
Nell’ottobre del 1908 venne in visita a Pontremoli Giovanni Borelli, che nella città del Campanone vantava molti estimatori.
Giunse in qualità di “ospite dell’amico dottor Pietro Ceppellini, che lo ebbe padrino al fonte battesimale del suo vispo primogenito Carlo-Ferdinando”[1].
Chi era Giovanni Borelli e che ruolo rivestiva all’epoca? Per saperlo abbiamo raccolto informazioni a Pavullo (Modena), sede principale dell’Unione dei comuni del Frignano, che gli ha dato i natali.
Ancora oggi nel cuore della città modenese, celebre per il condottiero Raimondo Montecuccoli[2], campeggia un monumento con un busto bronzeo recante la seguente epigrafe: “Giovanni Borelli / 1867-1932 / Libero spirito di italiano / tempra incorrotta di precursore / in epoca di compromesso / assertore fiero della Monarchia / rivoluzionaria / Profeta della patria / Oratore poeta soldato / Italiani di tutte le terre / in questo bronzo vollero / onorare.”
Il busto alla memoria del pavullese fu inaugurato il 1° agosto del 1937 con un’orazione tenuta dall’avvocato Arrigo Solmi (1873-1944), storico del diritto e ministro fascista di Grazia e Giustizia dal 1935 al 1939[3].
A onor del vero la scultura dedicata al politico frignanese, pregevole opera dell’artista Giuseppe Graziosi (1879-1942)[4], non è risultata nel tempo a tutti gradita tanto è che nel 1998 lo studioso toscano Guido Gianni, deceduto, ha scritto un “pamphlet” dedicato “ai pavullesi” richiamando l’attenzione “sull’inutile monumento”[5].
Giovanni Borelli nacque a Pavullo il 26 marzo 1867 da una famiglia povera di patrioti. Il padre Felice, falegname, fu agli ordini di Nino Bixio nella seconda fase della spedizione garibaldina del 1860. La madre si chiamava Clementina Tazzioli.
Furono l’arciprete di Pavullo don Piacentini ed il marchese Ferdinando Calori Cesis ad impartire lezioni di lingue classiche al giovane.
Nel 1887 Borelli conseguì a Reggio Emilia il diploma di insegnante elementare, vincendo, attraverso un esame, una borsa di studio. Ottenne nel medesimo anno una supplenza nella cittadina veneta di Cavarzere.
Già a Reggio intraprese l’attività giornalistica nel periodico L’Italia Centrale. Rientrò a Pavullo nel 1888 e collaborò al giornale modenese Il Panaro, di cui fu direttore.
Nel 1890, munito di una presentazione dell’onorevole Giuseppe Basini (1832-1894) di Scandiano per il direttore del quotidiano Il Popolo Romano Costanzo Chauvet, si trasferì a Roma con il preciso intento di dedicarsi al grande giornalismo[6].
“Il romantico e focoso montanaro divenne presto un elegante scrittore.”[7]
Dal 1891 al 1893 fu al séguito del generale Antonio Gandolfi (1835-1902), il deputato modenese nominato governatore della colonia Eritrea[8]. Diventò così inviato speciale del suo giornale e collaborò anche al Fanfulla di Ferdinando Martini, al Capitan Fracassa e al Don Chisciotte di Edoardo Scarfoglio e Luigi Lodi. Proprio sul Popolo Romano comparvero il Diario africano e il Corriere africano. Le sue impressioni furono immortalate nel volume Albori Coloniali d’Italia, in cui Borelli si fece convinto assertore del colonialismo[9].
Tra il 1893 e il 1894 Borelli si stabilì in Sicilia da dove inviò una serie di servizi sulla repressione dei moti dei Fasci siciliani.
Per un breve periodo fu a Roma, come notista parlamentare. Successivamente accettò l’offerta del Corriere della Sera come redattore capo[10].
A Milano intensificò la sua attività politica con la collaborazione alla rassegna settimanale fondata da Alberto Sormani, Idea liberale, di cui assunse poi la direzione per circa sei anni fino al 1900, data di sospensione dell’attività per motivi finanziari[11].
In questo periodo Giovanni Borelli maturò “la decisione di fondare un partito di matrice liberal-monarchica per raccogliere quei giovani di destra scontenti della mancanza di un partito liberale e liberista capace di proporre e di attuare una nuova politica al di fuori delle conventicole affaristico-parlamentari contro le quali Borelli tuonava senza interruzioni.”[12]
Il nuovo movimento si chiamò Partito Giovanile Liberale Italiano (PGLI): fu fondato nel 1901 a Firenze e costituì il primo embrione del Partito Liberale Italiano[13].
Borelli iniziò poi a collaborare alla rivista di Enrico Corradini (1865-1931) Il Regno, organo dei nazionalisti, dai quali, però, lo dividevano le sue idee di politica estera (irredentismo anziché espansionismo) e di politica economica (liberismo anziché protezionismo).
Allo scoppio della Grande Guerra, nel 1914, Borelli si schierò tra i sostenitori dell’interventismo con articoli sul Resto del Carlino[14] e sull’ Ora Presente di Torino. Partecipò a dimostrazioni pubbliche, fino a partire volontario come tenente di artiglieria, destinato sul Carso.
Al termine della guerra gli fu affidata la direzione dell’Istituto Storiografico della Mobilitazione, che doveva raccogliere e coordinare i dati dello sforzo bellico dell’Italia.[15]
Dopo lo scioglimento del PGLI, per le numerose disillusioni elettorali, l’8 ottobre 1922 Borelli partecipò, a capo della corrente nazionalista, al congresso costitutivo del Partito Liberale Italiano che si tenne a Bologna.
Pochi giorni prima della marcia su Roma, il pavullese incontrò Giovanni Giolitti per esaminare, in un teso colloquio, gli sviluppi della politica italiana. “Borelli non fece mistero di intravedere nel fascismo il proseguimento ed il compimento del Risorgimento.”[16]
In seguito scrisse parecchi articoli sul Resto del Carlino[17] per manifestare simpatia verso il Fascismo o, meglio, verso Mussolini, visto come reincarnazione dell’uomo-“genio” dopo la morte di Cavour.
Pur non essendo tesserato continuò a scrivere sul Popolo d’Italia,in appoggio alle catastrofiche avventure militariste del regime.
Giovanni Borelli morì il 30 luglio 1932a Fontevivo (Parma). Il cordoglio fu vasto.
“L’on. Michelangelo Zimolo, console generale del Governo Fascista ad Anversa, dalmata, coprì il feretro del magnifico apostolo della Passione e dell’Unità Adriatica con la bandiera storica degli Irredenti dalmatici e disse parole altamente significative sulla irreparabile perdita.”[18]
Il comune di Pavullo fece distribuire nella provincia un pubblico manifesto nel quale si diceva che “tutte le bandiere della terra frignanese si inchinano a Giovanni Borelli.”[19]
Sembra doveroso ripercorrere, in maniera più dettagliata, la parte della vita del frignanese relativa agli anni iniziali del XX secolo per comprendere meglio l’episodio relativo alla sua visita pontremolese nel 1908.
Per ritornare agli ideali della destra cavouriana, tra il 22 e il 24 aprile 1899 Borelli convocò a Milano il 1° Congresso fra “Associazioni liberali conservatrici monarchiche italiane”. Al termine dei lavori si accorse della diversità delle posizioni dei partecipanti.
Un’inchiesta effettuata sul settimanale Idea Liberale rivelò che il movimento liberale mancava della minima organizzazione nelle sedi locali e, soprattutto, di iniziative concrete per contrastare la crescente avanzata delle forze socialiste e clericali.
Sul finire del 1899 fu indetta una riunione a Mantova per tracciare le linee programmatiche, ma i partecipanti non riuscirono nemmeno a concludere i lavori: l’assemblea fu sciolta in anticipo per incidenti.
Borelli ipotizzò allora che la linea da seguire fosse quella di organizzare gruppi giovanili non ancora compromessi con le fazioni di potere e con le clientele dominanti. Fu così che, fin dal 1900, sorsero i primi nuclei borelliani nelle università di Bologna, Torino e Firenze. Successivamente i consensi si allargarono in Romagna, nelle Marche e in provincia di Mantova, che diventerà il centro del partito.
Il giornale Avanti Savoia! – che si affiancò a quello diretto da Borelli – pubblicizzò la proposta di un Congresso. La sede scelta fu Firenze per avere maggiore risonanza su scala nazionale.
Borelli definì la linea politica del nuovo partito “programma psicologico”verso il quale potevano convergere i più variegati strati sociali. La stampa quotidiana era unanime nel negare importanza al Congresso. I dirigenti del nuovo partito furono accusati di connivenze con i settori più reazionari della Destra e della Massoneria.
Il Congresso si svolse dal 9 al 13 febbraio 1901 con una buona partecipazione. Ancora una volta si ebbe una scarsa omogeneità tra i partecipanti: si arrivò sino alla rissa e all’abbandono da parte di alcuni di essi.
Quei cinque giorni permisero di costituire una prima base teorica e il secondo congresso a Mantova – la provincia più organizzata – si occupò di questioni logistiche.
Seppure il partito desse segni incoraggianti di presa sulla pubblica opinione le risorse finanziarie scarseggiavano perché le associazioni aderenti non versavano i contributi stabiliti dallo Statuto.
Giovanni Borelli era indaffarato a percorrere la penisola tra comizi, riunioni e conferenze e spesso sbrigava anche la parte burocratica, di competenza del Consiglio Direttivo.
Fu convocato un altro congresso a Mantova dal 28 settembre al 2 ottobre 1901.

“Congresso dopo congresso, Borelli perse poco a poco la fiducia in una organizzazione partitica su vasta area, a causa anche dell’indifferenza di quella parte liberale che gestiva il potere e non aveva quindi interesse che sorgesse una diversa componente di destra.”[20]
L’appassionato e tagliente studioso Guido Gianni ha riportato la “cronologia degli insuccessi borelliani in campo elettorale.”[21]
Nel 1900, candidato per prova di propaganda, Borelli venne battuto a Reggio dal socialista Prampolini e a Pavullo perse contro il democratico costituzionale Carlo Gallini per 57 voti. Nelle elezioni parziali del 1901 fu battuto a Firenze dal radicale avvocato Rosadi. Nelle elezioni parziali del 1902 a Milano perse contro Turati, anche se con una candidatura di propaganda. Nelle elezioni generali del 1904 fu battuto a Ravenna da Enrico Ferri e a Massa Carrara da Eugenio Chiesa.
Nelle elezioni parziali del 1906 fu battuto a Ostiglia dal socialista Gerolamo Gatti. Nelle elezioni generali a Orvieto fu superato dal liberale democratico Trapanese con una differenza di appena 20 voti. Nelle elezioni parziali del 1910 fu piegato a Modena dal radicale Nava, appoggiato dal governo Luzzatto[22].
Nel 1913 fu battuto a Castelmaggiore dal socialista Bentini con candidatura di carattere personale perché il Partito Giovanile Liberale non c’era più.
L’ultima sconfitta elettorale di Giovanni Borelli è datata 1919.
“Il triplice attacco politico portato da Borelli alla classe liberal-conservatrice, che governava e governerà per decenni l’Italia, al partito clericale e soprattutto al partito socialista, non era producente e indurrà i monarco-liberali e i borelliani ad appoggiare il colpo di stato del 1922 di quella Monarchia rivoluzionaria teorizzata dal Borelli. Il PGLI ottenne alcune affermazioni in elezioni amministrative laddove il partito era meglio organizzato. Ma, osteggiato dalla destra storica e privo di ogni aiuto finanziario, il PGLI si sciolse.”[23]
In quegli anni Borelli fu un instancabile oratore in viaggio per la penisola: nel 1900 fu al Teatro Duse di Bologna per il battesimo del Gruppo Liberale Universitario; nel 1902 a Mantova al Teatro Andreani; nel 1904 al Teatro Mariani di Ravenna; nel 1905 al Teatro Rossini di Pesaro. Sempre nel 1905 parlò al Politeama di Pisa per commemorare il re Umberto I e il 28 gennaio 1906 fu a Trieste per l’inaugurazione del monumento e la commemorazione di Giuseppe Verdi.
“Pur assorbito dall’attività politica Borelli non trascurò i suoi interessi artistici. Scrisse infatti saggi di critica teatrale e musicale, tra cui vanno ricordati quelli su Boito, Verdi, Wagner.”[24]
Quando Giovanni Borelli giunse in visita alla città lunigianese, dunque, il PGLI era ancora in attività e a Roma, in seno alla XXII legislatura, era di scena il Governo Giolitti III.
Pontremoli era amministrata dal sindaco liberale Giovanni Lazzeroni (1907-1910)[25] e il “ministeriale” Camillo Cimati (1861-1945)[26] sedeva alla Camera per la quarta volta consecutiva. Nell’estate del 1908 l’ “A Noi!” – il giornale di riferimento di Cimati che aveva aperto i battenti nel 1904[27] – aveva pubblicato un articolo dal titolo “Si organizza il partito democratico costituzionale italiano”[28].
Fu proprio il settimanale “A Noi!” a riportare la notizia del passaggio di Giovanni Borelli a Pontremoli, ospite di Pietro Ceppellini.
Borelli, per l’occasione, volle leggere un carme dal titolo “Una notte a Pontremoli”, dedicato al piccolo Ceppellini, protagonista del battesimo.
L’amico lunigianese e “discepolo” di Borelli, Pietro Ceppellini[29], nacque a Pontremoli il 31 marzo 1877. Si laureò a Parma in medicina e chirurgia nel 1901 con il massimo dei voti e la lode. L’anno successivo conseguì il diploma di Ufficiale Sanitario. Nel 1905, a ventotto anni, venne nominato Ufficiale Sanitario del comune di Pontremoli e fece di questo ufficio un centro perfetto di organizzazione. Nel 1907 si sposò con Angiolina del conte Ferdinando Corradi (1878-1938) dalla quale ebbe due figli: Carlino (nato nel 1908, prematuramente scomparso il 28 aprile 1931, già “laureando in medicina”) e Iolanda.
Nel 1909 diede vita a Pontremoli alla Colonia Marina e Montana, tra le poche organizzazioni di ordine profilattico esistenti a quel tempo in Italia[30]. Alla vigilia del 1915 fu interventista e nel 1916 volontario al fronte, come capitano medico, in una base sanitaria[31]. Dopo la guerra divenne personaggio politico di primo piano nel contesto locale.
“Medico di alta professionalità, largamente stimato e benvoluto nonostante il suo carattere a volte burbero, sempre benefico, morirà a Pontremoli unanimemente rimpianto il 10 febbraio 1940.”[32]
Come abbiamo visto, sull’epigrafe del monumento inaugurato a Pavullo nel 1937 vi è riportato che Giovanni Borelli fu anche “poeta”: il volume delle sue opere scelte in rima fu presentato dal professor Giuseppe Lipparini (1877-1951)[33].
Di Borelli poeta ebbe a scrivere così, nel 1933, Adriano Gimorri (1888-1954)[34] su Lo Scoltenna: “Giovanni Borelli nella poesia riassume se stesso, la miglior parte di sé. Egli non abbassò mai la sua musa a sensi meno che nobili: apostolo dell’ideale volle che l’arte sua si elevasse verso tutto ciò che v’è di più puro, di buono, di grande. Fu ridondante talora, e non limò e non riprese mai tra mano i suoi scritti, spesso da lui smarriti. È il suo difetto più grande e insieme il suo più grande pregio. Era inesauribile e fu inesausto: e non imitò alcuno.”[35]
Non va dimenticato che Giovanni Borelli appartenne “per tanti anni alla Società Lo Scoltenna” e celebrò “in versi e in prosa la montagna nostra madre comune.”[36]
Diremo, per i più curiosi, che il carme “Una notte a Pontremoli” fu poi pubblicato dalla Tipografia Cavanna[37].
Ci sembra interessante riportare l’articolo apparso sull’ “A Noi!” nella versione integrale, per far trasparire l’immediatezza del momento. L’articolista del settimanale si soffermò non già sul politico quanto sullo scrittore Giovanni Borelli.
“Mercoledì, ospite dell’amico Dott. Pietro Ceppellini che lo ebbe padrino al fonte battesimale del suo vispo primogenito Carlo-Ferdinando, fu a Pontremoli Giovanni Borelli festeggiato come sempre da molti amici che egli conta qui, dove è degnamente ammirato il fulgore del suo ingegno, la sua bontà squisita e l’ampiezza sterminata della sua geniale e profonda erudizione.
Nella festa intima, egli lesse un carme dal titolo Una notte a Pontremoli.
E’ la visione ch’egli ebbe, in una notte ventosa nel ponte sul Verde e riassume, in una sintesi audace e alata, tutta la leggenda e la storia nostra, rivelando l’intenso affetto del poeta verso questa terra a cui si sente attratto da somiglianza etnica e di razza con la sua forte regione friniate.
Ecco come ne tratteggia il carattere nel momento epico del risorgimento nazionale:
Marcia ‘l drappel serrato (sal ver’ Staglien l’Apostolo);
da Belfiore a Quarto la diana
annunzia irrevocabile il compiersi del fato.
Lo vuol “Dio e Popolo”: è vana
la morte. – “Offro festini al buon carnefice:
chi viene?” – “Noi di Pontremoli” – rispondono a l’Orsini
Come si vede la strofa è sestina e costituisce una sapiente audacia e novità metrica: consta di un martelliano sdrucciolo al secondo emistichio, un endecasillabo piano, un martelliano sdrucciolo al primo emistichio, un novenario, un endecasillabo sdrucciolo e un ultimo martelliano sdrucciolo al primo emistichio. Rimati tutti a rime interne o finali, spesso anche nell’interno della composizione sillabica delle singole voci.
L’Autore ha voluto ottenere un più largo giro del metro carducciano del tipo Saluto Italico e con l’alterno tornar della rima nello sviluppo della strofa e la combinazione del novenario con l’endecasillabo ricorrente, una musica varia, vasta ed ardua, che segua l’impeto lirico dell’evocazione e conceda al verso il solenne andare libero della metrica barbara.
Maestoso è infatti tutto l’andamento epico dell’ode e assurge a culmini lirici nella perorazione.
Ti rivedrò, paese, balzar dall’ombre rorido,
co’l nastro de’ due fiumi specchianti
le tue terrazze pensili ove una man cortese
educa convolvoli e manti
di parietarie e a’ nidi de le rondini
ghirlande appresta rosce sotto de’ tetti fidi.
E la vallata bella distendersi tra fulgidi
scintillamenti sulle sponde apriche
folte di tralci ed ilari di gran’ senza nigella;
m’aprirà ‘l villano le amiche
soglie a’ l desco de’l neccio e odor di pròpoli
verrà da l’ombrellifero ne l’aia vecchio leccio.
E ancora e finalmente (l’Autore egregio ci assolva dal saccheggio dell’opera sua) non sappiamo ristare da riferire l’ultima strofa.
Allor ch’io torni a te, forte amica Pontremoli,
fa che le tue fanciulle rendan festa
al pellegrin tuo ospite che lor cognato egl’è:
trapungan la chioma e la vesta
(lor occhi mandan lampi e i volti instellano)
De le benigne mignole; uman’ spirti de’ campi.
L’ode dedicata al piccolo Ceppellini verrà pubblicata prossimamente in uno dei tre volumi di versi che il Borelli, nella sua feconda attività, sta ultimando pei tipi del Lapi e del Treves.”[38]
L’articolo del giornale democratico costituzionale “A Noi!” termina così, come si conclude questo, che ha il solo intento di riportare alla memoria uno dei tanti personaggi, transitati, nel corso della storia, per la nostra terra.
Marco Angella, Il pavullese Giovanni Borelli a Pontremoli nel 1908, pubblicato in “Il Porticciolo”, La Spezia, anno VIII, n, 4,12,2015, pp. 103 – 111
La rivista spezzina “Il Porticciolo” è fondata e diretta dalla professoressa Rina Gambini
[1] Cfr. Giovanni Borelli a Pontremoli, in “A Noi!”, 18 ottobre 1908, anno V, n. 42: il settimanale uscì la domenica (18 ottobre) con riferimento a “mercoledì”, quindi Borelli dovrebbe essere giunto in visita a Pontremoli il 14 ottobre 1908.
[2] Fu proprio Giovanni Borelli a tenere, il 3 ottobre 1909 a Pavullo, un memorabile discorso in occasione dell’inaugurazione del monumento a Raimondo Montecuccoli (1609-1680), collocato a lato del Palazzo Ducale. Sul famoso scrittore e condottiero cfr. Convegno internazionale di studi su Raimondo Montecuccoli e i rapporti culturali Italia Austria nel XVII secolo, Accademia Nazionale di Scienze, Lettere e Arti di Modena, Modena-Pavullo 1988.
[3] Il filmato dell’inaugurazione del monumento, prodotto dall’Istituto Nazionale Luce, è in http://senato.archivioluce.it/senato-luce/scheda/video/IL5000024556/2/Pavullo-Modena.html. Le celebrazioni furono organizzate da un apposito Comitato, presieduto dal podestà di Pavullo avvocato Onorio Castelli. La piazza intitolata a Borelli fu realizzata in Via Giardini, in uno slargo ottenuto con l’abbattimento di vecchie case. Cfr. Gian Paolo Lenzini, Un grande frignanese.Giovanni Borelli (1867-1932), in “Rassegna frignanese”, 34 (2004), pp. 307-317, in particolare p. 315.
[4] Sull’artista modenese cfr. Emanuela Andreoli, Graziosi Giuseppe, in “Dizionario Biografico degli Italiani”, volume 59 (2002).
[5] Cfr. Guido Gianni, Semplice discorso ai pavullesi sull’inutile monumento a Giovanni Borelli, Quaderni Provinciali, 10, 1998 (stampato in proprio), 39 pp. numerate.
[6] Cfr. Paolo Campioli, Giovanni Borelli e Giuseppe Basini, in “Il Frignano”, Adelmo Iaccheri Editore, Pavullo, n. 6, dicembre 2014, pp. 288-290.
[7] Cfr. Gian Paolo Lenzini, op. cit., p. 308.
[8] Cfr. Pompilio Schiarini, Gandolfi Antonio, in “Enciclopedia Italiana”, 1932.
[9] Cfr. Giovanni Borelli, Albori Coloniali d’Italia (1891-1895), Soc. Tip. Modenese, Modena 1942.
[10] “Nel 1895 Torelli Viollier, fondatore e direttore del Corriere della Sera, lo chiamò al grande giornale milanese come redattore capo, a soli 28 anni.”: cfr. Gian Paolo Lenzini, op. cit., pp. 309-310.
[11] “Morto precocemente il Sormani, Giovanni Borelli assunse la direzione della rivista, portandovi l’impeto del proprio temperamento battagliero. Un motto egli lanciò: tornare a Cavour. E cioè agli ideali pei quali la patria era risorta”: cfr. http://www.appenninoonline.com/cultura/Storia_e_personaggi/Giovanni_Borelli/Giovanni_Borelli.html
[12] Cfr. Guido Gianni, op. cit., p. 8.
[13] Sull’argomento cfr. Roberto Minelli, Giovanni Borelli e il Partito Giovanile Liberale Italiano, tesi di laurea, Bologna, anno accademico 1989-1990.
[14] Cfr. Dino Biondi, Il Resto del Carlino 1885-1985. Un giornale nella storia d’Italia, Poligrafici Editoriale, Bologna 1985, p. 127: “Giovanni Borelli e Scipio Slataper, interpreti dell’irredentismo che invoca la liberazione di Trento e Trieste, chiedono che l’Italia non se ne stia alla finestra e si schieri con i paesi dell’Intesa antitedesca. Ed è questa l’ultima tesi che il Carlino fa sua alla fine dell’estate e alla quale aderiscono, senza eccezioni, tutti i suoi collaboratori.”
[15] Sull’assunzione di responsabilità da parte del mondo liberale (del quale i Borelli erano i “gestori”) di guidare il progetto di riarmo degli Eserciti dell’Intesa e dell’Alleanza durante la Grande Guerra, con l’aiuto dei principali giornali italiani cfr. Paolo Campioli, Giovanni, Tomaso e Tomaso Terzo Borelli, in “Il Frignano”, Adelmo Iaccheri Editore, Pavullo, n. 5, dicembre 2013, pp. 70-77.
[16] Cfr. Gian Paolo Lenzini, op. cit., p. 311.
[17] Cfr. Dino Biondi, op. cit., p. 129, nota 4: “La sua collaborazione al Carlino fu sempre molto intensa e in taluni momenti decisiva per la linea del giornale. Suo fratello Tommaso, che aveva diretto La Perseveranza di Milano e Il Nuovo Giornale di Firenze, lavorò per sei anni alla redazione romana del Resto del Carlino.”
[18] Cfr. http://www.appenninoonline.com/cultura/Storia_e_personaggi/Giovanni_Borelli/Giovanni_Borelli.html
[19] Cfr. Manifesto del comune di Pavullo, 30 luglio 1932, in “Strenna Pavullese” (1933).
[20] Cfr. Guido Gianni, op. cit., p. 27.
[21] Cfr. Ibidem, p. 27.
[22] Esiste un’ironica cartolina (riprodotta in allegato al “pamphlet” di Guido Gianni), recante la data “Modena 12 giugno 1910” con scritto sul retro “Cartolina ricordo della 6a trombatura di Giovanni Borelli”. Sulla facciata della cartolina illustrata si legge, in dialetto, “Santa Bèlbra e San Simon / dègh al vot di piò coion /e salvèm al mèe Zvanon / dalla silta e anch dal trôn!”
[23] Cfr. Guido Gianni, op. cit., pp. 27-28.
[24] cfr. Gian Paolo Lenzini, op. cit., p. 315.
[25] Cfr. I Sindaci di Pontremoli dall’Unità d’Italia al 1985, dattiloscritto in Biblioteca Comunale “Camillo Cimati” di Pontremoli, Miscellanea Lunigianese, LXXXIII-48.
[26] Cfr. Nicola Michelotti, Camillo Cimati dalla politica locale al Parlamento italiano, Buonaparte, Sarzana 2003.
[27] Su questo settimanale, definito “giornale democratico costituzionale”, cfr. Marco Angella, A Noi!, in Gian Luigi Maffei (a cura di), “La stampa periodica pontremolese tra Otto e Novecento”, Edizioni dell’Assemblea, Firenze 2013, pp. 95-124.
[28] Cfr. A Noi!, 12 novembre 1908, anno V, n. 28.
[29] Su Pietro Ceppellini cfr. Parinio Ceppellini, Nel trigesimo della morte del Comm. Dott. Pietro Ceppellini, in “Notiziario di Diagnostica e Terapia”, a. XIV, Milano 1940 (data edit. 1939), nn. 1-3; Nicola Michelotti, Pietro Ceppellini, in “Ai cipressi di Verdeno”, Greco & Greco, vol. 1, pp. 101-104.
[30] Sulla Colonia Marina e Montana, eretta in Ente Morale nel 1930, cfr. Gian Battista Poletti, Come sorse a Pontremoli la Colonia Marina, in “Il Campanone. Almanacco Pontremolese 1940”, Scuola Tipografica Artigianelli, Pontremoli 1940, pp. 257-260.
[31] Un giorno, al fronte, gli capitò di riconoscere, tra diversi soldati inanimati, il corpo del marchese Gian Carlo Dosi Delfini di Pontremoli, ferito grave; subito lo fece prelevare, ricoverare e sottoporre alle prime cure: cfr. Nicola Michelotti, Un volontario della Grande Guerra: Gian Carlo Dosi Delfini, Greco & Greco Editori, Milano 2004, p. 73.
[32] Cfr. Nicola Michelotti, Il tipografo Rossetti e la Pontremoli del suo tempo, Easy Coping srl, Milano 2006, p. 91, nota 147.
[33] Cfr. Giovanni Borelli, Poesie scelte (1885-1932) con prefazione di Giuseppe Lipparini, Soc. Tip. Modenese, Modena 1942.
[34] Adriano Gimorri (1888-1954) fu Presidente dell’Accademia Lo Scoltenna dal 1928 al 1954: cfr. Piero Vicini, Adriano Gimorri e l’Accademia “Lo Scoltenna”, in “Rassegna Frignanese”, 34 (2004), pp. 103-105; Augusto Banorri – Adriano Gimorri, Antologia Frignanese, Adelmo Iaccheri Editore, Pavullo 2013 (rist. anast. dell’edizione del 1924), p. III, nota 2.
[35] Cfr. Gian Paolo Lenzini, op. cit., p. 313.
[36] Cfr. Adriano Gimorri, Borelli e Ceccardo, Soc. Tip. Modenese, Modena 1938, p. 40.
[37] Cfr. Giovanni Borelli, Al fonte battesimale di Carlo Ferdinando Vittorio Emanuele Beniamino Giovanni, primo nato del dott. Pietro Ceppellini, discepolo e amico pontremolese, Tipografia Cavanna, Pontremoli 1908, in Biblioteca del Seminario Vescovile di Pontremoli, Boc, Sez. Loc. I-20-6, 2. Sul frontespizio della copia conservata nel Seminario sta scritto: “Al Dottor Alfredo Bocconi e famiglia con ossequi, il dott. Ceppellini”.
[38] Giovanni Borelli a Pontremoli, in “A Noi!”, 18 ottobre 1908, anno V, n. 42, p. 3.