IL MAGGIO E IL CANTAMAGGIO DELL’APPENNINO LUNIGIANESE

Al bel tempo di maggio le serate/ si fanno lunghe; e all’odore del fieno/ che la strada, dal fondo, scalda in pieno/ lume di luna, le allegre cantate/ dall’osterie lontane, e le risate/ dei giovani in amore, ad un sereno/ spazio aprono porte e petto. Ameno/ mese di maggio! E come alle folate/ calde dall’erba risollevi i prati/ ilari di chiarore, alle briose/ tue arie, sopra i volti illuminati/ a nuovo, una speranza di grandiose/ notti più umane scalda i delicati/ occhi, ed il sangue, alle giovani spose”. Giorgio Caproni, Maggio, nella raccolta d’esordio dell’autore livornese Come un’allegoria (1936).

Cantamaggio a Montereggio 2022

L’elemento matriarcale delle religioni mediterranee è presente soprattutto nei culti della Grande Madre, la divinità femminile della Terra. Anticamente venivano celebrate delle feste Majume in cui veniva adorata Maia, la dea della fecondità. Durante queste celebrazioni che si svolgevano nella tarda primavera, si compivano i riti orgiastici sulle rive del mare, dei laghi e dei fiumi. Il bagno rituale è collegato alla credenza nel potere guaritore delle acque e le abluzioni hanno un significato di purificazione. Le feste in onore della dea Maia furono proibite dall’imperatore Costantino in nome della nuova fede cristiana. Giuliano l’Apostata, rifiutando il Cristianesimo, le permise nuovamente, ma infine l’imperatore Teodosio, su pressione delle autorità religiose, proclamò un editto per la loro abolizione. Tuttavia questi rituali erano così profondamente radicati nelle culture dei popoli che i figli di Teodosio, Arcadio e Onorio, furono costretti a consentirne nuovamente lo svolgimento. E anche quando in seguito vennero definitivamente banditi, essi continuavano ad essere celebrati segretamente.

Nell’VIII secolo d.C. alle Majume si sostituì “La giornata delle rose” e si diffuse un po’ ovunque l’abitudine di riempire dei vasi d’acqua cospargendone la superficie con petali di rosa, allo scopo di favorire le virtù taumaturgiche che nella notte dell’Ascensione Cristo trasferiva alle acque. Questo bagno purificatore, avveniva anche perché si pensava che l’acqua divenisse magica a causa del passaggio di Gesù che saliva al cielo accompagnato dagli angeli. Nel giorno dell’Ascensione si raccoglieva un’erba usata fin dall’antichità da streghe e guaritori per le sue virtù, chiamata “ombelico di Venere”. Questa pianta dai piccoli fiori rossastri aveva il potere di attrarre la fortuna se veniva sospesa fuori dalle finestre, in maniera tale che i fiori si volgessero sempre verso l’alto. Affinché l’erba dell’Ascensione, detta anche erba della fortuna, mantenesse il massimo potere benefico, doveva essere ricercata all’alba e al momento della raccolta si pronunciava un versetto augurale.

Al primo plenilunio, dopo l’equinozio di marzo, le antiche comunità pastorali e agricole festeggiavano il passaggio dalla morte dell’inverno alla vita della primavera: perciò a quella data fu posto anche il mitico passaggio degli ebrei dall’Egitto. Pasqua è la festa del “miracoloso” rifiorire della vegetazione e, insieme, del risorgere delle forze vitali in tutti i viventi. Lo indicano chiaramente i suoi simboli: dalle uova ai coniglietti, simpatici animaletti ben noti soprattutto per la loro solerzia sessuale. Del resto nel Nord Europa la festa ancora mantiene il nome Easter, Oster, che viene da Ostara, dea pagana della fecondità. Non deve perciò stupire che anche nella storia del cristianesimo questo sfondo vitale e sessuale sia stato a lungo presente. Pensiamo al cosiddetto risus paschalis, ovvero la celebrazione liturgica tra lazzi osceni proprio nel giorno di Pasqua, documentato fin dall’alto medioevo e proseguito, soprattutto in Germania, fino al Ventesimo secolo.


Alla luce dorata della Primavera che scalda la pelle si accosta l’odore pieno del fieno che riempie le narici. I raggi più caldi del sole si accompagnano alle allegre cantate nelle osterie e a un bisogno umano condiviso di rinascita: una fame di vita che diventa urgente e incontrollabile. Il calore che porta a rifiorire i campi fa ribollire anche il sangue nelle vene, riaccendendo il desiderio. Il maggio odoroso si dilata nel petto, sembra schiudere uno spazio umano infinito, aperto alla speranza, alla gioia, offerto all’amore come su un altare.

Il poeta Giosuè Carducci si serve del mese di maggio per comporre un intenso inno alla primavera: “Maggiolata”, che letteralmente significa “cantata di maggio”. Il mese di maggio risveglia gli uccellini nei nidi, così come i cuori della gente. Fa crescere le ortiche e sbocciare i fiori. Torna a cantare l’usignolo e il serpente si risveglia dal letargo. Sulla terra bambini strillano felici, mentre gli uccelli cantano nel cielo. Le donne si adornano i capelli con le rose appena colte e hanno il sole negli occhi. Sulle colline, nei prati e sui monti si può ammirare un tappeto di fiori bellissimo come un ricamo, mentre gorgoglia l’acqua nei torrenti, nascono a nuova vita la terra e il cielo. Nella poesia di Carducci la parola si fa simbolo di un risveglio collettivo, che investe la natura tanto quanto gli esseri umani. La luce calda del mese di maggio sembra infatti avvolgere, in un’aura di beatitudine, i fiori nei campi così come i giochi dei bambini e gli occhi delle donne.

Tutto il mondo è in fermento, travolto da una forza superiore, come il desiderio. Il verso “di fior tutto è una trama” racchiude una metafora che sembra legare la primavera al mondo in un abbraccio primigenio. Sotto il sole di maggio ogni cosa fiorisce, in cielo come in terra: le piante germogliano e l’uomo ama. Tuttavia il calore più tiepido del sole desta anche le serpi dal loro letargo invernale, fa spuntare le ortiche infestanti nei campi. Ciò si evidenzia nel chiasmo della prima strofa, dove si trovano posti in perfetto parallelismo tra loro: le ortiche e i fiori; le serpi e gli usignoli. Nel quadro bucolico di una natura in rinascita Carducci inserisce un elemento cupo e una proiezione oscura. Il suo cuore, in perenne subbuglio, sembra tendere sempre a un anelito insaziabile di felicità. Il mese di maggio risveglia una sorta di sete di amore inappagata: le serpi e il gufo si fanno allegoria di presagi funesti. L’infelicità talvolta oscura la mente umana come una nuvola di pioggia passeggera, forse il presentimento del limite, della fine di tutte le cose.

Il “Maggio”, originariamente cantato per salutare la primavera e le ragazze da marito, sviluppa nei secoli una sua forma drammatica, che coinvolge nella sua esecuzione le popolazioni lunigianesi e versiliesi nella duplice veste di attori e di pubblico. Diventa così una forma di teatro popolare diffusa nella zona dell’appennino tosco-emiliano che ha una storia antica e stratificata. È sufficiente ricordare che dal XVII secolo al XVIII secolo sono molte le attestazioni di divieti da parte delle autorità politiche del territorio lucchese, massese e lunigianese a cantare il maggio. La forma attuale risale all’Ottocento e narra in genere uno scontro tra due fazioni, spesso turchi e cristiani, simboleggiando l’eterna lotta tra il bene e il male. Nasce dalle sacre rappresentazioni, ma nel tempo le imprese guerresche e gli amori profani sostituirono gli argomenti religiosi. Non esistono Maggi stampati, si trovano invece manoscritti verseggianti gli stessi argomenti di poeti diversi, il “Maggio di Giuletta e Romeo”, “Pia de’ Tolomei”, i “Vespri Siciliani”, “Niccolò de’ Lapi” sono i Maggi più conosciuti.

Quello che oggi è uno spettacolo per ricercatori che amano scoprire antiche tradizioni, coinvolgeva tutto il paese in lunghe preparazioni. Le rappresentazioni del Maggio avvenivano in uno spazio aperto, poco fuori dall’abitato, la cui forma circolare era delimitata dal pubblico stesso che si disponeva a cerchio per assistere. La rappresentazione comincia con una processione di “maggianti” che, al suono dell’orchestra, delimitano lo spazio in cui avrà luogo l’azione drammatica. La recitazione dei maggianti è stilizzata e i loro gesti hanno valore simbolico: ad esempio un maggiante che si muove con passo lento indica che il personaggio sta compiendo un viaggio. I maggianti cantano la loro parte con schemi metrici ben definiti, che in genere derivano da quelli classici della poesia italiana (ottave, quintine e quartine di ottonari, endecasillabi). Spesso anche le trame sono tratte dai classici epico-cavallereschi della letteratura italiana come l’Orlando Furioso e la Gerusalemme Liberata.

Gli attori vestono costumi di pura fantasia, sgargianti oltre ogni limite perché il maggiante deve essere una figura fuori dalla vita usuale, figura grottesca come un guerriero di legno, la corazza fatta di tondini di latta forati, i movimenti esagerati e la voce solenne, perché il Maggio non è verista, le gesta sono compiute come nelle favole, con l’ingenuità e la morale delle favole. La scenografia è lasciata all’immaginazione e a un po’ di vino rosso con cui si innaffiano le pause tra un esibizione e l’altra. Fondamentale è il rapporto tra spettatori e attori: se da una parte l’illusione scenica è violata senza difficoltà e l’attore, terminata la propria parte, si siede tranquillamente in mezzo al pubblico, dall’altra il pubblico rimane estremamente coinvolto nello spettacolo, fino a diventare parte integrante con grida di avvertimento ai personaggi minacciati dai cattivi. Un ruolo del tutto particolare è svolto dal Capomaggio che funge da suggeritore e da coordinatore della rappresentazione. Grande rilievo nel Maggio ha anche la danza che chiude la rappresentazione e risolve l’espressione dei combattimenti con semplici coreografie. Le compagnie dei Maggianti si spostano sul territorio apuano e rappresentano i Maggi ovunque vi sia richiesta.

Del resto i «maggi» stessi hanno richiamato anche l’interesse di poeti e letterati, che da Carducci a Pascoli arriva a Pea e Ceccardo Roccatagliata Ceccardi. A dare forma al Maggio contribuiscono gli studi di Alessandro D’Ancona, che ha rintracciato le origini del Maggio nelle sacre rappresentazioni rinascimentali di area fiorentina. Mentre Paolo Toschi ne ha studiato gli aspetti folclorici legati ai riti primaverili della fecondità. Adriano Prosperi ha sottolineato l’importanza dell’intervento dei Gesuiti nella diffusione di forme teatrali popolari come il Maggio, vietate in un primo momento dalla Controriforma perché veicolo di una religiosità non ortodossa. Le festività tradizionali legate ai cicli della natura e le rappresentazioni teatrali ad esse connesse sono reinterpretate in forme tali da poter essere strumento di diffusione del cattolicesimo ufficiale. Fabio Baroni ha ribadito la necessità di un approccio allo studio del maggio che tenga conto della sua stratificazione storica e che quindi rinunci ad ogni tentativo di interpretazione unilaterale.

La tradizione è rimasta viva fino ai primi anni del Novecento ed è scomparsa dopo la grande guerra in un periodo difficile per la sopravvivenza delle tradizioni antiche. Oggi dei Maggi e dei maggianti, che Enrico Pea (Seravezza 1881-Forte dei Marmi 1958) ha descritto e amato, dopo un lungo periodo di oblio, si torna a parlare, interesse per eruditi, attrazione per attenti turisti, semplicemente scoperta di un modo di sentire genuino che il Maggio ha incarnato.


       Il “Maggio”, lo spettacolo all’aperto eseguito dal popolo, Pea l’ha guardato con l’occhio di poeta e la nostalgia di un mondo ingenuo. Il volumetto (Il Maggio in Versilia, in Lucchesia e in Lunigiana, come lo ha visto Enrico Pea, Carpena Editore, Sarzana 1951), con tavole colorate, descrive i Maggi come l’autore li ha visti sul prato di Seravezza o a Strettoia presso la chiesa e il fiume, dove in un’aria di tempi lontani parevano riti normali. Così rivive il “maggiante sdegnato”, Cecco del Moro: “Aveva, Cecco del Moro, una testa di capelli crespi e neri, e gli occhi vivi irrequieti molinava sul pubblico, sull’esercito avversario, sul re Cristiano, senza posa. Ma quando doveva incrudelire con le donne, metteva gli occhi a terra, alzava le mani alla fronte e si piegava sulla vita quasi a inchinarsi dolorosamente, perché non avrebbe voluto essere duro se la parte non ve lo costringeva”. E attorno si sente la presenza della gente attenta, commossa esultante, che ride e urla. I colori accesi, gli elmi, le corazze di latta e Giovanna d’Arco che dopo il martirio “si alzava la gonna troppo lunga e ballava con il suo Angiolo, che si era alleggerito delle ali di cartone”, sono visti e uditi nella loro declamazione cantata, e nei lamenti di amanti imprigionati o di amate prossime a morire. I versi, con quel loro sapore semiculto, in mezzo alla vita vera del “maggio” prendono sapore con tutto l’insieme. E il nostro popolo, “feroce fino ad accoltellarsi in rissa”, canta in rima e si commuove».

       Per Pea il Maggio è solenne: non è veri­sta. “I personaggi sono grotteschi. Il procedimento è lineare, semplice: ma inverosimile. Le gesta sono compiute come nelle favole, con l’inge­nuità delle favole. Spesso il Maggio è vicino alla tragedia eschilea come contenuto, ma senza regole di tempo luogo azione”. Il Maggio è dunque una vicenda eroica cantata con un motivo che non varia. I metri di quei testi poetici ricordano Tasso, Ariosto, Dante: “L’usanza di cantare i poemi classici è anche dei pastori, delle raccogli­trici di olive e di castagne. Questo uso lo hanno anche i cavatori di marmi e i marinai”. Un mondo semplice, quale si era im­presso nella sua immaginazione alle parole e all’aspetto del nonno, che “parlava della vita e della morte, di Dante, dell’amore e del fieno primaticcio, concitatamente, socchiudendo e spalancando gli oc­chi, come se fissasse delle immagini, quando si accalorava in cose di poesia…”(Moscardino,Milano, 1922).


       Diverso è il Cantamaggio augurale che ogni anno si rinnova nei paesi del nostro Appennino. Da Borgotaro a Bedonia, da Tornolo ad Albareto come da Compiano partono comitive che percorrono decine di chilometri per portare l’augurio di primavera nelle frazioni più disparate. I componenti il gruppo, ai quali lungo la strada si aggregano altri cantanti e suonatori, iniziano con il «visitare» Gotra, Buzzò e il Costello per poi proseguire verso Montegroppo, Boschetto, Squarci e Cacciarasca. I loro canti invitano ad offrire uova, formaggi o prodotti della terra che verranno poi impiegati come oboli per celebrare funzioni in memoria dei defunti. Ogni famiglia si impegna a preparare torte salate e buon vino da offrire al gruppo che ricambia i doni con allegri canti tipici delle valli dell’Appennino.

A Bedonia sono invece i «Maciapai» ad augurare buona salute e tanta fortuna agli abitanti delle frazioni più dimenticate.

Il gruppo presieduto da Paolo Bertoli, celebre fisarmonicista conosciuto in tutti i più rinomati locali dedicati al ballo liscio, inizia di buon ora con la prima colazione al Ceio, una frazione a monte di Bedonia. Il viaggio è lungo parecchi chilometri e visita tutte le frazioni del circondario di Bedonia: a mezzogiorno concerto nella piazza centrale del comune e poi via verso Compiano per salutare gli ospiti della casa di riposo Rossi Sidoli.

I «Maciapai» si incontrano a tarda sera con gli amici di Bardi e di Credarola a Cereseto per festeggiare e cenare con piatti a base di funghi prugnoli. A Tarsogno è invece la banda musicale del paese che con allegre marcette porta l’augurio di primavera a tutti gli abitanti. Il complesso si dà appuntamento alle otto davanti alla chiesa parrocchiale per poi scendere alle frazioni di Marzuola, Boresasco e Breila. Dopo la pausa di mezzogiorno, la banda risale verso Miramonti e quindi prosegue verso le altre frazioni di Tarsogno.

La capitale di questa tradizione resta però la Valceno. Ad Anzola, un pullman coloratissimo parte all’alba del primo di maggio col gruppo dei Cantamaggio che è stato ospite di diverse trasmissioni televisive. I Cantamaggio della Valceno si fermano in tutte le piazze delle frazioni e cantano, accompagnati da ben sette fisarmoniche, i loro inni alla primavera e l’augurio di un buon raccolto per i contadini. Alle 17 rientrano ad Anzola e sfilano fino al centro del paese dove viene accolto da una torta gigantesca offerta a tutti i presenti.

Ciò che caratterizza i riti del Cantamaggio è il grande legame degli abitanti dell’Appennino che tornano per creare con gioia e spontaneità un clima festoso. Dimenticato è il rito del “piantar maggio”, la festa del corteggiamento e dei fiori, del quale si conservano ancora testimonianze nella vicina Garfagnana. Consisteva nell’infiggere un albero tagliato in mezzo alla piazza, attorno al quale si svolgevano danze e banchetti. Ad un ramo appeso di nascosto alla finestra di una fanciulla era affidato un discreto messaggio d’amore. Quella di «piantar maggio» era una tradizione antica e diffusa in tutta Europa. La notte fra l’ultimo giorno di aprile e il primo di maggio, i giovani della comunità piantavano rami, mazzi di fiori, giovani alberi nella piazza del paese e davanti alla casa della fanciulla alla quale si voleva rendere omaggio. «Piantare il maggio» era una festa agraria di fertilità, un’occasione di corteggiamento per i giovani e di curiosità per tutti i membri delle piccole comunità, che vedevano esposte e pronte ad essere interpretate le reti dei legami affettivi. Col tempo il rito si trasforma cristianamente rivolgendo alla Vergine Maria gli omaggi e le offerte floreali in segno di devozione, di qui l’origine dei culti mariani del mese di maggio che tuttora si praticano. I fiori si trasformarono in «fioretti», piccole rinunce o atti di virtù da offrire alla Madonna. Tuttavia almeno in campagna il maggio, nonostante fosse stato forzato ad assumere un significato devozionale, ha continuato ad essere percepito come un’occasione gioiosa e festiva. Nelle campagne dell’Appennino la festa del maggio continua a interrompere la fatica del lavoro quotidiano, soprattutto nella versione di serenate fatte a ragazze o di piccole rappresentazioni teatrali a contenuto amoroso. È alle evoluzioni di questa tradizione che dobbiamo sia la pratica di piantare l’albero della libertà, invalsa nella Rivoluzione francese, sia l’attuale festa del Primo Maggio.

Di origine antichissima, dunque, il Cantamaggio si ricollega alle feste pagane per propiziare la fertilità dei campi e l’abbondanza dei raccolti. I lavori dei campi segnano nel corso dell’anno ritmi ciclici e il loro esito è affidato alla natura. L’avvicendarsi delle stagioni è visto perciò dal contadino come il rinnovarsi di un miracolo, in coincidenza del quale occorre compiere riti propiziatori e ingraziarsi la divinità. Di queste feste primaverili in val di Magra il principale custode è il paese di Montereggio, la patria dei librai ambulanti che nel 1952 hanno fatto nascere il Premio Bancarella. Il Cantamaggio montereggino continua a mantenere alcune caratteristiche e a rinnovare certi rituali. Le rappresentazioni vengono all’aperto e vi partecipano i paesani addestrati dal capo-maggio. I testi sono cantati su una melodia ripetuta all’infinito; i costumi sono pittoreschi e quasi sempre poveri. I maggianti portano di casa in casa l’augurio di ritrovarsi insieme, dopo i lunghi mesi d’emigrazione trascorsi lontano dal paese.

Il canto è costituito da una serie di strofette o stornelli, che i maggianti intonano di porta in porta, nei borghi della valle, per la giornata del primo maggio. “È arrivato il maggio bello / Che s’è messo già il cappello; / Un maggio a questo, un maggio a quello, / È arrivato il maggio bello…”. Il coro intona la stanza d’apertura, al suono dell’armonica che ripete lo stornello: “Sulla cima dell’alto faggio / è arrivato il cardellino / col suo canto graziosino / va dicendo “Viva maggio” / sulla cima dell’alto faggio”. I maggianti, passando di casa in casa, salutano le famiglie augurando felicità e benessere. Alla strofa, quasi sempre la stessa, si aggiunge di volta in volta il nome del padrone di casa, sollecitando il suo amor proprio attraverso gli aspetti più evidenti dell’ospitalità: gli si chiede di dare da mangiare e bere onorando così il suo buon nome. “I doni raccolti, tutti prodotti locali, andavano un tempo ai poveri del paese, mentre oggi vengono portati all’ospizio per anziani di Pontremoli o agli orfanelli”.

Gli stornelli cantati vengono personalizzati a secondo dell’individuo cui sono rivolti. Ad una ragazza da marito si canta: “Bella bimba innamorata, / Colorita come una rosa, / Tu presto sarai sposa…”. Oppure si richiama il tema della gelosia: “Quel Bertoldo maledetto / mi ha rubato la fanciulla / non me ne importa proprio nulla / quel Bertoldo maledetto”. Alla padrona di casa: “La casa è alta / La padrona è bella, / Lava per casa, / La fa da signorella…”. Al parroco: “E voi, con quel cappello tondo, / Avete un cervello / Che gira tutto il mondo, / Che gira tutto il mondo / Col cappello in mano…”. E, dopo i complimenti, si avanzano le richieste: “Desideriamo sol da bere, / Di buon vino un bel bicchiere, / E se il vino ci fa male / Noi andiam dal salumiere… / Desideriamo sol da bere…”. Così, ottenuto le offerte secondo le possibilità delle varie famiglie, i maggianti salutano: “Noi di cuore vi ringraziamo, / Che il Signore vi mantiene; / Arrivederci l’anno che viene, / Augurandovi un buon anno / Noi di cuor vi ringraziamo…”.

Un canto spontaneo che recupera il sapore delle antiche cerimonie della primavera. Con i cappelli ornati di fiori, i fazzoletti verdi e gialli al collo, l’allegra brigata dei maggianti montereggini gira al suono della fisarmonica a raccogliere nella gerla uova, salumi, focacce, formaggi, castagnacci e ricotte che le famiglie donano in cambio di un canto o di una strofa dedicati ai loro cari. La lieta brigata visita i borghi delle valli circostanti, Suvero, i Casoni, Pieve di Zignago, per far ritorno al paese al tramonto del sole. E con il far della sera Montereggio si anima di spontanea allegria, tra canti e ricordi accompagnati ancora dalla fisarmonica, dove i nostri emigranti provano le emozioni che rinnovano il profondo legame col paese da cui sono partiti i loro nonni e bisnonni.

Giuseppe Benelli, Il Maggio e il Cantamaggio dell’Appennino lunigianese, pubblicato in Trionfi di Primavera. Pensieri, ricordi, emozioni, avventure in prosa e in poesia,R. Gambini (a cura), Collana il timone, Le Edizioni del Porticciolo, La Spezia 2023, pp. 24-32.

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