di Edoardo M. Filipponi

Anche un cimitero, dopo tutto, può compiere gli anni.
Quello di Pontremoli ne ha già compiuti 215 e, a dispetto di tutto, pare godere di ottima salute. Non è certo il caso di complimentarsene, ma vale comunque la pena di saperne qualcosa di più, anche se molto è già stato scritto.
Nella sua relazione il Venturini aveva stabilito che i muri avrebbero dovuto essere elevati nel settembre dell.’83 e che il terreno avrebbe dovuto essere spianato in ottobre per non compromettere agli enfiteuti la vendemmia dell’uva che vi era coltivata. Ma il lavoro di allestimento dovette durare più del previsto, perché non si cominciò a seppellire che nell’estate di tre anni dopo.
La costruzione dei cimiteri, in Europa, prese l’avvio con il decreto napoleonico del 23 pratile dell’anno XII (il 12 giugno 1804) che vietava le sepolture all’interno delle aree urbane e nelle chiese.
Con largo anticipo sul disposto napoleonico, l’obbligo di istituire i cimiteri fuori dai luoghi abitati, nella civilissima Toscana, fu sancito con ordinanze granducali del 2 gennaio e 11 marzo 1777, del 25 aprile 1780, del 2 settembre 1783 e del 19 e 28 aprile 1784.
Con encomiabile lungimiranza, a Pontremoli le direttive vennero recepite il 20 maggio 1783 quando, con apposita delibera comunale, venne decretata la costruzione dell’attuale cimitero di Verdeno, la cui progettazione venne affidata al cav. Gio. Batta Venturini, confaloniere della città.
Il Venturini scelse un terreno di proprietà comunale, già ceduto in enfiteusi ai fratelli Varesi di Pontremoli, e stabilì che: 1) il cimitero dovesse servire alla città ed ai suoi sobborghi e posto ad una conveniente distanza dall’abitato perché “gli efflussi” non recassero fastidio alla città; 2) l’area dovesse essere lunga 166 braccia (m. 91,46) e larga 50 (m. 27,55); 3) ogni fossa avrebbe dovuto essere di 4 braccia di lunghezza e 2 di larghezza (m.2,2 x 1,1) allineata l’una accanto all’altra senza interspazi di passaggio; 4) i muri dovessero essere in pietra di altezza di 7 braccia, fondamento compreso; 5) al fondo del cimitero dovesse erigersi una cappelletta coperta di piagne; 6) l’ingresso fosse ad arco, sovrastato da una copertura di piagne e munito di un cancello,.
Era, in apparenza, un’idea per nulla geniale, un elementare calcolo matematico affidato alla buona volontà di un saggio amministratore istruito e importante quanto bastava per dare autorità alla cosa.
Ma questo solo in apparenza, perché lo studio del Venturini, nel suo genere, fu un vero capolavoro di ingegneria funeraria. Prevedendo, infatti, una superficie utile totale di m² 2.185, uno spazio di m² 2,42 per ogni sepoltura e stimando una mortalità media massima di 100 individui per anno, ritenne che l’ampiezza del nuovo cimitero avrebbe consentito di ospitare 900 salme in tutto permettendo un ricambio completo delle sepolture ogni nove anni.
A parte trascurabili dettagli, il Venturini fu fortunato profeta e buon demografo perché fino a metà ottocento i decessi si mantennero ampiamente al di sotto della banda di oscillazione prevista, in parte per le migliorate condizioni di vita, in parte per la creazione di altri cimiteri limitrofi alla città.
Ma il vero colpo di genio del Venturini fu l’aver saputo conciliare nel modo migliore sviluppo demografico, mortalità media ed eventi catastrofici mediante la scelta di due differenti tempi di rotazione delle sepolture.
Sapendo pari a 3800 anime il totale della popolazione e tenuto presente che da alcuni decenni questa andava aumentando previde, nel caso del l’insorgere di qualche grave contagio, la possibilità di seppellirvi un numero ben maggiore di cadaveri, dissotterrando quelli già in situ da almeno tre anni “bastando anni tre per la dissoluzione di qualunque cadavere”. E siccome la maggior parte di quei cadaveri apparteneva ad esserini che non raggiungevano il 5 anno di età, la loro consunzione in assenza della cassa di legno che giungerà più tardi era ancora più sollecita.
Un calcolo sicuramente macabro ma necessario, condotto con diligenza, scienza, puntualità e saggia strategia demografica, che avrebbe consentito, in caso di necessità, la comoda sepoltura di ameno 600 anime in un solo anno. Vale a dire quel 15/20 % della popolazione che, generalmente, rappresenta la percentuale canonica delle cons-guenze di un’epidemia di febbri e tifo di contenute dimensioni.
Nonostante le solide conoscenze, il Venturini si era tenuto prudentemente abbondante.
Egli era nato a Pontremoli nel 1741 e dacché ne ebbe memoria la media annua dei decessi nella sola città (compresi i tre eventi moderatamente straordinari del 1746, 1752 e 1760) si era mantenuta entro le 73 unità, di cui il 43% riguardante unicamente infanti deceduti entro il 5° anno di età.
Ma, come per ogni previsione, le cose andarono subito diversamente. Quell’anno unico in tutto il ‘700 i decessi, in città, furono 142 e non 100 al massimo perché un po’ di vaiolo aveva cominciato a serpeggiare per Pontremoli fino dal mese di marzo. Quei morti vennero ancora sepolti nei vecchi cimiteri antistanti le chiese: il 45% di questi non giungeva agli undici anni di età, il 7% era tra gli 11 ed i 20, il 7,8% tra i 30 ed i 40, il 6,25 % tra i 50 ed i 60, il 14,8% tra i 60 ed i 70, il 5,4% tra 70 ed 80 e, solo il 4,6%, oltre gli 80.
Il primo defunto che vi trovò dimora fu una certa Lucrezia Ravani di Pontremoli, vedova del fu Nicola Antonio Rosati, deceduta e sepolta il 17 luglio 1786.
Per dare una voce alle anime silenziose che non hanno avuto possibilità di fare la storia, voglio ricordare che la Ravani era nata a Pontremoli il 22 settembre 1733 da Luca Antonio Ravani, appartenente ad una famiglia che si era formata a Pontremoli sullo scorcio del secolo precedente e che ebbe per capostipite un certo Gio Antonio di Soliera, soldato del Castello del Piagnaro, giunto a Pontremoli poco prima del 1680.
L’idea del Venturini, con tutta probabilità, non ebbe mai seguito, perché già nel 1809 un preciso rilievo topografico ci mostra un cimitero assai più ampio e di base diversa da quello ipotizzato, dotato di un ambiente esterno forse destinato a sala per l’anatomia e con un’estensione compleva maggiore di un buon 30%. La superficie utile era passata dai m² 2186 del progetto iniziale a m² 3170 di quello definitivo e il muro perimetrale, in sassi e sabbia, aveva altra forma ed era alto due soli metri.
Il periodo di rotazione delle sepolture – stabilito in nove anni probabilmente nel rispetto di una antica tradizione sulle affittanze rurali – dovette però restare immutato. Un rapporto sullo stato dei Cimiteri nei Comuni del Dipartimento degli Appennini, redatto il 16 dicembre 1809 dal Commissario francese Maguin, ce lo descrive infatti per metà occupato dalle sepolture e per l’altra metà dal materiale di risulta dallo scavo delle fosse, sottolineando che la sua superficie “excéde celle qu’exige l’inhumation des morts de cette ville“.
In realtà, contrariamente a quanto stimato nel 1783, la popolazione non aumentò, vennero creati cimiteri per ogni comunità del comprensorio e l’indice di mortalità nel periodo che andò dal 17 luglio 1786 al 16 dicembre 1908 si attestò su di un valore medio annuo di soli 69 decessi, fornendo una base novennale di 690/750 inumazioni in un’area che avrebbe potuto ospitarne almeno 1300.
L’aspetto monumentale attuale si va formando per la maggior parte entro la fine dell’ottocento Durante tutto il secolo fu un continuo modificare ed abbellire, sempre man-tenendo la superficie originaria di fine ‘700, Venne ricostruita una cappella più ampia, innalzata ai suoi lati una parte dei portici attuali, realizzate nuove sepolture a tombino, costruita la camera mortuaria e la sala anatomica.
Nel decennio 1880/1890 la mortalità media annua era intanto salita a 149 unità, sia per l’aumento della popolazione urbana sia per il pieno funzionamento dell’ospedale civico di San Antonio presso il quale avveniva una cospicua parte dei decessi del comprensorio. Nel 1890 venne quindi deciso un primo ampliamento che terminò nel 1893 culminando con l’acquisizione di nuovo terreno comunale sul fronte e l’avanzamento di questi verso la strada che conduce a Casa Corvi, il rifacimento della facciata e della cancellata nella forma attuale e la creazione del giardino antistante. Un occhio di riguardo venne dato anche alla terra che avrebbe dovuto ospitare le sepolture nella parte nuova. Inadeguata perché troppo ghiaiosa, come già aveva rilevato ottant’anni prima il Maguin, venne sostituita per la profondità di 1 metro e mezzo con nuova “terra arena prove-niente dal vicino colle di Dozzano”.
In seguito, agli inizi del 900, vennero allungati i porticati fino all’ingresso e costruite le tombe di famiglia a sviluppo esterno.
Il resto è storia di questi ultimi settant’anni, con la costruzione delle cellette ossrio, la costruzione dei loculi nell’ampliamento a Sud/Ovest, il restauro della parte storica e l’erezione, verso Ovest, di nuove tombe di famiglia, poste sotto arcate che ricalcano la forma di quelle più grandi del porticato di fondo.
II 7 aprile 1817, a seguito di una inclassificabile epidemia, da alcuni passata sotto il nome di tifo petecchiale, il Venturini andò anche lui ad abitare quel cimitero che con tanta attenzione aveva progettato. Lo seguì poco dopo un altro insigne, ma poco conosciuto, cittadino di Pontremoli, il giovane dr. Innocenzo Porrini da Giovagallo che quell’epidemia ricordò in un’opera postuma e che di quella epidemia morì 1’8 luglio 1817, ironia della sorte, proprio al termine dell’infuriare del contagio e prima ancora di vedere pubblicato il risultato delle sue osservazioni.
Edoardo M. Filipponi, “…..sepultum fuit in Agro Santo”, il Corriere Apuano, 3.11.2001