
Armanda Fantoni mi ha fatto pervenire un documento che ritengo straordinario, una testimonianza preziosa dell’organizzazione religiosa e sociale della nostra comunità.
Si tratta delle disposizioni impartite il 9 gennaio 1939 dal parroco di Torrano – don Luigi Terroni – al campanaro per il suono delle campane che chiamavano i fedeli alla messa, “secondo vecchia pratica e vecchio uso che a Torrano la messa si dice alla levata del sole”, seguendo il calendario astronomico.
La messa del mattino segnava l’inizio della giornata lavorativa. Dopo il letargo dei mesi invernali, il risveglio della natura veniva accompagnato dalla Chiesa, che lasciava ai contadini l’intera giornata per le loro attività. Maggio rappresentava il mese più estremo: la messa veniva celebrata alle 4.45, e il contadino poteva poi dedicarsi al taglio dell’erba, lavoro faticoso che con la falce fienaia richiedeva settimane e settimane di impegno. Il sacerdote, come ricorda don Lorenzo Piagneri – celiando ma non troppo – poteva tornarsene a letto per qualche altra ora di riposo.
Era una situazione comune a tutti i borghi di montagna della nostra terra e dimostrava il forte legame tra religione e natura: la vita spirituale e quella quotidiana della comunità erano letteralmente “regolate dal cielo”.
Un’impostazione di origine medievale, ormai agli sgoccioli: la modernità stava bussando alle porte, e nel dopoguerra tutto sarebbe cambiato.
La città aveva ritmi propri ai quali anche la Chiesa si adeguava, celebrando la messa ad orari fissi, sganciati dal sorgere del sole.
Il documento testimonia anche l’importanza delle campane nella vita comunitaria: vero strumento di comunicazione, scandivano il tempo e organizzavano i ritmi del paese. Segnavano l’ora, annunciavano funzioni religiose, accompagnavano il lavoro dei campi, avvertivano la popolazione in caso di emergenze, lutti o festività. Dal tipo di rintocchi si capiva se la persona deceduta era uomo, donna, bambino.
In molte comunità non esisteva ancora un orologio pubblico; a Torrano sarebbe stato installato solo negli anni Sessanta del Novecento, dono di don Pasquale Pasquali. Per questo la levata del sole costituiva un punto di riferimento fondamentale.
Centrale era la figura del campanaro, Umberto – per tutti Berto.
Riceveva gli ordini dal parroco e iniziava a suonare mezz’ora prima dell’alba; tanto doveva durare il suono delle campane, con un intervallo di dieci minuti tra un doppio e l’altro. Altri compiti lo attendevano nel corso della giornata: segnalare eventi luttuosi, avvertire di eventuali pericoli e chiudere il lavoro quotidiano con l’Ave Maria al tramonto. Un impegno, una missione che lo accompagnava tutto l’anno, portandolo ad interrompere il lavoro sia nei campi sia nei boschi, concludendo in ritardo sia le attività di semina che di raccolta, per una ricompensa simbolica – un paio di scarponi – che oggi farebbe sorridere. Ma Berto era intimamente soddisfatto di contribuire alla vita della comunità e di servire la Chiesa nella quale riponeva fiducia e fede.
Don Luigi è stato parroco del paese per cinquant’anni, dal 1907 sino alla morte, nel 1956, ricoprendo, in alcuni periodi, anche il compito di maestro.
Ringrazio Armanda per averci offerto l’opportunità di cogliere un frammento della vita dei nostri vecchi, così lontana dalla nostra esistenza ipertecnologica, spesso tesa soltanto alla convenienza e al guadagno.