UN RICORDO DI SUOR MARIA CATERINA OREFICI (1699 – 1766) NEL 250° ANNIVERSARIO DELLA MORTE

Suor Maria Caterina Orefici (dal libro di Padre Orazio Antonio Ghelardi, Vita della serva di Dio Suor Maria Caterina Orefici di S. Benedetto, Religiosa Conversa nell’insigne Monastero di S. Antonio Abbate di Pontremoli, dedicata all’Altezza Reale di Maria Luisa di Borbone, Infanta di Spagna, Arciduchessa d’Austria, Granduchessa di Toscana etc. etc., ., anno 1774)

Duecento cinquant’anni fa morì la Serva di Dio Suor Maria Caterina Orefici (1699-1766), vergine pontremolese.

Il suo primo biografo fu Padre Orazio Antonio Ghelardi[1], che nel 1774 scrisse un libro di 360 pagine pubblicato a Lucca[2]

Successivamente la religiosa è stata oggetto di studio da parte di cultori di storia locale[3]. Sembra doveroso segnalare inoltre che da qualche anno è possibile visionare su internet una scheda sulla sua vita nel sito dedicato a Santi e Beati[4].

Suor Maria Caterina Orefici nacque a Montelungo (frazione di Pontremoli) il 13 gennaio 1699 da Domenico Orefici e Maria Battaglia, sua seconda moglie, e fu battezzata lo stesso giorno della nascita con i nomi Domenica Caterina Apollonia nella chiesa parrocchiale di San Benedetto dal fratello Don Gerolamo Orefici, sostituto del Priore don Federico Ferrari, alla presenza del padrino Antonio Battaglia di Montelungo e della madrina Giulia Ferrari di Pontremoli[5].

A dieci anni rimase orfana di entrambi i genitori[6] e fu così accudita dal fratello maggiore Don Gerolamo, che le insegnò a leggere e a scrivere e le diede una prima formazione religiosa.

Fu “di statura mediocre, piuttosto tendente al picciolo; di bianca carnagione sparsa d’un bel vermiglio; … d’occhio castagnolo e vivace; di capello biondo, di faccia rotonda; di bocca giuliva e ridente, che quasi con dolce incanto attraeva il cuore di chiunque.”[7]

Un giovane proprietario del paese la chiese in sposa ma ella rifiutò ed esternò al fratello la decisione di consacrarsi per sempre al Signore entrando in monastero. Il giovane conservò nel cuore la tristezza di quel rifiuto e rimase solo per tutta la vita.

Don Gerolamo contattò alcuni monasteri di Parma, ma la Divina Provvidenza voleva diversamente.

Portossi Apollonia in Pontremoli in occasione d’una solenne divotissima Processione, che colà facevasi, non per appagare la sua curiosità, ma per essere a parte di quel santo esercizio di divozione, e fare acquisto dello spirituale vantaggio delle sagre Indulgenze. Tutta però composta nel sembiante, dimessa nel vestito, cogli occhi fissi sul suolo, e solo intenta nel cantare Inni di lode al Signore, in compagnia dell’affollata pietosa moltitudine, proseguiva il suo viaggio. Avvenne, che nel passare la sagra comitiva innanzi al Venerabile Monastero delle RR. MM. di S. Antonio Abate, sentissi all’improvviso Apollonia da interna forza fermar per le vesti, e udì una voce che le disse distintamente al cuore: questo è il tuo Monastero, qui ti voglio Monaca, e non altrove. E siccome furono queste voci accompagnate da una sorprendente consolazione, che tutto le inondò lo spirito, e da un’interna dolcissima calma, ben s’accorse la savia donzella non esser stata quella un’illusione, ma una evidente chiamata del celeste suo Sposo.”[8]  

Il 18 settembre 1717 Domenica Caterina Apollonia fece domanda di venire accettata nel Monastero delle Rocchettine di S. Antonio Abate, a Pontremoli, fondato[9] nella seconda metà del XVII secolo da Suor Bianca Maria Doria[10] nel luogo dove sorgeva l’antico ospedale di S. Antonio a Cazzaguerra infra, nei pressi di piazza Dodi. 

Qui le date delle diverse fonti citate dai biografi divergono[11]. Diremo solo che fece il suo ingresso nel Monastero come educanda e successivamente ricevette l’abito bianco di Conversa dalle mani dei reverendi Zucchi (Vicario Foraneo) e Francesco Bologna (Confessore del Convento).

Essa non potè mai indossare il velo nero di Madre poiché non proveniva da famiglia nobile. Con l’abito assunse il nuovo nome: Suor Maria Caterina di San Benedetto.

Sembrò allora accidente, ma il tempo di poi palesò essere avvenuto per divina disposizione, che alla nostra Novizia si dasse il nome di Caterina, dovendo essere una imitatrice così perfetta sì delle virtù, come de’ doni gratuiti, che furono dal Cielo concessi sì alla Serafina di Siena, come a Santa Caterina de’ Ricci sue Avvocate particolari.”[12]

L’anno di noviziato (1718) fu un periodo di prova, di rigore, di austerità, di obbedienza, di penitenza, ma lentamente aumentava nel petto di Suor Caterina la fiamma d’amore che la portava a desiderare di soffrire per espiare, ad imitazione di Cristo, conformandosi a Lui anche nei dolori della sua Passione.

Le frequenti malattie che colpirono Suor Caterina durante tale anno fecero nascere in alcune Madri il timore che essa potesse diventare un peso per il Monastero.

Così si esprime Monsignor Marco Mori in merito a quel periodo: “L’anno di noviziato trascorre veloce. Mite e sorridente, la nuova Conversa si fa l’ancella di ogni Religiosa e, dalla cucina all’infermeria, dal chiostro all’orto, porta ovunque la nota nuova dei suoi vent’anni. Pure, comincia il suo calvario. Il suo corpo delicato viene spesso scosso da singulti violenti o si abbandona in deliqui spossanti. Ma ogni crisi del male è superata e composta dal suo sorriso rassegnato. Nel suo cuore si apre una piaga misteriosa che non l’abbandonerà più.”[13]

Il 18 aprile 1719 il Capitolo delle religiose decise con votazione di allontanare Suor Maria Caterina dal Monastero per la sua poca salute, ma d’improvviso i voti neri contrari si mutarono miracolosamente in voti bianchi favorevoli ed essa rimase.

Conciossiache essendosi finalmente il dì 18 d’Aprile dell’anno 1719 radunate le Religiose in Capitolo, ed avendo la maggior parte di loro gettato il voto contrario nell’urna, quando si venne a rincontrare il partito, inenarrabile fu la sorpresa de’ loro animi vedendo sul bacino tutti i voti fino ad uno divenuti favorevoli per Caterina, e quelle che sapevano di sicuro d’averlo dato contrario osservando qual fosse restato nelle loro mani, e se mai per isbaglio posto avessero l’uno in vece dell’altro nell’urna, quello pure lo ritrovarono favorevole. Non poté mettersi in dubbio da alcuna di quelle Madri ciò non essere avvenuto prodigiosamente, onde ripiene di consolazione e di meraviglia, piegarono la fronte ad un così manifesto divino volere, e con unanime acclamazione, rendendo lodi al Signore, decretarono che Suor Maria Caterina di S. Benedetto s’intendesse ammessa alla Professione de’ voti solenni.”[14]

Il 30 aprile 1719 Suor Maria Caterina emise la professione solenne dei Voti. Qualche giorno prima di tale data alcune suore furono testimoni delle sue nozze mistiche: esse videro Suor Caterina in estasi colloquiare con un misterioso personaggio e ricevere dallo stesso un anello. Negli otto giorni seguenti la professione, tutti potevano vedere nel suo anulare sinistro un anello, non di metallo ma di carne, con al centro una piccola croce con Gesù Crocifisso.

L’estasi ed i rapimenti, anche avanti alla professione, erano divenuti a Caterina familiari e continui, nella meditazione particolarmente del suo penante Gesù. Compassionava la delicatezza delle di lui spalle rese curve dall’impostogli duro tronco di Croce, e la gentilezza delle tempie, da quelle atroci spine crudelmente traforate. Alienossi in questo tristo pensiero da’ sensi, e parvele d’essere in ispirito trasportata nella Chiesa di Santa Maria detta del Popolo di Pontremoli, nella piccola Cappella del Crocifisso degli Agonizzanti, ove le sembrò, che intervenissero insieme come lei S. Maria Maddalena de Pazzi, e la tanto rinomata serva di Dio Caterina Brondi di Sarzana. Incominciò la nostra Caterina un tenero colloquio con quell’Immagine di Gesù Cristo, a cui inviava le più calde preghiere, affinché e sopra le sue spalle caricasse quel duro legno, e sopra le sue tempie imponesse quell’atroce corona, non degna del suo divino capo, ma da lei ben meritata in castigo di sua superbia. Cambiò, dette queste parole all’improvviso colore, rimase come morta. Quindi osservarono le Religiose, che se le intumidivano le tempie, e comparendo qua e là varie rubiconde pustolette, fuori ne sgorgava il sangue in larga copia. Né si era ancora riavuta da tale spasimo che curvossi nella persona e sembrava che a stento si reggesse su piedi, come le fossero state le sue spalle oppresse da un peso esorbitante. Non comprendevano le religiose ciocché le avvenisse, sebbene scorgevano il dolore eccessivo, che ne soffriva: ma di poi costrette dall’obbedienza, con penoso sacrificio della sua umiltà, palesò quanto l’era avvenuto, e disse di più che nell’atto di porre sopra le spalle la Croce, aveva udito il Redentore dirle in tuono grave ed autorevole, questa tu devi portare sino alla morte. In que’ giorni pure precedenti la professione ebbe principio in Caterina una certa interna piaga del cuore, la quale bene spesso facevale gettar dalla bocca piccioli pezzi di carne mescolati con molta quantità di vivo sangue. Credendo le religiose esser quello effetto di qualche interna ferita cagionata da naturale infermità, non lasciarono d’informarne i Medici, ed i Chirurgi, i quali dopo aver esaminato con tutta ponderatezza un effetto sì strano e nuovo, costretti furono a confessare, non esser quella una malattia proveniente da cause naturali soggette alla loro pratica e perizia, ma procedere da un soprannaturale loro affatto incognito principio.”[15]

Successivamente si manifestarono in lei i segni della Passione: le cinque piaghe e la piaga della spalla. Le monache spesso notarono essudazioni di sangue, in particolare quando suor Caterina meditava sulle sofferenze di Gesù. Un altro fenomeno fu quello dell’allattamento da parte della Vergine Maria, riscontrato anche da un medico incaricato dal Vescovo.

Dall’agosto 1719 fino al 1729 la religiosa pontremolese venne affidata alla direzione spirituale di Padre Giovanni Bartolomeo Mascardi, Canonico della Cattedrale di Sarzana, nominato confessore straordinario del Monastero.

Le lettere che gli inviò quando era lontano da Pontremoli permettono di approfondire la sua spiritualità[16].

La sua fu una vita caratterizzata da sofferenze, preghiere, carità, penitenze, estasi, visioni e stigmate. Sofferenze fisiche e morali le flagellarono anima e corpo, spirito e carne, in un continuo martirio che l’accompagnò per gli interi 48 anni di vita monacale.

Tutti – scrisse Monsignor Marco Mori – scorgono in Lei la Santa, accorrono al Monastero e le chiedono consigli e grazie. La fama oltrepassa la regione e da Firenze, Genova, Roma si chiede di lei, le si inviano suppliche. E lei, la piccola Conversa, risponde, parla, scrive, tra un servizio e l’altro di cucina e di infermeria, con la stessa ingenua semplicità, e non s’accorge che dalla sua bocca escono profezie, parole dotte, consigli, che risolvono difficili situazioni.

Il Granduca Cosimo III vorrebbe recarsi a Pontremoli a vedere Suor Maria Caterina ma la stagione pessima non glielo consente. Allora vuole essere informato minutamente su di lei, manda il Commissario Incontri ad assumere particolari e, intanto, regala i ferramenti per il nuovo edificio delle Suore Rocchettine.”[17]   

Nel 1765 Suor Caterina sentì che il suo corpo era ormai stanco: non mangiava quasi nulla, dormiva appena un’ora sulla nuda terra. I mali incalzavano. Sul suo volto pallido, quasi trasparente, il sorriso non bastava più a vincere la stanchezza dei suoi 66 anni.

Nel gennaio 1766 fu condotta nell’infermeria e il 12 marzo si aggravò: una forte febbre consumò i suoi poveri polmoni, ormai sfiniti.

Il 18 marzo 1766 Suor Caterina attese la mezzanotte, da lei predetta come termine, poi, sorridendo alle consorelle, reclinò il capo e morì.

La sua salma venne esposta nella chiesa del convento. Piccoli e grandi, in un fluire continuo, si prostrarono a venerare la “santa”.

Dopo cinque giorni venne sepolta nella stessa chiesa.

Si procedette alla sepoltura su ordine del Vescovo, alla sola presenza del Vicario foraneo, del Confessore, di un medico e di un chirurgo, i quali, stupiti, constatarono che le membra di Santa Caterina non erano state oggetto del rigor mortis. Poco prima della tumulazione dalle narici della defunta uscì un flutto di sangue vivo, che le Suore raccolsero per conservarlo. Il suo corpo fu sepolto dietro la grata, vicino all’altare maggiore della chiesa, “a cornu epistolae”. 

La sua tomba fu meta di pellegrinaggi e avvennero fatti straordinari. Monsignor Marco Mori, riprendendo dal Ghelardi, riporta sinteticamente quanto segue:

1766. La bambina undicenne Maraffi, da sei anni paralitica, recata sulla tomba della Serva di Dio, sente prodigiosamente rassodarsi i suoi arti e cammina spedita.

1767. Novembre. La signora Francesca Pierina Fanti, ridotta a mortale spossatezza da una febbre insidiosa, ricorre all’intercessione di Suor Maria Caterina e, d’improvviso, la febbre l’abbandona.

La piccola Teresa Fiori di Siena applica ai suoi occhi quasi spenti le reliquie della Serva di Dio e le sue pupille riacquistano una vista di rara limpidezza.

1772. Suor Maria d’Arzengio, consunta da mal sottile, raccomandandosi all’intercessione di Suor Maria Caterina, guarisce all’istante. La Curia Vescovile di Sarzana fa il giuridico processo sul fatto miracoloso.”[18]

Si moltiplicarono le grazie, attestate dalle competenti autorità ecclesiastiche e mediche, che aumentarono la devozione alla Serva di Dio ma le contingenze storiche e la successiva soppressione del Monastero (1810)[19] interruppero il processo canonico di beatificazione di Suor Caterina, appena iniziato.

Cassetta contenente le reliquie di Suor Maria Caterina Orefici (Cattedrale di Pontremoli, Sacrestia Capitolare)

Il 30 ottobre 1810 le sue ossa furono traslate in Cattedrale.

Oggi, in suo ricordo, rimane una piccola epigrafe, murata nella Cattedrale di Pontremoli, sulla parete del transetto accanto all’altare di San Vicinio.

In essa sta scritto: SUOR MARIA CATERINA OREFICI / NATA A MONTELUNGO / LI 13 GENNAIO 1699 / MORTA IN CONCETTO DI SANTITÀ /  LI 19 MARZO 1766 / QUI SEPOLTA / LI 30 OTTOBRE 1810.[20]

Nel 1941 venne effettuata una ricognizione della nuova tomba: l’esito fu completamente negativo e non mise in luce che poca polvere.

In una piccola teca in vetro nella chiesa di San Benedetto di Montelungo è conservato il crocifisso di Suor Maria Caterina Orefici. Inoltre presso la Sacrestia Capitolare della Cattedrale di Pontremoli è custodita una cassetta contenente suoi indumenti[21], tra i quali la “sottana di canapa bianca”[22], il cilicio e recipienti di vetro. 

All’inizio del Novecento il sacerdote Domenico Battaini si domandava nel suo articolo: “E’ degna degli onori degli altari?”

Non è compito nostro affermarlo tuttavia è giusto divulgare quanto ci è stato tramandato. 

Per rendere omaggio a Suor Maria Caterina Orefici nel 250° anniversario della morte, riporto nella versione integrale due lettere, prive di data, inviate dal dottor Francesco Maria Guastalli al Vescovo di Sarzana, rinvenute da me presso l’Archivio di Stato di Parma nel 1993[23] e pubblicate parzialmente da Cristian Ricci nel 2005[24].

Archivio di Stato di Parma, Epistolario scelto, b. 26 “Santi e Beati”, n. 20, Orefici Caterina, n. 43, Due copie di Lettere del Dr. Fisico Francesco Maria Guastalli dirette a Monsignor Vescovo di Sarzana portanti la Descrizione de’mali, ed incomodi, che soffriva Suor Maria Caterina Orefici Conversa in S. Antonio specialmente nelle mani, ne’ piedi, e nel costato, i quali incomodi erano creduti sopranaturali.

Copia di Lettera scritta dal Ecc.mo Sig.r Dott.re Francesco Maria Guastalli à Monsig.re Vescovo di Sarzana

Venero i comandi tutti di V.S. Ill.ma et eseguisco con distinzione quelli che mi avanza di sua commissione, questo Sig.r Vicario Zucchi sopra il raggionarle de mali ch’à cagione di essi, che osservo in questa Suor Maria Caterina Orefici Conversa in S. Antonio, li quali incomodi perché rassembra che eccedino l’ordine de mali, e della natura, danno à me occasione d’investigare opportunamente se avvengano come malatie del corpo o pure in altra maniera.

E prima di descrivere a V.S. Ill.ma tutto ciò che vado osservando nella Religiosa, devo premettere la cognizione di distinguere, quali mali debbino chiamarsi naturali, quali preternaturali, e quali sopra naturali. Ippocrate Libro de morbo sacro è di sentimento che ogni male sia divino insieme et humano. Divino in quanto è cagionato da cause divine che sono tutte le cose create da Dio. Humano in quanto ha in se stesso la propria forza, e natura, e particolari rimedi.

I preternaturali sono costituzioni morbose le quali per scherzo, ò per errore della natura à ciò costretta dalla forza del male, di cui si fanno sintomi, ò dalla combinazione de minimi componenti, ammiriamo ne corpi degli animali. I sopra naturali all’incontro sono quelli oltrepassano l’attività e forza delle cause naturali, ò in quanto à ciò che fanno per valermi della frase di S. Tomaso, ò in quanto al soggetto, in cui oprano, ò in quanto all’ordine, ò maniera di operare.

Premesse queste notizie dirò candidamente a V.S. Ill.ma che fui chiamato à visitare la Religiosa, la quale osservai con carnagione florida delicata, e con habito di corpo mediocre, e con piena segretezza mi scopersero le Madri più discrete del Convento tutto ciò che diffusamente hanno posto sotto gli occhi purgatissimi di V.S. Ill.ma intorno a diversi portentosi avvenimenti.

Ho osservato attentamente le piaghe delle mani, e dei piedi, quelle delle mani al riferir delle Monache furono grondanti di sangue per alcuni giorni, poi si chiusero improvvisamente, e vi restò nella parte superiore della mano un certo livido alla larghezza di un quatrino in circa, e sempre si è mantenuto lo stesso, e nella qualità e nella larghezza.

Quelle de piedi nella parte parimente superiore si sono sempre da me osservate alla larghezza di circa un testone, ed è a guisa d’un foco sacro tal hora asciutte, e tal hora con sangue, tali osservate da me in giorno di Venerdì.

Al riferir delle Religiose suddette nell’aprirsi in piaghe le mani, e piedi nel luogo descritto, osservarono anche nella parte sinistra del petto una notabile elevazione con qualche pocco spurgo di sangue per bocca, con tosse, quale elevazione svanì ed esternamente tra la quarta e la quinta costa apponto vi apparve una piaga la quale gettò dell’acqua, e poco sangue, e poi s’asciugò, restandovi la parte con rossore eccedente e principiò a gettare prima per bocca per due volte quantità di sangue considerabile, e poi per secesso continuando a gettarne irregolarmente ora da una parte, ora dal altra in tempi non determinati con la distanza di due in tre giorni da un getto all’altro ed attesta la paziente che sempre senta sbattaccarsilo dalla parte del cuore con dolori penosi, senza dolori in altra parte del corpo.

Ho parimente osservato nel sangue stesso tanto per bocca, che per secesso della pinguedine, della carne tritta, e delle membrane in pezetti, et andando di radissimo di corpo si grava senza incomodo della piccolissima porzione di feccie non tinte di sangue, e quando per detta parte fà lo sgravio di sangue non si osserva feccia veruna ed è ora sangue rubicondo, tal ora nero scuro, tal ora come lavatura di carne mai fetente e mai con materia marciosa. Si mantiene sciolto senza cattivo odore, anche per due o tre giorni, e solo con la pinguedine e carne vi osservo unita qualche picola porzione di sangue aggrumato. Doppo i sudetti gietti hò trovata alle volte la Religiosa con polso frequente e fioco, con spossatura di forze, e col color pallido. Mà nel giorno susseguente col polso bono e col color naturale, e fori di detti tempi di rado gli hò osservato il polso febrile.

Ella soffre dolori lancinanti e pungenti di testa circondandola à guisa d’una Corona, e penosissimi, nelle mani, piedi, e petto, e premendo dette parti subito cade come in deliquio ed a proporzione della pressione che se li fa, si altera il polso, e tal volta si fa intermittente e divien pallida in volto.

Quando però è in estasi a valermi della frase delle Monache premendo le dette parti non si risente ne li si altera il polso da me osservato in quel tempo assai brilante, e li restano le mani così intirizzite, che si possano paragonare alli Epiletici, quando hanno le parti convulse, tenendo gli occhi aperti, e levati al Cielo senza si movino punto con tutto che da me portati con la mano.

Ella ha i suoi corsi mensuali di quantità e qualità lodevole e conserva la sua solita carnagione con tutto che mi asseriscono le Religiose, che prende sì scarso nutrimento, ch’è impossibile a vivere con quello, e da Pasqua in quà non ha mangiato carne, e asserisse, che tutte le cose di sostanza le rigetta, ed io sono stato testimone ad un ovo fresco, il quale con pattimento grande lo rese quale lo prese.

Asserisce parimente che tutto ciò, che prende hà il sapor d’amaro, a riserva dell’acqua, di questa ne beve ma mi dano il riscontro che orina a proporzione del humido che prende.

Tutti quei getti di sangue, parlando come medico, devo credersi effetti d’un sale d’un solfo corosivi che rompano e fanno piaghe in più luoghi. Quella carne tritta, et altro gettato per secesso potrebbe esser sostanza dell’intestino grosso impiagato, e qualche pocho di vetriolo generatosi nel tratto degl’intestini, tingere in nero quel getto che fa e quella per bocca il più colorito per il solfo dell’aria ispirata E che si senta dal cuore partire la materia, questo puol essere un maggior patimento, che fa il cuore come parte più sensitiva, ma naturalmente dal cuore non puol partire, non essendovi strada da portarsi ne per bocca ne per secesso.

Così  i vehementi e pongitivi dolori di testa, delle mani e de piedi, e del petto potrebbero mostrare le qualità del fluido tutto isporcato di Sali caustici atrabiliari e erosivi, e come causa preternaturale possano tener malmenata la sudetta Religiosa con poccho solievo delli aiuti dell’arte. Ma riflettendo alli getti grandi fatti nella forma descritta, e senza marcia e senza mal odore, al scarsissimo nutrimento, che e prende, alle Vigilie, ai patimenti, al mantenersi la medesima con la sua solita carnagione, col polso il più delle volte lodevole, e riflettendo alle piaghe solamente nelle mani, piedi, e petto, et a tutto ciò che è stato descritto dalle Religiose, e ammirando con istupore, che in meno d’un anno abbia sudato sangue, che si è numerato dieciotto volte nella contemplazione della Passione, come ne attestano le Monache le quali hanno veduto le spalle, le braccia, le camiscie, e veli della Testa aspersi con gociele di sangue senza minima rottura della carne, mentre i sali di qualunque configurazione si siano impastati colle cose unitegli come gli figura nel suddetto corpo un po’ carnoso non si fanno con tanta facilità manifesti et in conseguenza a valermi della frase d’Ippocrate sono poco offensivi e perciò non atti a produrre malori della suddetta natura,   resto con qualche oscurità a dichiararli mali puramente naturali, ma col benefitio del tempo e delle più esatte attente osservazioni, si chiarirà meglio il fatto, e si verrà in cognizione se sia male naturale, o sopranaturale; Ma perché si puole raggionevolmente timere di precipitose e funeste conseguenze, si potranno intanto prendersi le più sicure deliberazioni per meglio chiarirsi coll’assistenza ben sicura, già che il medico non puol stare che alla relazione di chi assiste.

V.S. Ill.ma è piena di prudenza, come di ogni altra virtù saprà bene risolvere, ne io lascerò di tenerla bene opportunamente ragguagliata a tenore de suoi comandi di tutto ciò che anderò osservando, e mi farò gloria di sempre manifestarmi.

Di V. S. Ill.ma R.ma

Altra copia di lettera sogionta

Ha continuato la Religiosa à gettare irregolarmente sangue con frustoletti di carne e pinguedine ora per bocca ed ora per recesso fino alli 29 d’Agosto e senza aiuto dell’arte cessò quell’incomodo pericoloso, e fino al presente giorno non è comparso alcuno segno di detti getti, per niuna delle sudette parti. Asseriva in quel tempo la medesima sentirsi internamente sfinimenti grandi, e argomentava giudiciosamente non poter reger in vita, quando al riferir delle Religiose li fù datto per tre volte del latte miracolosamente, e cessò improvvisamente il getto. Ho pur io sentito del detto latte fatto deporre dalle Superiori dalla bocca della Religiosa ed avere il suo proprio sapore, lasciandomi in bocca un suavissimo odore. Nel detto giorno 29 agosto trovai la medema co piedi e mani interizite e le ditta dei piedi maraviliosamente incurvate, senza poterli movere le dette parti con la mia forza. Onde battezzai tal male per accidente epiletico uterino. Ma per comando della Badessa si sciolsero subito le dette parti, ed interrogata parimente per comando della suddetta Superiora a dire che cosa aveva meditato, ripigliò brevemente ma con ordine, e discorso meraviglioso la meditazione della Passione del Signore, e ad ogni passo della medema diceva l’Agimus Tibi Gratias, e quando arrivò nuovamente al Calvario, tornò nuovamente nella stessa positura con le mani e piedi interizite, restandovi per alcuni giorni dopo, e il petto e le spalle come insensate.

Dalli tre di settembre fino alli sette di detto mese verso li vintitre li sopra giungevano convulsioni nelle mani e piedi, mandando quelle e questi nella parte posteriore verso il Capo in forma morbuosa, e si inarcava talmente tutta la vita che nelle vertebre lombari osservavo un spaventoso incurvamento. Quali stranezze anche senza mancanze di mestrui e senza vizio al tutto sensibile nelli ipocondri, battezzai per passioni steriche ipocondriache, le quali si profondano e si propagano mediante i nervi. Ma vedendo che tutto ciò si scioglieva al puro comando o della Badessa o del Confessore e poi tornava nelle dette passioni, Presi in me motivi di credere che non fosse solo male naturale, ma anche sopranaturale, già che delle strapature de muscoli e stiramenti de nervi ne sente spesso nella notte.

Quando gli si apersero in piaghe i piedi, le mani ed il costato gli apparvero cinque garofani circondati da resplend.ma luce da quali restò ferita in dette parti.

Continua al riferir delle Religiose a vivere senza cibo sufficiente un tutto, che prenda qualche cosa più di prima. Continuano i soliti segni nelli piedi e mani benché in queste alle volte più ristretti ma nell’atto delli descritti accidenti lo ho osservati più manifesti e per alcuni giorni dalla bocca, e dalla parte del costato li è uscito fuori un odore di vero garofano, che è quanto.      

Marco Angella, Un ricordo di Suor Maria Caterina Orefici (1699 – 1766) nel 250° anniversario della morte, pubblicato in “Il Porticciolo, La Spezia, anno IX, n. 1.3.2016, pp. 98-107

La rivista spezzina “Il Porticciolo” è fondata e diretta dalla professoressa Rina Gambini.


[1] Orazio Antonio Ghelardi nacque a Lucca il 31 agosto 1730. Vestì l’abito dei Padri Scolopi il 31 maggio 1748. Fu insegnante di retorica al Collegio Nazareno di Roma, docente nei Seminari di San Giovanni e di San Michele di Lucca, Canonico della chiesa di San Paolino e, dal 1780, Rettore del Seminario Arcivescovile fino al 1784. Cfr. Pietro Tocchini – Pietro Lazzarini, Storia dei Seminari di Lucca, Accademia Lucchese di Scienze, Lettere e Arti, 1969. 

[2] Cfr. Orazio Antonio Ghelardi, Vita della serva di Dio Suor Maria Caterina Orefici di S. Benedetto, Religiosa Conversa nell’insigne Monastero di S. Antonio Abbate di Pontremoli, dedicata all’Altezza Reale di Maria Luisa di Borbone, Infanta di Spagna, Arciduchessa d’Austria, Granduchessa di Toscana etc. etc., Per Giovanni Riccomini, Lucca 1774. 

[3] Ne hanno scritto: Domenico Battaini (Sac.), Suor Maria Caterina Orefici, in “Saluti di omaggio del Comitato Diocesano di Pontremoli per l’ingresso del nuovo Vescovo Mons. A. Fiorini”, 1900, in Biblioteca comunale “Camillo Cimati”, Misc. LXXIIg-74; Marco Mori (Mons.), La Serva di Dio Suor Maria Caterina Orefici vergine pontremolese, in “Il Campanone. Almanacco Pontremolese 1941-1942”, Tipografia Artigianelli, Pontremoli 1942, pp. 149-157; Annibale Corradini (Mons.), La Serva di Dio Suor Maria Caterina Orefici, Artigianelli, Pontremoli 1968; Paolo Lapi, Trecento anni fa nasceva Suor Maria Caterina Orefici, in “Il Corriere Apuano”, anno XCII, n. 6, 6 febbraio 1999, p. 3; Cristian Ricci, L’eroismo di una donna. La vita di Suor Caterina Orefici di S. Benedetto, Tipografia Artigianelli, Pontremoli 2005.

[4] Cfr. Emilia Flocchini, Suor Maria Caterina di San Benedetto, in “Santi e Beati”: http://www.santiebeati.it/dettaglio/95930.

[5] Cfr. Archivio Diocesano di Massa Carrara – Pontremoli,  Sezione di Pontremoli, Vicariato di Pontremoli, Montelungo, b. 1, Serie Battesimi, Registro dei battezzati 1607-1744, “Die 13 januarii 1699, Dominica Catharina Apollonia”.

[6] Cfr. Archivio Diocesano di Massa Carrara – Pontremoli,  Sezione di Pontremoli, Vicariato di Pontremoli, Montelungo, b. 3, Liber Mortuorum (1698-1745): il padre Domenico Orefici morì il 17 novembre 1709 e la madre Maria Battaglia morì il 21 novembre 1709.

[7] Cfr. Orazio Antonio Ghelardi, op. cit., p. 323.

[8] Cfr. Orazio Antonio Ghelardi, op. cit., pp. 15-16. 

[9] Sull’Instrumento di Fondazione, redatto nel 1678 cfr. Cristian Ricci, op. cit., p. 9. Il monastero venne terminato nel 1679, ma collaudato già nel 1677 per le parti esistenti da Marc’Antonio Grighi e Domenico Garusambo, entrambi svizzeri, già chiamati per la costruzione della cupola della nuova Chiesa di Santa Maria del Popolo: cfr. Pietro Ferrari, La chiesa e il convento di S. Francesco di Pontremoli, Pietro Rosi Editore, Mulazzo 1974, pp. 226-227.

[10] Prima abbadessa fu Donna Maria Doria di Genova, arrivata da tale città il 30 maggio 1679, insieme a Donna Maria Giacinta Campione e la conversa Suor Francesca. Il 4 giugno entrarono in convento le prime dieci giovani pontremolesi che avevano precedentemente ricevuto, dalle mani di Mons. Gio. Battista Spinola, vescovo di Sarzana, l’abito dei Canonici Regolari di S. Agostino nella chiesa di S. Colombano: cfr. Pietro Ferrari, op. cit., pp. 223-224.

[11] Cfr. Cristian Ricci, op. cit., p. 20: Ricci, partendo da fonti tratte dall’Archivio Vescovile Lunense, riporta date divergenti rispetto agli studi precedenti, che si rifanno tutti alla biografia di Orazio Antonio Ghelardi, peraltro molto dettagliata.

[12] Cfr. Orazio Antonio Ghelardi, op. cit., p. 22. Il riferimento è a Santa Caterina da Siena (1347-1380), compatrona d’Italia e d’Europa, e a Santa Caterina de’Ricci (1522-1590), terziaria regolare domenicana nel monastero di San Vincenzo a Prato. 

[13] Cfr. Marco Mori, op. cit., p. 150.

[14] Cfr. Orazio Antonio Ghelardi, op. cit., pp. 26-27.

[15] Cfr. Orazio Antonio Ghelardi, op. cit., pp. 31-33. Su Santa Maria Maddalena de’ Pazzi (1566-1607) cfr. Maddalena Oreskova, Santa Maria Maddalena de’Pazzi, Editrice Velar, Gorle 2008. Sulla sarzanese Maria Caterina Brondi (1684-1719) cfr. Cesare Nicolò Bambacari, Memorie delle virtù ed azioni di Maria Caterina Brondi vergine sarzanese, Lucca 1743; dello stesso: Ad memorias historicas virtutum, actionumque Mariae Catharinae Brondi animadversiones, Lucae 1743; Adriano Prosperi, Brondi Maria Caterina, in “Dizionario Biografico degli Italiani”, volume IV (1972); Elena Bottoni, Scritture dell’anima. Esperienze religiose femminili nella Toscana del Settecento, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 2009.

[16] Cfr. Cristian Ricci, op. cit., pp. 45-69: “Lettere autografe di Suor Caterina raccolte e rilegate in brossura presumibilmente dalle consorelle, dopo la sua morte”.

[17] Cfr. Marco Mori, op. cit., pp. 153-154.

[18] Cfr. Marco Mori, op. cit., p, 155. Cfr. Orazio Antonio Ghelardi, op. cit., pp. 333-343: Grazie operate da Dio per intercessione di Suor Maria Caterina già estinta. Cfr. inoltre Domenico Battaini, op. cit., p. 4: “Molte grazie furono ottenute per sua intercessione dopo morta ed io non farò che portare alcuni nomi: Felice Maraffi di Pontremoli figlio di Antonio Maraffi, Prospero Secchiari di Pontremoli, Andrea di Giovanni Gavarini di Pontremoli, Giuseppe Antonio Pasquali di Pontremoli, suor Maria d’Arzengio del monastero di S. Antonio di Pontremoli, Francesca Perone moglie di Alessandro Fanti di Cremona, Teresa Fiori educanda del monastero del B. Giovanni Colombini di Siena, una monaca di Pisa e una religiosa del convento di S. Cecilia di Spezia e molte altre persone, liberate da malattie pericolose e diuturne dietro preghiera fatta a suor Caterina, o toccando panni appartenuti a lei.”

[19] Quando venne soppresso il Monastero (con Decreto Napoleonico del 13 settembre 1810) la struttura venne utilizzata come carcere. All’inizio del ‘Novecento al suo posto fu edificato il palazzo scolastico dedicato a Giuseppe Mazzini. Cfr. Paolo Lapi, op. cit., p. 3, nota 1.

[20] Cfr. Gian Carlo Dosi Delfini – Nicola Zucchi Castellini, Le epigrafi di Pontremoli, Tolozzi Compagnia dei Librai, Genova 1989, p. 32.

[21] Ringrazio monsignor Silvano Lecchini per la segnalazione. Sulla cassetta sta scritto “Robbe diverse di Suor Maria Catterina Orefici di Montelungo, Conversa del Monastero di S. Antonio Abate di Pontremoli, morta in concetto di Santità, il dì 18 del mese di marzo l’anno 1766. / L’anno 1810 essendo stato soppresso il suddetto Convento, fu dissotterrato il di lei Cadavere e Ceneri e traslocate in questa Chiesa Cattedrale e situate avanti l’altare di S. Vicinio nel mezzo di sotto alla Balaustrata.”

[22] Nella carta – datata 24 aprile 1766 – che avvolge la “sottana di canapa bianca” si legge: “… morta in questo anno nel Nostro Convento il giorno di S. Giuseppe alle ore undici e mezza doppo Mezzo Giorno.”

[23] Cfr. Archivio di Stato di Parma, Epistolario scelto, b. 26 “Santi e Beati”, n. 20, Orefici Caterina, n. 43, Due copie di Lettere del Dr. Fisico Francesco Maria Guastalli dirette a Monsignor Vescovo di Sarzana portanti la Descrizione de’mali , ed incomodi, che soffriva Suor Maria Caterina Orefici Conversa in S. Antonio specialmente nelle mani, ne’ piedi, e nel costato, i quali incomodi erano creduti sopranaturali.

[24] Cfr. Cristian Ricci, op. cit., pp. 20-22.

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