
L’Associazione “Manfredo Giuliani” per le Ricerche Storiche ed Etnografiche della Lunigiana nacque nel 1969. Alle origini era costituita da una ventina di soci ed oggi vanta oltre cinquecento tesserati. Primo presidente del sodalizio fu Germano Cavalli (nato nel 1934), che ha ricoperto ininterrottamente l’incarico da allora fino ad oggi. E’ stato fondatore della rivista “Studi Lunigianesi” e del Museo Etnografico della Lunigiana, del quale è Direttore onorario. Unendo rigore scientifico ad una grande carica di passione è diventato il tramite fra la vecchia e la nuova generazione di studiosi, calamitando, nel tempo, intere schiere di appassionati e ricercatori.
Ci rivolgiamo a lui, in prossimità del 50° anniversario dell’associazione, per comprendere come è entrato nel mondo della storia locale e per conoscere passato, presente e futuro del celebre sodalizio lunigianese.
Quando ha iniziato a coltivare la storia e l’etnografia locale?
Devo dire che fin da bambino sono sempre stato attratto dai racconti che faceva mio padre. Portandomi in collo mi parlava dei marchesi e delle tradizioni. Io credo di aver assaporato, negli anni della fanciullezza, i primi germi di quella che poi è stata una delle passioni della mia vita. Naturalmente questi erano sogni perché poi la mia formazione scolastica mi ha portato al di fuori di questi interessi che però ho saputo mantenere vivi dentro di me. Sono sempre stato attratto e affascinato dalla storia in generale ma, soprattutto, dalla storia locale. Finiti gli studi e trovandomi nelle condizioni di avere un po’ più di tempo disponibile ho cercato di cogliere un momento importante nella storia dell’associazione che non era ovviamente ancora sorta. Il motivo era questo: negli anni ‘cinquanta e negli anni ‘sessanta c’era, non soltanto in Lunigiana, una “forma mentis” particolare, ovvero una forma di reazione nei confronti di quella che era stata la guerra e quindi c’era una propensione, a mio avviso, molto pericolosa per quanto riguarda il nostro territorio, perché si tendeva a cancellare tutto il passato che ricordava fame, stento, freddo, paure, terrore, fucilazioni … Era stata messa in atto un’azione distruttrice che non badava a nulla. Tutto ciò che apparteneva al passato doveva essere demolito, doveva essere dimenticato. Faccio degli esempi: si parlava di abbattere le chiese, quelle che erano deteriorate, per ricostruirle nuove; si cancellavano tracce nei paesi e, soprattutto, c’era la tendenza a deridere la cultura orale.
La mia vocazione etnografica nasce dalla spinta antropologica. A un certo punto io ho avuto la fortuna di incontrare tanti giovani sensibili, irrequieti e intelligenti che avevano i miei stessi interessi e ci si chiedeva: era giusto disperdere le nostre tradizioni e il nostro patrimonio culturale, cioè la parte orale della cultura? Mi riferisco alle canzoni, ai proverbi, al modo di comportarsi, al modo di pregare, al modo di lavorare, al modo di vivere. C’era la tendenza a cancellare tutto questo mondo mentre stava prendendo forma il consumismo, il lavoro di serie, quello che ha portato alla fine del nostro artigianato.
Quali sono stati i suoi “maestri”?
Ho avuto l’opportunità di conoscere i miei “maestri” durante e dopo la costituzione dell’associazione. Manfredo Giuliani è stato il primo di tutti e, sicuramente, il più importante.
Ho avuto la fortuna di essere accolto nella sua casa ed essere considerato suo amico. Mi aspettava a Pontremoli. Mi aveva dato l’incarico di rimettere a posto tutti i suoi libri e in poche parole gli facevo compagnia.
Andavo volentieri da lui perché ricevevo forti stimoli formativi e vedevo che il modo con cui concepiva la storia era tutt’altro che accademico. Grazie a lui ed ai suoi insegnamenti noi abbiamo cercato di proporre una forma di “democratizzazione della cultura”. Non è che in Lunigiana non ci fosse la cultura del territorio: questa comunicazione però era gestita dalle Deputazioni, dalle Sovrintendenze e dalle Accademie. Il grande messaggio che partiva da queste istituzioni culturali arrivava con fatica alla popolazione che nel frattempo si era fortemente incuriosita. Noi abbiamo cercato di fare da tramite.
Ritengo miei “maestri” anche Augusto Cesare Ambrosi e l’ingegnere Mario Niccolò Conti. Loro sono stati veri e propri punti di riferimento per l’associazione. Con loro ho collaborato a fare ricerche e, nei tempi successivi, ad istituire musei.
Inoltre rammento con piacere il marchese Gian Carlo Dosi Delfini, che guardò con occhio davvero benevolo la nostra associazione. Insieme a Nicola Zucchi Castellini ed al generale Cesare Reisoli venne spesso a Villafranca ad ascoltare il nostro gruppo di giovani che, invitati, cominciavano a tenere relazioni e conferenze di successo sul territorio.
Come è nata l’Associazione da Lei presieduta? Ci parli delle prime indagini del sodalizio.
L’associazione, pur essendo stata intitolata a “Manfredo Giuliani” nel 1969, era già esistente nel 1964. Non aveva un nome. Era il Centro (Circolo) di studi lunigianesi. Facevano parte di questo gruppo una ventina di giovani.
Provai davvero grande soddisfazione quando alcuni professori come Ugo Pagni, Giulivo Ricci, Vasco Bianchi ci chiesero di far parte del nostro gruppo di lavoro. Questo ci ha permesso di mettere radici anche nel mondo della scuola ed è stato un fatto rivoluzionario per me perché per la prima volta sia i maestri sia i professori sconfinavano nella storia del territorio.
Quando facevamo ricerca ci riunivamo ovunque. Per esempio ricordo i primi scavi con il professor Fernando Leviti alla fornace di Bagnone. Rammento, inoltre, quando abbiamo ricercato il primo tratto di Via Francigena lastricato, tra San Rocco di Virgoletta e Fornoli. Siamo andati a riscoprirla, l’abbiamo trovata, l’abbiamo ripulita. A quel tempo nessuno, a parte gli addetti ai lavori, sapeva cosa fosse la Francigena!
Qual era l’ “humus” in cui nacque la “Manfredo Giuliani”?
Inizialmente c’era disorientamento. Noi non capivamo, giovani come eravamo, a quel tempo, come si potessero disperdere dei patrimoni del territorio. E senza sapere cosa fosse l’identità culturale ci sentivamo attaccati alla nostra terra al punto tale che non avremmo mai voluto perdere le forme dialettali, i modi di dire, i modi di essere, i comportamenti. Sia chiaro! Quando parlo di antropologia non parlo dell’antropologia nel senso noto bensì di quel tipo di antropologia che si riferisce ai comportamenti dovuti agli episodi storici, alle mutazioni storiche. Le mutazioni storiche comportano sempre dei mutamenti nuovi. La Lunigiana in quel tempo aveva terminato un suo ciclo. Villafranca era chiamata la “Manchester della Lunigiana” perché c’era l’industria bellica. Quando venne distrutta l’industria bellica e, ovviamente, non venne riproposta, noi ci trovammo con una popolazione formata da tanti, tanti giovani e da tante persone che avevano lavorato per anni in queste fabbriche. Finito questo periodo loro si sono trovati tutti spiazzati ed è cambiato un comportamento. In questa caduta di comportamento noi abbiamo colto un atteggiamento mentale di chiusura che sbarrava la strada a quelle ansie generatrici che in quel momento noi giovani sentivamo, pertanto dovevamo mantenere il collegamento tra il nostro passato e il nostro presente di allora.
Perché l’associazione è stata intitolata proprio a Manfredo Giuliani (1882-1969)?
Perché lui era il fulcro di tutte le nostre attività. Condividevamo a pieno la sua comunicazione, gli interessi. Lui, che mi aveva spronato, incoraggiato e mi aveva lasciato tutti i suoi insegnamenti, morì il 30 giugno 1969. Appena riunii il mio gruppo fu scontato intitolargli l’associazione.
Com’era lo storico Manfredo Giuliani?
Manfredo Giuliani era una persona seria e molto riservata. Parlava con gli occhi. Quando mi vedeva si illuminava. Mi ha sempre dato del “Lei”! Aveva una grande opinione dei giovani che si rivolgevano a lui. La sua disponibilità era totale e assoluta però era molto selettivo. Aveva il dono di saper conoscere le persone.
Qual è il metodo al quale ha fatto riferimento la “Manfredo Giuliani”?
Non ci sono dubbi: la Scuola delle Annales francesi! Manfredo Giuliani a mio parere è stato un precursore della Scuola delle Annales! Nessuno l’aveva intuito. Noi abbiamo cercato di mettere in atto la sua forma di comunicazione. Bastava avere la possibilità di creare il filo rosso che congiungesse la voce che parlava e l’orecchio che ascoltava. Manfredo Giuliani diceva che la storia non si legge solo sui documenti. Se manca il documento nulla è perduto! Non è detto che un paese perché un fulmine si è abbattuto sulle carte o i topi hanno divorato l’archivio non abbia storia. Il compito dello storico è quello di saper ricostruire il passato. Però ricostruendolo soltanto rigorosamente con i metodi scientifici a disposizione. A quel tempo non c’era il computer, non c’era neanche la fotocopiatrice. Tanto è vero che quando Manfredo Giuliani mi dava i suoi scritti ai quali teneva molto e che gli dovevo restituire, io li copiavo tutti a mano e li conservo ancora oggi! Giuliani diceva che la storia di un territorio non è soltanto quella dei marchesi e dei vescovi. Bisogna andarla a leggere nelle pietre e nei borghi, nelle cantilene, nelle forme dell’artigianato. Allora mi faceva vedere quando nella rivista del “Touring Club” aveva pubblicato il “mondo” degli artigiani di Bratto. In poche parole il suo campo d’azione era tutto. Tutto faceva storia! Il senso dell’antropologia storica io l’ho imparato da lui. Ma soprattutto io devo a Manfredo Giuliani la conoscenza di Giovanni Antonio da Faye! Fu lui a spiegarmi l’importanza della sua “Cronaca”! Per realizzare il volume sullo speziale di Malgrate gli chiesi la sua approvazione e lui naturalmente mi autorizzò a pubblicarla.
Ricordo inoltre quando gli dissi: “Saremmo intenzionati a ripubblicare tutto il suo lavoro o per lo meno una sintesi. Come vorrebbe che si chiamasse una raccolta dei suoi studi?” Lui mi rispose: “Saggi di storia lunigianese”. E noi della “Manfredo Giuliani” siamo stati fedeli alle sue parole pubblicando il volume nel 1982, in occasione del centenario della sua nascita, proprio con quel titolo.
A proposito del metodo degli storici francesi segnalo volentieri che nel 1983, mentre mi trovavo a Parigi per parlare del nostro Museo, sono stato invitato dall’équipe del professor Fernand Braudel a partecipare ai lavori che si tenevano presso la Maison des cultures du monde.
All’inizio degli anni ‘sessanta si verificò, anche in Lunigiana, un marcato interesse ed una crescente curiosità nei confronti delle “statue stele”, quelle misteriose sculture di pietra che ogni tanto riaffioravano nei terreni della Val di Magra. La stampa dava risalto ai ritrovamenti. Ci può presentare le prime scoperte che hanno visto come veri protagonisti Lei e la sua associazione?
C’ero! Con Ambrosi! Delle statue stele nessuno parlava! Non è che fossero sconosciute: alcune erano state utilizzate come fastigi di fontane, oppure reimpiegate nelle costruzioni. A un certo punto il clima è diventato maturo. Il professor Ambrosi è stato formidabile, fondamentale. Ne ha capito subito il significato, non solo in senso storico e archeologico, ma anche nel senso di strumento da sfruttare in chiave turistica. In quel momento era in atto pure il recupero dei castelli con la legge di Valdo Spini. A un certo punto bisognava dare la destinazione d’uso. Se noi avessimo avuto la forza di proporre una destinazione d’uso significativa avremmo potuto recuperare un castello. Cosa c’era di meglio che restaurare il castello del Piagnaro di Pontremoli per ospitare le statue stele? Eravamo tutti d’accordo! Da quel momento partì l’operazione destinazione d’uso Museo delle Statue Stele e fu una rivoluzione in Lunigiana!
Questo fu il momento in cui il gruppo di lavoro della nostra associazione, che era impegnata nella ricerca degli oggetti e degli strumenti di lavoro da esporre nel costituendo Museo Etnografico della Lunigiana, interruppe momentaneamente la propria attività per potersi dedicare interamente all’archeologia del territorio e il gruppo di ricerca etnografica si trasformò di fatto in un gruppo di ricerca archeologica.
Prima abbiamo effettuato l’esplorazione di superficie, raccogliendo quelle che erano visibili come pietre d’angolo, davanzali di finestre, mensole di camino o fastigi di fontane, poi abbiamo compiuto una ricerca sistematica sulle persone che avevano avuto a che fare con le statue stele. Nel frattempo il professor Bellegotti di Bagnone nel castagneto della selva di Filetto aveva trovato delle statue stele e siamo venuti a sapere che il Museo Pigorini delle arti e delle tradizioni nazionali a Roma all’Eur era interessato ad acquistarle. L’eco di queste notizie era simile a quando in California hanno trovato l’oro!
Inizialmente il sindaco di Villafranca voleva tenere le stele nel suo comune e questo pensiero è stato abbracciato nel tempo da molti sindaci che avrebbero preferito conservare le stele rinvenute nel loro territorio. Noi dell’associazione, però, insieme ad Ambrosi, avevamo lanciato un messaggio netto e forte: le stele non dovevano disperdersi bensì dovevano andare tutte a Pontremoli! In attesa dei lavori al castello le stele furono provvisoriamente raccolte nel 1969 presso il Deposito archeologico di Casola, per poi essere sistemate nel Museo delle Statue Stele, inaugurato nel 1975.
Le nostre ricerche furono davvero fruttuose. In un avvio migliore non avremmo potuto sperare perché fummo artefici di due consecutivi importanti ritrovamenti: quello della statua stele femminile di Treschietto, con tanto di seni e di collana, e quella maschile di Canossa, munita di pugnale contenuto in un insolito fodero rettangolare. L’impegno della “Manfredo Giuliani” per il ritrovamento delle statue stele è stato davvero intenso in questi anni. Non a caso coloro che hanno effettuato il nuovo allestimento del Museo, inaugurato nel 2015, mi hanno voluto gratificare riconoscendomi un posto di rilievo tra gli storici che si sono occupati dell’argomento.
Negli anni ‘settanta sorsero altre associazioni sul territorio: Giulivo Ricci nel 1972 creò il Centro Aullese di Ricerche e Studi Lunigianesi, oggi a lui intitolato e la rivista “Cronaca e Storia di Val di Magra”; nel 1975 Vasco Bianchi diede vita all’Associazione Culturale Pontremolese, che oggi porta il suo nome. Che spazio si ritagliò in quel frangente la sua associazione?
Questo è importante! Sia Giulivo Ricci che Vasco Bianchi militavano nella “Manfredo Giuliani”. Furono loro a chiedermi se era opportuno istituire sul territorio altre associazioni culturali. Io ho partecipato con grande entusiasmo alla nascita di queste associazioni perché davano il senso di aver capito tutto quello che c’era da fare. Il nostro obiettivo, infatti, era quello di realizzare una dimensione territoriale. Il senso del territorio l’abbiamo creato proprio in quel momento perché l’associazionismo culturale è nato e si è diffuso da membri della “Manfredo Giuliani” che a loro volta hanno fondato istituzioni. Abbiamo messo in atto una grande collaborazione sia con Giulivo Ricci che con Vasco Bianchi. Il concetto è stato quello di promuovere una visione totale del territorio. Cominciava a far capolino la connotazione di qualcosa che era ancora allo stato diffuso. Queste cose dall’alto c’erano già tutte. Non abbiamo inventato nulla. Diciamo che “democratizzando la cultura” l’abbiamo diffusa e estesa a masse sempre più vaste della popolazione.
Tutto il nostro lavoro alle origini è stato apprezzato dal marchese Dosi ma devo dire che è stato ben visto anche dai professori delle Università. Come noto noi siamo sempre stati disponibili a collaborare con tutti, anche con i docenti degli atenei. Mi fa enormemente piacere ricordare che il linguista e glottologo Giacomo Devoto nel 1974 venne a Villafranca a presentare il libro “Componimenti di letteratura tradizionale lunigianese”, curato da Patrizia Maffei Bellucci, con i contributi di Alberto Nocentini e Riccardo Boggi.
La “Manfredo Giuliani” è protagonista anche del “Premio Lunigiana Storica”, fondato nel 1984 dal professor Enzo Artemio Baldini con il patrocinio del comune di Licciana Nardi. Come è nato e cosa rappresenta oggi?
Molti dimenticano che il “Premio Lunigiana Storica” è nato durante la celebrazione dei cento anni della nascita di Manfredo Giuliani. Immediatamente il sindaco Enzo David Belli intuì l’importanza del progetto.
E’ stata una cosa molto importante perché ha permesso di richiamare in Lunigiana personaggi della cultura italiana. Penso a Luigi Firpo, a Cesare Vasoli, a Geo Pistarino e ad Angelo Del Boca, tutti nostri maestri, che erano con noi nella giuria del Premio. In primo luogo essi hanno legittimato il nostro lavoro. Sono venuti in Lunigiana ed hanno apprezzato le istituzioni dei musei che non erano solo quello Etnografico e quello delle Statue Stele ma anche il Museo del Territorio di Casola e il Museo di Storia Naturale ad Aulla. Faccio notare che tutti questi musei sono sorti grazie alle associazioni che li hanno donati alle istituzioni. Ciò rappresenta la forza dell’associazionismo culturale locale! Il Premio, però, è stato istituito per gratificare i giovani, che possono partecipare proponendo le loro ricerche e le loro tesi di laurea sulla Lunigiana.
Quando e perché è sorta la rivista “Studi Lunigianesi”?
E’ stata la nostra prima pubblicazione. Un lavoro semplice: “Villafranca nel Ducato di Parma (1848-1859)”. Ho radunato il gruppo, che non era ancora la “Manfredo Giuliani”. Siamo partiti chiedendoci perché a Villafranca ci fosse scritto “Provincia di Pontremoli”. Come noto Pontremoli era stata la nostra “capitale”. Ho pregato gli amici del circolo di ricercare informazioni nei vari archivi del territorio ed a ciascuno è stato assegnato un compito. È stata la prima volta di un lavoro d’équipe. Nel frattempo era morto Manfredo Giuliani e questo è stato il primo numero di “Studi Lunigianesi”, uscito nel 1971, con il mio contributo e quelli di Ugo Folloni, Mario Guastalli, Piero Vietina, Sandro Santini e Mara Cavalli.
Nel corso del tempo l’attività editoriale dell’associazione ha avuto un incremento. Accanto alla miscellanea “Studi Lunigianesi”, pubblicata ininterrottamente (è in via di stampa il nuovo numero), sono sorti i “Quaderni dell’Associazione”, i “Quaderni della Memoria” e i “Quaderni di Bagnone”.
Da quattordici anni si svolgono, in estate, riscuotendo grande popolarità, le “Serate Lunigianesi”, ovvero cicli di incontri a carattere storico-culturale che animano i piccoli borghi dei comuni della Provincia. Ci può spiegare come è nato questo progetto e come si sta evolvendo?
Questo progetto è nato grazie all’Istituto per la Valorizzazione dei Castelli, allora presieduto dal compianto Domenico Nino Mignani, il quale, a conoscenza che la “Manfredo Giuliani” si rivolgeva ad un vasto pubblico, ha deciso, nel 2003, di fare un accordo con noi e con altre associazioni culturali, per realizzare degli incontri laddove erano richiesti dalle istituzioni.
Il successo dell’iniziativa è stato immediato per cui la collaborazione tra i vari enti è tuttora in corso e ci accingiamo ad organizzare la 15a edizione.
Lei, dal 2014, è anche socio emerito della Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi. Ci può raccontare i suoi esordi nella Deputazione?
Ricordo bene quel momento! Fu Manfredo Giuliani, il mio grande maestro, ad affermare che ero uno “studioso della storia dei Malaspina” e meritavo di far parte della Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi! All’epoca il Presidente era Francesco Borri. Io, forte della nomina e dell’entrata, ho avuto la possibilità di godere del momento magico di Pontremoli in Deputazione con il marchese Gian Carlo Dosi Delfini, Augusto Cesare Ambrosi e Nicola Zucchi Castellini.
Quindi ho partecipato non soltanto alle sedute di Pontremoli ma anche a quelle di Parma e ho stretto amicizia con molti soci emiliani. Convivialmente ci siamo messi a parlare e sono stato sufficientemente fortunato perché ho trovato studiosi, a Parma, che mi hanno stimolato per fare una ricerca sulle antiche misure in uso in Lunigiana prima dell’introduzione del sistema metrico decimale.
Mi sento onorato di far parte della Deputazione!
Ci può fornire il documento con il quale Manfredo Giuliani la presentò in Deputazione?
Ecco la lettera, datata 26 ottobre 1966, che scrisse Manfredo Giuliani per presentarmi in Deputazione: “Gentilissima signora [Giuseppina Allegri Tassoni, segretaria della Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi], il giovane Cavalli Germano, residente a Villafranca in via della Chiusura n. 12, è uno studioso di storia feudale dei marchesi Malaspina di Villafranca e dei feudi viciniori che ha dato qualche buona prova in conferenze tenute a Bagnone e Villafranca. Soprattutto è notevole in lui lo spirito che pone nelle ricerche e nello studio dei documenti malaspiniani e del materiale epigrafico che raccoglie pazientemente e salva dalla distruzione degli uomini e dalla caducità del tempo. E’ diplomato alle scuole medie superiori ed insegna materie tecniche in un istituto professionale di stato. Per i suoi interessi culturali e per la passione della ricerca è meritevole per ora di essere annoverato tra i soci aggregati della sezione di Pontremoli della nostra Deputazione. Distinti saluti. Manfredo Giuliani.”
Lei è membro pure dell’Accademia Lunigianese di Scienze “Giovanni Capellini” della Spezia, costituita il 1° gennaio 1924 come naturale erede della Società Lunigianese di storia naturale “Giovanni Capellini”, fondata nel 1919. Ci può illustrare i primi rapporti tra la “Manfredo Giuliani” e l’Accademia spezzina?
Sono fondamentali. Quando l’Ingegner Mario Niccolò Conti negli anni ‘sessanta venne nel nostro gruppo ci diede subito dei compiti da svolgere. La vecchia chiesa di Pisciola, ad Arpiola, l’abbiamo trovata grazie all’Ingegner Conti!
Noi dell’associazione lo teniamo in grande considerazione. Lo riteniamo un nostro vero “maestro”. C’è stato un momento in cui noi eravamo tutti ai suoi ordini. Prima facevamo delle indagini e delle esplorazioni non organizzate, come potevamo, un po’ all’avventura. Lui ci ha fornito il metodo per fare la ricerca d’archivio. Sostanzialmente, in poco tempo, tra l’Ingegner Conti, Presidente dell’Accademia, e il nostro gruppo si è creato un connubio indissolubile.
Un giorno l’ingegner Conti mi propose: “Cosa ne dice se facciamo a Villafranca la tornata dell’Accademia Capellini?” Non solo, aggiunse: “Voglio che Lei partecipi e dica che nasce la «Manfredo Giuliani»”! Fu così che il 5 ottobre 1969 l’Ingegner Mario Niccolò Conti tenne a battesimo la nostra associazione. Si portò dietro tutti gli studiosi più importanti della Spezia, i componenti delle Deputazioni di Modena e di Parma. Ricordo, in quell’occasione, il sindaco Pietro Cirelli davvero raggiante nel vedere tutti i convenuti, tra i quali, ovviamente, c’era anche il marchese Gian Carlo Dosi Delfini, divenuto Presidente della sezione pontremolese della Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi dopo la scomparsa di Manfredo Giuliani.
Lavorando con noi l’Ingegner Conti ci forniva indicazioni preziose di ricerca. Quello fu un momento eccezionale per i rapporti con la “Capellini!” Lui mi volle nel consiglio di amministrazione dell’Accademia!
Con l’Accademia “Capellini” ho sempre avuto un ottimo rapporto, come con la Deputazione.
La “mission” della “Manfredo Giuliani” è variata negli anni?
La “mission” della Manfredo Giuliani non è variata! E’ sempre stata “diffusione e condivisione”. La forza della “Manfredo Giuliani” è stata quella di agevolare la fondazione di altre associazioni. Siamo riusciti nel nostro obiettivo, ovvero quello di divulgare e diffondere cultura e conoscenza.
Alla mia domanda: “A cosa serve studiare la storia oggi?”, nel 2004 il celebre medievista Jacques Le Goff (1924-2014) rispose: “La storia serve ad illuminare il presente ed il futuro attraverso una conoscenza del passato che sia in grado di combinare la lunga durata, la continuità e il rinnovamento”.
Chiedo a Lei: oggi è ancora importante studiare la storia locale e l’etnografia? Se “sì”, per quale ragione?
E’ molto importante perché i mezzi attuali ci hanno aperto un panorama enorme di archivi consultabili, per cui noi che pensavamo di avere detto tutto o quasi tutto, ci rendiamo conto che la prateria è talmente vasta che c’è ancora ampio spazio per fare ricerca, per ritrovare rinforzi ed effettuare verifiche. Tante volte l’ampliamento delle conoscenze ci mette nelle condizioni anche critiche di vedere se e dove, eventualmente, abbiamo sbagliato. Non ci sono dubbi: la storia è maestra di vita! Ma soprattutto è la comunicazione che conta. Si fa cultura nel momento in cui 500 persone si iscrivono ad un’associazione culturale. Quando facciamo le “Serate lunigianesi” e tanti partecipano diffondiamo cultura. Tutte le volte che facciamo diffusione facciamo cultura.
Nell’era della globalizzazione anche la “Manfredo Giuliani” è sbarcata su internet, realizzando un suo sito (www.manfredogiuliani.com). Grazie alla rete un celebre studioso giapponese è entrato in contatto con l’associazione ed ora figura tra i tesserati. Ci può raccontare meglio come è nato questo incontro?
Un giorno telefonarono dal Giappone per avere informazioni sulle nostre pubblicazioni relative al cronista e speziale Giovanni Antonio da Faye (1409-1470). Inizialmente pensai si trattasse di qualche addetto culturale d’ambasciata. Quando ho saputo che mi cercava il professor Shunji Oguro, della facoltà di storia della lingua italiana all’Università di Osaka mi sono sentito davvero onorato! Voleva sapere tutto sul da Faye, era intenzionato a conoscermi e ad iscriversi alla nostra associazione. Così il 30 marzo 2016 l’abbiamo volentieri accolto a Villafranca e siamo rimasti in contatto con lui perché parla l’italiano alla perfezione.
Abbiamo compreso che il da Faye gli interessa perché la sua “Cronaca” non è stata manipolata o corretta ma riporta fedelmente cosa è accaduto nel suo tempo, senza mediazioni culturali. Noi, infatti, non abbiamo fatto altro che trascrivere esattamente dal suo manoscritto quello che lui ha riportato.
Il professor Shunji Oguro ha considerato l’opera di Giovanni Antonio da Faye una fonte preziosa dell’epoca perché mette in chiaro com’era la lingua italiana di un cronista.
Che importanza riveste il sito internet per l’associazione?
Riveste una grande importanza perché ha messo nelle condizioni, ancora nello spirito della “Manfredo Giuliani”, di far conoscere tutta la vita dell’associazione: le attività, gli eventi, le conferenze, le pubblicazioni, gli indici dei volumi, ma soprattutto ci ha permesso di rimanere costantemente collegati, in nome di ciò che abbiamo sempre fatto, con tutte le istituzioni e le associazioni culturali.
Perché un giovane, oggi, dovrebbe avvicinarsi alla “Manfredo Giuliani”?
Se sente il desiderio di conoscere, di partecipare alla vita attiva del suo territorio dimostrando un senso etico e civico di quella che è la sua origine è ben accetto. Oggi non ci sono più le situazioni di allora. Tutto è completamente cambiato. Vige la legge del guadagno. Un giovane dovrebbe avvicinarsi per una maturazione. Noi siamo apertissimi ai giovani e fortunatamente ce ne sono ancora tanti: alcuni vengono per fare tesi, altri per fare ricerche, altri ancora perché sono interessati alle loro origini e tanti altri vengono perché sentono la voglia di inserirsi attivamente nel progresso di un territorio che in questo momento è violentato soltanto dal profitto.
L’associazione da Lei presieduta è sempre riuscita a stare al passo con i tempi ed ha visto crescere in maniera esponenziale i suoi tesserati.
Come vede il futuro della “Manfredo Giuliani”?
Il nostro compito in questi anni l’abbiamo svolto perché abbiamo fondato musei, abbiamo creato diffusione, abbiamo trasmesso memorie. Guai se la storia si ferma! La storia deve sempre essere rivisitata.
Noi abbiamo operato con i mezzi che erano a nostro tempo a disposizione. Ci auguriamo che il nostro cammino possa proseguire con lo stesso entusiasmo e la stessa passione, nella speranza che i valori ai quali ci siamo ispirati non vengano mai meno.
Filetto, 16 marzo 2018
Marco Angella, Intervista a Germano Cavalli, Presidente della “Manfredo Giuliani”, in vista del 50° anniversario dell’Associazione, pubblicato nella rivista “Il Porticciolo”, La Spezia, anno XI, n. 2.6.2018, pp. 128 – 137
La rivista “Il Porticciolo” è fondata e diretta dalla professoressa Rina Gambini
Per saperne di più: Visita il sito ufficiale dell’Associazione Manfredo Giuliani, fondata dal Prof. Germano Cavalli, per consultare l’archivio storico e le attività del sodalizio.