Come è noto non è difficile trovare, nelle opere degli scrittori più celebri, uomini citati con l’espressione “da Pontremoli”. Solo per segnalare alcuni esempi basti pensare a “selh de Pontremble”, ovvero il misterioso personaggio, noto per conquiste amorose, uscito dalla penna del famoso trovatore provenzale Arnaut Daniel o Arnaldo Daniello (1150 ca – 1210 ca)[1] e menzionato nella quinta strofa della Canzone “Quan chai la fuelha” (Quando cade la foglia).[2]
Come non ricordare il “cieco da Pontremoli”, ovvero quel maestro perugino che, grande ammiratore di Francesco Petrarca (1304 – 1374), fu citato dal sommo poeta nella VII epistola del XVI libro delle Senili.[3] Il vecchio cieco, che reggeva le scuole di Pontremoli[4], riuscì ad incontrare il Petrarca a Parma nel 1341, dopo aver fatto un lungo viaggio accompagnato dal figlioletto ed in seguito pure coadiuvato da un altro giovane.
Pure Giovanni Boccaccio (1313 – 1375) nel “Decameron”, la sua opera più celebre, ebbe a menzionare un personaggio proveniente dalla cittadina altolunigianese. Si tratta di “Faziuolo da Pontremoli”, citato nella settima novella della terza giornata quale “masnadiero” ovvero, essendo la masnada una milizia irregolare, soldato di ventura.[5]
Peraltro la quarta novella della prima giornata del “Decameron” inizia così: “Fu in Lunigiana, paese non molto da questo lontano, un monistero già di santità e di monaci più copiosi che oggi non è, nel quale tra gli altri era un monaco giovine …”[6] Il celebre critico letterario Vittore Branca (1913-2004) ipotizza che il monastero in questione potesse essere quello benedettino di Montelungo presso Pontremoli[7] o quello di Santa Croce del Corvo di Bocca di Magra dipendente dall’Abazia di San Michele degli Scalzi in Orticaria di Pisa.[8]
Pure Francesco Sacchetti (1332-1400) ebbe a far protagonista di una sua opera un uomo proveniente da Pontremoli. Nella sessantunesima novella del suo “Trecentonovelle” narra la storia di un Bonifazio da Pontremoli che, divenuto ricco di circa 6000 lire di bolognini a provvisione di un certo messer Guglielmo da Castelbarco, fu fatto arrestare dal medesimo.[9]
Per quale motivo? Guglielmo, al quale era venuto il “cosso” (gozzo), non ammetteva che il nostro Bonifazio si permettesse di mangiare i maccheroni col pane in tempo di carestia.
Ebbene a questa carrellata, volontariamente incompleta, di personaggi talvolta protagonisti, talvolta deuteragonisti o semplici comparse di opere che hanno fatto la storia della letteratura, sembra interessante aggiungere un uomo, certamente esistito, vissuto ai tempi di Lorenzo il Magnifico (1449-1492), che richiedeva di diventare “ufficiale dell’arte della lana” a Firenze.[10]
Notizie di questo misterioso personaggio che viene indicato come Ser Bartolomeo da Pontremoli si trovano nelle “Lettere al Magnifico” di Luigi Pulci (1432-1484), peraltro già pubblicate.[11]
In particolare dalla XXII lettera, inviata da Camerino[12], si apprende che Bartolomeo doveva essere un “caro amico” di Giulio Cesare da Varano (1434-1502)[13] nonché “uomo molto da bene”. Si deduce pure che è stato “circa un anno” presso l’amministrazione della località marchigiana e che proprio da Giulio Cesare da Varano e “da tutti è reputato di qua huomo molto docto et sufficientissimo et di buono aspetto et d’optima fama”. La lettera in questione reca la data del 1472.
Val la pena sottolineare che Luigi Pulci – firmatario della lettera – fu inviato in quegli anni proprio dall’amico e confidente Lorenzo il Magnifico in missione a Camerino[14] e a Napoli. Come si diceva, la lettera è già nota in quanto edita. Tuttavia fra le sbiadite carte dell’archivio di stato fiorentino e più precisamente nella venticinquesima filza del fondo Mediceo Avanti Principato non solo si trova l’originale della lettera in questione ma pure l’originale di una missiva, presumibilmente inedita o per nulla nota a livello locale, inviata da Giulio Cesare da Varano a Lorenzo il Magnifico nella quale risulta essere protagonista il nostro Ser Bartolomeo, qui definito “da Pontetremulo”. Nel manoscritto rinvenuto, datato 6 gennaio 1472, si parla di Bartolomeo come di “homo litterato ac costumatissimo” e si lascia intendere che il nostro lavorò presso la “rota” di Camerino.
Essendo gli elementi a disposizione pochi e frammentari sembra più opportuno evitare ipotesi le più disparate, che finirebbero per essere imprecise, sulla possibile identificazione di questo personaggio.
Appare invece piuttosto utile riportare in appendice i testi di entrambe le lettere così da offrire la possibilità a chiunque di poterne fare le considerazioni più opportune e magari giungere ad una conclusione plausibile. Il presente articolo sorge infatti non già col proposito di etichettare con un nome ed un cognome misteriosi personaggi quanto piuttosto con l’intento di incorniciare piccoli quadretti in grado di rievocare figure locali le più varie uscite dalla mente o dalla frequentazione di uomini famosi. A questo proposito, per concludere nel breve arco di tempo, rispettando l’ordine cronologico, sia lecito ricordare pure quel Giovanni da Pontremoli,citato da Benedetto Croce (1866 – 1952) in una sua opera sul teatro[15], che, minore osservante di San Francesco, volle allestire a Napoli il 26 aprile 1506 una sacra rappresentazione della vita di San Francesco. Lo Sforza ci tramanda indirettamente che fu proprio Giovanni a raffigurare il serafico d’Assisi per conquistare una donna della quale s’era invaghito. … “ma sul più bello dello spettacolo precipitò l’apparato scenico e vennero giù il Padre eterno, i santi, gli angioli, gli arcangioli, schiacciando, ferendo, uccidendo gli spettatori”[16].
Appendice
Selh de Pontremble
Arnaut Daniel, Il sirventese e le canzoni, a cura di Mario Eusebi, Milano 1984, p. 18 (traduzione)
Quando cade la foglia
I. Quando cade la foglia dalle più alte cime e s’inasprisce il freddo per cui si secca il nocciolo e il salice, dei dolci gorgheggi vedo impoverirsi il bosco: ma io resto vicino ad Amore, chiunque se ne allontani.
II. Tutto quanto esiste gela, ma io non posso rabbrividire perché un nuovo amore mi fa rinverdire il cuore; non devo tremare perché Amore mi copre e ripara, e mi fa conservare il mio valore e mi dirige.
III. Bella è la vita se Gioia la sostiene, anche se certuni, ai quali non va tanto bene, ne parlano male; non so di cosa accusare il mio destino, perché, in fede mia, del meglio ho la mia parte.
IV. Quanto all’amore, non so di cosa lamentarmi, tanto che la compagnia di altre disdegno; con una sua pari non so proprio uguagliare la mia amica, perché nessuna si mostra che non le sia seconda.
V’. Non è villana quella di cui sono amico; al di qua della Savoia non ve n’è una più bella; tale è colei che mi piace che io ne ho più gioia di quanta ne ebbe da Elena Paride, quello di Troia.
V. Non voglio che il mio cuore si unisca con un altro amore così che a lei mai mi sottragga e volga la testa altrove: non temo che neppure quello di Pontremoli ne abbia una più bella o una che le rassomigli.
VI. È tanto gentile quella che mi tiene nella gioia, che le trenta più gentili vince per il bell’aspetto: è dunque giusto che presti ascolto alle mie canzoni, poiché è così nobile e ricca di alto merito.
VII. Va’, canzone, presentati a lei, perché se lei non esistesse, Arnaut non vi avrebbe messo tutto il suo impegno.
Il cieco da Pontremoli
Giuseppe Fracassetti (a cura di), Lettere senili di Francesco Petrarca volgarizzate e dichiarate con note, Successori Le Monnier, Firenze 1870, Volume II ed ultimo, pp. 502-508, Libro Decimosesto, Lettera VII,
A Donino grammatico di Piacenza
… E per quella intimità che d’allora in poi a me ti lega, non ignori certamente quanti furono coloro che per solo desiderio di conoscermi qui si condussero, spezialmente da quella città de’ buoni studi amatissima che è Napoli, ove conoscere non mi poterono quando io vi fui regnante Roberto. Né ignori pure la venuta di quel Perugino, che vecchio e cieco teneva scuola di grammatica a Pontremoli, e che a buon diritto chiamerò Poeta, se un grande amore delle lettere ed un ardente entusiasmo bastano perché tale alcuno sia detto. Imperocché come appena egli seppe ch’io m’era condotto al Re di Napoli (perché tumido allora di giovanile baldanza io non pativa di aver da lui in fuori altro giudice del mio ingegno, cui ora a chicchessifosse sottoporrei), appoggiato alle spalle dell’unico giovanetto suo figlio, venne egli pure in quella città tratto dal desiderio di far la mia conoscenza. Giunta al Re notizia, per quel tanto ch’ei stesso dicevane, del motivo della sua venuta, lo fece chiamare d’innanzi a sé: era veramente prodigioso l’ardore e la vivacità del suo aspetto in quel gelo degli anni suoi. E vista e contemplata la faccia di quell’uomo somigliante ad una statua di bronzo, e udito da lui quel che bramasse: “spicciati, gli disse, se vuoi trovare in Italia l’uomo che cerchi: se tardi anche un poco, ti sarà forza andar per lui nelle Gallie.” “Ed io, rispose il pover’uomo, se non mi venga meno la vita, saprò cercarlo ancora nelle Indie” Di che meravigliato e mosso a compassione volle il Re gli si desse la spesa per lo viaggio, e quegli rifattosi daccapo sulla strada percorsa, andò in traccia di me fino a Roma, dove non avendomi trovato fece ritorno a Pontremoli. Ma sentito che io stavami a Parma, nel cuor dell’inverno valicò l’Appennino bianco di nevi, e mandatimi innanzi certi non cattivi suoi versi, venne poi a presentarmisi egli medesimo.
Oh qual faccia, e di qual pennello degna!
Quegli cui questo verso si riferisce, aveva un occhio: il vecchio mio non ne aveva nessuno: quegli andava portato sul dorso di un elefante: questi sulle sue gambe; quegli di Roma e dell’impero ch’era con Roma, questi moveva in traccia di un omiciattolo di cui solo per fama erasi innamorato. Né tu puoi credere … ma sì che puoi; perocché presente eri tu pure a quel fatto. Oh! Quante volte alzato sulle braccia del figlio e di un suo scolaro che qual altro figlio avea seco, e gli serviva di guida, baciò questa fronte da cui pensate furono e questa mano da cui furono scritte le cose ond’ei diceva aver preso diletto ineffabile. Eppure erano sì pochi allora gli scritti miei, che pochi son tuttavia. Lunga troppo a ridirla sarebbe la storia. Per tre giorni continui non mi si staccò mai dal fianco, e conosciutosi chi fosse e perché venuto, empì la città tutta di meraviglia. Non voglio però tacere che preso un giorno da entusiasmo fra le tante altre cose disse pure: “Dorrebbemi di venirti in fastidio, ma saziare io non mi posso di te, che da lungi e con tanto travaglio venni a vedere”, la quale ultima parola avendo mosso gli astanti alle risa, egli che se ne avvide e ne comprese il motivo, vie più infiammato a me si rivolse, e “Te, disse, non altri io chiamo in testimonio che te cui bacio, assai meglio e più distinto vegg’io che non costoro che han gli occhi.” Della quale sentenza stupirono tutti, e si tacquero. Né altro vo’ dirti: se non che il signore di quella città verso di me sommamente benevolo, come quegli che per natura era generoso più ch’altri mai, e dei discorsi e del buon cuore del vecchio cieco avea preso grande diletto, con molti doni e molte onoranze si piacque accomiatarlo. Ed a me si fatte cose parevano allora più belle, che adesso non paiano cagion d’onore e di vanto: e solamente mi piacque di rammentartele per rinfrancare con un esempio a te noto la timidezza del tuo spirito, e per dimostrarti che anche a’ dì nostri si troverebbero gli ammiratori della virtù, se la virtù si trovasse che degna fosse di essere ammirata. Ma fa tu stesso ragione di quel ch’io dico. Ond’è che in te nacque il proposito di sobbarcarti a tanta fatica di studi in questi tempi che ad essi sono sì avversi, se non dal lieve romor della fama del nome mio? Or se tanto ella valse, come che falsa, che non potrebbe se fosse vera? Coloro che da lungi si mossero per conoscere un uomo il quale, tranne un po’ d’ingegno sortito dalla natura, in sé non aveva merito alcuno, con qual fervore, con qual desio mossi non si sarebbero a visitare Cicerone, Virgilio, o quel Tito Livio di cui parlammo dianzi? Tutte dunque le forze dell’animo tuo intendi allo studio, e ove questo tu faccia, non lasciarti mai dubitare che a te l’ingegno, o possa il dovuto onore venir meno al sapere e alla virtù. E sta sano.
Di Padova, a dì 12 maggio”
Bonifazio da Pontremoli
Emilio Faccioli (a cura di), Il Trecentonovelle di Francesco Sacchetti, Letteratura Italiana Einaudi, Torino 1970, pp. 157-158, Novella LXI
Messer Guglielmo da Castelbarco, perché un suo provvisionato mangia maccheroni col pane, gli toglie ciò che con lui molti anni ha guadagnato.
Nelle contrade di Trento fu già un signore, chiamato Guglielmo da Castelbarco, il quale, avendo seco uno (secondo ch’io già udì) a provvisione, ch’aveva nome Bonifazio da Pontriemoli, e volendoli sommo bene, però che lo meritava, come valente uomo ch’avea guidato suo’ dazi e gabelle; e per questa sua provvisione, e per l’utile delli officii, facendo pur lealmente, era divenuto ricco di forse sei mila lire di bolognini; essendo un venerdì costui a tavola col signore, e con altra sua brigata, essendo recati maccheroni e messi su per gli taglieri innanzi a ciascheduno, essendo venuto il cosso al signore, e veggendo il detto Bonifazio mangiare li maccheroni col pane, ed era carestia ne’ detti paesi, subito comandò a’ suoi sergenti che ‘l detto Bonifazio fusse preso; li quali mossi, subito il presono. Costui, maravigliandosi, dice: “Signor mio, che cagione vi muove a farmi pigliare così furiosamente?”
Dice il signore: “Tu ‘l saprai bene: dunque mangi tu il pane col pane? E guardi d’affamare il mondo, che vedi il caro esser sì grande? E credi che io sia un matto, e non me ne avveggia?
Bonifazio, udendo la cagione, credette il signore facesse per aver diletto, e quasi cominciò a sorridere. Disse il signore: “Tu ridi, ah? Io ti farò ben rider d’altro verso. Menatelo là in prigione, e guardate non fuggisse.
Fu menato costui e messo nella prigione; e ivi a pochi dì fu condennato in lire sei mila di bolognini, per aver voluto turbare lo stato, non che di lui, ma di tutta la sua provincia, e spezialmente per fame. Convenne che costui rimettesse ciò che mai avea acquistato con lui, e quello che egli avea a casa sua, e pagò i detti danari, gittandogli il signore parole, come grandissima grazia gli aveva fatta di non averli tolta la vita.
Stia dunque co’ signori a bastalena chi vuole; che per certo, chi non si sa partir da loro, e sta con essi a bastalena, rade volte ne capita bene, come a molti è intervenuto, come contar si potrebbe. Questo messer Guglielmo ancora tolse ciò avea un suo famiglio o sottoposto perché avea fatto metter l’arme sua in una pietra da camino, opponendo che l’avevano messa al fumo, perché l’affogasse. Poi ebbe quello che e’ meritava … li feciono morire in prigione.
Ser Bartolomeo da Pontremoli
(A)
Lettera di Luigi Pulci a Lorenzo il Magnifico
Originale: Archivio di Stato di Firenze, Mediceo Avanti Principato (MAP), filza XXV, bobina n. 38, lettera n.5
Testo pubblicato tratto da: Luigi Pulci, Morgante e lettere, Sansoni, Firenze 1962, pp. 973-975, lettera XXII
Magnifico ac generoso viro Laurentio Petri de Medicis maiori honorando etc. – Florentiae.
Magnifice mi Laurenti, io t’ò scripto da Fuligno come monsignore di Pavia et io siamo gran tua compagnuzzi. Per questa m’accade dirti che il magnifico signor Giulio Ciesare tuo amicissimo ti scrive che tu sia favorevole a uno suo caro amico e huomo molto da bene, ser Bartolomeo da Pontremoli, per farlo eleggere costì nostro uficiale dell’Arte della Lana. Et perch’io so quanto tu ami et serva volentieri Sua Signoria, parrebbe superfluo il mio scrivere. Ma io ti voglio fare fede di due cose: poi tu seguirai tuo parere. L’una, che il prefato ser Bartolomeo è stato qui circa un anno a certa aministratione del Signore, et dal Signore et da tutti è reputato di qua huomo molto docto et sufficientissimo et di buono aspetto et d’optima fama; l’altra, che questo Signore lo desidera assai esser servito da te di questo, perché gli ha posto grande amore per le sue virtù; et oltra questo glie l’à molto largamente promesso, tanto si confida in te. Confortoti adunque a farlo, perché in verità, come t’ò detto altra volta, questo Signore è tuo tutto et molto affectionato alla tua patria, et trattaci di qua come amici, et sopra tutto tutto duchesco. E il detto Ser Bartolomeo per natione et per affectione ancora è de nostri. Credo n’arai onore assai e che farai buona opera, e il magnifico Signore Julio te ne sarà sommamente obligato. Et a me presta fede di quanto t’aviso, perché sai che tu puoi.
…
Ex Camerino, die trentavecchiarum 1471 (= 1472)
Tuo Luigi de’ Pulci
(B)
Lettera di Giulio Cesare da Varano a Lorenzo il Magnifico
Originale: Archivio di Stato di Firenze, Mediceo Avanti principato (MAP). filza XXV, bobina 38, lettera n. 7
Magnifice vir tamq. frater honoranda commendatio per la confidentia me pare potere havere in la Vostra Maestà mediante el grande amore et affectione li porto, non dubito occorrendo el bisogno de qualche mio amicissimo raccomandarlo ad quella essendo dunqua dal campo de qua lu spettabile homo ser Bartolomeo da Pontetremulo homo litterato ac costumatissimo
un pezo in nelli offizii ac occurrentie de queta nostra rota ac in pmie particulari faccende. Le sue (fa)tiche sono state (oc)casione che io cordialmente lu ami. Onde desiderando lui exercitarse in qualche offitio appresso la Vostra Maestà ac sotto ombra de quella, nomina volentery mediante lu intuitu ac favore de la prefata Maestà Vostra li fusse compravenuto per el primo vacante dellu offitio dell’arte dela lana de quella Magnifica Città pertanto prego quella lu habbia per mio amore per raccomandato in forma possa intendere la mia comendatione li sia profigua in farli consequire el suo desiderio.
El che recevero in sì singulare piacere da quella, quanto da alcuna altra cosa potesse al presente occurere: offerendo me in ogni occurentia ad honorem similia ac maiora in servitio de la Maestà Vostra alla quale mi raccomando nec aliud.
Camerini die VI juanuary MCCCCLXXII
Julus Caesar deVarano
Marco Angella, Luigi Pulci, Giulio Cesare da Varano e Ser Bartolomeo da Pontremoli, pubblicato nella rivista “Il Porticciolo”, La Spezia, anno XI, n. 1.3.2018, pp. 102- 109
La rivista spezzina “Il Porticciolo” è fondata e diretta dalla professoressa Rina Gambini.
[1] Della poesia ardua ed originalissima del trovatore provenzale Arnaldo Daniello (1150ca – 1210) restano 18 composizioni, due delle quali provviste di notazione musicale; tutte, tranne una, sono di argomento amoroso e sono caratterizzate da rime complesse e lessico raro e oscuro (“trobar clus”). A Daniello si deve l’invenzione della sestina. Dante lo definì nel XXVI canto del Purgatorio (v. 117) il “miglior fabbro del parlar materno”. Nella V strofa della canzone “Quan chai la fuelha” (Quando cade la foglia) si legge: “No vuelh s’asemble / mos cors ab autr’amor / si queu ia il memble / ni volva l cap ailhor; / non ai paor / que ia selh de Pontremble / n’aia gensor / de lieis ni que la semble”, che tradotto, in una delle tante versioni, suonerebbe così: “Non voglio che il cuore / si volga ad altro amore / sì che io a lei lo sottragga / ne’ che essa altrove volga il capo; / non temo già / che quel di Pontremoli / n’abbia una più bella / o che a lei si assomigli.”
[2] Sull’interpretazione del passo relativo a “sehl de Pontremble” cfr. Francesca Sanguineti, “Circostanze storiche”, in http://www.rialto.unina.it: “La canzone non presenta alcun elemento che consenta di fissarne il luogo e la data di composizione ed è stata inclusa da De Bartholomaeis 1931 tra le Poesie provenzali storiche relative all’Italia unicamente in virtù della menzione di Pontremoli (v. 38) che potrebbe celare un’allusione ai Malaspina; per le medesime ragioni si è scelto di inserirla nel repertorio L’Italia dei Trovatori. La proposta di identificazione di selh de Pontremble con Alberto Malaspina si deve a Canello 1883, p. 201, che commenta: «non consta invero che Alberto o altri della casa Malaspina fossero signori di Pontremoli al tempo in cui fioriva Arnaldo […] ma è noto che il marchese Alberto tenne in suo possesso il castello di Grondola, che è su quel di Pontremoli, e poco ne dista, e però Alberto ben poté esser detto, forse lusinghevolmente, “quel da Pontremoli”». Alberto Malaspina nacque intorno agli anni sessanta del secolo XII e fu figlio di Obizzo I il “Grande”, pertanto fratello più piccolo di Moroello e di Obizzo II, padre di Corrado l’“antico” capostipite del ramo dello spino secco (su Alberto si vedano Bertoni 1915, pp. 45-51; Guagnini 1973, pp. 81-87; Bicchierai 2006). Alberto fu politicamente coinvolto, insieme ai fratelli, negli scontri con Piacenza e Pontremoli fino alla pace, onerosa per i Malaspina, con i Piacentini e i Pontremolesi alla quale Moroello decise di sottostare nel 1194. Fu Alberto, infatti, a ratificare l’accordo: «con tale pace i marchesi Malaspina si impegnavano inoltre a difendere gli uomini di Piacenza e Pontremoli accordando loro libero passaggio e dimora; promettevano di non far più guerra nei loro confronti e anzi di ostacolare chi avesse avuto intenzione di attaccarli; soprattutto accettavano la distruzione del castello di Petra Corva e promettevano di non ricostruirlo, al pari del castello di Grondola» (Bicchierai 2006). Alberto Malaspina sposò la figlia del marchese di Monferrato Guglielmo V, forse in prospettiva di un superamento della rivalità tra i due casati e si distinse per l’ospitalità accordata ai trovatori e per il coinvolgimento diretto nella poesia provenzale, come testimoniato da una breve biografia provenzale e dalla sua partecipazione a una tenzone ingiuriosa con Raimbaut de Vaqueiras, Ara·m digatz, Rambaut, si vos agrada (BdT 15.1 = 392.1) Secondo Bertoni 1915, p. 46, l’identificazione proposta da Canello tra selh de Pontremble ricordato da Arnaut e Alberto Malaspina sarebbe possibile soprattutto in virtù della sua fama di amante bramoso: «ora noi sappiamo, grazie a Rambaldo di Vaqueiras, ch’egli fu impegnato, in qualità di cavaliere galante, nell’avventura di Saldina da Mar. Oltre a ciò, a sentire sempre Rambaldo, Alberto veniva chiamato “lo marques putanier” (v. 61). Onde l’allusione di Arnaldo Daniello, il quale afferma che una donna più bella della sua o che le rassomigli non potrà essere mai avuta neppure da colui di Pontremoli, può ben rivolgersi al nostro trovatore italiano». Questa identificazione è stata accolta e riproposta, in maniera pressoché unanime anche se dubitativa, da tutti gli editori di Arnaut Daniel. Toja 1960, pp. 209-210, nota al v. 38, fa il punto della situazione, dichiarando che la cronologia potrebbe consentire tale identificazione, sebbene non risulti che i Malaspina abbiano mai posseduto stabilmente Pontremoli, che era un libero comune all’altezza cronologica in cui visse Arnaut Daniel. Lo studioso commenta: «l’impreciso riferimento storico di Arnaut a un Malaspina famoso per le sue belle donne, per quanto non possa essere facilmente individuato, potrebbe essere giustificato dalla scusabile ignoranza delle tormentate vicende di Pontremoli, che nel sec. XII non fu dei Malaspina, ma era la più importante città della Lunigiana e tutta circondata da feudi dei Malaspina». Più recentemente, anche Gilda Caïti-Russo ha messo in luce l’interesse di questa canzone, che pure non figura tra i 36 testi trobadorici contenenti allusioni o dediche ai Malaspina da lei antologizzati (Caïti-Russo 2005). In un lavoro successivo la studiosa evidenzia come il riferimento presente in Quan chai potrebbe rimandare alla regione di Pontremoli, intesa come territorio malaspiniano dominato dai marchesi, anziché al libero comune di Pontremoli: «il maestro di Ribérac, che non è stato mai in Italia, avrebbe dunque fatto allusione Oltralpe a un signore dell’area pontremolese, forse un Malaspina, famoso per la bellezza delle donne accolte alla sua corte» (Caïti-Russo 2006, p. 68). Bibliografia – Giulio Bertoni, I Trovatori d’Italia. Biografie, testi, traduzioni, note, Modena 1915; Marco Bicchierai, voce «Alberto Malaspina», in Dizionario Biografico degli Italiani, 67, 2006, versione in rete (www.treccani.it); Gilda Caïti-Russo, Les troubadours et la cour des Malaspina, Montpellier 2005; Gilda Caïti-Russo, «La corte malaspiniana e i suoi cantori: dal mito dantesco alla storia di uno spazio cortese», in Pier delle Vigne in catene da Borgo San Donnino alla Lunigiana medievale. Itinerario alla ricerca dell’identità storica di un territorio, a cura di Graziano Tonelli, Sarzana 2006, pp. 65-79; Ugo Angelo Canello, La vita e le opere del trovatore Arnaldo Daniello, Halle 1883; Vincenzo De Bartholomaeis, Poesie provenzali storiche relative all’Italia, 2 voll., Roma 1931; Guido Guagnini, I Malaspina. Origini, fasti, tramonto di una dinastia, Milano 1973; Arnaut Daniel, Canzoni, edizione critica, studio introduttivo, commento e traduzione a cura di Gianluigi Toja, Firenze 1960”.
[3] Cfr. Giuseppe Fracassetti (a cura di), Lettere senili di Francesco Petrarca volgarizzate e dichiarate con note, Successori Le Monnier, Firenze 1870, Volume II ed ultimo, pp. 502-508, Libro Decimosesto, Lettera VII, “A Donino grammatico di Piacenza”. Sul “cieco da Pontremoli” cfr. Emanuele Gerini, Memorie storiche d’illustri scrittori e di uomini insigni dell’antica e moderna Lunigiana, Arnaldo Forni Editore, Bologna 1986 (ristampa anastatica dell’edizione massese del 1829), Vol. II, pp. 227-230, “Del cieco da Pontremoli. Famoso Umanista”. Cfr. inoltre Manfredo Giuliani, Il Petrarca, il cieco da Pontremoli e le epistole al grammatico Donino, in “Archivio Storico per le Province Parmensi”, 34 (1934), pp. 171-198.
[4] Giuseppe Fracassetti (1802-1883) riporta nella “Nota”: “La lettera è data da Padova: probabilmente sarà dell’ultimo anno in cui il Petrarca vi tenne dimora, cioè nel 1373. L’avventura del Perugino detto il cieco di Pontremoli, qui narrata dal Petrarca, manifestamente si riferisce al 1341, quando la prima volta egli fermossi a Parma tornando da Roma ove era stato a ricever la laurea. Dice il Baldelli che Lelio de’ Lelli nella vita che scrisse del Petrarca affermò quel cieco essere lo Stramazzo da Perugia, quegli cioè che scrisse il sonetto: “La santa fiamma della qual son prive” al nostro poeta, che gli rispose con quell’altro: “Se l’onorata fronda che prescrive” Cfr. Giuseppe Fracassetti (a cura di), op. cit., pp. 507-508.
[5] Cfr. Vittore Branca (a cura di), Decameron, Einaudi Editore, Torino 1987, pp. 390-413, Giornata III, novella VII: “Tedaldo, turbato con una sua donna, si parte da Firenze; tornavi in forma di peregrino dopo alcun tempo, parla con la donna e falla del suo error conoscente, e libera il marito di lei da morte, che gli era provato che aveva ucciso, e co’ fratelli li pacefica; e poi saviamente con la sua donna si gode”. In questa lunga novella ad un tratto (p. 413) si dice: “Passavano un giorno fanti di Lunigiana davanti a casa loro, e vedendo Tedaldo gli si fecero incontro dicendo “Ben possa star Faziuolo!” A’ quali Tedaldo in presenza de’ fratelli rispose: “Voi m’avete colto in iscambio”. Costoro, udendol parlare, si vergognarono e chiesongli perdono dicendo: “In verità che voi risomigliate più che uomo che noi vedessimo mai rasomigliare un altro, un nostro compagno il qual si chiama Faziuolo da Pontriemoli, che venne, forse quindici dì o poco più fa quà ne mai potemmo poi sapere che di lui si fosse. Bene è vero che noi ci meravigliamo dell’abito, per ciò che esso era, sì come noi siamo, masnadiere”.
[6] Cfr. Vittore Branca (a cura di), op. cit., pp. 83-88; Giornata I, novella IV: “Un monaco, caduto in peccato degno di gravissima punizione, onestamente rimproverando al suo abate quella medesima colpa, si libera dalla pena”.
[7] Cfr. Vittore Branca (a cura di), op. cit., p. 84. Cfr. Giovanni Mariotti, L’Ospedale di S. Benedetto di Montelungo, ne “La Giovane Montagna” numeri 6-7-8, 1940.
[8] Cfr. Vittore Branca (a cura di), op. cit., p. 84, “cioè il cenobio (fondato nel 1176 e abbandonato nel 1350-60) presso cui sarebbe avvenuto il famoso incontro di Dante con frate Ilaro la cui lettera Boccaccio trascrisse nel suo Zibaldone ora Laurenziano e riecheggiò nel Trattatello.” Cfr. inoltre Il crocifisso ligneo del Monastero di S. Croce e Nicodemo di Bocca di Magra, dalla “Rivista dell’Istituto Nazionale di Archeologica e storia dell’arte”, III, II, 1979, pp. 31-51. Cfr. Mirco Manuguerra, L’epistola di frate Ilaro, in “I Quaderni del Centro Lunigianese di Studi Danteschi”, Centro Lunigianese di Studi Danteschi, Ameglia 2013.
[9] Cfr. Emilio Faccioli (a cura di), Il Trecentonovelle di Francesco Sacchetti, Letteratura Italiana Einaudi, Torino 1970, pp. 157-158, Novella LXI, “Messer Guglielmo da Castelbarco, perché un suo provvisionato mangia maccheroni col pane, gli toglie ciò che con lui molti anni ha guadagnato”.
[10] Sull’Arte della Lana a Firenze cfr. Luciano Artusi, Firenze araldica. Il linguaggio dei simboli convenzionali che blasonarono gli stemmi civici, Polistampa, Firenze 2006, p. 131 e seguenti.
[11] Cfr. Luigi Pulci, Morgante e lettere, Sansoni, Firenze 1962.
[12] Luigi Pulci, op. cit., pp. 973-975, lettera XXII.
[13] Su Giulio Cesare da Varano (1434-1502), signore di Camerino e grande mecenate, uno degli uomini illustri della famiglia Da Varano, cfr. Pompeo Litta, Famiglie celebri d’Italia. Varano da Camerino, Torino, 1835. Figlio di Giovanni da Varano e di Bartolomea Smeducci di Sanseverino, si sposò nel 1451 con Giovanna Malatesta (1444-1511), figlia di Sigismondo Pandolfo Malatesta, signore di Rimini e di Polissena Sforza, figlia naturale di Francesco Sforza, futuro duca di Milano. Giulio Cesare fece edificare, intorno al 1460, il sontuoso Palazzo Ducale di Camerino e fondò il Monastero di Santa Chiara, dove dimorò sua figlia Camilla. Si dice che sotto la sua signoria Camerino visse il periodo di maggiore splendore. Cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/Giulio_Cesare_da_Varano. Sembra interessante segnalare che recentemente (16 dicembre 2017), presso la sala polivalente di San Martino di Serravalle di Chienti (Macerata) è stato presentato un libro su Giulio Cesare da Varano e sulla Madonna del Sasso, ovvero Un giudizio per Giulio Cesare. La chiesa della Madonna del Sasso a San Martino di Serravalle di Chienti, scritto da Ettore Racioppa e da Bianca Maria Santucci.
[14] Cfr. Luigi Pulci, Morgante, Bur Classici, Milano 1992 (prima edizione digitale 2010 da quarta edizione luglio 2007) [Introduzione e note di Giuliano Dego], V: “… Il 3 dicembre del ’69, intanto, era deceduto Piero de’ Medici, e la responsabilità dello stato era ricaduta sul ventenne Lorenzo, per incarico del quale Luigi si reca verso la fine del ’70 presso il signore di Camerino, Giulio Cesare da Varano. Tanto fu l’impegno posto dal Pulci nel cattivarsi la benevolenza di costui a favore dei Medici – si trattava dopotutto di fare ciò che era a lui più di ogni altra cosa congeniale, “cicalare” – che alla fine il Varano dichiarò di essere loro interamente devoto. ”
[15] Cfr. Benedetto Croce, Teatri di Napoli, pp. 32-33.
[16] Cfr. Giovanni Sforza, Memorie e documenti per servire alla storia di Pontremoli, Forni Editore, Bologna 1972 (ristampa anastatica dell’edizione fiorentina del 1904), Vol. II (Memorie), p. 736: “Giovanni da Pontremoli, minore osservante di San Francesco, “iovene et doctissimo”, predicava a Napoli la quaresima del 1506 nella chiesa di S. Lorenzo, con gran calca di devoti. Per il 26 d’aprile ordina una sacra rappresentazione della vita di San Francesco, e vi compare lui stesso, raffigurante il Serafico d’Assisi, “nudum candidumque” per conquistare – “pulchritudinem suam idicando” – una donna della quale s’era invaghito. Ma sul più bello dello spettacolo precipita l’apparato scenico e vengono giù il Padre Eterno, i santi, gli angioli, gli arcangioli, schiacciando, ferendo, uccidendo gli spettatori.” La vicenda è stata riportata recentemente in un libro di Agnese Palumbo: cfr. Agnese Palumbo, 101 storie su Napoli che non ti hanno mai raccontato, Newton Compton Editori, Roma 2015, n. 29, “La predica di Fra’ Giovanni tira Dio giù dal cielo”.
L’immagine di Pontremoli di introduzione alla pagina è di Mario Parodi