
Giovanni Sforza «ha riportato l’anima della Lunigiana direttamente alle fonti della sua storia»[1]. La sua attività di studioso si è svolta soprattutto nel seno delle regie deputazioni di storia patria della Toscana, dell’Emilia e delle Antiche Province. Infaticabile editore di fonti storiche, legato alla tradizione storiografica toscana, è stato uno dei massimi rappresentanti e promotori in Italia dell’indirizzo filologico-erudito. La storia di Pontremoli, scrive Manfredo Giuliani, è «senza dubbio una delle sue più geniali fatiche, alla quale fu attirato da lunigianese, oltreché dallo straordinario interesse che offriva l’ancora poco esplorata e rischiarata formazione del piccolo ma vigoroso Comune pontremolese rispetto alla caratteristica trasformazione alto medioevale della viabilità di questa parte dell’Appennino ligure-emiliano»[2]. Lui, che era nato nel 1845 a Montignoso, scriveva e ribadiva sempre che si doveva dire «Montignoso di Lunigiana». L’amicizia e la collaborazione col sarzanese Achille Neri, condirettore dal 1874 del «Giornale Ligustico», fondatore e direttore con Ubaldo Mazzini del «Giornale Storico e Letterario della Liguria», sono ricordate da Paolo Boselli: «Appariva spesso a Montignoso, e desideratissimo con affetto fraterno, Achille Neri, ricco di novità inattese e auree per la storia della Lunigiana e di Genova, solerte investigatore, elaboratore indefesso e sicuro, e, insieme, sobrio, denso, lucido narratore: affine allo Sforza nel pensiero e nel lavoro: e di un sol animo coll’amico cui disse, fino ai giorni estremi, la parola del cuore»[3].
All’opera dello Sforza si deve il grande risveglio di studi e ricerche sulla storia lunigianese[4]. Di questo risveglio sono prova i saggi di argomento dantesco, la biografia del giovane Tommaso Parentucelli, le storie complessive di Montignoso e di Pontremoli. Opere che poggiano sul fondamento di una ricca, puntigliosa, erudita ricerca d’archivio e su di una non meno ampia ed informata ricerca bibliografica. Conoscenza di cui ha dato un saggio con la pubblicazione delle due bibliografie di opere storiche sulla Lunigiana e sulla città di Luni. La sua Bibliografia storica della Lunigiana, edita a Modena nel 1874, riporta nella prefazione: «Non ho perdonato né a tempo, né a fatiche, né a spese per rendere compiuta, quanto per me si poteva, questa Bibliografia, nella quale ho descritto tutti gli Statuti, e tutte le opere così edite come inedite, che in cinque anni di pazienti ricerche mi sono venuti alla mani, e che giovano a illustrare, più o meno largamente, la storia politica, legislativa, ecclesiastica, scientifica, artistica, letteraria e commerciale della Lunigiana»[5]. Sforza indica il formato del manoscritto, il numero dei libri e il luogo di conservazione, in molti casi la descrizione si fa particolareggiata e in alcuni trascrive il proemio o il decreto di approvazione dell’autorità superiore[6].

Giovanni Sforza è espressione di quell’erudizione storica che ha trovato tanto impulso nelle scuole universitarie e nelle «Deputazioni per la storia patria». Negli ultimi decenni dell’Ottocento, infatti, lo Stato unitario da un lato ha conferito ufficialità ai «professionisti» della ricerca storica, di contro al «dilettantismo»,con l’importanza assunta dalle scuole universitarie; dall’altro lato ha accordato il pieno riconoscimento all’erudizione storica locale attraverso le «Deputazioni per la storia patria»,estensione di un istituto piemontese ispirato al modello francese. Il più delle volte queste deputazioni, accanto alle quali sono sorte molte società storiche particolari, non riescono a districarsi dalla minuta erudizione locale, né a elevarsi sopra l’orizzonte ristretto segnato dalla sfera delle curiosità storiche. Molto spesso accanto al culto devoto delle memorie patrie, che coincidono di frequente colle tradizioni delle famiglie che un tempo hanno dominato e ancora un poco dominano la vita cittadina, opera in modo più o meno cosciente l’intento polemico di dimostrare che anche quella città, quel borgo, quel castello ha i suoi titoli di nobiltà nella storia nazionale; che anch’esso ha avuto i suoi statuti, i suoi diplomi imperiali, i suoi ospiti illustri; che anch’esso ha dato i natali a qualche celebrità e il suo tributo al Risorgimento nazionale[7].
In particolare l’attività delle deputazioni e società storiche coinvolge principalmente e quasi unicamente il medioevo, come il terreno più proprio dell’erudizione storica. Il medioevo infatti è più adatto a sollecitare l’orgoglio municipale, come l’età nella quale le cento e cento città e borghi e castelli d’Italia, soprattutto dell’Italia settentrionale, hanno una vita e una storia quasi per sé. Man mano che questa vita autonoma si spegne e si subordina ad una storia più allargata, sembra perdere di interesse per gli eruditi che, fino alla prima guerra mondiale, si sono occupati pochissimo del periodo tra il Cinquecento e la fine del Settecento. Senza parlare degli storici del Risorgimento che, nelle deputazioni, nell’accademie e nelle società storiche, sono poco più che tollerati e considerati, con giudizio inappellabile, poco più che “giornalisti”.
Fondati come sono su di un’ampia, meditata, esperienza di ricerche documentarie, i contributi storiografici dello Sforza non deludono mai il lettore per la precisione dei dati forniti, per l’intelligenza dell’elaborazione e delle conclusioni e, soprattutto, per la costante attenzione al nesso esistente fra il particolare studiato e la più ampia tematica storica. Rispondono a queste esigenze anche le Memorie e documenti per servire alla storia di Pontremoli, che erano divise in due parti: la prima, di due volumi, di 862 pagine; la seconda di un volume, di 376 pagine, con un totale di pagine 1238. Comparve prima la parte II, contenente i Documenti, uscita nel 1887 dai torchi del Giusti di Lucca. La Parte I, invece, o Racconto, vide la luce, 17 anni dopo, nel 1904, stampata a Firenze dalla Tipografia di L. Franceschini[8]. Della prima parte fu tirato anche un estratto in piccolo numero di esemplari, col titolo Storia di Pontremoli dalle origini al 1500,Firenze, tip. di Luigi Franceschini, 1904: un vol. in-8, di pp. 862, con XII tavole.
La storia di Pontremoli nel Medio Evo bisognava ricomporla, quasi crearla, con solerte indagine nella immensa mole di documenti della storia generale d’Italia e nelle non scarse, ma spesso ingannevoli tradizioni locali. Opera laboriosa alla quale Sforza consacra un primo periodo di pazienti investigazioni, per raccogliere documenti e memorie sparse in antiche cronache, che pubblicò nel 1887, come Parte Seconda del suo lavoro. Poi attese a dettare la narrazione in quattordici capitoli, corredati di nuovi documenti e copiosissime note, nelle quali concentrò il frutto di ulteriori ricerche fatte negli archivi comunale e notarile di Pontremoli, e quanto altro di meglio ha trovato nei cronisti locali.
Delle quattro antiche cronache pontremolesi Sforza ritenne che fosse meritevole di essere pubblicata soltanto quella di Gio. Maria Ferrari, facendola precedere da un commentario della vita fortunosa del Ferrari. La cronaca del Ferrari ha il pregio di rappresentare con ingenua schiettezza uno dei periodi più ricchi d’avvenimenti e più interessanti e curiosi, che abbia attraversato Pontremoli dopo la sua perduta indipendenza; periodo in cui le gare dei ghibellini e dei guelfi seguitarono ardenti e ostinate in pieno Secolo XVI». Quanto alle altre, cioè, a quella cinquecentesca di Gio. Rolando Villani, di Sforza Trincadini fiorito nella prima metà del Siecento e del cappuccino Bernardino Campi dei primi del Settecento, si limita a ricordarle in una semplice Nota Bibliografica,«ne di ciò vorrà farglisi carico, qualora si pensi che tutti costoro lavorarono molto di fantasia e poco o nulla di criterio»[9].
L’Italia, come scrive Pietro Bologna nell’ampia recensione apparsa nel «Giornale storico e letterario della Liguria», ebbe il vanto «di dare al mondo un Muratori che fu padre, fra noi, di quella critica storica già inaugurata in Francia con tanti meravigliosi lavori pubblicati nell’epoca ch’ebbe nome di Luigi XIV. Il Muratori trovò terreno fecondo per la sua grande opera, perché in Italia fino dalla fine del Secolo XVI era sorto l’amore alle patrie antichità, ed era stato molto curato lo studio delle storie municipali. Ma in questo studio, sebbene fossero tenuti a scorta i documenti, pure gli autori dettero troppo campo alle congetture, spesso si lasciarono troppo trasportare dall’amore patrio e talvolta, anche dalla vanità municipale. A poco a poco, la critica andò scoprendo molte mende nella storia d’Italia, le quali necessariamente portarono a correggere e modificare anche le storie dei municipj: e più tardi, per il riordinamento degli archivj pubblici e per la gran copia di materiale da essi disseppellito, non pochi fatti nuovi sono venuti in luce, mentre altri han dovuto essere diversamente spiegati ed interpretati. Perciò molte storie municipali ebbero non solo largo incremento, ma poterono essere ricostruite quasi di nuovo. Questa ultima circostanza si verifica appunto nella Storia di Pontremoli»[10].

Pietro Bologna, di famiglia pontremolese, nasce a Firenze nel 1833, si laurea in giurisprudenza all’Università di Siena ed esercita l’avvocatura presso il foro fiorentino. Numerosi sono gli incarichi che svolge: a Torino dipendente del Ministero di Grazia e Giustizia; a Carrara direttore e poi anche consigliere delegato della Ferrovia Marmifera. È membro di diversi sodalizi culturali, tra cui la Società Colombaria di Firenze, la Deputazione di Storia Patria delle Province Parmensi e di quelle Modenesi. Scrittore raffinato e amante della storia lunigianese, è autore di opere importanti della storiografia pontremolese. Raccoglitore delle memorie del padre Giovanni, bibliofilo anch’esso, è particolarmente legato a Luigi Bocconi e Giovanni Sforza. Muore a Firenze nel 1909[11].
La fierezza di appartenere a una terra ricca di storia e di grandi personaggi, la esprime chiaramente parlando della storia di Pontremoli dello Sforza. «Pochi paesi, come Pontremoli, hanno dato dai tempi più antichi fino quasi ai nostri giorni, uomini di governo, magistrati, lettori e professori di Università in Toscana, a Milano, a Genova, a Bologna, a Ferrara, a Parma, a Modena, a Pavia e in altri luoghi d’Italia. E molti di costoro ritornavano poi in patria con quel più elevato sentimento di dignità ch’era loro inspirato dallo esercizio di alti e delicati ufficj e dalla convivenza nelle classi migliori e più culte delle grandi città. Di qui ne venne anche che Pontremoli, sebbene piccola, perché situata in angusto territorio, e anticamente rinchiusa entro le sue mura e torri merlate, ebbe sempre, oltre i solidi edifizi pubblici, anche buone e bene ornate fabbriche particolari, ove quelle famiglie abitavano signorilmente, dando alla terra un aspetto di severa nobiltà»[12].
A causa dell’incendio che Pontremoli ha subito nel 1495 per opera degli Svizzeri di Carlo VIII, andarono distrutti quasi totalmente gli archivi pubblici e quelli delle migliori famiglie. Solo l’Archivio notarile ha potuto salvare pochissimi protocolli perché erano presso i notari. «Per tal modo la storia di Pontremoli nei quattro Secoli dopo il mille, rimase avvolta nella più completa oscurità: bisognava ricomporla, spigolando nelle cronache di altre città, nei documenti di Storia generale italiana, e nelle tradizioni locali, usando, riguardo a queste ultime, molta cautela, perché divennero presto esagerate e fallaci. Alcuni Pontremolesi, nei Secoli XVI e XVII, rivolsero lo studio alla storia del loro paese, ma privi affatto di ogni critica e allucinati dalla vanità municipale, invece di rischiarare la oscurità, quasi la resero più intensa»[13].
Prima della comparsa della storia di Pontremoli di Giovanni Sforza, ben poco era stato scritto di veramente fondato e critico su Pontremoli. Le sole Notizie istoriche della Terra di Pontremoli di Niccolò Maria Bologna erano parse tanto assennate e criticamente vagliate da essere incluse nei Viaggi di Giovanni Targioni Tozzetti del 1777. Bologna raccolse un corpo di memorie della sua patria che comunicò nel 1750, per mezzo dell’Auditore Stefano Bertolini, a Targioni Tozzetti che le pubblicò con poche aggiunte nel Tomo XI delle Relazioni di alcuni viaggi per la Toscana»[14]. Niccolò Maria Bologna, battezzato il 30 gennaio 1698, era figlio dell’avvocato Giovanni Pietro e Delia Maracchi. Compiuti gli studi legali attese all’esercizio dell’Avvocatura, nel quale ebbe molto credito non solo in Pontremoli ma in tutta la Lunigiana. Fu Pro Vicario maggiore generale per il Granduca di Toscana in Pontremoli, sua giurisdizione e feudi marchionali. Nel 1743 fu ammesso tra i Consiglieri urbani del Comune di Pontremoli; ed ivi tenne anche vari altri uffici, fra i quali quello di Rettore o Priore del Venerabile Spedale di Sant’Antonio Abate. I Marchesi Malaspina lo adoperarono per compilare nel 1760 lo Statuto di Madrignano, e nel 1775 quello di Suvero. Del Marchese Carlo di Mulazzo fu giudice delegato. In un atto del 1775 è anche qualificato come Pro vicario maggior generale per S. A. R. il Granduca di Toscana in Pontremoli, sua giurisdizione e feudi granducali. Muore il 24 marzo 1780 all’età di 82 anni ed è sepolto nella chiesa di San Francesco di Pontremoli[15].
Le Notizie istoriche di Bologna stanno nella seconda e più ampia edizione della raccolta di osservazioni realizzate da Targioni Tozzetti durante alcuni viaggi fatti in Toscana negli anni Quaranta del Settecento. Costruita come un resoconto organico sulla storia naturale della regione, utile all’azione riformatrice dei granduchi lorenesi, l’opera rispecchia i molteplici interessi naturalistici ed eruditi dell’autore, medico, direttore del Giardino botanico di Firenze e prefetto della Biblioteca Magliabechiana. L’opera si inserisce nella tradizione di un genere molto in voga nel Settecento, quello della letteratura di viaggio, e in particolar modo del viaggio naturalistico, che abbraccia tematiche insieme storiche e scientifiche: dalla botanica, alla medicina, alla zoologia, alla mineralogia, all’architettura, alla geografia, mantenendo un approccio rigorosamente scientifico e riducendo al minimo il pittoresco.
Targioni Tozzetti scrive nella premessa alla pubblicazione della storia di Pontremoli del Bologna: «Sono tanto copiose, tanto diligentemente ricercate e tanto interessanti le notizie istoriche della ragguardevolissima terra di Pontremoli, delle quali per mezzo del Sig. Cav. Stefano Bertolini Presidente della Regia Consulta mi favorì con somma gentilezza fino dall’anno 1754 il Sig. Avvocato Nicolò Maria Bologna, che mi hanno impegnato a formarne un capo a parte, colla fiducia che riuscirà graditissimo ai lettori per la novità e per l’importanza della materia. Imperocché se uno rifletta alla situazione di Pontremoli, quasi nel centro di vaste Alpi, e si riduca a memoria le poche e sconnesse notizie che se ne trovano in alcuni libri, appena crederà possibile che, con tutte le più premurose ricerche, si possa mettere insieme da empire un foglio di cose utili e dilettevoli spettanti ad essa Terra. Ma lo zelo patriottico, la diligente ricerca, e la giudiziosa scelta di esso Sig. Avvocato, ha saputo rammassare materiali da formare un corpo d’Istoria di Pontremoli, che non avrà invidia a quello di alcune città d’Italia, anche più grandi e commendate dagli scrittori. […] Nel far parte al pubblico delle dotte fatiche del Sig. Avvocato Bologna, io non ho altro merito, se non che di averle ridotte sotto diverse Sezioni, che mi sono sembrate opportune, e di avervi aggiunto quello che ho trovato di più nel manoscritto di Bonaventura de Rossi Sarzanese, ed incidentemente in vari libri stampati, affinché l’opera riesca tanto più completa, quanto più nuova ed inaspettata».
Questo lavoro del Bologna fu accolto con favore, perché era il primo che trattasse la storia pontremolese sui soli documenti o attingendola a fonti indiscutibilmente autorevoli, e sfrondandola da tutte le fantasticherie dei vecchi cronisti locali. Ma, certo, quel lavoro non fu che una semplice raccolta di memorie, perché il Bologna non ebbe veramente l’idea di dargli forma e sviluppo di storia. Egli trascorse la lunga e operosa sua vita entro i confini municipali, e trasse solo profitto dai pochi documenti che potevano venirgli a mano a Pontremoli, trascurando di consultare molto i libri a stampa. Si studiò di condurre il suo lavoro con retto criterio, ma la nuova scuola critica, della quale egli vide soltanto i primi albori, ha dovuto più d’una volta correggerlo. Soprattutto «apparve presto affatto insufficiente, specialmente per il periodo medioevale, che è il più importante. […] Deve quindi concludersi, come abbiamo già detto, che una storia di Pontremoli finora è mancata»[16].

L’opera dello Sforza nasce dalla raccolta di una vasta documentazione negli archivi comunali di tante città che hanno avuto a che fare con la storia pontremolese: Lucca, Genova, Livorno, Parma, Milano. Ma in particolare e soprattutto dagli archivi delle famiglie nobili pontremolesi che hanno aperto le loro case allo studioso. Sforza consultò in particolare le biblioteche Uggeri e Bocconi e l’archivio malaspiniano di Mulazzo. «E fu – scrive Giuliani – un gentile episodio di collaborazione culturale, quello che lo stesso Sforza ha ricordato in una sua affettuosa lettera dedicata agli amici che gli furono intorno quand’Egli iniziò a Pontremoli le ricerche per la progettata opera alla quale dovevano essere dedicate tanto lunghe e pazienti fatiche»[17].
Mentre conduceva le sue indagini per la storia di Pontremoli nell’Archivio di Stato di Lucca, Sforza trovò una epistola in buoni distici latini, composta nel 1418 dal pontremolese Pellegrino Belmesseri, sconosciuto antenato del noto poeta latino Paolo Belmesseri, vissuto un secolo dopo. L’epistola era diretta a Guido Manfredi di Pietrasanta, segretario, consigliere e intimo confidente di Paolo Guinigi signore di Lucca, autorevole letterato, in corrispondenza con noti scrittori italiani e stranieri. Sforza ne fece un elegante volumetto, stampato da Giusti di Lucca, arricchendo l’epistola di abbondanti note e commenti che illustrano il mondo culturale pontremolese. Il volumetto è dedicato al gruppo dei fidati amici che lo seguivano e aiutavano nelle sue ricerche. La lettera è datata da Montignoso nell’ottobre del 1880 ed è diretta Agli amici pontremolesi: «Conservo nel cuore un dolce ricordo delle giornate bellissime che ho passato nella Vostra colta e gentile città; delle tante e cosi schiette prove d’amicizia, che mi deste con sì cordiale espansione d’affetto; degli aiuti d’ogni maniera di cui mi foste larghi ne’ miei studi intorno alla Storia della Lunigiana, alla quale da piu anni ho volto la mente con gagliardissimo amore. Per mostrarvi ii mio grato animo, intitolo ai Vostri Nomi quest’Epistola inedita di Pellegrino Belmesseri, latinista pontremolese, fiorito al cominciare del quattrocento, e fino a qui sconosciuto. Sono lieto d’averne io arricchito la letteratura lunigianese, della quale in ogni tempo Pontremoli si è resa benemerita; mi è caro poi di legare il nome del più antico poeta pontremolese al ricordo del nostro affetto e della nostra amicizia»[18]. Gli amici pontremolesi sono insegnanti, archivisti, bibliografi: Pietro Betta, Leopoldo Bocconi, Luigi Bocconi, Carlo Parasacchi, Francesco Piedi, Giovanni Venturini, Eleonoro Uggeri, Nicola Zucchi Castellini.
Gli aristocratici dell’alta Lunigiana non solo misero a disposizione le loro biblioteche e i documenti di famiglia, ma sottoscrissero in modo rilevante i volumi di Memorie. In una lettera, datata Torino 21 dicembre 1903, Sforza scriveva all’amico Camillo Cimati: «Carissimo Camillo, della Parte II [documenti] delle Memorie di Pontremoli io ne feci tirare quattro esemplari in carta distinta. Lo stesso ho fatto della Parte I [racconto] che sarà messa in vendita nel gennaio. Le quattro copie in carta distinta della Parte IIª le regalai una al Comune di Pontremoli, una al Magni e una al Betta. La quarta la tenni per me. Bisognerebbe che tu cercassi di acquistare da Giovanni Betta la copia in carta distinta della Parte IIª; io regalerò a te la copia in carta distinta della Parte Iª. Avrai così un esemplare proprio da bibliofilo»[19]. La dedica delle Memorie da parte attesta questo riconoscimento: «Offro al Comune e al Popolo di Pontremoli questi ricordi, eco d’un passato glorioso, augurio d’un avvenire utilmente fecondo per gagliardia di propositi, d’intenti, d’opere»[20].
Delle Memorie e documenti per servire alla storia di Pontremoli il Racconto, cioè la trattazione storica, è diviso in tredici capitoli, corredati di minute e informatissime bibliografie e note di vastissima erudizione. «Anzi, a questo proposito, – scrive Pietro Bologna – non vogliamo tacere che a qualche critico sofistico potrà forse sembrare che le copiose note ai vari capitoli, le appendici ad alcuni di essi, e quelle che fan seguito all’opera, le quali, tutti insieme triplicano o quadruplicano il volume della narrazione, siano un corredo soverchio alla narrazione stessa, che distrae troppo spesso il lettore, chiamandolo ad ogni momento al riscontro delle fonti, all’esame dei documenti, a conoscere le opinioni conformi o contrarie dei diversi scrittori, e anche a trattenerlo sui fatti di tempi posteriori. Noi per altro non ci uniremo a questi critici. In argomenti storici, specialmente se svolti, come questo, con creazione quasi nuova, non si può inventare; il lavoro che viene presentato è frutto di minute ricerche, di esame e raffronto di documenti, di critica sulle diverse narrazioni e sulle opinioni degli scrittori precedenti: quindi è ben giusto che un coscienzioso autore giustifichi ampiamente l’opera sua. Questa è la scuola seguita sempre dallo Sforza in tutti i suoi lavori, che sono pregevoli appunto perché non rinviano mai scontento chi si appresta a consultarli»[21].
Ai capitoli fanno seguito sei Appendici che sono monografie illustrative di argomenti importanti per la storia del territorio di Pontremoli. La prima Il Muratori e l’origine di Pontremoli riprende e ampia le ragioni già esposte nel primo capitolo, che l’esistenza di Apua, l’antica città ligure su cui sarebbe sorta Pontremoli, non è che una invenzione di frate Annio da Viterbo. Scrive Giuliani: «È un capolavoro di serrata e informatissima critica contro una impostura erudita, invitta e secolare, che ha avuto una fortuna inaspettata anche presso scrittori illustri e autorevoli…»[22]. Ma questa falsità ha nei secoli acquistato tanta autorevolezza da rendere possibile che «la nuova Diocesi di Pontremoli, – scrive Sforza – istituita da papa Pio VI il 4 luglio del 1787, in forza della bolla In suprema, si volle chiamata Apuana,e dura a chiamarsi così; essendo in questo tondo pianeta una sola cosa insanabile e incorreggibile, la potenza delle stoltezze»[23].
Le altre Appendici trattano di Pontremoli negli Itinerari medievali, La più antica Pieve del Pontremolese, Carlo I d’Angiò e i Pontremolesi, La vita a Pontremoli nel medioevo e La chiesa e il convento della SS. Annunziata presso Pontremoli. Giuliani le definisce «importantissime […] piccole ma complete monografie illustrative di argomenti specialmente importanti»[24]. In particolare l’ultima sulla chiesa e il convento della SS. Annunziata. «Di questo singolare monumento, già rovinato, nel passato, da un lungo abbandono, poi, da restauri male eseguiti, e da successive destinazioni non certo favorevoli alla buona conservazione, ben poco si sapeva di storicamente sicuro, prima che G. Sforza, con questa sua memoria non ne avesse dato un’ampia illustrazione valendosi di un abbondante materiale documentario del tutto inedito, da Lui scoperto, studiato e messo tanto efficacemente in luce»[25].
Il volume III delle Memorie, raccoglie criticamente una serie di scritture, diplomi, trattati, in gran parte sconosciuti o poco noti, che vanno dal diploma di Arrigo IV del 1077, col quale si confermava a Ugo e Folco d’Este i loro diritti ereditari su Pontremoli, al diploma del 1329 dell’imperatore Lodovico, detto il Bavaro, col quale si ristabilivano e si confermavano i privilegi concessi da Federico I e Federico II, aboliti di fatto da Arrigo VII quando, fallito il suo tentativo di pacificatore tra guelfi e ghibellini, aveva improvvisamente infeudato il Comune di Pontremoli ai Fieschi. Storicamente molto significativo è, poi, il gruppo dei trattati di intesa e di alleanza con le città della lega lombarda, evidente indicazione del sistema economico politico che assorbiva Pontremoli quale sentinella avanzata sull’Appennino, come dimostra l’azione offensiva del 1167, svolta dagli alleati contro il Barbarossa, al suo ritorno dalla spedizione di Roma. Nel volume si trovano pure inserite alcune cronache inedite del primo quarto del sec. XVI e due erudite appendici sulle strade antiche e medioevali, sull’Ospedale di S. Benedetto e il villaggio di Montelungo, sulla Prioria di S. Giorgio di Pontremoli, dipendenze del Monastero di S. Salvatore di Leno presso Brescia, antica fondazione longobarda, cui spettavano diritti di pedaggio sulla via di Pontremoli[26].
L’opera di Sforza non solo illuminava per la prima volta la storia dell’ultimo periodo del comune di Pontremoli e delle prime signorie che lo dominarono, ma accumulava un vasto materiale (contributi, ricerche, notizie e lavori preparatori) fondamentale per affrontare gli ulteriori svolgimenti della storia locale. Il positivismo, in reazione alla storia romantica, richiamava all’esame dei fatti, allo studio delle cosiddette cause, alla raccolta dei dati, dai quali avrebbe dovuto scaturire la storia con un procedimento rigorosamente scientifico. Nonostante questi limiti — scrive Giuliani a conclusione del suo studio — «questo periodo di limitazioni erudite e di prevalenze filologiche fu salutare per gli studi storici, generali e locali, perché la preparazione di tanto materiale documentario raccolto dalla erudizione e il lungo lavoro di elaborazione filologica di esso […] hanno preparato la base per la rigorosa ripresa del lavoro di ricostruzione veramente storico»[27].
Queste Memorie, dunque, si inseriscono in una storia di carattere erudito, secondo la lezione dei maestri come Cipolla, Monticolo, Gabotto. A loro succedono le giovani leve che, se non ripudiano l’erudizione, la considerano però un momento che lo storico deve superare: sono Salvemini, Volpe, Rodolico con i loro discepoli. In questo modo l’antico nome di Lunigiana, che è stato conservato in una chiusa tradizione umanistica e illustrato in ristrette cerchie di pochi studiosi, eruditi o archeologi, come Targioni Tozzetti, Gerini, Repetti, Promis, Branchi, Jung, si anima dell’ansia indagatrice di nuovi interessi verso ricerche che s’inseriscono nel contesto più ampio dei problemi che la grandiosa e ardua opera dell’unità nazionale ha lasciato insoluti.

La Biblioteca Civica della Spezia diventa il fulcro della storiografia lunigianese con studiosi come Ubaldo Mazzini, Manfredo Giuliani, Ubaldo Formentini, Pietro Ferrari, Mario Nicolò Conti, per citarne soltanto alcuni. L’interesse era prevalentemente rivolto allo studio del territorio con studi che trovavano la loro sede di pubblicazione nel «Giornale Storico della Lunigiana», nella rivista di Giuliani «Lunigiana», nell’«Archivio Etnografico della Lunigiana» e nelle «Memorie dell’Accademia Lunigianese di Scienze Giovanni Capellini». Maturava in questo ambiente la convinzione di Giovanni Sforza che, in quel momento, nessun centro della Lunigiana fosse culturalmente più attivo e più dinamico di quello che gravitava attorno alla Civica Biblioteca della Spezia. Non bisogna dimenticare che Giovanni Sforza lasciò, in punto di morte, alla Biblioteca civica Ubaldo Mazzini della Spezia il suo prezioso materiale manoscritto assieme alla cospicua e importante raccolta di testi ed opuscoli a stampa[28].
Era il momento della lezione di Benedetto Croce che giovava soprattutto per cercare chiarezza e onestà intellettuali fuori dalle pedanterie degli eruditi, convinti d’intendere la storia quando ricostruiscono una biografia o trovano le «fonti». Croce non ha mai negato il valore dell’erudizione, ha solo avvertito che non si tratta ancora né di critica né di storia. Nel 1903 comincia le pubblicazioni «La critica»di Benedetto Croce, che con un rinnovato idealismo filosofico si propone come lo strumento più valido per penetrare in ogni campo del sapere: «critica» appunto come consapevolezza metodica. Contro il positivismo che si è chiuso in una ristretta visione dell’esperienza, in una sempre più povera contraffazione metafisica del naturalismo, in una paurosa mutilazione dell’uomo, ciò che rivendica «La critica»è la difesa delle dimensioni dell’uomo, della vita spirituale, dell’iniziativa umana[29].
In questo ambiente si colloca l’esperienza culturale di Ubaldo Formentini e Manfredo Giuliani. Studenti a Pisa sentono sempre più l’insoddisfazione per la cultura accademica del tempo. Scrive Giuliani:«Allora, in quei giovanili anni di Pisa, oltre la nostalgia dei lontani monti nativi, era il comune amore per l’arte che ci teneva vicini e insieme ci attirava a visitare e studiare monumenti, chiese, musei… Insieme con lo studio dell’arte si affaciavano alla mente le prime battaglie culturali, filosofiche e politiche: contro il positivismo e il vago umanitarismo socialistico si levavano i nuovi aggressivi indirizzi nietzschiani, le riprese idealistiche metafisiche, e le discussioni e le polemiche che giovanilmente suscitavano, contribuivano a sviluppare le menti dai vincoli scolastici, affiatandole con la cultura nuova, ribelle e turbolenta»[30]. Essi andavano alla ricerca di una «storia più ampia e più umana» di quella sin lì generalmente praticata dalla storiografia scientifica di matrice ottocentesca. Quest’ultima aveva largamente privilegiato la storia politica e quella militare, affidando volentieri le proprie strategie narrative al racconto delle vicende che vedevano coinvolte le grandi personalità. La storia dei vertici del potere doveva venire, perciò, integrata con quella della società nel suo complesso, investigando il rapporto intrattenuto da questa con l’ambiente naturale. Ma per far questo servivano prospettive idonee a lumeggiare le strutture della vita collettiva che le caratterizzava, lungo uno scenario temporale meno scandito dal susseguirsi degli eventi più vistosi.
Tuttavia, nonostante i nuovi indirizzi storiografici che hanno segnato la storiografia del Novecento, Giuliani riconosceva nel 1960, alla fine di una vita dedicata totalmente alla ricerca, che il contributo di Giovanni Sforza rimaneva fondamentale e necessario per recuperare la memoria di Pontremoli e farne la base per una riflessione futura che sfidi le incertezze del presente.
Giuseppe Benelli, Le Memorie e documenti per servire alla storia di Pontremoli di Giovanni Sforza rappresentano una svolta negli studi sull’alta Lunigiana, pubblicato in Giovanni Sforza storico, archivista e bibliofilo, Atti del Convegno Giovanni Sforza a cento anni dalla scomparsa 1- 4 ottobre 2022 Massa – La Spezia, a cura di Stefano A. Benedetto e Francesca Nepor, Ministero della Cultura, Direzione Generale Archivi, Roma 2023, pp. 141 – 152
[1] M. Giuliani, I Preparatori, «Lunigiana», I (1910), 1.
[2] M. Giuliani, Giovanni Sforza e la “Storia di Pontremoli”, «Archivio Storico per le Province Parmensi», Quarta Serie, vol. XII, 1960, p. 191.
[3] P. Boselli, Giovanni Sforza, in Miscellanea di studi storici in onore di Giovanni Sforza, Fratelli Bocca, Torino 1923, p. 5. Su Neri cfr. A. Petrucciani, NERI, Achille, «Dizionario Biografico degli Italiani», vol. 78 (2013)-
[4] A. D’Addario, Giovanni Sforza studioso e ordinatore delle Fonti Archivistiche Apuo-Lunensi, in Atti del convegno sullo sviluppo ineguale dell’Italia postunitaria. La regione apuo-lunense, Amministrazione Provinciale di Massa Carrara, Massa 1979, pp. 317-330.
[5] G, Sforza, Saggio di una bibliografia storica della Lunigiana, Vincenzi, Modena 1874.
[6] Cfr. F. Bonatti, Giovanni Sforza editore delle fonti storiche lunigianesi, «Biblioteca Civica di Massa. Annuario 1985-86», Pacini Editore, Lucca 1988, p. 37.
[7] Cfr. E. Sestan, Erudizione storica in Italia, in AA.VV., Cinquant’anni di vita intellettuale italiana. 1896-1946. Scritti in onore di Benedetto Croce per il suo ottantesimo anniversario, a cura di C. Antoni e R. Mattioli, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1950, pp. 425-453.
[8] G. Sforza, Memorie e documenti per servire alla storia di Pontremoli, Parte I, voll. I-II, L. Franceschini, Firenze 1904; Parte II, vol. III, Giusti, Lucca 1887.
[9] P. Bologna, La storia di Pontremoli, «Giornale storico e letterario della Liguria», 1904, pp. 142-143.
[10] Ibidem, p. 147.
[11] N. Michelotti, Genealogie Pontremolesi – 7. Canossa Bologna, Edizione manoscritta, 2004, p. 126.
[12] P. Bologna, op. cit., p. 145.
[13] Ibidem, p. 146.
[14] G. Targioni Tozzetti, Relazioni di alcuni viaggi per la Toscana, Tomo XI, per Gaetano Cambiagi Stampatore Granducale. Firenze 1777, pp. 211-410.
[15] N. Michelotti, op. cit., pp. 79-81.
[16] P. Bologna, op. cit., pp. 145-146.
[17] M. Giuliani, Giovanni Sforza e la “Storia di Pontremoli”, cit., p. 191.
[18] Epistola Peregrini de Belmesseris pontremolensis, Typis Josephi Justi, Lucae, MDCCCLXXX, pp. 59.
[19] La lettera, che possiedo in fotocopia, proviene dalla Biblioteca Comunale C. Cimati di Pontremoli come si evince dal timbro. Su Cimati cfr. N. Michelotti, Camillo Cimati dalla politica locale al Parlamento italiano, Buonaparte, Sarzana 2003, pp. 104.
[20] G. Sforza, Memorie e documenti per servire alla storia di Pontremoli, Parte I, vol. I, cit.
[21] P. Bologna, op. cit., p. 185.
[22] M. Giuliani, Giovanni Sforza e la “Storia di Pontremoli”, cit., pp. 194-195.
[23] G. Sforza, Il Muratori e l’origine di Pontremoli, in Memorie e documenti per servire alla storia di Pontremoli, Parte prima, Volume secondo, cit., p. 596.
[24] M. Giuliani, Giovanni Sforza e la “Storia di Pontremoli”, cit., p. 194.
[25] Ibidem, pp. 195-196.
[26] Ibidem, pp. 196-197
[27]Ibidem, p.198.
[28] Questa donazione, fondamentale per le ricerche storiografiche lunigianesi, destò non poca meraviglia. Pur riconoscendo il ruolo marinaro della nuova Spezia e il valore dell’impegno di farne un capoluogo di provincia che abbracciasse tutto il territorio della Lunigiana storica, rimane l’interrogativo del perché non abbia lasciato il suo imponente materiale bibliografico all’Archivio di Stato di Massa che tanto aveva lottato per istituirlo e arricchirlo di fonti e documenti. In una lettera all’amico Camillo Cimati, datata Torino 21 dicembre 1903, che possiedo in fotocopia, proveniente dalla Biblioteca Comunale C. Cimati di Pontremoli come si evince dal timbro, scrive: «Io mi trovo molto contento di Torino e de’ cinque Archivi Torinesi che sono sotto la mia Direzione, e non rimpiango punto Massa ed i suoi schifosissimi abitanti, che sono la gente più esosa che contamini la faccia della terra». In questo giudizio così negativo e tranciante forse bisogna trovare le motivazioni del lascito alla Spezia.
[29] Cfr. E. Garin, Cronache di filosofia italiana, Laterza, Bari 1966, I, pp. 21-43.
[30] M. Giuliani, Ricordo di Ubaldo Formentini, «Giornale Storico della Lunigiana», X (1959), 3-4, pp. 122-223.