LA FESTA DI SAN TERENZIANO DI MIGNEGNO

«Settembre, la stanchezza del sole, l’affanno dell’estate, i suoi rantoli che si perdono estenuati nell’aria, tra piogge e sprazzi di calore; la melamconia di un leggero morire del mondo, lo sfinimento della luce dopo troppo spettacolo di sé, che cerca riparo nel ventre grigio dell’autunno per ritemprarsi nel letargo». Marcello Veneziani, Settembre, da La sposa invisibile

       A Pontremoli nella mia infanzia l’estate finiva con la festa di San Terenziano tra i castagni sopra Mignegno. Località a nord di Pontremoli, lungo la via Francigena, a un chilometro dalla città, prima della confluenza del torrente Magriola con il fiume Magra. Il paese si trova in zona pianeggiante ai piedi di un antico castelliere ligure, individuabile in una collinetta che rappresenta un luogo isolato e denso di suggestioni. Nasce in funzione viaria: la vecchia strada attraversa l’abitato e si biforca a settentrione verso il passo della Cisa e le ville di Succisa. La frazione è particolarmente legata alla mia famiglia per la presenza della zia Baldini sposata Mari, sorella di mia nonna Amabile. La figlia Flora era la più simpatica delle cugine di mio padre per il carattere gioioso e la squisita ospitalità.

       Il gruppo di case della vecchia Mignegno si sviluppa lungo il tracciato della via Francigena partendo dalla chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta, citata nel 1187 in una Bolla di papa Gregorio VIII. Una lapide, murata all’esterno dell’edificio religioso, oggi illegibile per l’usura, ricorda che il re di Francia Carlo VIII nel giugno del 1495, al ritorno dalla conquista dell’Italia, soggiornò per tre giorni a Mignegno mentre i mercenari soldati svizzeri incendiavano Pontremoli. «Helvetiis faedrifragis/ civibus incautis/ urbe succensa»: gli svizzeri sono detti “fedrifaghi” perché non hanno mantenuta la parola data di non fare rappresaglie contro i pontremolesi, che “incauti” hanno consentito il passaggio dei soldati francesi. All’andata il più grande esercito del tempo, che esibiva i primi cannoni a tiro teso, aveva  causato uno scontro tra i pontremolesi e gli Alamanni, i soldati svizzeri mercenari che avevano subito morti. Per questo motivo, al ritorno dell’esercito francese, temendo le ripercussioni sulla popolazione, l’oppidum (la terra murata) di Pontremoli non concesse il transito dei soldati dentro il centro storico e costrinse il re di Francia ad alloggiare a Mignegno, in attesa dello scontro con gli eserciti “collegati” che lo aspettavano a Ozzano sul Taro aldilà del passo della Cisa. Gi storici sostengono che, se fosse stato attaccatto  nella valle stretta della Magra, Carlo VIII non si sarebbe salvato e sarebbe cambiato il corso della storia. Certamente a Ozzano, che prende il nome dalle ossa dei morti di quello scontro che è ritenuto la prima grande battaglia moderna della storia, Carlo VIII non fece bella figura e riuscì a salvarsi per l’intervento determinante proprio degli Alamanni che avrebbe dovuto punire per aver incendiato Pontremoli.

       La vecchia Migneno si stende elegante sulla destra della Magra, protetta dalla armoniosa cuspide del campanile della chiesa. D’estate ricordo feste gioiose al suono della fisarmonica, con balli e grandi bevute. Un clima popolare che coinvolgeva gli abitanti e gli emigranti rientrati nei mesi estivi. Questa sensazione festosa e rituale, che faceva percepire tradizioni che venivano da lontano, mi porta a ritenere che il nome Mignegno, così strano e singolare nella toponomastica lunigianese, col doppio gruppo di consonanti “gn” difficile da pronunciare, richiami una musicalità antica e un’etimologia precisa. In particolare il toponimo è legato alla civiltà del castagno che ha permeato la cultura contadina della val di Magra, tramandandoci tradizioni che affondano le loro radici in consuetudini sacre. Numerosi erano gli strumenti musicali realizzati con la pianta del castagno, come zufoli, trombe, tromboni e trombette, che venivano fatti attorcigliando la corteccia di castagno “in sugo” nella stagione primaverile. Tra questi strumenti uno si chiamava mignegnua, che ricorda non solo le assonanze onomatopeiche del suono degli strumenti a fiato, ma richiama antichi riti della procreazione. Mignegno, quindi, era il luogo di ritrovo di feste magico-religiose legate alla pianta di castagno che ha sfamato la gente di Lunigiana. L’ipotesi dell’origine del toponimo è suggestiva proprio perché all’interno del paese si rinnovano durante l’estate feste spontanee di musica e danze che appaiono connaturate alla vocazione dei suoi abitanti.


       L’oratorio di San Terenziano, il martire vescovo di Todi, il cui culto è particolarmente radicato sulla dorsale dell’Appennino ligure-emiliano, è noto soprattutto per la fiera del primo settembre che ogni anno si rinnova mescolando il sacro col profano. Costruito nel 1514 dalla confraternita di San Lorenzo della Misericordia, su iniziativa del frate francescano Tommaso da Osimo per portare la pace tra le fazioni pontremolesi, l’edificio rimase di proprietà della confraternita fino al 1784 quando entrò in possesso della parrocchia di Mignegno. Nel Seicento è documentato presso l’oratorio un romitorio per eremiti dediti alla preghiera e alla penitenza, gestito dai monaci di San Francesco da Paola. Con l’epidemia di colera del 1855, diffusasi minacciosa in città e nelle campagne, San Terenziano divenne protettore contro il terribile morbo col voto della comunità di Pontremoli. L’edificio, danneggiato alla fine dell’Ottocento dallo scoppio della polveriera Bonzani e poi dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, si presenta oggi protetto da un elegante porticato esterno. La festa si svolge con una serie di messe nell’arco della giornata e la processione religiosa tra i castagni, coi fedeli sparsi nei prati e nella boscaglia circostante, tra bancarelle di giocattoli, croccanti e dolciumi, e soprattutto tavoli all’aperto dove si possono gustare prodotti tipici pontremolesi.

       Che la festa di San Terenziano fosse importante per i pontremolesi, l’ho capito da bambino perché il babbo chiudeva eccezionalmente in largo anticipo il negozio di stoffe in via Cavour per portare l’intera famiglia alla sagra. Dopo la visita all’oratorio con l’accensione di una candela al santo e una preghiera nell’annesso cimitero sulla tomba dei nostri parenti, papà ci portava a mangiare nella “frasca” della Manganella che per l’occasione allestiva la sua cucina con una bella tavolata nel prato sottostante. Si chiamavano “frasche” dall’uso di appendere una frasca come insegna d’osteria nelle campagne e nei villaggi. La trattoria della Manganella nella Piazzetta di san Geminiano del centro storico di Pontremoli, rinomata per la sua cucina e il suo vino, aveva preso il nome da una “manganellata”, episodio amoroso che risaliva ai primi decenni del Novecento. Si racconta che la bella ostessa, oggetto di tante attenzioni dai clienti, si fosse recata alla festa di San Genesio a Casacorvi nel pomeriggio per la messa. Dopo la funzione religiosa venne invitata al ballo da un assiduo avventore della sua trattoria, che dopo le danze la invitò a salire sul suo calesse per accompagnarla a Pontremoli. Ma una malalingua si era già preoccupato di avvisare il marito in trattoria di quello che la moglie stava facendo nel castagneto di Casacorvi. Chiusa la locanda il pover’uomo salì in fretta lo stradone che conduce al vicino paese e incontrò il calesse con sopra la moglie. Un violento alterco terminava con la manganellata dell’impugnatura della frusta in testa al marito e un processo che è ancora da ricostruire nelle carte giudiziarie.

       Papà era un frequentatore della trattoria della Manganella e la “frasca” nei prati di Mignegno era l’occasione per mangiare i tortelli all’olio. Era la prima volta che mangiavo i tortelli di erbette  conditi con olio pontremolese e formaggio pecorino. La mamma li faceva buonissimi al sugo di carne, secondo l’insegnamento della nonna. In quel tavolo all’aperto, seduto su una scomoda panca, quei tortelli caldi mi hanno fatto scoprire la bontà dell’impasto degli erbi avvolto da una sfoglia sottile, come non mi era mai accaduto. Da allora li ho sempre preferiti conditi col nostro olio dal retrogusto leggermente piccante. E sempre in quell’occasione ho imparato che nel dialetto pontremolese si chiamano sguiun, “scivoloni”, che scendono dolcemente nello stomaco.

       Un ricordo piacevole che si accorda alla compagnia di adulti che, “su di giri” per il buon vino, mangiavano accanto a noi e si lasciavano andare a battutte spiritose. In particolare faceva da mattattore il giudice Fogola, insieme ad alcuni amici parmigiani, con la sua arguzia intelligente e le espressioni dialettali. Così l’aria si rinfrescava e calava la sera tra suoni e canti che chiudevano l’estate pontremolese e facevano percepire i primi profumi dell’autunno.

Giuseppe Benelli, La festa di San Terenziano, pubblicato in “Sussurri d’Autunno. Pensieri, ricordi, emozioni, avventure in prosa e in poesia” a cura di R. Gambini, Le Edizioni del Porticciolo, La Spezia, 2023, pp. 23 – 28





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