di Arturo Issel
I LIGURI SECONDO LA STORIA

Mentre il raccogliere le opinioni degli antichi intorno alle origini liguri sarebbe per me opera vana, perchè non credo possibile attingere a fonti storiche (fonti bene spesso scarse e torbide) la cognizione dei fatti che risalgono a tempi si remoti, reputo invece utile e non malagevole il rintracciare negli scritti dei Romani e dei Greci indicazioni e ragguagli che valgano a farci conoscere alcuni caratteri etnici pei quali si distingueva la stirpe ligure, prima della sua intima commistione colla celtica e la latina, intima commistione avvenuta, o almeno compiuta, in tempi storici.
Le notizie stralciate sono poche e sufficientemente concordi, tranne in qualche punto in ordine al quale la disparità facilmente si spiega. Per non affastellare le citazioni e non accingermi ad un lavoro d’ esegesi pel quale sarei mal preparato, riassumeró i documenti raccolti in un quadro complessivo, opportuno complemento alle nozioni sulla preistoria ligustica, esposte nelle pagine che precedono. Le fonti alle quali ho principalmente attinto sono le opere di Diodoro SIculo, Strabone, Lucio Floro, Catone.
Secondo le descrizioni lasciateci dagli scrittori che di poco precedettero l’era volgare, i Liguri erano piccoli e macilenti, portavano folta barba e lunghissima capigliatura ondeggiante, per la quale fu loro attribuito dai Latini l’epiteto di comati. Essi vestivano un rozzo giubbone incappucciato, fatto di pelli di pecore non tosale e ne ponevano la lana sulla pelle, d’inverno e al di fuori d’estate; oltre a ciò, si coprivano le spalle con pelli di fiere. Colla cintura si tenevano stretta ed alzata la tunica.
Le loro armi erano archi, frecce (armate probabilmente di cuspidi d’osso o di pietra), fionde, spade di ferro piuttosto brevi (1), piccole scuri alla greghesca, scudi bislunghi di rame secondo il costume dei Galli. Ebbero fama di abili frombolieri. Leandro Alberti afferma che facessero uso di cavalli; ma ciò avvenne forse dopo aver praticato coi Romani, di cui ben presto adottarono le armi. Nell’ assalire il nemico e affine di atterrirlo, mettevano altissime grida.
I Liguri si cibavano di radici, d’orzo, di frutta; bevevano acqua, latte ed un liquore fermentato fatto d’orzo, che era sicuramente cervogia. Colla selvaggina e colla carne degli animali domestici si risarcivano della mancanza di biade. « Vivono, lasciò scritto Diodoro, una vita miserabile, tra le fatiche e le molestie continue di pubblici lavori. Perciocchè, essendo il loro paese montuoso e pieno d’alberi, gli uni di essi tutto quanto il giorno impiegano a tagliar legname, a ció adoperando forti e pesanti scuri; altri che vogliono coltivar la terra, debbono occuparsi in romper sassi, poichè tanto arido è il suolo che cogli istrumenti non si può levare una zolla che con essa non si levino sassi. Però, quantunque abbiano a lottare con tante sciagure, a forza di ostinato lavoro, superano la natura; sebbene, in tante fatiche sostenute appena poi traggono uno scarso frutto; e l’esercizio continuo, e il parchissimo nutrimento rendono macilenti ma nervosi i loro corpi.”
Le donne loro, indurite alle fatiche, prendevano parte ai più penosi lavori. Di queste donne, narrano alcuni, che appena sgravate, immergessero il neonato nelle gelide acque d’ un vicino ruscello, poi tornassero alle consuete fatiche. Svezzati i fanciulli, erano addestrati dai genitori a procurarsi il cibo coll’arco e la fionda. Fin dalla età più tenera, si stropicciavano loro le membra per renderle agili e flessibili.
Le abitazioni delle tribú ligustiche erano miseri tuguri, formati di pietre sovrapposte senza cemento e per lo più spelonche o cavi di rupi. Seneca narra che durante le guerre dei Romani contro i Liguri, questi si nascondevano nelle caverne, permodoché era cosa più facile vincerli che trovarli. La medesima espressione, adoperata da molti altri, divenne proverbiale.
Caduti sotto il giogo, i Liguri si diedero a trafficare coi popoli vicini, cui somministravano legname, cuoio e miele, mentre ne ricevevano principalmente olio e vino. Secondo l’Alberti, nutrivan cavalli selvaggi e muli detti gigenii. Possedevano piccole barche, colle quali, giusta la testimonianza di Diodoro, affrontavano i pericoli di lunghe navigazioni.
Sceverando col lume della critica le notizie degne di fede dalla interpretazione immaginosa di oscure tradizioni, ben poco resta di positivo circa le credenze e il culto dei Liguri. Ammiano Marcellino accenna ad un culto che essi celebravano nel folto delle foreste, le quali, come attestano molti nomi locali coprivano gran parte del nostro territorio (2).
Nulla prova, come fu da taluno asserito, che Penn fosse il Dio eponimo dei Liguri, e si adorasse nel Finalese sotto la forma di una figura umana scolpita in una rupe. E più probabile che Penn, tramutato di poi in Giove pennino dai Romani, fosse divinità celtica.
Non credo che alcun masso o accatastamento di massi osservato sull’ Appennino ligure abbia i caratteri di monumento megalitico; ma se pure fosse tale, mancherebbero dati positivi per attribuirlo agli indigeni, piuttostoché ai Celti invasori. D’altra parte, non saprei trovare l’ affinità, che altri ravvisa, tra il mobiglio funerario dei dolmen e quello delle nostre grotte.
Abbiamo veduto come documenti messi in luce dalla paletnologia, provano con tutta evidenza il fatto che i Liguri antichi avevano fede nella vita futura ed onravano i morti. Non mancano segni che essi praticassero un rozzo feticismo di cui rimangono tracce nelle caverne ossifere da un lato e dall’ altro in certe tradizioni. Soggiogati, essi adottarono non solo i costumi, ma anche le credenze dei vincitori, come può argomentarsi dai sepolcri delle antiche sedi delle tribù ligustiche divenute città romane: Intemelium, Alba Docilia, Vada Sabazia, Libarna e Genova stessa. Tuttavia, vestigia di culti antichissimi rimasero alcuni secoli dopo l’introduzione del cristianesimo e forse si palesano anche al presente nelle superstizioni dei montanari.
Esposi altra volta il dubbio che quei Liguri che Santo Eugenio e Windemiale, reduci dall’Africa, trovarono dediti ad una bizzarra idolatria, i cui riti si compievano in una grotta col sacrifizio di vittime umane, fossero appunto gli ultimi presso i quali vivevano ancora le usanze superstiziose e crudeli degli avi (3).
Gli scrittori romani si mostrano in generale poco benevoli pei Liguri, dipingendoli come bugiardi, scaltri, sleali, dediti al saccheggio ed alla rapina. Se erano dotati della semplicità e della energia dei popoli primitivi, i Liguri non potevano andar immuni certamente dai vizi o dai difetti che sono inseparabili dalla barbarie; l’asprezza dei luoghi in cui abitavano e la vita misera e travagliosa dovevano pur esercitare qualche influenza sull’ indole loro. Ma con ciò il critico deve pur tener presente che essi furono giudicati con tanta severità dai nemici e dagli oppressori loro e che prima una guerra crudele, poi gravi ribellioni avevano esacerbato l’ animo dei Romani contro quel popolo sempre vinto, ma sempre indomito e pronto alla riscossa. Per la stessa ragione, sarebbe ingiusto chi accogliesse senza riserva, ai giorni nostri, i giudizi che si profferirono in Italia sul conto degli Abissini, dopo l’ infausta giornata di Dogali.
Che la guerra combattuta tra i Romani e i Liguri fosse guerra a morte, lo dimostra l’episodio seguente narrato da Lucio Floro e confermato da Strabone. Terminata la prima guerra punica, scrive il primo, i Romani furono costretti a pigliar l’armi contro i Liguri, i quali abitavano su per le cime dell’ Alpi, fra la Magra e il Varo, nascondendosi nei boschi e nelle spelonche, laonde si durava maggior fatica a ritrovarli che a vincerli, tanta era l’asprezza e la fortezza dei luoghi. Essi scorrazzavano per tutti i territori vicini, rubando e saccheggiando senza voler combattere, quantunque fingessero talvolta d’impegnar zuffa coi loro vicini. Avendo i Romani mandato contro costoro Fulvio, egli ritrovò con gran sagacia le spelonche o gli altri segreti rifugi in cui si nascondevano e, « chiuso col fuoco ogni varco, gli abbruciò e cosi li vinse ».
Per altri scrittori non romani, i Liguri si distinguevano invece per la sobrietà, la semplicità dei costumi, la resistenza al lavoro e soprattutto l’ indomito coraggio. In codesto paese, secondo Diodoro le donne hanno la robustezza e il valore degli uomini e gli uomini quello delle fiere ». E non solo erano arditi e forti in guerra, ma anche nell’ affrontar le procelle, colle loro umili barchette, fin nei mari della Sardegna e della Libia.
L’effigie che l’autore precitato traccia dei Liguri contrasta singolarmente con quella che egli ci porge dei Galli, di cui scrive: “Amano amplificare con iperbole le proprie lodi e di mostrar disprezzo per gli altri. Sono minacciosi, superbi ed esageratori in tuono tragico; altronde acuti d’ingegno; nè incapaci di buone discipline ». E merita considerazione tanto più siffatta diversità di giudizi rispetto alle due schiatte, inquantochè, quando vennero in contatto dei Romani, alla estremità occidentale della regione ligustica esse erano già fra loro compenetrate e fuse.
Gli antichi scrittori non sono punto d’accordo, come già dissi per incidenza nella prima parte del mio libro, intorno alla estensione dell’ area occupata dal popolo ligure, sia perchè prima della conquista si confondevano coi Liguri, gli Iberi, i Sardi, i Sicani, sia perché la stirpe ligure andò rapidamente estinguendosi quando si trovò a contatto di popoli più civili.
Allorchè i Focesi sbarcarono in Provenza e vi fondarono Massilia, trovarono il paese occupato dai Liguri; ma ben presto sopravvennero i Celti che si confusero cogli aborigeni sotto il nome di celto-liguri. Plinio e Strabone consideravano tuttavolta i Liguri come ben distinti dai Celti.
Dopo le principali invasioni galliche, il paese dei Liguri era limitato, secondo Polibio, dal Po, a settentrione, dal Varo e dalle Alpi, a ponente, dal mare, a mezzogiorno, dall’ Apennino, dalla Trebbia e dall’ Arno, a levante.
Nella divisione dell’Italia in 11 regioni, istituita da Augusto, la Liguria, che era la nona, fu circoscritta dal Varo, dal Po, dal mare e dalla Magra. Sotto Costantino, essendo 17 le provincie consolari d’ Italia, la Liguria ebbe per confini le Alpi Marittime, Cozie e Graie ad ovest, gli Apennini al nord, il mare al sud e l’ Adda all’ est.
Abbiamo veduto che nei tempi, durante i quali già cominciavano a trovarsi in contatto coi Galli e coi Latini, gli Ingauni ed altre tribù della Liguria occidentale, seppellivano i loro morti nelle caverne (come usavano i loro predecessori), collocandoli però entro anfore di terra cotta o coprendoli con frammenti di tali anfore. Osservammo del pari come in epoca forse più remota, ma pur sempre compresa nei tempi protostorici, gli Apuani, ed altre vicine tribù apenniniche, già imparentate cogli Italici, largamente diffusi nel settentrione della penisola (massime nella valle del Po) e pervenuti ad una civiltà relativa comparabile a quella che si rivela nella necropoli di Golasecca in Lombardia, avessero adottato il costume di cremare i cadaveri e di conservarne le ceneri in ossuari difesi da una incassatura di pietre gregge.
Secondo Pigorini, nella necropoli di Golasecca si manifesterebbero gli avanzi di un popolo Ligure già progredito in civiltà, il quale avrebbe adottato alcuni dei costumi funebri degli Italici e in ispecie la cremazione, modificandoli a norma delle usanze di tempi più remoti ed associandoli a riti schiettamente liguri. Il prof. Castelfranco stima che la gente sepolta in quella necropoli sia pervenuta invece dalle tribù che piantarono le palafitte del gruppo di Varese (4).
Le popolazioni di schiatta iberica (o ligure) dell’ ultima fase litica ponevano nelle loro tombe un bicchiere a campana.
Un simile vaso fittile si trova, dice il Pigorini, nella necropoli di Golasecca; e se tal vaso non è propriamente decorato come i bicchieri neolitici di Palmella in Portogallo, di Villafrati in Sicilia, si danno però in altri fittili di Golasecca decorazioni di stile iberico e neolitico. D’altra parte, gli Iberici o Liguri seppellivano i loro morti in una incassatura formata di lastroni di pietra greggia. Orbene, quei di Golasecca avrebbero conservato in parte l’antico rito, circondando di lastre, non più i cadaveri, ma gli ossuari contenenti i residui dell’ incinerazione. E v’ ha di più: pel nostro autore, la grotta artificiale, l’ ipogeo dei neolitici meno antichi sono una diretta imitazione o derivazione della caverna sepolcrale ligure o iberica; i dolmen al di là delle Alpi (5) equivalgono a quelle grotte e sono associati ad altri monumenti megalitici costituiti di monoliti disposti in circolo (cromlech). In riva al Ticino, si sarebbe perpetuato il recinto di pietre associato alle tombe, ma un recinto per così dire impicciolito, menomato, quasi come resto di una usanza affievolita dal tempo, un recinto non più di massi, ma di ciottoloni. Ed ecco spiegati i circoli ed allineamenti di pietre pei quali la necropoli precitata assume un carattere cosi spiccato e differisce da molte altre riferibili del pari all’età del ferro.
Sono certo ingegnose e sagaci le illazioni per le quali il Pigorini crede di poter cosi rintracciare il nesso che collega popoli fra loro tanto divergenti nelle manifestazioni artistiche e nei costumi. Non son punto persuaso però che sieno ben fondate le conseguenze ultime dedotte da sì lievi analogie e il riflesso di quanto accadde d’ altri popoli, nei tempi storici, mi induce ad adottare una interpretazione diversa.
Non revoco in dubbio che molti elementi liguri coesistessero cogli Italici, durante la prima fase del ferro, mentre sappiamo che questi elementi durarono fino all’ invasione romana; non nego che i Liguri, i quali, da principio, dovevano essere assai numerosi rispetto agli Italici, abbiano esercitato su di essi qualche influenza. Ma ciò non significa che gli antichi Liguri sieno divenuti un popolo relativamente civile. Tra la barbarie degli uni e la civiltà degli altri, intercede una lacuna profonda; la quale dimostra, a parer mio che i primi in breve scomparvero quasi completamente al contatto dei secondi. Ai Liguri antichi, dopo le immigrazioni italiche, toccó la sorte dei Peruviani, dopo la conquista di Pizzarro, e dei Messicani, dopo l’arrivo sulla terra americana di Fernando Cortez. I discendenti dei primi conquistatori in certi tempi e in certi luoghi adottarono alcuni costumi dei vinti; i Peruviani e i Messicani d’un tempo cessarono tuttavolta d’ esistere.
I pochi documenti che si possedono intorno alla antropologia ed alla etnografia dei Liguri dei tempi storici più remoti accennano adunque ad una progressiva alterazione ed estinzione della stirpe primitiva dolicocefala, che lasciò le sue spoglie nelle caverne, permodoche si può dire oggidì scomparsa.
I Liguri neolitici.
Costumi.
Sappiamo dai precedenti capitoli che gli antichi abitanti della Liguria lasciarono la propria vestigia in molti punti dell’Apennino, sia nelle stazioni all’ aperto sia nelle caverne. Fra queste, parecchie, per lo più anguste e tenebrose, servirono soltanto ad uso di sepolcro.
La caverna delle Arene Candide, nella quale si scoprirono ben 50 tombe e la grotta Pollera, in cui ne furono rinvenute almeno 22, si possono considerare come vere necropoli. Ma furono anche indubbiamente abitazioni, come lo dimostra la copia invero straordinaria dei cocci di terra cotta, dei manufatti logori dal lungo uso, degli avanzi di pasti, delle macine, ritrovati nel terriccio che occupa gran parte delle due grotte. Siffatti residui hanno propriamente i caratteri di rifiuti, per servirmi di una espressione volgare, ma efficace, non sono altro che spazzatura; e infatti si trovano accumulati di preferenza nei punti in cui dovevano recar minor molestia agli abitanti, cioè presso le pareti e nelle regioni più umide e scure della spelonca. Alle Arene Candide, contribuirono a colmare la camera Wall. Nella Pollera furono riversate al limitare dello scoscendimento per cui si cala alla cavità più vasta e più profonda, nella quale era però impossibile il dimorare. Talvolta i sepolcri degli antichi trogloditi furono coperti dalle immondizie depositate dalle nuove generazioni.
Presso i popoli barbari, d’altronde, i cadaveri non ispirano ribrezzo e repulsione come alla gente civile e raffinata, laonde s’ intende come la stessa cavità fosse ad un tempo domicilio di vivi e di estinti.
Se però le grotte servirono d’ abitazione, credo che ciò non fu in modo continuo, ma saltuariamente e forse soltanto in alcune stagioni dell’ anno. Il costume di ricoverarsi negli antri e nei cavi delle rupi, si protrasse assai tardi nel nostro territorio, talché Diodoro Siculo poté scrivere dei Liguri del suo tempo: « Costoro dormono la notte nelle campagne e assai di rado in alcune vili baracche o piccoli tugurî, e per lo più in rupi cave fatte dalla natura, che possono offrir loro il comodo di tenerli al coperto.”
Che i cavernicoli fossero essenzialmente cacciatori, ce lo attestano i denti di lupo e di cinghiale, di cui si fregiavano come di ornamenti o trofei, nonchè gli avanzi dei loro pasti, prevalentemente costituiti d’ossa di cervo, di capriolo, di cinghiale ecc. E nel dir cacciatori intendo anche guerrieri, poichè in seno alle società primitive, ove la lotta per l’esistenza ferve sotto ogni sua forma, aspra, incessante, inesorabile, non saprei immaginare una di queste qualità disgiunta dall’ altra. Inoltre, molte armi raccolte nelle grotte sono arnesi guerreschi. Essi erano anche esperti nell’arte d’ insidiare i pesci, come lo dimostrano gli avanzi dei loro pasti. Solevano poi far incetta di testacei marini e specialmente di patelle e non sdegnavano sepie e ricci di mare. Con pari certezza si può asserire che esercitassero la pastorizia, poichè fra i residui si notano gli ossami di un porco, di un bue, di una pecora e di una capra che vivevano in domesticità. Allorché conducevano i loro armenti al pascolo, erano armati, probabilmente, di tutto punto, pronti a respingere ogni assalto di uomini o di fiere, come oggi fanno i pastori etiopi, sempre muniti d’asta e di scudo.
Quanto all’ agricoltura, difettano prove dirette per asserire che fosse esercitata; ma il ritrovamento di molte macine accenna all’ uso comune di qualche cereale o d’altro analogo commestibile, il che difficilmente si concilia colla mancanza d’ogni coltivazione. Ad ogni modo, costoro non potevano essere che tristi agricoltori. Dal ritrovamento di certi vasi tutti foracchiati, argomento che non fosse loro ignoto il caseificio.
Il cibo dei cavernicoli era prevalentemente animale e ciò si rileva dai residui dei loro pasti, costituiti principalmente d’ossa di pecora, di capra, di capriolo, di cervo, di cinghiale, di bue. Oltre a queste specie, mangiavano anche, all’occasione, la lepre, il cane, il lupo, i pipistrelli e molti uccelli, principalmente colombi.
Si ha motivo di argomentare che sacrificassero gli animali domestici destinati ai loro pasti con un colpo di stromento tagliente, assestato sulla sommità del cranio. Non risparmiavano gli agnelli ed i capretti ancora lattanti, i cui resti sono abbondanti nelle caverne.
I piccoli mammiferi erano trasportati nelle grotte e, dopo essere stati cotti e mangiati, le loro ossa rimanevano sul terreno, commiste agli avanzi dei focolari. I grossi mammiferi erano probabilmente uccisi e squartati all’aperto e si recavano solo nelle spelonche i pezzi scelti fra i migliori, per farli cuocere e mangiarli. Infatti, gli scavi non somministrarono indistintamente ogni specie d’ ossa di buoi e di grossi cervi; ma solo le coste, le mandibole e frammenti di ossa lunghe.
I trogloditi spaccavano per lungo le diafisi dei ruminanti e dei suini e ne estraevano il midollo per cibarsene o per servirsene alla preparazione delle pelli. A quest’ uopo, le schiacciavano per mezzo d’ un ciottolo o le percuotevano lentamente sopra una pietra, tenendole strette per una estremità. Anche i crani erano sempre aperti per estrarne cervello. Finalmente, le mezze mandibole inferiori solevano esser rotte alle due estremità, forse per cavarne la sostanza polposa che occupa le cavità alveolari. I residui dei pasti accumulati nelle grotte erano abbandonati ai cani e poscia, insieme alle altre immondizie, rimanevano preda d’ insetti sarcofagi e, putrefacendosi, infettavano l’aria.
Quanto alle industrie dei neolitici, erano affatto rudimentari e per certi rapporti decisamente inferiori a quelle d’altri popoli che non conobbero i metalli. Mancava loro, a quanto pare, la perizia e la diligenza nel lavorare l’osso e il corno e sopratutto l’ingenuo senso artistico propri ai trogloditi della fase del renne, in Francia, i quali ci lasciarono immagini di animali graffite o scolpite con singolare maestria.
Le loro stoviglie, non tornite e cotte senza l’aiuto del forno, massime nei primi tempi, erano ornate di semplici fregi formati di lineette spezzate o meandriformi, d’intaccature fatte col dito o coll’ unghia, oppure di orli crenati e di manichi striati. Alcuni fregi furono ottenuti qolla estremità di cannucce o di spatole appositamente dentellate e crenate, o tracciando graffiti sul fîttile già cotto. I vasi, per lo più di forme goffe e ineleganti, non erano quasi mai ingubbiati, ma qualche volta lisciati a spatola. L’argilla che serviva a fabbricare codesti fittili ben di rado era depurata e quasi sempre vi si univa a guisa di tarso, per accrescerne la resistenza alla cottura, un po’ di rena quarzosa o serpentinosa.
I vasi spezzati erano bene spesso risarciti con paziente lavoro, assicurando l’ uno all’ altro i diversi frammenti, mediante legature, che passavano per fori opportunamente praticati.
Dalle conchiglie e dai denti artificialmente forati ad uso di monili, di cui giá tenni discorso a suo tempo, si vede pure quanto i nostri trogloditi fossero inesperti nell’arte di ornarsi. Tuttavolta, piaceva loro di imprimersi sul volto e forse su altre parti del corpo disegni simetrici, a colori (mediante appositi stampi) e di portare verghette di conchiglia nel setto delle narici…
La fabbricazione delle armi e degli altri stromenti richiedeva in generale più esperienza ed accuratezza che non quella dei vasi. Le ascie si ottenevano, dopo lungo e paziente lavoro, logorando ciottoli scelti all’ uopo sulla superficie di altre pietre. L’anello di giadaite di cui si rinvenne un frammento nella grotta delle Arene Candide, non fu condotto a tanta perfezione se non superando le maggiori difficoltà, sia per la durezza della roccia, sia per la forma stessa dell’ oggetto.
Credo probabile che le accette e gli altri stromenti litici che si lavorarono colla levigatura fossero fabbricati nelle caverne. Non così dei coltellini scheggiati, poichè non si incontrano colà, come altrove, i copiosi residui silicei che sarebbero risultati immancabilmente da tal fabbricazione.
Gli oggetti raccolti in quella parte del deposito antropozoico giacente nelle nostre caverne che ricetta avanzi di carattere neolitico, non accennano in generale a relazioni che i trogloditi mantenessero o avessero mantenute con paesi lontani.
Fanno eccezione alla regola alcuni coltellini d’ossidiana (roccia mancante alla Liguria e comune invece nella Sardegna, nelle Isole Eolie, in Sicilia, nell’ Arcipelago Greco, nelle Canarie), un dente di leopardo, una mascella di Varanus, alcune conchiglie marine e certi fittili.
Rispetto alle conchiglie, è da notarsi che alcune si riferiscono a specie rare o sconosciute affatto nel Golfo di Genova, mentre è certo che abbondano lungo le rive del Mediterraneo occidentale e meridionale; pertanto, se non m’ inganno a partito, non furono raccolte sui nostri lidi e quindi accennano ad una emigrazione dei cavernicoli dall’occidente o dal mezzogiorno, o pure ad antiche relazioni commerciali di costoro con gente di quelle regioni.
Una di queste conchiglie, la Mitra oleacea, non è nota fin qui che come vivente nell’ Oceano Indiano.
Al mio supposto circa la patria originaria di certe conchiglie, come, per esempio, la Purpura hæmastoma, la Patella ferruginea ecc. si potrebbe obbiettare che, se non allignano oggi nel mar Ligure o vi sono rarissime, nulla osta a che vi allignassero o vi fossero comuni, anziché rare, nei tempi in cui si formavano gli strati archeologici della grotta. I mutamenti recenti verificatisi nelle condizioni fisiche e climatologiche della Liguria, il fatto che dai più remoti tempi storici certe specie di animali e di piante scomparvero da questa regione, rendono verosimile un tal supposto. Non lo credo tuttavolta conforme al vero, perciocchè nei depositi fossiliferi del quaternario superiore e nei recenti osservati non lunge dal Finalese, nella penisola di Santo Ospizio, e presso la Spezia (negli scavi eseguiti per la fondazione del nuovo arsenale della marina militare) non furono rinvenute a mia cognizione le specie di cui si tratta, le quali probabilmente non vi mancherebbero se fossero state comuni in Liguria, durante i tempi neolitici.
Come indizio che accenna alla regione d’onde potrebbero esser venute in Europa le famiglie iberiche, il Pigorini cita anche la Meleagrina margaritifera, conchiglia propria al Mar Rosso, al Golfo Persico e all’ Oceano Indiano, scoperta dallo Strobel nei fondi di capanne; ma siccome la determinazione della specie é soltanto desunta da un pezzo della valva destra, colla parte posteriore del cardine, è lecito accoglierla con qualche riserva, tanto più che il genere Meleagrina è ricco di forme specifiche difficili a distinguersi l’una dall’altra per la straordinaria loro mutabilità; potrebbe darsi che si trattasse invece di altra bivalve affine, proveniente per esempio, dall’Africa occidentale.
Le pintaderas, caso notevole di affinità etnografica tra popoli lontanissimi, furono rinvenute da una parte alle Canarie, segnatamente nella Gran Canaria (6), dall’ altra nel Messico e nell’America centrale, ove l’uso loro, all’epoca della scoperta o poco appresso, è attestato dagli scrittori del tempo.
La similitudine, per non dire identità, di oggetti cosi complessi, tanto per la destinazione loro quanto per la forma e gli ornamenti, di oggetti ritrovati in condizioni analoghe in paesi tra loro lontani, non mi sembra fortuita e si connette verosimilmente ad antiche relazioni di commercio.
Nel 1878 Rivière, descrivendo le strane figure incise sulle rupi della Valle d’Inferno, presso il Colle di Tenda, avvertiva la stretta affinità che alcune di esse presentano con quelle attribuite ai Guanci, scoperte su certi scogli delle Isole Canarie (7) e soprattutto con parte dai disegni rilevati dal rabbino Mardocheo, nella provincia marocchina del Sus, disegni pubblicati poi da Duveyrier. Inoltre, le forme, la fattura e gli ornati dei vasi delle Arene Candide e della Pollera si ritrovano in gran parte presso i Berberi.
D’altra parte, de Quatrefages e Hamy osservarono un intima affinità fra i crani dei Guanci e dei Marocchini da un lato e quelli delle grotte di Cro-Magnon e dei Balzi Rossi dall’altro. Io stesso notai che per certe particolarità osteologiche i cavernicoli della Liguria si accostano ben più agli scheletri di alcune razze africane che non agli Italiani odierni. Per tutte queste ragioni non sono alieno dall’ammettere un certo grado di parentela tra i Liguri da un lato, i Guanci e forse anche certe schiatte dell’ Africa settentrionale, dall’altro.
Giova quindi ricordare la tradizione antichissima che attribuisce i Liguri ad una schiatta Iberica, e come siffatta tradizione sia stata più volte avvalorata dagli studi comparativi istituiti sul materiale archeologico delle caverne e dei fondi di capanne, studi iniziati per opera del compianto Chierici e del Pigorini.
Ma, per considerazioni d’ordine antropologico e, malgrado la bizzarra coincidenza che emerge dal ritrovamento nelle nostre caverne ossifere di vere pintaderas, non saprei immaginare una comunanza d’origine e nemmeno una lontana parentela fra i Liguri e i Messicani.
I Liguri delle caverne deponevano i morti sotto poca terra e se si trovarono scheletri sepolti a parecchi metri di profondità, si è perchè, dopo l’ inumazione, il suolo delle grotte fu innalzato da successivi interrimenti. I cadaveri si abbandonavano talvolta sul nudo terreno.
I sepolcri degli adulti erano difesi da lastroni di pietra greggia, in numero di quattro, cinque sei e perfino otto, i quali formavano, come dissi, una specie d’ incassatura che per lo più era incompleta e riparava solamente il capo e il torace. Le tombe di bambini si lasciavano prive di tali pietre. I cadaveri erano abitualmente adagiati sul fianco sinistro, col cranio appoggiato sulla mano sinistra e le ginocchia alquanto piegate, in guisa che talvolta si trovarono le tibie assai prossime alla cassa toracica. Sembra che fossero tutti disposti perpendicolarmente all’ asse maggiore della cavità, coi piedi volti verso l’esterno.
Presso il lato destro dei morti di sesso maschile, si collocava un’ accetta di pietra, il cui manico era quasi sempre di legno, poiché se fosse stato d’ altra materia meno alterabile se ne sarebbe rinvenuto qualche avanzo. Lo stromento non si trovò mai situato in contatto della mano, ma ad una distanza di 20 a 30 centimetri che corrisponde appunto alla lunghezza del manico, di cui si suppone fosse munito. Presso il, lato sinistro, era deposto un vaso di terra cotta, contenente pietra sanguigna. Tal sostanza, di cui i cavernicoli facevano uso indubbiamente per tingersi il corpo, era destinata ad ornare il defunto, acciocchè apparisse smagliante di rosso nel regno degli spiriti.
Gli estinti erano fregiati dei loro ornamenti ed insegne.
Alcuni, forse guerrieri, portavano al collo zanne di cinghiale o denti di lupo, appositamente forati, altri conchiglie bucate.
Quasi in ogni tomba si raccolsero punteruoli d’ osso, quali diligentemente lavorati, quali assai rozzi, cioè semplici cannoni di piccoli ruminanti appena aguzzati, arnesi che io considero parte come punte di frecce o di zagaglia, parte come aghi crinali e lesine.
Credo che non si deponessero ascie nè altra maniera d’armi nelle tombe delle femmine e dei bambini. In una delle prime raccolsi un coltellino di selce ed un raschietto della stessa pietra ed accanto alle ossa d’un tenero bambino trovai una scheggia di pietra verde translucida e varie conchiglie. Sole conchiglie e non di specie mangerecce trassi dal sepolcro di un altro morticino; ed ho per fermo che ivi le deponesse una madre pietosa nel comporre per l’ultimo sonno la salma pel figliuolo, acciocchè non avessero a mancargli nella vita futura i suoi prediletti trastulli.
Nella terra che copriva le tombe abbondavano gusci di molluschi eduli, nonché ossa di ruminanti, per lo più cotte e spezzate; e sono indubbiamente i resti del banchetto funebre, imbandito dai congiunti e dagli amici del defunto, dopo, o forse anche durante, ciascuna inumazione. Due o tre volte osservai pure, presso un sepolcro, certe ossa di capriolo nell’ordine delle loro naturali connessioni, ond’ io sospetto che ivi fosse stato deposto qualche pezzo di grossa selvaggina, a guisa di scorta per colui che imprendeva il gran viaggio.
Il fuoco destinato a cuocere il pasto sepolcrale era acceso verosimilmente sulla tomba stessa dell’ estinto e talvolta così vicino al cadavere che questo ne rimaneva in parte abbruciato. Così si spiega, io credo, l’ustione di cui si scorgono le tracce sugli arti inferiori di alcuni scheletri.
Il sospetto da me altra volta manifestato che i trogloditi finalesi si abbandonassero all’ antropofagia è destituito di fondamento.
L’ uniformità che si verifica nelle condizioni delle sepolture, la scelta delle suppellettili pietosamente deposte in ciascuna, e il ritrovamento di due idoli son prove palesi che i trogloditi del Finalese professavano il culto degli estinti e adempievano a misteriosi riti, certo poco diversi da quelli celebrati dagli odierni selvaggi, che infine la mente loro già s’ innalzava al pensiero d’ una vita futura.
La rotella ossea tratta da un cranio umano, testé rinvenuta, è segno di strane superstizioni e quantunque, dal complesso dei suoi caratteri sembri tolta ad un cranio già scarnito, indica, secondo il mio parere, che costoro praticavano la trapanazione anche sul vivo.
Caratteri fisici.
I caratteri fisici dei cavernicoli furono già descritti sommariamente in varie parti del capitolo precedente. Tuttavia credo opportuno riferire in proposito alcuni cenni riassuntivi, incominciando da succinte considerazioni dell’ Incoronato sulle particolarità del cranio (8):
“ I cranî sono dolicocefali a forma ogivale, la quale, come ognun sa, è una variante della piramidale del Prichard. In quanto che le pareti laterali essendo alla base parallele fra loro, convergono verso il vertice, onde la volta craniense assume la figura precisa di un tetto. In una sezione trasversalmente eseguita, il contorno allora si mostra come un arco gotico a sesto ribassato…..”.
«La linea che traccia il profilo della fronte si eleva di poco dal piano della glabella ed arriva al vertice come se ascendesse per un dolce pendio, sicché la fronte offre una superficie quasi piana, bassa, inclinata, fuggente all’indietro, e per giunta stretta ove appena s’ iniziano le bozze frontali.
Le arcate sopraccigliari, per l’inverso, sono sviluppate e robuste, terminate in fuori da rozze e grosse apofisi orbitarie, mentre nel lato interno, ispessendosi semprepiù, rendono la glabella assai prominente……» (fig. 63).
«Le ossa zigomatiche svolgonsi in fuori ed in dietro; ed è questa la ragione precipua della strettezza della faccia. Le ossa nasali brevi e larghe, dal modo come sono articolate fra di loro e col frontale, lasciano presupporre un naso grosso e piatto, molto probabilmente camuso, platirinnico. Le cavità orbitarie poi sono più larghe che alte e quasi quadrangolari…… » (fig. 64).
« Il mascellare inferiore è abbastanza tozzo, triangolare anzichè parabolico, con branche verticali brevi e robuste, e quali portano grossi condili molto allungati nel senso trasverso ed apofisi coronoidi ben pronunziate. Gli angoli inferiori sono piegati in fuori ed abbastanza sporgenti, percorsi in ambo le superficie da creste rilevate per inserzioni muscolari. Infine, nella sinfisi si nota la spina normalmente rilevata che discende fino alla parte inferiore del mento, la quale si presenta triangolare prominente, faccettata……. ».
In quanto alla disposizione dei denti, è da aggiungersi che la ringhiera dentaria in verun punto della sua estensione appare interrotta, e la grandezza dei molari grossi va decrescendo dal primo all’ ultimo ».
La statura degli scheletri d’ adulti sembra in generale un pò inferiore alla media. Da varî indizi e sopratutto dalla scabrezza delle superficie d’attacco del tendine di Achille, del muscolo popliteo e del tibiale anteriore si può inferire che appartenessero a robusti camminatori, cui era abituale lo arrampicarsi fra i dirupi.
D’altronde, i nostri neolitici erano ben proporzionati ed esenti da quei morbi che sogliono deformare le ossa. Si deve avvertire tuttavolta che quasi tutti gli individui avevano i denti cariati.
Se poi, considerando quegli ossami calcinati dal tempo, ci facciamo ad immaginare quali fossero i fieri trogloditi, allorché rosseggianti d’ocra, vestiti di pelli ferine, brandivano la terribile scure di pietra, affrontando orsi e lupi sulle aspre balze della Caprazoppa, la fantasia ce li raffigura magri, macilenti, colle chiome abbondanti ed incolte, la fronte bassa gli zigomi salienti, le mascelle protratte, il mento prominente, gli occhi infossati, e il volto improntato di selvaggia energia.
I Liguri miolitici ed eolitici.
I Liguri della fase miolitica erano confinati, per quanto ci consta, nella Riviera occidentale e principalmente ai Balzi Rossi. Essi avevano per domicilio stabile o temporario le grotte o ricoveri formati da rupi sporgenti. Le arti loro erano ben più rudimentari di quelle dei loro successori neo-litici, inquantoché non conoscevano la stoviglia e non usavano dare il filo al taglio degli arnesi litici (ascie, accette, scalpelli) per mezzo della levigatura sopra altra pietra. Ma erano però assai abili nel fabbricare coltellini, raschietti e punte di freccia di silice, mediante la scheggiatura e sapevano lavorare l’osso per foggiarne stiletti, punte di zagaglia, lesine ed ornamenti svariati. Essi facevano molto uso di conchiglie appositamente forate, per ornarne la persona, sia formandone monili e collane, sia attaccandole ai loro indumenti; aggiungerò a questo proposito che adoperavano aghi d’osso muniti di cruna. Per foggiare armi ed utensili apprezzavano le pietre più dure e tenaci e quelle eziandio di colori più vivi; cosi come pregiavano, per ornarsi, le conchiglie che più appagano l’occhio. Gli strumenti di pietra e d’osso di cui facevano uso, a quanto se ne può argomentare, erano talvolta provvisti di manico.
I Liguri di cui tengo discorso non avevano ridotto ancora in domesticità alcun animale, erano ignari d’agricoltura e vivevano principalmente di caccia, perseguitando in modo speciale la grossa selvaggina (cervi, caprioli, cinghiali), che doveva essere allora abbondantissima; si cibavano anche di molluschi e di pesci.
Essi dovevano lottare, nei primi tempi colle fiere che infestavano il paese e, tra queste, coi superstiti della fauna quaternaria, orso e leone delle caverne, iena, pantera, e spesso accadeva che dalla condizione di cacciatori si riducessero a quella di selvaggina (9).
Non mancano indizi, anzi prove, di relazioni con altra gente di paesi non prossimi; e qui alludo alle conchiglie di specie atlantiche (provenienti secondo ogni verosimiglianza dalla Spagna o dalla Francia occidentale), rinvenute nelle grotte dei Balzi Rossi.
Le rozze e selvagge tribù dei Balzi Rossi collocavano i loro morti con molta cura nelle proprie grotte, secondo un rito prefisso, e deponevano loro d’ accanto armi e cibarie, come fecero dipoi i cavernicoli neolitici. I cadaveri erano fregiati di collane e monili (formati di vertebre di pesce, di denti d’erbivori o di conchiglie forati) e in parte coperti d’indumenti ornati di conchiglie. Già dissi come si trovassero presso alcuni scheletri umani tracce di una pelliccia. Nella tomba era sparsa molta polvere d’ematite, forse col pensiero di rendere l’ avello più gradevole all’ occhio, o perché il rosso fosse tenuto in conto di colore sacro alla divinità. Sotto il capo del morto, ponevano una pietra o un osso che doveva avere un significato simbolico.
Rispetto ai caratteri fisici, i Liguri miolitici erano, come quelli che loro succedettero, dolicocefali, con arcate sopraccigliari assai prominenti, zigomi sporgenti, orbite quadrate e presentavano le medesime particolarità nelle proporzioni e nella forma degli arti, senonchè raggiungevano comunemente statura più alta ed erano più forti e robusti. I neolitici descritti nella prima parte di questo capitolo non erano propriamente che miolitici degenerati.
G. de Mortillet nega risolutamente che l’uomo dei tempi paleolitici abbia seppellito i cadaveri nelle grotte secondo un rito prefisso, ponendo nei sepolcri le armi e suppellettili che furono care al defunto. Egli spiega perciò il ritrovamento degli scheletri umani scoperti dal Rivière nelle caverne dei Balzi Rossi, affermando che ivi fossero sepolte le salme dei neolitici entro depositi antropozoici assai più antichi, riferibili cioè al piano di Solutré (10).
In questa interpretazione, convengono altri paletnologi, tra i quali mi piace ricordare anche il dottore A. J. Evans; ma, quantunque valga a porgere una spiegazione plausibile di certe singolari coincidenze ed in ispecie della stretta somiglianza che collega gli scheletri umani dei Balzi Rossi, da un lato, e quelli del Finalese e di Bergeggi dall’ altro, sono fermamente persuaso che non corrisponda alla verità. Per me, tanto il terriccio delle predette caverne quanto gli scheletri umani che in esse giacevano, sono schiettamente paleolitici. Se vi fu commistione, avvenne solo fra i materiali del deposito antropozoico miolitico e qualche avanzo osseo di una breccia ossifera più antica, esistente nelle anfrattuosità e nelle fessure della roccia incassante.
L’unità paletnologica del deposito contenuto nelle grotte dei Balzi Rossi emerge, a parer mio, dalle considerazioni seguenti:
1.° Non si osservarono tracce di rimaneggiamento al di sopra degli scheletri umani, i quali furono propriamente tumulati e non sepolti.
2.º Le ossa umane presentano il medesimo grado di alterazione e lo stesso aspetto delle ossa di animali cui sono associate nelle grotte.
3.º I manufatti di pietra e d’osso raccolti in quei giacimenti ai vari livelli, tranne alla superficie, appartengono ai medesimi tipi paleolitici. I soli oggetti di carattere veramente neolitico ivi raccolti (un pezzo d’accetta levigata, un frammento d’ anello litico, alcuni dischi forati o fusarole di terra cotta) si trovarono alla superficie o sono di provenienza incerta.
4. Il deposito antropozoico non somministrò, d’altronde, vasi fittili, punte di freccia o di lancia, regolarmente foggiate ad alette e a peduncolo, utensili di pietra lavorati colla levigatura e simili; mentre vi si rinvennero, in grandissimo numero, raschiatoi, coltellini, punte diverse di fogge analoghe a quelle proprie alle stazioni paleolitiche più o meno antiche.
5. Anche gli stromenti litici trovati proprio accanto agli scheletri umani e che debbono considerarsi come suppellettile funeraria, cosi per la forma, come per le dimensioni e la materia, risalgono indubbiamente ai tempi paleolitici (alludo qui in particolar modo alle voluminose lame silicee, scoperte presso le estremità anteriori degli scheletri umani testé esumati dalla Barma Grande).
Intorno ai Liguri, riferibili alla fase eolitica non sono in grado di porgere che succinte considerazioni, essendo fra noi scarsi e mal sicuri i documenti in proposito.
Secondo ogni verosimiglianza, erano in minor numero dei miolitici e vivevano nel fitto delle selve, cercando solo temporario asilo nel cavo delle rupi e nelle grotte. Unica loro industria, quella di foggiarsi rozzi utensili od armi di pietra o di legno. I manufatti litici sempre lavorati a schegge si riducevano a raschiatoi, coltelli, azze a mano di rozza fattura. Non conoscevano dardi, frecce, zagaglie ed arnesi provvisti di manico. Non usufruttavano l’osso, il corno o la conchiglia, per fabbricare utensili od ornamenti. Costoro ignoravano ogni pratica dell’agricoltura o della pastorizia e vivevano solo di caccia e dei prodotti che il suolo e le acque offrono spontanei. Coll’ uomo della fase eolitica coesistevano in Liguria parecchie specie di mammiferi ora estinte, che egli, debole e mal difeso da rozze armi litiche, mal poteva affrontare. Tali erano i grandi orsi (Ursus spelœus, U. Ligusticus), il leone delle caverne, la Felis antiqua, un rinoceronte, il mammut ecc.
In quei tempi remoti i morti erano abbandonati all’opera distruggitrice degli agenti naturali, senza l’adempimento di alcun rito, di alcuna cerimonia religiosa, ed è legittimo il supporre che nella torpida mente del misero selvaggio, la cui esistenza era travagliata da una lotta incessante, non germogliasse ancora il pensiero delle divinità e del futuro.
Dei caratteri fisici dell’ uomo eolitico nel nostro territorio non sappiamo quasi nulla; ma è probabile che fossero conformi a quelli del tipo di Engis e di Neanderthal. Una mandibola umana scoperta nella caverna della Giacheira accenna ad una robustezza straordinaria e a razza men nobile nella gerarchia antropologica di quella cui appartenevano i trogloditi dei Balzi Rossi.
I precursori pliocenici dell’ uomo in Liguria sono si poco noti che non saprei additare alcuna sicura connessione tra essi ed altre creature dei tempi posteriori, senza abbando-narmi ai suggerimenti infidi della fantasia. Fra questi precursori e i più antichi rappresentanti dell’umanità nei tempi eolitici, sempre nel nostro territorio, esiste indubbiamente una lacuna, di cui non mi è concesso misurar l’estensione, perchè poco sappiamo anche dell’uomo eolitico. Dagli scarsi avanzi che lasciarono nel nostro paese, argomento che fossero inferiori pei caratteri fisici e le facoltà intellettuali al tipo di Neanderthal.
È presumibile, quantunque manchi di ciò una perentoria dimostrazione, che i miolitici della Riviera di Ponente sieno derivati per lenta evoluzione dai loro immediati predecessori. Si può invece accertare, che i primi sieno i veri progenitori dei neolitici e che questi, modificati dal contatto di stirpi straniere, abbiano dato origine ai protostorici, i quali col volgere dei tempi sarebbero scomparsi, o, per la introduzione di nuovi elementi etnici, avrebbero subito ulteriori e più profonde alterazioni, in guisa da costituire una nuova schiatta.
Intanto, da quanto fu esposto, rimane acquisito che i Liguri miolitici, neolitici e protostorici appartengono ad una unica razza, che coincide colla razza cosi detta di Cro-Magnon, illustrata dal punto di vista antropologico da de Quatrefages e Hamy. Ma questa non è razza locale, e lasciò le sue spoglie in tempi diversi e in condizioni svariate, in Liguria, nel Reggiano, nell’ Istria, nel Lazio, in Sardegna, in Sicilia, nella Francia (massime nei dipartimenti occidentali) nel Belgio, nella Spagna meridionale, nelle Canarie e probabilmente in altri punti.
Le affinità etnografiche segnalate tra i cavernicoli finalesi da un lato e certe stirpi iberiche ed atlantiche dall’altro dipendono però, non solo da comunanza di razza, ma ancora da relazioni di scambi, relazioni verificatesi principalmente alla fine della fase neolitica. Si manifesta, d’ altronde, nella suppellettile degli stessi cavernicoli, anche una influenza orientale, che coincide probabilmente colla prima importazione dei metalli (11).
La costanza dei caratteri dell’ uomo di Cro-Magnon (cioè del Ligure) nei punti tra loro lontani e nelle condizioni tanto diverse in cui fu osservato attestano a parer mio la sua antichità ed escludono, ad ogni modo, che sia provenuto da regioni lontane per via di emigrazioni; ció tantopiù che certi crani delle nostre caverne ossifere, in cui si vedono esagerati alcuni di tali caratteri, accennano ad una transizione al tipo di Neanderthal.
Risalendo colle indagini paleontologiche ai tempi remoti dell’ età quaternaria, la stirpe Ligure ci si manifesta adunque autoctona in Italia, in Francia e perfino nel Belgio; ma mentre in Liguria si mantiene coi caratteri più salienti, benché modificata, fino all’ aurora della storia, altrove grado grado si estingue in contatto d’ altre stirpi venute da lontane regioni.
Degenerata ed assottigliata durante i tempi neolitici, essa subisce, come si è detto, nei protostorici alterazioni erazioni profonde, per la commistione d’altra gente, e si riduce in più angusti confini (12). Poco prima dell’ era volgare, la troviamo in piena decadenza, già confinata tra il Varo, la Magra, l’ Apennino ed il mare. Vinta e soggiogata dai Romani, nell’ ultimo suo propugnacolo, essa perde colla indipendenza politica, anche l’ individualità etnica. Ai nostri giorni, sebbene partecipi in una certa misura a costituire la popolazione della Liguria e sia forse rappresentata da famiglie e individui sporadici, non esiste più in Europa come razza peculiare (13).
Ormai un solo idioma, una sola legge, un solo scettro, un comune passato di dolori e di lotte, legano e confondono coi residui delle antiche tribù liguri sparse in Italia le varie stirpi convenute da paesi lontani, e dall’ Alpi all’ Ionio non vi son più che un popolo ed una patria.
Arturo Issel, La Storia ligure e le sue affinità etnografiche, I Liguri secondo la storia, tratto da Liguria geologica e preistoria, Genova, Antonio Donath editore, 1892
(1)Queste spade furono probabilmente adoperate in tempi meno remoti.
(2) Stanno ad indicare luoghi selvosi le antiche denominazioni: Ubaga, Ubago, Ubaghetto, Upega ecc.
(3) La Liguria e i suoi abitanti nei tempi primordiali. Genova. tip. Martini, 1885
(4) Revue d’Anthropologie. 3º série, tome IV, n.º 4. Paris, 1889.
(5) Si danno dolmen anche al di qua delle Alpi, nei dipartimenti francesi del Varo e delle Alpi Marittime, ma non nelle province liguri, secondo l’ odierna circoscrizione amministrativa
(6) Si trovarono a Gallar, Agiumes o Terayana, nelle grotte che ricettano copiosi residui abbandonati dai primitivi abitatori dell’ isola.
(7) Sulle incisioni della Valle d’ Inferno, vedi: Rivière, Association Française pour l’avancement des Sciences. Compte Rendu du Congrés de Paris (1870) Clugnet, Matériaux pour l’Histoire primitive de l’Homme, VIII, pag. 379 (1877). Celesia E., Bollettino ufficiale del Ministero di Pubblica Istruzione, fasc. V. Roma, 1886. Su quelle delle Canarie vedi varie comunicazioni fatte alla “Societé d’Anthropologie de Paris” dal dottor Chil y Naranjo e dal dottor Verneau e l’opera di Sabin Berthelot intitolata: Antiquités Canariennes. Paris, 1879.
(8) Queste considerazioni, desunte dallo studio degli scheletri umani che io trassi nel 1876 dalla caverna delle Arene Candide, sono comprese in una memoria pubblicata in proposito, dallo stesso dottore Incoronato, nella raccolta della R. Accad. dei Lincei (serie 3, vol. II. Roma, 1878).
(9) Non posso dissimulare che mi rimane qualche dubbio circa la coesistenza dell’uomo dei Balzi Rossi colle grandi fiere quaternarie, perciocchè potè agevolmente prodursi nel deposito ossifero delle grotte una commistiono fra avanzi di età diversa. Tuttavolta, le osservazioni di Rivière rispetto alla intima associazione, in strati propriamente intatti, di ossa di quelle fiere e di manufatti, sono perentorie.
(10) G. de Mortillet, Le Préhistorique, Antiquité de l’ Homme, p. 390. Paris, 1883.
(11) Ravviso una tale influenza nei vasi foggiati a doppio cono od ornati di fregi spiraliformi e di croci graffiti, come pure nei fittili rozza-mente dipinti.
(12) Secondo le indagini del sig. E. Blanc pubblicate nel resoconto del Congrés scientifique de France (44° session. Nice, 1879), i Liguri occupavano ancora gran parte delle Gallie 8 secoli prima dell’ era volgare: nel 300 prima di G. C., erano confinati fra il Rodano e le Alpi, e dopo 150 anni, non si conoscevano più in Provenza che due sole tribù superstiti di questo popolo.
(13) Dico non esiste più in Europa, perciocché resta a vedersi se qualche ramo dell’ antica stirpo, non sopravviva ancora, più o meno alterato, nell’ Africa settentrionale.