
La ricostruzione, recentemente effettuata (1), delle zanne incomplete di Mastodonte rinvenute in località Dorbola (Aulla) nel 1925 e attualmente conservate presso il Museo civico della Spezia, ha posto in discussione le tesi avanzate dagli autori che all’epoca si occuparono di tali resti fossili. Fra queste in particolare quelle di Giovanni Podenzana, in quegli stessi anni conservatore e direttore tecnico del Museo, il quale, studiando i materiali dopo la loro acquisizione, ricompose in modo erroneo le difese, basandosi sulla convinzione che i tre tronconi a lui risultanti fo-sero appartenuti tutti ad un medesimo esemplare provvisto non di due ma di quattro zanne, due superiori e due inferiori di minori dimensioni.
I frammenti così ricostruiti rimasero esposti per lungo tempo al pubblico e di essi, che fanno parte di una raccolta importante di fossili recuperati sul territorio lunigianese, non si occupò più nessuno, a seguito anche del nuovo corso impresso al Museo da Ubaldo Mazzini e successivamente da Ubaldo Formentini incrementarono gli studi storico-archeologici a scapito di quelli a carattere scientifico-naturalistico, abbandonati completamente dopo la morte di Podenzana, avvenuta nel 1943.
Il lavoro di ricomposizione dei resti ha invece rivelato oggi con relativa certezza (le zanne sono estremamente frammentate e le parti terminali di alcuni tronconi presentano una perdita di materiale dovuta ad erosione e sfaldamento che ne compromette il ricongiungimento preciso), trattarsi di due difese incomplete di un unico esemplare, più un frammento di punta ascrivibile ad un secondo individuo. Questa conclusione ha indotto naturalmente a riesaminare tutta la vecchia letteratura paleontologica relativa ai resti di questo grande proboscidato, in particolar modo i lavori di Giovanni Capellini, che si occupò a lungo dei Mastodonti pliocenici, nonché a ripercorrere la vicenda dei ritrovamenti succedutisi a distanza di tempo in territorio lunigianese, in località diverse, cercando di chiarirne la cronologia, le circostanze e soprattutto inquadrando l’attribuzione sistematica dei resti fossili, che dall’ultima nota apparsa nel 1938 a firma di Giovanni Podenzana (2), appariva confusa e imprecisa.
Di queste inesattezze, scaturite da un equivoco sull’interpretazione dei resti di Dorbola, non si può certo fare una colpa a Podenzana, al quale anzi va il merito di essersi recato immediatamente sul luogo del ritrovamento, e di aver recuperato abbondante materiale per il Museo, in un momento in cui il trapelare della notizia aveva fatto accorrere molti studiosi ma anche molti collezionisti di pochi scrupoli che raccolsero un grande numero di frammenti, la maggior parte dei quali oggi purtroppo dispersi.
I ritrovamenti in territorio lunigianese di resti fossili appartenenti all’Anancus arvernensis Aymard di cui si possiede notizia, furono due, in epoche diverse: il primo nel 1885 in località Casa Corvi, nelle vicinanze di Pontremoli, avvenuto fortuitamente durante i lavori per l’apertura della linea ferroviaria Parma-La Spezia e segnalato, con lodevolissimo zelo, dall’avvocato Silvio Venturini di Pontremoli.
Di questi resti una piccola parte si conserva al Museo delle statue stele di Pontremoli e una parte più consistente al Museo geologico di Bologna, dove li portò Giovanni Capellini.
Il secondo ritrovamento avvenne nel dicembre 1925 in località Dorbola (Aulla), con modalità analoghe al primo, durante lo svolgimento di alcune opere agricole; i resti recuperati sono appunto quelli oggi conservati al Museo spezzino e oggetto di questa nota.
Il rinvenimento più antico, quello di Casa Corvi, venne ampiamente illustrato da Giovanni Capellini in occasione della comunicazione orale letta per la Società Geologica Italiana il 26 ottobre 1886 e pubblicato successivamente sulle “Memorie” della stessa Società (3). In quella nota Capellini descriveva le circostanze del ritrovamento, datando il deposito pontremolese con riferimento alla fauna analoga del Valdarno e identificando con certezza la specie arvernensis dalle descrizioni di Croizet e Jobert che per primi la definirono nel 1828 sui resti fossili del dipartimento del Puy-de-Dome, nei depositi pliocenici di Perrier presso Issoire, in Francia (4).
Non era la prima volta che il territorio pontremolese restituiva frammenti di ossa fossili: quelli del Mastodonte venivano infatti ad affiancarsi a quelli di Rinoceronte e precisamente a un cranio completo di Rhinoceros (Dicerorhinus) hoemitoecus Falconer del pleistocene medio, scoperto nel 1886 dal naturalista lunigianese Igino Cocchi (5), ancora non distante da Casa Corvi, in un deposito a grossi ciottoli. Inoltre, poco lontano, sulla destra del torrente Verde, erano già venuti in luce anche resti di Cervus sp., Equus caballus e Bison sp., che, sempre su segnalazione di Silvio Venturini, Capellini aveva ottenuto ed esaminato qualche tempo prima. Notizie relative al primo ritrovamento di resti di Mastodonte si leggono in alcune lettere inviate dall’autore della segnalazione, il già citato Venturini, a Giovanni Capellini, che si trovava fin dal 1860 a Bologna, docente di geologia in quel l’Ateneo.

La prima di queste lettere (6) è datata Pontremoli, 3 gennaio 1885 e si riferisce ad alcuni fossili venuti in luce in località “Casa Martinelli”, sulla destra del Verde. Benché Venturini non li descriva, si può però dedurre dalle indicazioni topografiche che si trattasse proprio degli stessi resti di cervo, bue e cavallo a cui accennarono prima Igino Cocchi e poi Giovanni Capellini (7).
Ill.mo signor commend.re
Mi prendo l’ardire di inviare alla S.V. Ill.ma alcuni fossili i quali sono stati trovari ad una profondità che varia dai 3 ai 7 metri in una trincea della ferrovia Parma-Spezia, e preci-samente presso la casa Martinelli in quella collina che sulla destra del Verde divide il piano di Verdeno dalla piccola valle del torrente Ardiola alla distanza di circa un chilometro all’ovest di Pontremoli. Essendo io affatto ignaro di geologia ho bisogno di tutta la indulgenza della S.V. Ill.ma nel caso che tali fossili non abbiano alcuna importanza scientifica. Soltanto sono stato spinto dal desiderio che nulla andasse disperso di ciò che possa essere utile alla scienza nella quale la S.V. tanto si distingue. Colla massima stima passo a rassegnarmi,
della S.V. Ill.ma Dev.mo
Avv. Silvio del fu Dr. Francesco Venturini
P.S. I fossili sono racchiusi in due pacchi spediti per mezzo della Posta,
Giovanni Capellini inviò una lettera di risposta a Venturini, ma non se ne possiede il testo: si desume però dalla seconda missiva dello scopritore che altri fossili non meglio identificati si rinvennero dopo più di un anno dai primi, in una località prossima a Casa Corvi, durante lo sterro di una seconda trincea a circa cento metri dalla precedente:
Pontremoli, 11 ottobre 1886
Ill.mo sig.r Comm.re
Mi dispiace che dopo tre o quattro giorni da quando ho ricevuto la di Lei preg.ma non sono ancora in grado di darle con esattezza i particolari da lei richiestimi circa i fossili trovati nello scavo di una trincea prossimamente a quella nella quale furono trovati quelli che io Le inviai. Di ciò ne è causa l’assenza da Pontremoli di mio cugino Giovanni Venturini che più presto di me si portò sul luogo, e raccoltili, ne fece la spedizione non so a qual professore. Appena il detto mio cugino sarà di ritorno mi farò premura di trasmettere alla S.V. tutte le notizie che mi sarà dato di mettere insieme in proposito. Frattanto posso dirLe che il gacimento nel quale furono trovati i fossili raccolti da mio cugino è identico a quello ove furono trovati quelli che io Le mandai. È circa ad una distanza da esso di m. 100 e separato solo dal corso del torrente Arduglia. È costituito da argille e da una quantità di piccoli ciottoli di varia natura. Il Cav. Botti, che ha visto tali terreni, dice che appartenevano al periodo pliocenico, ed io, che sono profano in queste materie, ripeto quanto egli disse, solo per trasmettere alla S.V. quanto so su questo argomento. Riserbandomi fra qualche giorno di inviarLe maggiori ragguagli, passo a rassegnarmi, colla massima stima,
Della S.V. Ill.ma Dev.mo Silvio Venturini
La terza ed ultima lettera di Silvio Venturini, benché priva di data, è sicuramente di poco posteriore al 26 ottobre 1886, epoca della già citata comunicazione di Capellini alla Società Geologica Italiana, in cui venne illustrato il ritrovamento di Casa Corvi:
Egregio Sig.r Comm.re
Anzitutto debbo porgerle i più sentiti ringraziamenti per le copie della comunicazione fatta dalla S.V. alla Società geologica intorno ai fossili che Le inviai. Non avrei poi mancato di inviargliene degli altri, se fossi riuscito a raccoglierli, ma finora non vi sono riuscito anche perché vi sono altre persone che mi fanno concorrenza, ed una delle quali possiede at-tualmente un dente di animale di specie estinta molto bello, quantunque spezzato, della lunghezza circa di un braccio, a quanto mi si riferisce. È stato trovato nella località Casa Corvi negli scavi dell’argilla per mattoni, e non ho potuto sapere in che località precisa. Farò il possibile per farmelo cedere almeno temporaneamente tanto che la S.V. lo possa esaminare, ed in caso diverso, cioè che non lo possa avere, procurerò di farmene fare il disegno.
Attualmente lo possiede l’ing. Amilcare Corbella, capo reparto nella costruzione della fer-rovia qui in Pontremoli, ma dovendo egli partire quanto prima, lo ha promesso a mio cugino Giovanni Venturini, che si diletta di geologia, ed è in rapporti col prof. Cocchi. Con la massima stima ed ossequi, passo a rassegnarmi
Della S.V. Ill.ma Dev.mo Silvio Venturini
Il “dente lungo più di un braccio” di cui parla Venturini in questa lettera è il primo accenno sicuro ai resti di Mastodonte. Esso venne poi recuperato e, congiuntamente ad un frammento di condilo occipitale, spedito al Museo di Bologna, dove Capellini potè esaminarlo. Si trattava, secondo la descrizione dello stesso geologo, di “sei frammenti di una zanna di mastodonte, di complessiva lunghezza di 1 metro e 8”, non in perfetta corrispondenza, per cui, tenendo conto delle parti intermedie mancanti, Capellini pensò trattarsi di un frammento incompleto della lunghezza totale ricostruibile di 1 metro e 73 centimetri. È quasi certo, considerata la significativa presenza di un frammento di cranio (condilo occipitale), che altre ossa si dovessero trovare intorno alla zanna, ma il geologo ritenne, probabilmente a ragione, che fossero andate “perdute o disperse per incuria degli scavatori”.
Alcuni sintetici appunti stilati da Capellini su fogli sciolti e riguardanti gli orizzonti cronologici dei Mastodonti (sulla base dei quali andrà poi sviluppando i suoi fondamentali studi), pur senza apportare nuovi dati si tratta semplicemente di promemoria – sono però illuminanti riguardo alla notevole confusione che in quegli anni regnava intorno alla classificazione scientifica dei Mastodonti europei.
Esattamente tre decenni separavano il ritrovamento pontremolese di Casa Corvi dalla definizione del nuovo genere Anancus del 1855, che sostituiva il vecchio genere Mastodon stabilito da Georges Cuvier nel 1817. Il susseguirsi rapido dei ritrovamenti, soprattutto in Italia e in Francia, di resti di proboscidati, diede l’avvio a numerosissimi studi, ma anche conseguentemente ad una serie di attribuzioni a specie diverse in base a particolari morfologici a volte minimi, se non trascurabili, che certo non contribuirono a una chiara definizione scientifica di questi grandi vertebrati.
Basti considerare come il Mastodonte abbia avuto nel tempo una serie di attribuzioni specifiche diverse, a cominciare dal Mastodon angustidens, specie definita da Cuvier nel 1817 su di un molare conservato a Parigi ma proveniente dal territorio bolognese; al Mastodonte francese sul quale Croizet e Jobert istituirono la specie arvernensis (1828); alla successiva specie Mastodon brevirostris attribuita da Gervais e Serres, fino ad arrivare, attraverso una sequenza di sovrapposizioni, di equivoci e di inesattezze di classificazione (ancora oggi riscontrabili in alcune vecchie raccolte, soprattutto francesi), alla definizione del nuovo genere Anancus, istituito appunto nel 1855 (8 )
La dimostrazione di come questa situazione estremamente variegata portasse a confusione i diversi studiosi, ci viene dallo stesso Capellini, il quale, nella sua memoria del 1907( 9), mantiene ancora il vecchio genere Mastodon, ignorando il cambiamento codificato cinquant’anni prima; analogamente, il paleontologo torinese Sismonda nella sua Memoria per la Reale Accademia delle Scienze di Torino, stampata nel 1851, illustra con splendide tavole l’Anancus arvernensis (10), indicandolo però ancora come “mastodonte angustidente”, con l’attribuzione quindi della specie data da Cuvier nel 1817, ignorando le due revisioni intermedie.
Tali frequenti diverse attribuzioni o mancati aggiornamenti della nomenclatura scientifica, unitamente ad una difficoltà di contatti fra studiosi, saranno fra le cause dell’equivoco in cui cadrà Giovanni Podenzana a proposito del Mastodonte di Dorbola.
La seconda parte di questa nota riguarda proprio questo secondo importante ritrovamento, avvenuto nel 1925. Relativamente a tale scoperta intercorse un burocratico scambio epistolare fra la Soprintendenza alle Antichità dell’Etruria e il Museo spezzino (11), più tardo di qualche anno rispetto al rinvenimento: la prima lettera infatti reca la data del 1933, ed è indirizzata a Ubaldo Formentini, già da un decennio alla direzione del Museo.
La scoperta dei fossili avvenne in un podere chiamato “gli Spiaggioni”, (toponimo mantenutosi fino ad oggi e che denuncia chiaramente la natura geologica del deposito), durante lavori agricoli per l’impianto di nuovi filari di vigna svolti dai coloni Guelfi, mezzadri di Venanzio Boschetti di Tavernelle, proprietario del terreno. Informata immediatamente della cosa, l’Università di Firenze si interessò al recupero dei resti, ma evidentemente le trattative per la cessione da parte degli scopritori andarono avanti a lungo senza alcun esito, forse a causa delle resistenze a fini di lucro di questi. Nell’aprile del 1926 la stessa Università inviava sul luogo uno dei più noti e insigni paleontologi del tempo, Domenico Del Campana, per valutare l’importanza del ritrovamento (circolava voce che si dovesse trattare di un “grosso Rettile”) e anche l’opportunità di intavolare trattative per l’acquisizione dei fossili a quel gabinetto di Geologia e Paleontologia al quale erano stati destinati dall’allora Ministero dell’Educazione Nazionale.
La relazione stilata dallo scienziato fiorentino e indirizzata per conoscenza alla Soprintendenza alle Antichità dell’Etruria, mi pare estremamente interessante per le indicazioni di “prima mano”. Eccone il testo:
Conforme all’invito fattomi dalla S.V. Ill.ma ho l’onore di informarla sulla gita fatta ad Aulla, per incarico del prof. Giotto Dainelli, direttore dell’Istituto geologico della R. Università di Firenze, in compagnia del sig. cav. Pietro Zei, assistente principale di codesta Soprintendenza, allo scopo di ricercare i resti del presunto, già segnalati alla S.V. delle Autorità civili di Aulla e di Massa. Innanzi tutto Le dico che si tratta, non di un Rettile, ma di un Mammifero, appartenente al Gen. Mastodon, la cui presenza in quei terreni non reca meraviglia, perché appartengono, dal punto di vista geologico, al pliocene superiore, e sono quindi sincroni del noto giacimento fossilifero, oggi esaurito, che prende il nome dal vicino paese di Olivola.
Il luogo preciso, dove furon trovati i resti in questione è Dorbola, nome di un podere appartenente al sig. Venanzio Boschetti di Tavernelle (Comune di Licciana) ed attualmente lavorato dalla famiglia Guelfi. Detto podere è situato sulla riva destra del torrente omonimo, che è un affluente dell’Aulella. Per accedere alla località, si esce da Aulla, per la via Nazionale Pallerone-Fivizzano, situata sulla riva destra dell’Aulella. A circa m. 700 dal paese, si devia a sinistra; passando presso la casa già Strinchini, ora Villa Lina. Il sentiero che si segue costeggia più o meno da vicino la Dorbola, e dopo circa km. 7 dalla deviazione si arriva al podere suddetto.
I resti furono trovati a nord della casa colonica ed a circa m. 70 di distanza in luogo detto “gli Spiaggioni”. Il ritrovamento si deve ad alcuni lavori di scasso eseguiti dai coloni per piantare una vigna. Il lavoro fu iniziato come mi è stato detto, fino dal dicembre del decorso anno, ma i primi pezzi importanti attrassero l’attenzione degli zappatori solo nei primi di marzo, quando probabilmente, vari resti erano caduti sotto i colpi del piccone che li aveva ridotti in frantumi.
I primi reperti, fatti dai coloni Guelfi, cioè due punte ed un tronco di zanna, e due frammenti di molari, furono mostrati al sig. Giacomo Giromini di Aulla, che è un appassionato ricercatore di oggetti di storia naturale. Esso riconobbe subito l’importanza scientifica dei pezzi, e pensò ad avvertire il sig. Sindaco di Aulla, perché aveva avuto sentore che alcuno aveva voluto impossessarsi dei fossili a scopo di lucro.
Nel tempo stesso il detto signore, valendosi della stima che gode presso i Guelfi, li induceva a raddoppiar di premura nel raccogliere tutto e serbare tutto ciò che avessero trovato durante i lavori.
Da parte sua il sig. Sindaco di Aulla informava le Autorità civili di Massa che deferivano la cosa alla S.V. I sopralluoghi sono stati fatti nei giorni 6, 7 e 8 aprile; in questo ultimo giorno, essendosi il tempo messo al cattivo, si doverono interrompere le ricerche.
Secondo le osservazioni da me fatte, e confermate anche dagli operai i resti giacevano tra uno strato di argilla, inferiore, ed uno superiore di terreno vegetale, alla profondità varia da m. 1 a m. 2.
I resti consistono in frammenti di zanne, di molari e di coste; ed appartengono, secondo me, ad uno stesso individuo di età piuttosto avanzata, come è dato arguire dal grado di usura dei molari.
I più importanti sono i frammenti di zanne, perché permettono di ricomporle in buona parte. Dico in buona parte, perché mi consta che un frammento si trova presso il sig. Podenzana conservatore del Museo civico di Spezia, che lo raccolse in posto circa quindici giorni addietro; e vari altri piccoli pezzetti da me raccolti, non sono con probabilità utilizzabili.
I segmenti di zanne che si sono potuti ricostruire sono i seguenti:
1 – composto di nove frammenti, della complessiva lunghezza di cm. 70;
2 – composto di quattro frammenti, della complessiva lunghezza di cm. 37;
3 – composto di tre frammenti, della complessiva lunghezza di cm. 37;
4 – composto di due frammenti, della complessiva lunghezza di cm. 23;
5 – composto di due frammenti, della complessiva lunghezza di cm. 22;
6 – composto di due frammenti, della complessiva lunghezza di cm. 12.
A questi si devono aggiungere le due punte di zanna delle rispettive lunghezze di cm. 28 e cm. 26, un frammento lungo cm. 21, il frammento che è nelle mani del sig. Podenzana ed i pochi e pccolissimi frammenti da me sopra ricordati.
I molari (superiori?) sono così pure rotti. Un primo ha la corona conservata per la lunghezza di cm. 21 ed ha una larghezza di cm. 9; si può quindi dire che è conservato nella massima parte. Di un secondo molare non si ha che un frammento della lunghezza di cm. 11; un terzo è ancor più piccolo di questo. Relativamente alle coste, il loro stato di conservazione è ancora peggiore; ed è da dubitare che, coi numerosi e spesso piccolissimi frammenti, possano venire ricomposti degli elementi interi; sebbene io abbia curato che non andassero separati i pezzetti ritrovati insieme. Data la presenza, tra i reperti indicati, di zanne, di molari e di coste, è possibile che nella località siano sepolti altri resti; ma per sincerarsene occorrerebber lavori di scavo più vasti di quelli che attualmente si stanno facendo, e si ha in animo di fare a Dorbola, e la convenienza dei quali potrebbe anche venire a mancare.
Questo dubbio nasce in me da varie circostanze che espongo succintamente. In primo luogo le rotture dei resti, e segnatamente dei frammenti di zanne, si rivelano per rotture vecchie, ma non tutte antiche, nel senso di esser state prodotte da cause geologiche, quale ad esempio potrebbe esser la continuata pressione dello strato superiore sui resti, durante il lungo pro-cesso di fossilizzazione. Si aggiunga poi che, innanzi lo scasso, il luogo, a quanto mi hanno riferito i coloni, era da molto tempo ridotto a prato, dopo esser stato, con tutta probabilità, sbarazzato dalla selva di castagni che lo ricuopriva, onde non è fuor di luogo il pensare che lavori di sterro o di scasso vi sieno stati praticati prima d’oggi, mentre non si potrebbe escludere che durante tali lavori, parti di zanne o di altre ossa siano andate rotte o disperse. Un fatto consimile si è del resto verificato anche durante gli attuali lavori, come lo dimostrano le rotture fresche che si osservano sui vari frammenti di coste da me raccolte nel terreno già scassato.
Non è peraltro da escludersi del tutto che, continuandosi anche il semplice scasso, come si ha intenzione di fare nel prossimo inverno, resti migliori di quelli da me trovati possono venire alla luce; specie quando si prenderà ad abbattere e dissodare la selva attigua al tratto di terreno già scassato.
Occorrerà pertanto che l’On. sig. Sindaco di Aulla, il quale si è fino ad ora cosi lodevolmente interessato alla cosa, continui nella sorveglianza ed occorrendo la intensifichi, onde non si ripetano casi identici a quello, già da me citato, del sig. Podenzana.
Avrei voluto portar meco i resti raccolti, per depositarli nel Museo dell’Istituto geologi co di Firenze, ma il proprietario del fondo vi si è opposto, volendo prima farne stimare il valore da persona di sua fiducia. Né io ho potuto oppormi perché sapevo che questo ge nere di reperti non cade sotto le leggi che regolano gli altri scavi di antichità.
Voglio tuttavia augurarmi che il sig. Boschetti, in seguito alle insistenze mie nonché del sig. Sindaco e del sig. Giromini, finirà col donare i fossili, o almeno cederli per il prezzo che meritano, all’Istituto geologico di Firenze.
Questa circostanza mi porge occasione di far notare alla S.V. ill.ma come sarebbe utile che dal R. Governo venissero adottati provvedimenti legislativi allo scopo di impedire l’esodo dei resti fossili del nostro paese, per andare ad arricchire i musei esteri, i quali, disponendo di dotazioni quanto mai laute, acquistano dai raccoglitori nostri, a prezzi più che remunerativi, del materiale che è veramente prezioso, e che, come le altre antichità, dovrebbe andare ad accrescere le nostre collezioni.
Chiudo la presente relazione segnalando alla S.V. ill.ma l’aiuto efficacissimo che mi è stato dato nelle mie ricerche dal sig, cav. Pietro Zei, sia per fotografare i principali pezzi ritrovati, sia per dare ai reperti una prima preparazione che li renda atti ad essere studiati.
Esaurito in tal modo il compito asffidatomi, ho l’onore di segnarmi
Di V.S. Ill.ma dev.mo
Prof. Del Campana della R. Università di Firenze
Firenze, 10 aprile 1926 (12)
I resti recuperati consistevano quindi in numerosi frammenti di costole, in un molare pressoché integro e due incompleti e di oltre venticinque spezzoni di zanne, di diversa importanza. Le misurazioni di questi frammenti, rilevate da Del Carmpana, portavano ad una lunghezza totale di circa 2 metri e 76 centimetri, corrispondente grosso modo a quella verificata durante la recente ricomposizione, che risulta essere, comprese alcune lacune sfuggite al paleontologo (che misurò i singoli spezzoni ma non tentò la ricomposizione delle zanne), di 2 metri e 85 centimetri.
La ricostruzione dei resti più consistenti delle difese, in accordo con la descrizione di Del Campana, ha portato a queste conclusioni: le zanne, come già accennato all’inizio, sono tre, incomplete. Due appartengono sicuramente allo stesso esemplare, presentano infatti diametri costanti con sviluppo uniforme e inoltre la superficie esterna dell’avorio si presenta ovunque abbastanza liscia e priva di rugosità e striature evidenti.
La maggiore delle due risulta attualmente lunga 170 centimetri (la misura si intende condotta lungo l’arco della zanna), con un diametro oscillante dai 7,2 agli 8,5 centimetri; la circonferenza media è di circa 24 centimetri. Questa zanna possiede anche la punta, malamente conservata, ma ben distinguibile.
La seconda zanna incompleta, di minori dimensioni, risulta lunga 54 centimetri, con diametri e circonferenza praticamente uguali alla precedente; non se ne conserva la punta.
Vi è poi il terzo frammento di zanna, corrispondente alla parte terminale, composta da quattro spezzoni, sicuramente attribuibile ad un secondo animale in quanto visibilmente più massiccia e con diametro maggiore delle precedenti. Risulta lunga 61,5 centimetri circa e presenta nell’ultimo segmento opposto alla punta un diametro di 7,8 centimetri, calcolato per difetto in quanto la superficie, più irregolare delle precedenti, appare sfaldata in più punti. Tale diametro risulta quindi nettamente superiore a quello dell’ultimo segmento della seconda zanna priva di punta, che corrisponde a 6,8 centimetri; inoltre, a fugare ogni dubbio sulla possibilità di “attacco” con il frammento più piccolo, questo terzo troncone di punta appare segnatamente più arcuato rispetto alle altre due, che presentano uno sviluppo più rettilineo.
L’estrema frammentarietà dei resti fossili, ad esclusione dei molari, che per la loro compattezza sono i soli che generalmente si mantengono integri, tanto da rappresentare il “fossile guida” per la classificazione di questi proboscidati, fa concordare con le conclusioni di Del Campana: il deposito era stato sconvolto da ripetuti rimaneggiamenti del suolo, sfruttato per scopi agricoli da lunghissimo tempo. La necessità di ridurre a prato quella che era sempre stata (ed è ora tornata ad essere) una selva di castagni, comportava la necessità di scalzare le radici degli alberi, con il conseguente rimescolamento dei resti ossei sottostanti. Lo scavo per l’impianto della vigna ha poi ulteriormente frantumato i resti, che presentano infatti un diverso grado di “antichità” delle fratture.
Quello che appare certo è che si dovesse trattare di un deposito abbastanza ricco; la zona infatti è stata fatta oggetto di scavi ripetuti, forse non tutti regolarmente autorizzati, che hanno permesso il recupero di altri numerosi resti (13).
Neanche l’intervento di Del Campana riuscì quindi ad assicurare i fossili all’Università fiorentina. Passeranno ben sette anni prima che la questione torni all’attenzione dell’allora Soprintendente Antonio Minto, sollecitato dal mezzadro Guelfi il quale, dopo il “braccio di ferro” con l’Università di Firenze, poi completamente disinteressatasi della cosa, era rimasto in possesso dei resti del Mastodonte.
Finalmente, nel novembre del 1933, il Museo civico spezzino decise di regolare la questione, ottenendo la cessione dei fossili dietro un “tenue compenso” di lire 100. In quell’occasione il direttore Ubaldo Formentini, che condusse le trattative, ribadì pure la completa buona fede di Podenzana che ebbe una parte attiva nella vicenda del ritrovamento, recandosi più volte sul luogo con l’intento di esaminare il deposito: “Debbo poi rilevare, a proposito anche di un rilievo contenuto nella relazione Del Campana, che il nostro Conservatore, cav. Podenzana, ha acquistato non per sé ma per il museo civico, i pochi frammenti di cui il prof. Del Campana lamenta la dispersione. Pertanto tutti i reperti dello scavo sono ora depositati al Museo civico della Spezia, dove è opportuno rimangano nella collezione paleonto-logica lunigianese” (14).
L’unica memoria a stampa relativa al ritrovamento di Dorbola risulta essere proprio quella di Giovanni Podenzana, pubblicata nel 1938, tredici anni dopo la scoperta e cinque dopo la pratica di acquisizione dei fossili al Museo, ma questa nota risulta, come già premesso, viziata da un errore di fondo. Dopo l’acquisto, Podenzana mise mano alla ricomposizione dei frammenti di zanna, ma in modo inesatto: il risultato lo portò alla conclusione che si trattasse dei resti di tre zanne incomplete appartenute ad un unico animale, scatenando in questo modo una serie di pregiudiziali che costringevano necessariamente a scartare alcune ipotesi di cronologia per adottarne altre che si attagliassero ad un animale del tipo da lui ipotizzato. Podenzana era anzi talmente fermo nelle sue convinzioni che nella sua memoria arrivò a confutare non solo le tesi di Del Campana, ma anche quelle del Rovereto e dello stesso Forsyth Mayor: “Questo Mastodonte era realmente munito di quattro zanne, o piuttosto la pluralità di esse dipende da frammenti provenienti da più individui? Si deve collocare cro-nologicamente nel Pliocene inferiore o nel superiore? […] Se vogliamo propendere per l’ipotesi, forse più probabile, che il Mastodonte di Dorbola abbia posseduto realmente quattro zanne, due superiori e due inferiori, come io sono incline a credere, si tratterebbe di specie esistita nel Miocene o nel Pontico: in questo caso cadrebbe l’ipotesi che queste ossa debbano riferirsi al Villafranchiano, ed è questo che principalmente vorrei dimostrare in questa mia breve nota, pur rimanendo nel campo delle ipotesi” (15).
Podenzana propendeva quindi per una maggiore antichità di quei resti; ma egli doveva sapere, malgrado la scarsa frequentazione della paleontologia, che i Mastodonti pliopleistocenici possedevano due sole zanne. Per rintracciare proboscidati muniti di quattro difese era necessario arretrare al Miocene (ma con un’evidente grossa sfasatura cronologica rispetto all’età del deposito, che Podenzana sembra ignorare). Con buona probabilità, quindi, anche se non lo dichiara apertamente, egli doveva pensare al Tetralophodon Falconer, un proboscidato della grande famiglia dei Mastodonti (sottofamiglia Tetralophodontinae) vissuto nel tardo Miocene e nel primo Pliocene, i cui resti più antichi si sono ritrovati in Spagna, Germania (T. longirostris Kaup; T. gigantorostris Klann), in Turchia e in Persia (T. grandincisivus Schlesinger), munito di quattro zanne, due superiori più lunghe e tondeggianti e due inferiori, più corte e a sezione ovoidale, di taglia pressoché uguale all’A. arvernensis (16)
In realtà, se vogliamo seguire il ragionamento di Podenzana, i possibili “candidati” miocenici erano due: esisteva infatti anche il Trilophodon Falconer e Cautly, pure munito di quattro difese, il quale però venne evidentemente scartato, considerando che le difese inferiori erano in questa specie strette e piatte e quindi non potevano corrispondere ai resti di Dorbola.
È da notare inoltre un’ulteriore contraddizione laddove Podenzana giustifica la scarsezza di ritrovamenti di resti di Mastodonti in Lunigiana con l’assenza di Elephas meridionalis, che egli identifica, equivocando Rovereto, come il diretto discendente dei Mastodonti. In realtà l’Elephas non ha nulla da spartire in linea evolutiva con i Mastodonti, in quanto si tratta di due phila diversi e divergenti, addirittura coevi in alcuni depositi.
La memoria termina con l’attribuzione dei resti (condotta attraverso l’esame delle zanne e non dei molari, che avrebbero costituito dato più certo), ad una improbabile specie “longirostris, comune nel Pliocene inferiore”: ciò rimanda a quanto già detto, e cioè all’ipotesi che Podenzana avesse in mente proprio il Tetralophodon, (Tetralophodon longirostris Kaup., sinonimo di Mastodon longirostris), ed esclude definitivamente il Trilophodon che era invece sinonimo di Mastodon angustidens e Gomphoterium.
L’Anancus (Mastodon) arvernensis Aymard, (sottofamiglia Anancinae) appartenente al gruppo brevirostris, a cui si riferiscono i resti sia di Casa Corvi che di Dorbola, era un Mastodonte di grande taglia, le cui poderose difese a sezione circolare si sviluppavano in modo pressoché rettilineo, con andamento debolmente sinusoidale sul piano verticale, e potevano raggiungere i tre metri di lunghezza. I molari erano moderatamente allungati e poco voluminosi, bunodonti, e contrariamente a Tetralophodon longirostris, con tubercoli sempre alternati e non disposti in file trasversalmente rettilinee.
Considerato inizialmente rappresentante del Pliocene medio-superiore, oggi sappiamo che l’arco temporale durante il quale questo animale visse fu invece molto più lungo, giungendo fino al Villafranchiano superiore (17).
Alcuni recenti approfondimenti (18) permettono di inquadrare meglio l’orizzonte geomorfologico in cui si collocano i siti con fauna fossile nel nostro territorio. Al contrario di quanto verificato per il deposito notissimo di Olivola, la cui “sacca fossilifera” ha restituito resti di eccezionale importanza, il bacino fluvio-lacustre di Pontremoli è stato fatto oggetto di studio approfondito solo negli ultimi anni ed esiste ancora qualche discordanza fra gli autori relativamente all’esistenza di un solo grande lago o di due bacini distinti tra loro.
Gli studiosi che per primi accennarono a questo deposito fluvio-lacustre, fra cui lo Zaccagna (19), Cocchi( 20) e lo stesso Capellini (21), propendevano per la seconda ipotesi; così Federici, più recentemente 22), secondo cui il bacino di Pontremoli a nord doveva essere separato da quello di Aulla-Olivola posto più a sud, da una soglia rappresentata dall’anticlinale di macigno” situata all’altezza della SS. Annunziata. Per una serie di considerazioni di natura altimetrica e stratigrafica, Raggi sostiene invece che durante il Villafranchiano superiore la media e alta Val di Magra ospitasse un unico esteso bacino lacustre, che doveva avere la massima larghezza nella zona compresa fra Villafranca e Olivola (23),
Tracce di questo bacino lacustre pontremolese sono ancora ravvisabili nella zona delimitata a sud dal torrente Gordana, a nord dal torrente Betigna, a ovest dalla linea Scorano-La Foce, così come sono individuabili le formazioni terrazzate fluviali antiche e recenti.
Attuali risultati di analisi su pollini raccolti nelle argille basali del bacino lacustre pontremolese (24), hanno alzato al Pleistocene inferiore questo deposito, attribuendogli un’età quindi più recente rispetto a quello di Aulla-Olivola e fornendo così una probabile conferma a quanto affermato da Federici (25),
Pur senza addentrarmi in analisi di carattere specificatamente geomorfologico, che esulano sia dalla mia competenza che dall’intento principale di ricostruzione storica di questa breve nota, voglio appena ricordare come, pur essendo l’estensione dei terreni di origine lacustre abbastanza vasta, la sezione più rilevante, con i suoi oltre trenta metri d’altezza è proprio quella formatasi in seguito allo sfruttamento della cava di argilla per laterizi in località Casa Corvi. Lo strato situato più in basso nella sezione, cioè quello delle argille grigio-turchine, ha restituito anche di recente (26) resti di grandi vertebrati, fra cui il Mastodonte, rappresentato con alcuni frammenti di zanna.
ROSSANA PICCIOLI, I Mastodonti fossili di Dorbola e di Casa Corvi, Storia dei ritrovamenti, Memorie della Accademia lunigianese di scienze lettere ed arti Giovanni Capellini, Vol. 64/65, (1994/1995)
1) Il lavoro di ricomposizione è stato compiuto in collaborazione con A. Nancy Rozzi e Armando Barbuti, del Museo civico della Spezia.
2) G. Podenzana, Su alcuni resti fossili di Mastodonte rinvenuti a Dorbola (Aulla), Memorie Accademia Lunigianese di Scienze “G. Capellini” (d’ora in poi MALC), XIX (1938), pp. 22-6.
3) G. Capellini, Intorno a ossa fossili dei dintorni di Pontremoli e Ortona, Bollettino Società Geologica Italiana, V (1886), pp. 490-1.
4) J. Piveteau, Traité de Paléontologie, VI, Vol. 2, Proboscidea (Colette Dechaseaux), Paris, Masson et C.ir éditeurs, 1958, pp. 190 e sgg.
5) Igino Cocchi, nato a Terrarossa nel 1827, fu allievo di Paolo Savi e Leopoldo Pilla. Si laureò nel 1848 a Pisa in Scienze naturali e compì studi sia nel campo della stratigrafia e della tettonica che in quello della paleontologia. Nel 1860 assunse la cattedra di geologia nell’Istituto di Studi superiori di Firenze. Mori nel 1913. Cfr.: R. Masini, Discorso commemorativo per l’inaugurazione di un busto alla casa nativa di Igino Cocchi a Terrarossa di Lunigiana, Borgotaro, Tipografia Cavanna, 1958.
6) Si ringraziano il direttore del Centro Studi Malaspiniani “A. Malaspina” di Mulazzo, Dario Manfredi, che ha permesso la consultazione dell’ Archivio e il presidente dell’ Associazione “M. Giuliani” di Villafranca, Germano Cavalli, per aver messo cortesemente a disposizione e concesso la pubblicazione delle lettere.
7) Alcuni appunti di mano di Capellini, forse una minuta della relazione del 1886, descrivono più in dettaglio questi resti:” nessun esemplare di quelle ossa era intero e meritevole di essere esposto in una raccolta paleontologica, ma la scoperta non per questo era meno interessante. Fra gli esemplari meno sciupati e che tuttavia conservo nel gabinetto di geologia in Bologna si notano: un frammento di corno di bue, probabilmente Bison priscus, porzione del ramo destro della mandibola sguarnito di denti…. porzioni di due scapole di cavallo e un dente molare pure di cavallo molto guasto ma che pare da attribuirsi all’Equus caballus; frammento di tarso e metatarso pure di cavallo. Porzioni di corna di cervo, Cervus guattardi? Porzioni di denti pure di cervo, frammenti di costole. Insieme alle ossa furono raccolti strobili di abete e frammenti di legni carbonizzati. Raccomandai al signor Venturini di non trascurare di raccogliere altri avanzi meglio conservati anche per poter meglio definire se trattasi di argille plioceniche ovvero come pare più probabile, di un deposito quaternario (…)”.
8) J. Piveteau, Op. cit., p. 243.
9) G. Capellini, Mastodonti del Museo geologico di Bologna, Bologna, Tip. Gamberini e Parmeggiani, 1907.
10) G. Pinna, Il grande libro dei fossili, Rizzoli ed., Milano, 1985, p. 342, vedi tavola 179 (Osteografia di un mastodonte augustidente), p. 343.
11) Archivio Museo Civico “U. Formentini” della Spezia. (I documenti sono conservati in copia fotostatica).
12) Archivio Università di Firenze
13) Una persona del luogo, figlio dell’ultimo mezzadro del podere Boschetti, che mi ha gentilmente accompagnato sul sito, ricorda di aver assistito personalmente al recupero di “grandi ossa” da parte di persone dichiaratesi studiosi bolognesi, i quali eseguirono saggi di scavo alla fine degli anni Trenta. Successivamente, nel 1947, altre persone provenienti dalla Spezia recuperarono numerosi frammenti, oggi tutti dispersi. Negli anni Sessanta l’interesse per questo sito decadde completamente, in seguito alla parziale militarizzazione della zona.
14) Archivio Museo Civico “U. Formentini” della Spezia.
15) G. Podenzana, Op. cit., p. 23.
16) J. Piveteau, Op. cit., pp. 213-5.
17) Per la cronologia e la posizione paleostratigrafica del genere Anancus, cfr.: P. Ambrosetti et al., Mammiferi del Pleistocene inferiore, in I vertebrati fossili italiani, catalogo della mostra, Verona, 1980; A. Azzaroli, Mammiferi terrestri del Phocene, in I vertebrati fossili italiani, Verona, 1980; A. Azzaroli, The Villafranchian stage in Italy and the Plio-Pleistocene Boundary, Neogene-Quaternary Boundary, proc. II, Symposium, Bolo-gna, 1975, Giornale Geologico, n. 2, fasc. 41 (I-II), 1977; P.R. Federici, Nuovi resti di vertebrato nel bacino fluvio-lacustre villafranchiano di Pontremoli (Val di Magra), Bollettino Museo Storia Naturale della Lunigiana, vol. I, n. 2, Aulla, 1981; G. Pavia, Resti di Anancus arvernensis e flora ad affinità pliocenica nel Villafran chiano inferiore della cava Arboschio (Villafranca d’Asti), Memorie della Società Geologica Italiana, n. 9, 1970.
18) Sull’evoluzione morfologica del bacino del fiume Magra nel Pliocene superiore e nel Pleistocene si rimanda alla memoria di G. Raggi, Nestettonica ed evoluzione paleogeografica plio-pleistocenica del bacino del fiume Magra, in MALC, LIV-LVI, (1984-86), La Spezia, 1988, pp. 35-62. Per l’evoluzione degli studi sull’argo-mento si vedano le opere citate dallo stesso Autore.
19) D. Zaccagna, Nota illustratra della Carta Geologica delle Alpi Apuane, Roma, Tipografia ditta Ludovi co Cecchi, 1920; Sulla geologia della Valle di Vara e regioni finitime, in MALC, VI (1925), pp. 5-54.
20) 1. Cocchi, Sulla geologia dell’alta Valle del Magra, in “Memoric Societă Italiana Scienze Naturali”, n. 2 (V), 1886.
21) G. Capellini, Sul giacimento dei vertelrati fostili ad Olivola nelle Alpi Apuane, Bollettino Società Geo-logica Italiana, estratto, vol. VIII, fasc. 3, 1889.
22) P.R. Federici, La tettonica recente dell’Appennino: 2-Il bacino fluvio-lacustre di Pontremoli (Alta Val di Magra) e le sue implicazioni neotettoniche, Quaderni di Storia del Quaternario Padano, n. 4, 1978, pp. 121-32 23) G. Raggi, Op. cit., pp. 46-47.
24) R. Bertoldi, Indagini palinologiche nel deposito fluvio-lacustre villafranchiano di Pontremoli (Val di Ma gra), Ateneo Parmense, Acta Naturalia, n. 20, 1984, pp. 155-163; Una sequenza palinologica di età rusciniana nei sedimenti lacustri basali del bacino di Aulla Olivola (Val di Magra, Rivista Italiana Paleontologia Stratigra fica, n. 94 (1), 1988, pp. 105-138.
25) G. D’Amato Avanzi – A. Puccinelli, Deformazioni gravitative profonde e grandi frane in Val di Magra e Villafranca in Lunigiana, in MALC, vol. LVII-LVIII (1987-1988), p. 8.
Una opinione su "I MASTODONTI FOSSILI DI DORBOLA E DI CASA CORVI. STORIA DEI RITROVAMENTI"