate eius sexcentesimo specimen epigraphicum, Massa, Frediani, 1865

(54) Albo dantesco della Liguria, Genova, 1865; prodotto in 7 copie, fu inviato a Firenze per le celebrazioni centenarie.

(55) A. Corvino, Descrizione geografica dell’Italia ad ‘illustrazione della Divina Commedia, Asti, 1865,

(56) Luxardo Fedele, La Badia di S, Croce al promontorio del Corvo e Dante Alighieri: racconto storico, Genova, 1865; Giuseppe Picciati, L’ombra di Dante al suo sesto centenario, sonetto in La Malaspiniana, Massa, 1866; Pietro Nocito, La pace. Meditazione di Dante al monastero dei Corvo, Palermo, 1865; Eugenio Branchi, Sulla lettera di frate Ilario del Corvo a Uguccione della Faggiola: lettera a Pietro Fraticelli, ne Il Poliziano, VOI: I (1859,p. 286) e in Sopra alcune particolarità della vita di Dante, lettera a P. Fraticelli, Firenze, 1865.

(57) Paolo Lioy, Escursione al golfo de La Spezia, in Atti della riunione straordinaria della Società italiana di scienze naturali, tenuta a La Spezia nei giorni 18, 19, 20 e 21 settembre 1865 1865, Milano, Bernardoni, 1865.

(58) Waren lord Vernon, Constitutio pacis initae a Moroello, Francischino et Conradino cum episcopo Lunensi, sponsionem recipiente Dante Alighieri anno MCCCVI, in Dante Alighieri, L’Inferno disposto in ordine grammaticale e corredato da brevi dichiarazioni da Waren lord Vernon, Firenze, 1865.

(59) E. Branchi, Sul vero Moroello Malaspina ospite e amico di Dante’ Ultime parole sul vero Moroello Malaspina ospite c amico di Dante, in II piovano Arlotto, Firenze, vol. III, Anno III, 1860.

(60) Un sigillo di Moroello Malaspina di Giovagailo figurò all’esposizione dantesca di Firenze nel maggio del 1865 (E. Branchi, Illustrazione storica di alcuni sigilli antichi della Lunigiana, in Giornale ligustico, Genova, X, 1883 P. 129).

(61) A. Bartoli (Fivizzano, 19 novembre 1833 – Genova, 16 maggio 1894), segretario del Vieusseux a Firenze, abbandonati gli studi giuridici (a Siena nel 1855 si era laureato in giurisprudenza), si dedicò a ricerche storico-filologiche, inaugurando l’indagine scientifica, caratteristica della mentalità positivistica del secondo Ottocento, Ai primi lavori di critica filologica (Lettere del beato Giovanni Colombini da Siena, 1856; Un capitolo della illustre et famosa historia di Lancilotto del Lago, 1859; Le vite degli uomini illustri del secolo XV, scritte da Vespasiano da Bisticci, 1859; Dell’arte istorica di Agostino Mascardi, 1859; I viaggi di Marco Polo, 1863; II libro di Sydrach, 1868; Scritti vari editi e inediti di Giambattista Adriani e di Marcello suo figliolo, 1871; Roman d’Hector, 1872; I precursori del Boccaccio e alcune sue fonti, 1876; Scenari     inediti della Commedia dell’arte, 1880) fecero seguito i maggiori contributi della critica letteraria a indirizzo storico-erudito: I primi due secoli della letteratura italiana (Vallardi, 1870-1880) e la Storia della letteratura italiana, in sette volumi, dalle origini al Petrarca (Sansoni, 1878-1889): opere diseguali nella Varietà delle parti ad impostazione monografica, ma di fondamentale importanza. Vi si sente l’educazione patriottico-risorgimentale (avuta dalla madre Adelaide Agostini Trombetti), l’ideologia laica antiascetica, il nuovo rigore scientifico, l’esaltazione del realismo come « la caratteristica dell’arte italiana» (« fuori del suo grembo non c’è salute »!), la concezione dell’arte come « espressione di un sentimento reale e profondo », « espansione forte di sentimento », « riflessione sincera del cuore » (« nell’arte cerchiamo il vero!”). Di qui la svalutazione bartoliana dell’ascetismo medioevale e la simpatia verso l’arte popolare, realistica, profana, satirica delle origini. Di qui le predilezioni del critico e le sue incomprensioni, dal fastidio per le dotte lettere di Guittone d’Arezzo alla stroncatura di un Petrarca debole, vanitoso, « malato di ascetismo », anticipatore dei « moderni ammalati di isterismo e di nevrosi ». Di qui il culto dell’Alighieri, espresso, oltre che nella « Storia della letteratura italiana », nelle Tavole dantesche (Sansoni, 1889) ad uso scolastico e nello studio dei codici per l’edizione critica della Commedia (Ferdinando Martini, Il primo passo, Roma, 1882; Rodolfo Renier, Adolfo Bartoli, Dante e la Lunigiana, Milano, Hoepli, 1909; Benedetto Croce, La letteratura della nuova Italia, vol. III, Bari, Laterza, 1915; Alberto Asor Rosa, A. Bartoli, in Dizionario biografico degli italiani, Roma, 1964; Aulo Greco, A. Bartoli, ne I critici, Milano, Marzorati,1969, pp. 345-369).

(62) Il Bartoli non mutò opinione nemmeno quando un suo discepolo, Luigi Rocca, nel commento alla Commedia di Pietro di Dante, con precisa indicazione biografica, trovò identificata in Beatrice di Folco Portinari la donna amata dall’Alighieri. II sostrato reale di Beatrice diventava, senza dubbio, maggiore; ma la Vita nova rimaneva pur sempre, per il critico di Fivizzano, il « libro della idealità femminile » (Lettera al D’Ancona, su la Nazione del 2/4/1866 e Storia della letteratura italiana, vol. VI, p. 14, nota 2).

(63) E. Moore, Studies in Dante, Oxford, 1899.

(64) Luigi Staffetti, I Malaspina ricordati da Dante, in Adolfo Bartoli, Storia della letteratura italiana, vol. VI, pp. 265-303; Alberto Ferretto, Codice diplomatico delle relazioni fra la Liguria, la Toscana la Lunigiana ai tempi di Dante, (1265-1321), in Atti della Società ligure di storia patria, XXXI, I; Pietro Ferrari, La torre di Dante a Mulazzo, Il monastero del Corvo, in Per l’arte, (Parma giovane), Parma, 1894, VI.

(65) Cesare Zolfanelli (La Lunigiana e le Alpi apuane, Firenze, Barbera 1870) ricerca, addirittura, una diretta connessione fra le cave del marmo di Carrara e l’invenzione dantesca delle bolge infernali.

(66) E. Branchi, Storia della Lunigiana feudale, Pistoia, Beggi, 1897,

(67) Sante Bastiani, dopo aver studiato a Modena per un sussidio di Niccolò Bayard di Volo, governatore della Lunigiana estense, insegnò a Massa, a Poggio Mirteto, a Napoli, « maestro di liberta — secondo una testimonianza di Ubaldo Formentini — e nemico arrabbiato del potere temporale dei papi (Giovanni Sforza, Sante Bastiani, in Dante e la Lunigiana, Milano, Hoepli, 1909, pp. 477-483). Mediocre poeta morale-religioso (Idilli religiosi, Napoli, 1862; Favole morali, Napoli, 1858), fu soprattutto uno studioso di Dante (La Matelda dell’Alighieri, Napoli, 1864; La Matelda e lo Stazio della Divina Commedia, Napoli, 1865; Dante Alighieri nel pianeta Marte, Napoli, 1867; Le due autorità, la filosofica e l’imperiale, nei primi canti del Purgatorio, Napoli, 1867; La selva guelfa; i tre giardini dell’impero della Divina Commedia, Napoli, 1868; L’aquila e la Lucia nella Divina Commedia, Napoli, 1870; Dante Alighieri nel pianeta Marte e l’apoteosi della croce bianca in campo rosso, Napoli, 1873; Della storia delle due aquile a spiegare alcune allegorie della Divina Commedia, Napoli, 1874; L’aquila della vittoria e del diritto nella Divina Commedia, Napoli, 1874; Del marchese Moroello Malaspina (Veltro allegorico) in relazione di Dante e della sua Cantica, Parma, 1891).

(68) Gaetano Zolese, latinista e dantista, iniziò la pubblicazione del suo lavoro a Bologna nel 1867 su il Propugnatore (Ubaldo Mazzini, Gaetano Zolese, in Dante e la Lunigiana, Milano, Hoepli, 1909, pp. 435492).

(69) G. Carducci visitò l’archivio notarile distrettuale di Sarzana il 16 giugno 1890; era venuto alla Spezia, insieme ad Anny Vivanti, su invito di Severino Ferrari, suo discepolo e amico, allora insegnante nel Liceo spezzino (Luigi Cardinale, Carducci, la Vivanti e una curiosa vicenda cavalleresca finita in pretura a La Spezia, in Giornale storico della Lunigiana, Nuova Serie, V, 2 (aprile-giugno 1954), pp. 23-24).

(70) G. D’Annunzio, Della rappresentazione dantesca: la città di Dite, in Prose scelte, Milano, Treves, 1906. D’Annunzio aveva visitato Fosdinovo nel luglio 1899.

(71) Testimoniano la vivacità degli interessi politici e culturali alcuni giornali, che si stamparono in Pontremoli nel primo Novecento: il giornale socialista La terra, pubblicato dal 23 gennaio al 15 maggio del 1898 da alcuni giovani entusiasti (Luigi Campolonghi, Alceste De Ambris, Pietro Ferrari, Angiolino Cortesi, Orlando Orlandini, Emilio Baracchini) e divenuto organo di Pietro Bologna (1864-1925) nel periodo 1905-1914; il giornale democratico costituzionale A noi! (dal 17 dicembre 1904 al 29 dicembre 1906), organo del giolittiano Camillo Cimati; e il cattolico Corriere apuano, uscito il 7 settembre 1907 insieme alla Giovane Montagna di Parma (il giornale di Giuseppe Micheli) e diventato autonomo dal 1908, fondato da Don Giosuè Pilati, Luigi Mori-Caldana, Don Angelo Quiligotti, Ottorino Buttini, Giuseppe Angella, il marchese Carlo Alberto Dosi.

(72) Non a caso, sul piano linguistico, si hanno i primi studi di fonetica lunigianese (A. Restori, Note foniche sui parlari dell’alta valle di Magra, Livorno, Vigo. 1892) e, sul piano letterario, i primi esempi di una poesia dialettale di notevole valore con Luigi Poletti, Ubaldo Mazzini, Marco Vinciguerra, Giovanni Bellotti, Cesare Reisoli.

(73) Pietro Ferrari, Ricordi ceccardiani in Lunigiana; Ceccardo, la Giovane Apua e Apua giovane, ne Il Campanone, Pontremoli, 1940, pp. 177-184.

(74) Paride Chistoni (Pontremoli, 3 agosto 1872 – San Prospero dell’Enza, 15 luglio 1918), dopo essersi laureato a Pisa nel 1896, svolse un’apprezzata attività didattica, insegnando greco e latino in varie città e, dal 1904 alla morte, al Liceo « Romagnosi » di Parma. Alternò gli studi danteschi e classici con ricerche di storia locale (Come fu innalzato l’albero della libertà a Pontremoli, in Lunigiana, I, 1910, N. 3) e con libri di grande delicatezza poetica (M. Giuliani, Un maestro non dimenticato: vita e opere di Paride Chistoni, in Gaz• zetta di Parma, 12 novembre 1961; M. Giuliani, La tradizione umanistica a Pontremoli: vita e opere di Paride Chistoni, in Giornale storico della Lunigiana, Nuova Serie, XII, 1961, pp. 196-204; Giovanni Chistoni, Paride Chistoni, in Voci di Val di Magra, Milano, 1969, pp. 36-42).

(75) Paride Chistoni, La seconda fase del pensiero dantesco, Livorno, Giusti, 1903; P. Chistoni, Sul pensiero dantesco, Parma, 1904; Michele Barbi, La seconda fase del pensiero dantesco in un libro di P. Chistoni, in Problemi, I Serie, 1903.

(76) In tutta la Lunigiana, comunque, nel primo Novecento i tradizionali temi danteschi sono presenti alla coscienza culturale (Gaspare Ungarelli, Dante in val di Magra, in Natura e arte, IX, 1900; Guido Biagi e G. P. Passerini, La pace di Castelnuovo, in Codice diplomatico dantesco, Firenze, 1903; Ugo Tolomei, Dante in Lunigiana e le famiglie Malaspina, Pistoia, 1905); e da più parti si auspica una degna commemorazione del sesto centenario della presenza del poeta in val di Magra (Luigi Delle Pere, Discorso pronunciato a sostegno della proposta di commemorare e festeggiare nell’ottobre del 1906 il sesto centenario di Dante in Lunigiana, Sarzana, Costa, 1905).

(77) M. Giuliani, Come nacque l’Apua di Ceccardo, in Telegrafo, 30 novembre 1933.

(78) Ceccardo, Apua mater, Lucca, Marchi, 1905. Ceccardo volle essere il « vate della stirpe »; ma l’eloquenza e gli interessi pratici e politici prevalgono sulla poesia.

(79) Nel dicembre del 1905 Ceccardo era stato invitato a Pontremoli dal gruppo di Manfredo Giuliani per una pubblica lettura di Apua mater. A Pontremoli, Mulazzo, Montereggio furono « giorni trionfali » per un poeta « abituato alla dura vita solitaria e raminga di bohemien.  Una lettura al popolo fu proibita dal sottoprefetto di Pontremoli per l’ode antitriplicista Per un brindisi di Guglielmo imperatore; ma la lettura di Apua mater e il discorso. tenuto nel teatro della Rosa il 17 dicembre 1905, consacrarono la ‘fama del poeta (M. Giuliani, La rivendicazione ligure della Lunigiana nell’opera di Ceccardo Roccatagliata Ceccardi (Il discorso di Pontremoli del 1905), in Giornale Storico della Lunigiana, Nuova Serie, Anno I, 1950, pp. 25-29).

(80) « Fin dal mattino le campane dei dodici paesi del comune salutarono a festa i pellegrini, accorrenti da ogni luogo dell’alta val di Magra. Nel pomeriggio, scoperta la lapide scolpita in arenaria, con l’epigrafe dettata da Ceccardo, questi, nel silenzio religioso dei presenti, tra i quali era Giovanni Sforza, il grande storico della Lunigiana, declamò l’ode famosa Dalla torre di Mulazzo, da lui scritta durante il soggiorno a Pontremoli. Poi, a sera, dopo i rintocchi dell’Ave Maria, Manfredo Giuliani lesse al popolo adunato, ascoltante a capo scoperto, nella pace mistica dell’ora, il canto VIII del Purgatorio, con la lode immortale alla nostra terra e ai suoi antichi signori » (Pietro Ferrari, Ricordi ceccardiani in Lunigiana: Ceccardo, La Giovane Apua, e Apua Giovane, in Il Campanone, Pontremoli, 1940, pp. 177-184).

(81) « La Giovane Apua è uno dei tanti nascimenti delle virtù di una stirpe_ italica, che produrranno dalla loro armonia la Giovane Italia. E’ il verbo di Niccolò Machiavelli: le nazioni e le stirpi risorgono, quando esse ritornano su se stesse alle fonti. L’Italia torna ora a Dante e per esso risale alle singole virtù delle stirpi italiche. La Giovane Apua deve formarsi fuori di tutta quanta la vecchia vita, in un isolamento disdegnoso. L’ideale sgorga dal silenzio e dalla solitudine, per farsi apostolato e tradursi quindi in azione. Ai giovani d’Apua noi inscriviamo una data, una data di poesia e di storia: il 23 settembre del 1906 » (M. Giuliani, Bando in Apua giovane, Pontremoli, 1906).

(82) Apua giovane — Rassegna d’arte, di storia e di filosofia — uscì, primo e unico numero, a Pontremoli nel novembre del 1906, prima che Ceccardo partisse per Genova: redattore Manfredo Giuliani, coadiuvato da Paride Chistoni, Ubaldo Formentini, Corrado Martinetti, Luigi Buglia, A. Spinelli. Scopi:

illustrare l’arte e la storia di Lunigiana. Motivi di sprone per i giovani scrittori lunigianesi: « l’ombra di Dante, che sui lor monti sedette tra il sorriso di Alagia Fieschi, che forse il grande esule intenerì col ricordo di Beatrice, e il rosseggiar delle Panie, come meschite d’Inferno, al crepuscolo tardo,… e Michelangelo artiere, il quale lunghi anni cavalcò per le marmoree rinchiostre a trarne marmo per gli Iddii e per gli eroi » (Circolare del 15 luglio 1906). Tipiche le tendenze prefuturistiche, di cui la Rivista si fece sostenitrice: la polemica combattiva (« gli uomini di Apua giovane amano tanto la spada quanto la penna »), l’antifemminismo (« Apua giovane rifiuta la collaborazione femminile »), la lotta contro « la viltà », cioè « contro gli antimilitaristi, nemici della patria e dell’eroico, imbelli voci di femmine e di egoisti ».

(83)  La più famosa battaglia politica riguardò l’elevazione della Spezia, che Ubaldo Formentini aveva definito su Apua giovane la « metropoli apuana », a capoluogo di provincia: elevazione avvenuta (anche per l’opera del senatore pontremolese Camillo Cimati) il 2 settembre 1923.

(84) Le celebrazioni dantesco-lunigianesi del 1906 ebbero una notevole attenzione da parte della stampa locale e nazionale (Corrado Martinetti, Centenario dantesco in val di Magra, in Il nuovo giornale, Firenze, 1906; Achille Pellizzari, Orme di Dante in val di Magra, Sarzana, 1906; M. Giulieni, La memoria di Dante Alighieri in val di Magra, in La libera parola, La Spezia, 19 Ottobre 1906; Filippo Crispolti, Dopo le feste dantesche in Lunigiana, ne Il cittadino, Genova, 11 ottobre 1906). L’epigrafe dantesca di Sarzana fu dettata da Achille Pellizzari, quella di Castelnuovo Magra da Alessandro D’Ancona. Nei giorni delle celebrazioni Giovanni Sforza si impegnò a studiare i rapporti fra Dante e i Malaspina. L’opera « Dante e i Malaspina » si trova manoscritta, in due volumi, presso la Biblioteca comunale della Spezia e rimane un « repertorio prezioso per la storia della Lunigiana e per gli studi danteschi ». L’opera non fu pubblicata, perchè lo Sforza, al termine del lavoro, si convinse dell’errore in cui era caduto, sostituendo Franceschino di Olivola a Franceschino di Mulazzo come mandante del poeta a Sarzana nel 1306 (Tommaso Casini, Sulla genesi della Commedia in relazione col soggiorno di Dante in Lunigiana, in Giornale storico della Lunigiana, Nuova serie, V, 2, aprile-giugno 1954, PP. 17-20).

(85) P. Bologna, uomo politico, per più anni sindaco di Pontremoli, è autore di opere notevoli, tra cui Artisti e cose d’arte e di storia pontremolesi (Firenze, 1898; Bologna, 1972) e i Ricordi pontremolesi biografici e anedottici » del 1907.

(86) E. Cozzani (1884-1971), fondatore della rassegna Eroica, critico e poeta, si ispira alla sua terra ne I racconti delle cinque Terre del 1920 e ne Le leggende della Lunigiana del 1931.

(87) Emerico Giachery, Alfredo Schiaffini, ne I critici, Milano, Marzorati, vol. IV, 1969, pp. 3129-3140.

(88) M. Giuliani, L’Appennino Parmense-Pontremolese. Appunti di geografia storica per un programma di ricerche lessicali e folcloristiche, in La Giovane Montagna, Parma, XXIX (1928), 12 e XXX (1929), 1.

(89) (89) P. Ferrari, La Lunigiana per A. Malaspina, in Il Campanone, Pontremoli, 1940, pp. 61-67.

(90) L. Banti, Luni, Firenze, 1937; S. Bassi, Il castello e l’abbazia dell’Aulla nella storia della Lunigiana, Aulla, 1927; Michele Ferrari, Intorno alle origini di Sarzana, Sarzana, 1927; Ranieri Porrini, Appunti per la storia di Giovagallo, Genova, 1937; Benvenuto Magnani, Cenni storici del Convento di S. Francesco in Villafranca, La Spezia, 1941; L. Molossi, La Lunigiana Para mense, Parma, 1941.

(91) Per una bibliografia su Pietro Ferrari, U. Formentini e M. Giuliani. si vedano: Augusto Cesare Ambrosi, Itinerari nella Lunigiana medioevale, Massa, 1967; il Campanone, Pontremoli, 1945; Luigi Antiga, M. Giuliani: bibliografia-recensioni, in Studi storici in onore di M. Giuliani, Parma, 1965.

(92) Giovanni Sittoni e Giovanni Podenzana fondarono e diressero l’Archivio per la etnografia e la psicologia della Lunigiana (1911-1925), ristampato dall’editore Forni a Bologna nel 1967.

(93) Umberto Dorini, Un grande feudatario del Trecento: Spinetta Malaspina, Firenze, Olschki, 1940),

(94) F. Sassi, Vicedomini e gastaldi del vescovo di Luni, Genova, 1927; E, Cavalieri, La Madonna del popolo di Pontremoli e il pubblico voto del 1622, Pontremoli, 1922; E. Lazzeroni, Testamento, morte e sepoltura di Nicodemo Trincadini, Pontremoli, 1922; Giuseppe Micheli, I confini tra Borgotaro e Pontremoli, e L’intervento del padre Segneri nelle controversie di confine tra Pontremoli e Borgotaro, Parma, 1924; N. Zucchi’ Castellini, Palazzi e case pontremolesi, Parma, 1939, A M. N, Conti e L, Bocconi, in collaborazione con P. Ferrari e U. Formentini, si deve il volume Castelli di Lunigiana (Pontremoli, 1927; Carrara, 1963).

(95) L. Mussi, Dante, i Malaspina e la Lunigiana, Aulla, 1938.

(96) P. Ferrari, Morì a Mulazzo il figlio di Cino da Pistoia? Chi fu l’ospite di Dante a Mulazzo, in La giovane montagna, Parma, 1940.

(97) A. Schiaffini, Del tipo paroffia-parocchia, in Studi danteschi, 1922; Note sul colorito dialettale della Divina Commedia, in Studi danteschi, 1928; Tradizione e poesia nella prosa d’arte italiana dalla latinità medioevale a Giovanni Boccaccio, Genova, 1934.

(98) Roberto Battaglia, Storia della Resistenza italiana, Torino, Einaudi, 1953; Mino Tassi, Pagine pontremolesi, Pontremoli, 1957-1960; Gordon Lett , Rossano, Milano, 1958; Renato Jacopini, Canta il gallo, Milano-Roma, 1960; Jole Bresadola Barletta, I nostri verdi anni, Torino, 1970; Mons. Giovanni Sismondo, Nei venti mesi della dominazione tedesca (1943-1945), Pontremoli, Libreria Quinto Savi, 1972,

(99) Luigi Andrea Rossi, La regione Emiliano-Lunense, La Spezia, 1967,

 (100) Ernesto Gerbi, Il Bancarella, Milano, 1963.

(101) Geo Pistarino, Le pievi della diocesi di Luni, Bordighera – La Spezia,1961; Renato Mori, La lotta sociale in Lunigiana (1859-1904), Firenze, 1958; Pier Maria Conti, Luni nell’alto Medioevo, Padova, 1967. A questi autori, le cui opere ci sembrano le più significative nel campo degli studi storici regionali, altri possono aggiungersi non meno indicativi di un valido indirizzo storiografico: Cesare Reisoli, Adolfo Caleo, Nicola Michelotti, Aldo Ferrari, Teofilo Ossian De Negri, Gian Carlo Dosi Delfini, Pasquale Pasquali, Don Luigi Fugaccia, Guido Guagnini, Carlo Laurenzi, Giorgio Giampaoli Gianandrei, Giulio Poggi, Cesare Piccioli, Luigi Lavagnini, Gino Montefinale, Tiziano Mannoni, geologo e archeologo, etc. (per citare solo i più conosciuti).

(102) Giovanni Bellotti, Cara lüma, Parma, 1967; Marco Vinciguerra, O Lunigiana mia, Pontremoli, 1966; Cesare Reisoli, Aria zümiana, Milano, 1967; Bruno Necchi, La Crësa, Pontremoli, 1957, e Puntremal ‘na vota, Pontremoli, 1971. A tali autori mi piace aggiungere Luciano Bertocchi, con il suo Pontrémal vista  da l’àute dal Castéll (Pontremoli, 1971), per un inconfondibile tono poetico, che sta tra l’ironico e il nostalgico.

(103) Italo Podestà Cara ombra, mio vero, Parma,- 1951, e I morti, Parma, 1958; Dino Ghini, Il gioco degli specchi, Pontremoli, 1967. Sulla stessa linea con originalità espressiva e validità di contenuto, si muovono altri cultori di poesia, come Ferruccio Bardotti, Aldo Corchia, Giuliano Maieron; in posizione diversa, pur ugualmente impegnati in ricerche originali, Roberto Micheloni e Aldo Bertolini.

(104) E. M. Ricciuti, recensione a Miserere Dei, in L’Italia che scrive, LIII, settembre-ottobre 1970, p. 155.

(105) G. Billanovich, La leggenda dantesca del Boccaccio, in Prime ricerche dantesche, Roma, 1947.

(106) U. Cosmo, Vita di Dante, Bari, 1944.

(107) G. Petronilli, Lunigiana, Torino, SEI, 1961. L’opera accoglie, senza analisi critica, tutti i motivi della leggenda dantesca lunigianese.

(108) V. Da Milano, Dante in Lunigiana e il canto VIII del Purgatorio,Firenze, 1953; Dante e la Lunigiana (Discorso tenuto a Fosdinovo 1’8 ottobre 1961, in occasione dello scoprimento del busto di Dante nel castello dei Malaspina Torregiani), in Giornale storico della Lunigiana e del territorio lucense, Nuova serie, XII, 1961.

(109) E, Silvestri, Ameglia nella storia della Lunigiana, La Spezia, 1963. L’autore rivendica, senza persuasiva documentazione, la presenza di Dante al monastero di S. Croce del Corvo.

(110) I. Ricci, Mulazzo e la sua torre, Pontremoli, 1965.

(111) L’Italia e il mondo per Dante, a cura del Comitato nazionale per le celebrazioni del VII centenario della nascita di Dante, Firenze, Le Monnier, 1968, p. 59.

(112) A Pontremoli un discorso commemorativo sulla presenza dantesca in Lunigiana è tenuto da Luigi Antiga. Livio Galanti, sulla stesso tema, vince un concorso nazionale.

(113) Nel marzo del 1972, alle due associazioni si è aggiunto, per iniziativa di Giulivo Ricci e Pietro Rosi, il Centro aullese di studi lunigianesi.

(114) Loris Jacopo Bononi, Jacopo da Fivizzano stampatore, BornatoBrescia, Sardini, 1971.

(115) Uno scrittore lunigianese del ‘400: Giovanni Antonio Da Faie, Pontremoli, Artigianelli, 1971. All’Associazione « M. Giuliani » si deve, Inoltre, l’iniziativa della pubblicazione della rivista Studi lunigianesi. Nel primo numero (1971) Germano Cavalli, Ugo Folloni, Mario Guastalli, Piero Vietina, Sandro Santini, Mara Cavalli presentano Villafranca nel ducato di Parma (1848-1859): studio importante non solo per i risultati conseguiti, ma soprattutto per la novità dell’impostazione metodologica.

L’immagine di introduzione alla pagina è tratta da Wikiupedia e rappresenta Luca Signorelli, Dante, affresco, 1499-1502, particolare tratto dalle Storie degli ultimi giorni, cappella di San Brizio, Duomo di Orvieto

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