DALLE PIEVI DI URCEOLA E DI VIGNOLA ALLA CATTEDRALE DI PONTREMOLI

Gli studi più recenti sulle origini del Comune di Pontremoli hanno ormai provato che Pontremoli è stata una creazione medievale sorta dal Comune stesso. Speciali circostanze politiche e territoriali connesse alla invasione longobarda ed alla resistenza bizantina determinarono nell’alta Val di Magra, allo sbocco delle gole dell’Appennino, una trasformazione demografica che sostituì  ad un’organizzazione ruralistica un nuovo complesso di tipo urbanistico, che non ha equivalenti  o basi nella precedente organizzazione dei tempi romani o preromani.

Né, del resto, malgrado vecchie opinioni ed ipotesi , non sono state trovate, nel territorio pontremolese, tracce o avanzi di opere romane che ci permettano di riconoscere nel Pontremoli medievale lo sviluppo di una corrispondente situazione demografica più remota.

Ma se mancano monumenti e documenti che possono gettar luce sui sempre oscuri anteriori al Comune rimangono in compenso le chiare testimonianze di una primitiva organizzazione ruralistica nelle tracce ben note delle antiche circoscrizioni ecclesiastiche, documentazione incontrovertibile della demografia in quei lontani tempi.   

Le circoscrizioni ecclesiastiche, come è ben noto, si plasmarono sui confini delle circoscrizioni civili, tenaci continuazioni, specialmente nelle campagne indipendentemente dalle vicende politiche, di arcaiche sistemazioni popolari.

Nel territorio pontremolese esistevano due pievi: Urceola (Saliceto) e Vignola. Le circoscrizioni di queste due pievi non rappresentano forse in tutto le primitive divisioni pagensi delle popolazioni locali, ma, certo, gli assetti esistenti nell’alto medioevo , davanti a cambiamenti seguiti alle invasioni.

Urceola e Vignola furono dunque i due centri più importanti del territorio e Pontremoli resta lontano ed eccentrico rispetto tanto all’uno quanto all’altra delle due pievi.

Inoltre le chiese più antiche sorte nel territorio urbano non si connettono a nessuna di quelle due chiese matrici, ma ad organizzazioni monastiche che svolsero, rispetto alle chiese antiche, una caratteristica attività medievale.

Le cappelle dipendenti da Urceola erano distribuite su due lati dell’alta Magra, mentre le cappelle della pievania di Vignole, che estendeva la sua giurisdizione anche nella valle del Taro, erano sparse nella vallata del Verde e della Magriola, esclusa Traverde.

Non è possibile rilevare come si comportassero i confini delle due pievi rispetto al territorio dove poi sorse Pontremoli, sia per i rimaneggiamenti evidenti e conosciuti dei tempi posteriori, sia per la già notata assenza di cappelle plebane, indizio probante della mancanza fino allora di abitati importanti.

Queste indicazioni, del resto, offerte dalle antiche circoscrizioni sono confermate dalle notizie c he ci sono rimaste nello sviluppo del borgo di Pontremoli. Questo, nella sua definitiva estensione, da Porta S. Giorgio a Porta San Pietro, riformò a poco a poco, riunendo le varie sue parti distribuite sulle due rive del Magra.

Si sa che il borgo di sopra, o Sommoborgo, sorse per primo, intorno al castello , sui fianchi del poggio  del Piagnaro, sino alla riva del Magra, tra Porta S. Giorgio ed una porta scomparsa che sorgeva nei pressi dell’attuale vicolo Armani.

Il borgo di sotto, o Imoborgo o Amburgo, era compreso tra l’arco o la porta dei Gualtieri, nella parte superiore dell’attuale via Ricci Armani, e la porta del Casotto o Serrati.  Tra i due borghi si estendeva un largo terreno libero tra la Magra e il Verde, che divenne poi il centro urbano.

Castelnuovo, o torre di Nostradonna, costruito come testa di ponte sulla sinistra della Magra, in seguito, delle origini ad un nuovo borgo, costituitosi nella vicinia di S. Cristina, tra la predetta fortezza e il torrente Carpanella, che nel passato attraversava lo spazio dell’attuale piazza Dodi. Un ulteriore ingrandimento collegò l’abitato di S. Cristina con i nuclei di S. Giacomo e, quindi, di S. Pietro, prioria del Monastero di Brugnato, dove fu costruita la porta detta del Monastero o di San Pietro.

Recinto interamente di forti mura con 6 porte e difeso numerose fortezze e torri, il fabbricato urbano prese così la sua caratteristica fisionomia conservata sino ai giorni nostri.

Ma questa fase di sviluppo appartiene al periodo comunale dovuto alle forze organizzatrici dell’oppidum e allo sforzo urbanistico. Dopo quanto si è premesso è facile ora rendersi conto del contrasto  tra l’ordinamento popolare di questo periodo, e l’assetto del periodo precedente delle pievi di tipo rurale.

Sul territorio del futuro Pontremoli le popolazioni dei paghi erano vissute in piccoli abitati sul tipo delle ville dei caratteristici paesi dell’alta valle del Verde e della Gordana come Guinadi e Zeri. E’ del resto il ben noto assetto delle popolazioni ligure, e generalmente degli italici , le quali, come ricordano gli storici antichi, vivevano vicatim dissipati per pagos, raccolti a gruppi nelle ville sparse nei pagi o distretti. Ne è difficile ritrovare le tracce di alcuni di cotesti vichi o ville compresi nei paghi di Vignola e di Urceola.

Di alcuni di essi, anzi, nell’area della futura Pontremoli, sono rimasti, tenacemente, i nomi, quali Terrarossa, sobborgo di porta Parma, derivato dall’antica denominazione di Terrarossola; Borgovecchio, sulla sinistra della Magra, forse la Basonela o Bassuncola dei vecchi documenti; la “Biedla”, ai piedi del Piagnaro, ricordata come la Betula o Vetula; Il Bambarone, sulla destra del Verde, che il Villani identifica con una Fara longobarda. Ma abitati importanti dovevano pur trovarsi nella località che formò la vicinia di S. Cristina e nei pressi della prioria di S. Pietro, la quale, sia come espressione del Monastero Brugnatense che come organo del Vescovado, esercitò tanta influenza nella vita medievale di Pontremoli.

Ma quando e perché poté avvenire questa così profonda trasformazione demografica da sostituire all’assetto ruralistico primitivo un assetto energicamente urbanistico che tese a sostituire la città al pago rustico?

Problema arduo a risolvere criticamente ma ricco di interesse storico.

La spinta iniziale della trasformazione si può cercare nell’azione dei re Longobardi, i quali, nella lotta con l’Impero, mirarono ad assicurarsi una comunicazione per Monte Bardone, con la Toscana e Roma, data l’incertezza delle comunicazioni emiliane.

L’Abbazia benedettina di Berceto, fondata da Liutprando, è il più remoto indizio di questo sforzo, rilevato poi da una linea di priorie o graugie di monasteri benedettini, caratteristica espressione politica di attività longobarda.

La nuova funzione di comunicazione di transito che, in tal modo, andò assumendo la via attinente al passo della Cisa o Montebardone, doveva necessariamente produrre una profonda alterazione nei sistemi delle comunicazioni locali  che avevano dato vita alla precedente economia rurale concesso ai centri di Urceola e di Vignola trasferendola predominanza territoriale, per la sua notevole importanza militare, nella località sul colle tra la Magra e il Verde, tra la foce del Bratello e la foce della Cisa, dove sorse il castrum di Pontremoli.  

Ma il nuovo centro militare agì anche sulle altre comunicazioni di importanza locale che, nella nuova situazione, acquistarono notevoli capacità commerciali. La località ebbe così vita economica  dalle strade del Bratello, del Cirone, di Zeri-Sesta-Sestri, le quali aprivano importanti scambi rispettivamente con Parma e l’Emilia, con Piacenza e la Lombardia, con Genova.

Bisogna riferirsi alle condizioni della viabilità di allora, e tener presente che tutto il sistema stradale nelle regioni montuose era formato di mulattiere , più sicure sui monti che nel fondovalle per valutare l’importanza di quelle vie, che lo sviluppo artificiale della viabilità ha successivamente annullato.

Così, col tempo intorno al castrum si formò il borgo: gli elementi militari, feudali, monastici, popolari dettero così vita a nuove forze economiche e politiche, che si sostituiscono alle forze preesistenti di tipo rurale, organizzate civilmente nel pago e religiosamente nella pieve.

Si elaborarono in tal modo gli elementi del Comune, e non di un Comune rurale sul pago e la pieve, o di un Comune signorile dal seno di una consorteria locale di derivazione feudale, ma di un Comune di tipo cittadino per l’intervento dei ceti popolari burgensi, come attesta la presenza dei consoli delle arti e della mercanzia nella prima fase della nuova formazione politica. Ed è questa la vera caratteristica  e l’importanza dell’avvenimento che trasformava la località, dovuto a speciali circostanze inerenti alla vita medievale.

La vera eccezionalità del fenomeno ci sfuggirebbe a non cogliere questa fondamentale natura del Comune di Pontremoli.

Non mancò, certo, come fase precedente al Comune, il momento signorile, fenomeno del resto generale della disgregazione feudale: riflesso di tale momento probabilmente rimase la fondazione della chiesa di S. Geminiano, sorta nel borgo primitivo di Castello, di evidente patronato consortesco, come fa supporre una donazione del 1095 alla mensa dei canonici di Luni; più tardi la chiesa del Comune fu quella di San Francesco, antica chiesetta romanica trasformata in una istituzione francescana.

Ma in questo processo di trasformazione demografica ebbe notevole importanza l’azione dei monasteri allineati, come si è detto, a consolidare l’efficienza della via di transito della Cisa.

Nella località, nella lotta di affrancamento dai poteri feudali, i nuclei monastici svolsero quell’opera di smagliatura, attraverso concessioni di diritti e immunità, che nella città fu esercitata dai governi vescovili, e sti molando nuove forze economiche che dettero poi sviluppo al commercio e alle attività industriali.

La linea delle priorie, di varia importanza, dipendenti da monasteri  situati in località diverse, seguiva quella zona marginale alla quale si è accennato, tra i confini dei due paghi già scarsamente abitata. A partire dall’ospedaletto di S. Benedetto a Montelungo si trovava, presso Terrarossa, la prioria di San Giorgio, l’uno e l’altra dipendenti dall’Abbazia di San Salvatore di Leno nel bresciano; seguiva la prioria di S. Alessandro e Nicolò, sul fianco del Piagnaro, dipendente dall’Abbazia di S. Caprasio dell’Aulla; quindi, sullo spazio allora deserto della attuale piazza di sotto, sorgeva la prioria di S. Giovanni Battista di cui si ignora l’origine; s’incontravano poi, sulla sinistra della Magra, la prioria di S. Pietro in conflentu soggetta all’Abbazia di Brugnato, e successivamente, S. Giustina, priorato dei San Giovanni Battista di Parma. E non si ricordano, con queste, che le priorie più importanti e presumibilmente più antiche.

Anche religiosamente l’influenza dei  monasteri si svolse, secondo la sua natura, all’infuori della organizzazione plebana, col suo proprio spirito missionario di recupero delle zone deserte. In tal modo, come si ebbe una nuova organizzazione civile, così si venne preparando anche una profonda trasformazione degli ordinamenti ecclesiastici. Il sorgente Comune dovette formarsi quella base cittadina, che i grandi Comuni dell’alta e della media Italia avevano avuto da una tradizione di secoli. Per trovare il suo centro era dovuto uscire dai centri pagensi che avrebbero potuto farsi capoluoghi di Comuni rurali, come aveva abbandonato il castrum, che avrebbe potuto essere la sede della signoria consortile; allo stesso modo, la corrispondente organizzazione ecclesiastica non poteva trovare il suo centro nella pieve rurale e nemmeno in una dipendente cappella di sviluppo parrocchiale.

Il nuovo organismo urbanistico si prefigurava potenzialmente su quella linea segnata dai monasteri e, quindi, da quei sparsi nuclei che il Comune, energicamente, doveva poi unire e fondere, producendo il centro dominatore, l’oppidum che doveva distruggere l’ordinamento dei due paghi, e sottomettere alla sua organizzazione i loro castelli, vichi e ville. Il centro urbano dove poi negli anni, già in decadenza, doveva sorgere il palatium Comunis fu proprio il luogo più aperto e disabitato, rimasto in mezzo ai primi due borghi comunali, dove, tra le querce di un aulico bosco  forse connesso a una comunalia dei pagi e successivamente passato al demanio imperiale e regio, era sorto il monastero di S. Giovanni, rimasto poi estraneo e scomparso dalla nuova urbana. Ma l’energico slancio urbanistico della prima fase comunale si esaurì precocemente  appena vennero a mancare quelle forze che la situazione eccezionale dell’alto medioevo aveva stimolate; lo sviluppo della artificiale viabilità di tipo moderno atrofizzò quel sistema naturale delle comunicazioni naturali che aveva rinnovata l’economia del territorio : le vie del Cirone, del Bratello e di Zeri-Sesta si chiusero creando la solitudine intorno al paese, rimasto un caratteristico e romantico tentativo  di città tra le anguste gole dell’Appennino.

Ma l’organizzazione ecclesiastica, conseguita allo sforzo urbanistico comunale, nel suo campo spirituale, poté continuare a sviluppare lentamente la sua nuova forma, riducendo a parrocchie rurali le vecchie pievi e intensificando la funzione parrocchiale delle antiche creazioni benedettine. Molti secoli dopo, quando, nel 1778, fu creata la diocesi , fu dimenticato anche il nome del vecchio, piccolo ma valoroso Comune , che ne aveva posto le basi e suscitata la tenace aspirazione.

I l massimo tempio della nuova chiesa non sorse né su una della antiche pievi, né su una delle antiche chiesette romaniche dei tempi più remoti; anche quello, come già il palatium Comunis, trovò la sua sede sullo stesso terreno sul quale si era formato il centro urbano nel luogo  ove sorgeva un piccolo oratorio, che i cronisti locali dicono di antica origine, estraneo alla organizzazione plebana, oratorio, secondo il Villani “ in honorem Sanctissime Virginis Marie Matris Cristi Salvatoris “, popolarmente detto della B. V. del Rosario o della Madonna della Piazza, o, anche, della Piazza , o, anche della Madonna della Rovere. Come già S. Giovanni, l’oratorio era sorto forse nei pressi di un guado, poiché nei recenti lavori di restauro della Cattedrale, fu trovato, sotto i fondamenti dell’edificio, la traccia di una antica strada che doveva riallacciarsi alla Cresa, e costituiva la comunicazione tra la riva sinistra della Magra e la riva destra del Verde.

Presso l’oratorio sorgeva una secolare rovere che fu abbattuta intorno al 1670, quando si cominciarono i lavori per costruire una nuova e grande chiesa urbana, divenuta poi l’attuale Cattedrale . La secolare rovere era forse l’ultima traccia di quell’antico bosco che aveva visto sorgere, antesignano di quella trasformazione, lo scomparso monastero di S. Giovanni.

Manfredo Giuliani, Dalle Pievi di Urceola e di Vignola alla Cattedrale di Pontremoli, Il Corriere Apuano, 1 Luglio 1948, n. 25

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