SUL RESTAURO SETTECENTESCO DEL PONTE DI SOMMOBORGO DI PONTREMOLI: LA POSA DELLA PRIMA PIETRA IN UN MANOSCRITTO NOTARILE INEDITO

di Marco Angella

“in una scatoletta di piombo sono state riposte

alcune reliquie  e medaglie  con una inscrizione”

(Eleonoro Uggeri, 2 agosto 1755)

Pianta della città di Pontremoli

Il presente modesto contributo, esente da pretese di completezza, si inserisce in un progetto più ampio ed ambizioso tendente a recuperare aspetti significativi del Settecento pontremolese mediante l’analisi di atti inediti utili ad arricchire ulteriormente la già copiosa documentazione  pubblicata  da autorevoli cultori di storia locale.

Sono proprio gli studiosi più qualificati a sottolineare come il periodo preso in esame  debba essere considerato il più fortunato  della  storia  di  questa  cittadina altolunigianese (1).

E’ noto che, da quando Pontremoli passò sotto il Granducato di Toscana (1650), godette  – prima sotto i Medici ed in seguito sotto i Lorena –  di un periodo di pace, di benessere e prosperità. In quel frangente la cittadina si sviluppò  dal punto di vista economico ed architettonico e vide una vera e propria fioritura artistico-culturale. A testimoniare questo processo evolutivo   sono ancora esistenti i palazzi, le ville extraurbane e le chiese con quadrature, stucchi ed arredi dell’epoca, nonché il settecentesco teatro della Rosa.  E’ ormai risaputo che proprio in questo secolo furono ottenuti il tanto desiderato titolo di Città Nobile (1778) e la tanto agognata sede vescovile (1787).

Ma il presente studio nasce anche con l’intento di invertire la tendenza che ha portato in passato  i ricercatori locali a menzionare più frequentemente  i committenti che gli artisti, gli artigiani, gli architetti e gli  ingegneri  realizzatori e progettisti delle opere, i cui nomi rischiano di rimanere sepolti sotto la  polvere d’archivio.

Fra  le carte custodite nei locali del convento della SS. Annunziata di Pontremoli, presso la sezione dell’Archivio di Stato di  Massa, si conserva un singolare atto notarile.  Il documento, rogato dal notaio Eleonoro Uggeri e datato 2 agosto 1755, non riguarda  un acquisto, una cessione, un testamento, un raduno, ma  riporta una breve memoria,  scritta in italiano con  ottima grafia,  intitolata  Restauratio Pontis Summi Burgi et benedictio primae petrae fundamentalis  (2).

Copia del manoscritto in questione esiste pure nel Libro dei Consigli Comunali, perché all’epoca Uggeri ricopriva la carica di cancelliere o notaio della Comunità  (3).

Sembra doveroso chiarire  che  per “Ponte di Sommo Borgo” o “Ponte di Cimo Pontremoli” o “di Cima” doveva  intendersi quella struttura viaria che permetteva il collegamento tra la parte settentrionale  di Pontremoli (il Sommoborgo appunto) e la periferia ed era in grado inoltre di immettere il traffico proveniente dalla Lombardia in una strada al di là della Magra che conduceva all’ ancora oggi esistente Convento dei Cappuccini.  Questo ponte, del quale non si conosce l’origine, fu più volte modificato nel corso dei secoli  (4).

Una pianta della Città di Pontremoli giacente presso la Biblioteca Nazionale di Firenze, datata alla seconda metà del Settecento ed attribuita a Luigi Giachi (5), consente di individuare  l’effettiva  posizione del ponte in questione.

Oggi quel manufatto  non esiste più, anche se, nella  zona,  restano due piloni di una struttura viaria che fu  abbattuta nel 1945  (6).

Lo scritto del notaio fa riassaporare l’atmosfera della  giornata nella quale  i sindaci della città Pietro Pizzati, Andrea Bonaventura, Camillo Coppini e Antonio Maria Ricci (7), il governatore generale di Pontremoli e Lunigiana Filippo Bourbon del Monte (8) , il prevosto don  Girolamo Galli (9) e il parroco della Chiesa di San Nicolò don Gio. Batta Buelli, dopo aver implorato Dio ed aver scoperto in via del tutto     eccezionale      l’Immagine      della     Madonna    del    Popolo    tanto  cara ai Pontremolesi  (10), si recarono sul luogo della fabbrica per benedire la prima pietra del ponte.  Lì, a ridosso della costruzione, come  si legge nel documento:

“sono state benedette due cassete di pietra con le solite

preci e rito, e dentro di esse in una scatoletta di piombo

sono state riposte alcune reliquie  e medaglie con

una inscrizione” (11)

il cui testo in latino può leggersi in  appendice  e la cui traduzione potrebbe    suonare così:

“O viandante, il ponte che tu stai calpestando ti è stato strappato dall’impeto del fiume in piena nell’anno 1732.

Dopo aver implorato l’aiuto divino, il proposto, insieme al capitolo, gettò le prime fondamenta il 2 agosto, sotto l’Imperatore Francesco I Granduca di Toscana, quando Filippo Bourbon del Monte era governatore di Pontremoli e della provincia di Lunigiana, col plauso dell’amministrazione civica e della popolazione pontremolese.”

Dalle ricerche condotte sulle pubblicazioni pontremolesi non risulta essere mai stata menzionata questa epigrafe, e le stesse medaglie e reliquie citate nell’atto  rimangono avvolte in un alone di mistero.

Come si sarà osservato, l’iscrizione indica che il restauro del ponte fu effettuato a causa dei danni arrecati dall’ inondazione del fiume Magra nell’anno 1732.

A questo proposito  sembra doveroso delineare la drammatica situazione che, né prima né   ultima nella storia pontremolese (12), si venne a creare in quell’anno.

Per quanto ci è dato sapere, il manoscritto si riferisce alla  terribile “escrescenza” avvenuta tra il 25 e il 26 ottobre del 1732, ma alcuni storici locali asseriscono che Pontremoli     fu    inondato    dalla    Magra    anche   nel  settembre   e  nel  novembre   di quell’anno.

In particolare, in  una lettera inviata dal pittore Francesco Natali a don Andrea Magagnini,        datata     21 settembre  1732     secondo  i    curatori    del     libro    in cui     è    riportata      edita,    si  fa  riferimento  alla disastrosa alluvione con le parole  “rovine di Pontremoli” (13).  Ciò induce  a  pensare che la Magra  avesse arrecato grossi danni già nel settembre di quell’anno. 

Grazie all’aiuto di alcuni manoscritti pontremolesi e di un  carteggio tra i responsabili della Pratica Segreta di Pistoia e Pontremoli e il Governatore di Pontremoli e della Lunigiana,       rinvenuto        all’Archivio      di     Stato  di    Firenze,     è     possibile ricostruire       parzialmente      quali  furono      i     danni    maggiori  cagionati      dal “deplorabile infortunio” (14).    In particolare, i documenti attestano che fu l’ingegnere fiorentino Vittorio Anastagi   a stimare quali interventi sarebbero stati inevitabili per riportare la cittadina almeno in condizioni tali da permettere una normale  viabilità. L’ingegnere rimase a Pontremoli circa  un mese (15) e segnalò in una  relazione, menzionata in una corrispondenza  del 1733, che si presentavano necessari lavori “intorno al Ponte di Nostra Donna e all’altro in capo a cotesta terra”;    da Firenze giungevano sollecitazioni per  dare l’ordine di ripartire il denaro  che si richiedeva “per poter a suo tempo metter mano alla nuova fabbrica del primo di detti ponti”  (16).

Da una serie di documenti si deduce che l’ “escrescenza” non atterrò solo l’arco del Ponte di Nostra Donna e il Ponte di Sommoborgo nella parte vicina alle mura castellane ma devastò anche l’Oratorio di Nostra Donna (17), il Ponte del Carmine e il Ponte della SS. Annunziata (18), nonché l’Ospedale (19).

Negli anni Trenta del secolo XVIII, dunque, si presentò un notevole lavoro non solo per gli ingegneri ma per lo stesso bargello Fortuna che,  in una corrispondenza, viene  menzionato  per le fatiche compiute “in occasione della demolizione delle more fatte fare dall’Ingegnere Anastagi”  (20).  Esistono documenti dell’epoca, redatti dai consiglieri rurali, che  testimoniano come le “more” in molti frangenti venissero erette da personaggi altolocati   ma   in   modo    illegale   così    da   costituire  un  grave danno per l’intera comunità  (21).

La consultazione del prezioso  Archivio Informatico della biblioteca  comunale “Camillo Cimati”, organizzato dal bibliotecario Mauro Bertocchi che si ringrazia per la cortese collaborazione, consente di accertare  che in data 26 ottobre 1732 perirono per annegamento ben sette donne pontremolesi  (22).

Mettendo insieme  le varie informazioni archivistiche  si può a buon diritto affermare che al restauro del ponte di Nostra Donna, completato attorno al 1735,  presero parte dei “muratori svizzeri”. In dettaglio nel 1734 fu pagato un certo Andrea Rusca  “per rifare il Ponte di Nostra Donna” (23) e nel 1735 “Mastro Jacopo Portugallo Capo Maestro et altri” per terminare la fabbrica “e pore in opera le due capelete di marmo di detto Ponte”  (24). 

Il richiamo a maestranze svizzere non deve stupire: la storia artistica pontremolese dei secoli XVII e XVIII passa, come noto,  anche attraverso nomi di luganesi più o meno celebri  (25).

Come progettato, dunque, fu il ponte di Nostra Donna  il primo ad essere restaurato e, in parte per conflitti interni alla comunità  pontremolese, in parte per mancanza di finanziamenti,  il restauro definitivo del ponte di Sommoborgo venne rimandato sino agli anni Cinquanta, nel periodo cioè in cui Filippo Bourbon del Monte ricopriva la carica di governatore di Pontremoli e della Lunigiana, istituita nel 1751.

Per sbrogliare la non semplice matassa e seguire il filo della vicenda è bene ricordare che proprio sul finire della prima metà del Settecento, come attestano alcuni manoscritti,  i “Ragionati del pubblico di Pontremoli”  richiesero “di poter fare li Ponti alle Porte di Cimo e fondo Pontremoli a pietre e calzina invece de’ levatoi ” (26).

E’ difficile capire quando in realtà sia stato  messo in pratica il sopraccitato proposito, tra l’altro già formulato  nel Seicento (27), poiché le ingiallite carte d’archivio riportano richieste in un primo tempo apparentemente esaudite, poi di fatto eluse  (28).

Una scrittura comunque  rende noto che nel 1741 fu spesato “Mastro Fran.co Stampanoni” per fare a piastre “il Ponte fuori della Porta Parma di Cimo Pontremoli, che prima era levatoio di legno”  (29).

Se l’ informazione è attendibile, mettendola in relazione agli altri documenti rinvenuti sembra di poter asserire che questo potesse essere certo un rimedio innovativo al ponte oggetto del presente studio ma pur sempre posticcio, come poi si vedrà.

Rimane il fatto che l’idea di sostituire i ponti levatoi di  legno con strutture in pietra  implicava  un’apertura mentale  del borgo e tutto ciò  in una città in cui  lo scambio delle merci veniva  considerato   un fattore determinante di sopravvivenza.

Al di là, comunque, delle ipotesi più o meno suggestive,  in una lettera datata 30 giugno 1755, inviata dalla Segreteria della Pratica Segreta di Pistoia e Pontremoli al Governatore, si segnala che “dalla Presidenza delle Regie Finanze è stato approvato il restauro da farsi a cotesta strada maestra di Lombardia e Ponte dello Spedale unito già alla medesima forma della Perizia dell’Ing.  Antonio  Falleri …” (30).

Essendo l’Ospedale  ancora collocato, nel 1755, all’interno delle mura  “a Cazzaguerra Supra”, nel quartiere di San Nicolò (31), sembra di poter tradurre quel “ponte dello Spedale” in “ponte di Sommoborgo”.  Tra l’altro è lo stesso storico Pietro Bologna a tramandarci che nel 1755, oltre al restauro della Porta Parmigiana, “fu eseguito  …  quello del vicino ponte sulla Magra rovinato dalla piena del 1732”  e che “venne ristabilita la strada che era sorretta da archi fondati nella Magra costruiti nel 1560, essi pure rimasti distrutti in parte…” (32).

Gli autori della lettera del 30 giugno, che precede dunque di circa un mese l’atto notarile dell’Uggeri, oltre a  ricordare che l’opera è stata  affidata all’Ingegnere Antonio  Falleri  con le sue maestranze,  incaricano il Governatore di  “soprintendere a l’esecuzione ed invigilare con tutta l’attenzione ad effetto che il lavoro sia della maggiore stabilità e resti effettuato con la possibile economia” (33).

Inoltre, sollecitando la realizzazione dei lavori prima della  cattiva stagione, scrivono: “averrebamo desiderato per una maggiore stabilità che in vece di farsi l’arco di pietre connesse avesse potuto farsi di mattoni, ma ci viene supposto che sarà ciò assai difficile per mancarsi in cotesto Paese questo genere di materiale e della terra medesima da  poterli fabbricare” (34).

Infine segnalano che    “gli uomini che doveranno servire in quest’occasione ricevino volendo ogni giorno la loro paga o almeno la metà della medesima affinché abbiano da vivere in quella giornata, intendendosi però di lasciare in piena libertà quegli che preferissero di riceverla tutta intiera alla fine del lavoro e dentro un dato termine a comodo della Comunità ” (35).

La spesa per il restauro sarebbe stata finanziata inizialmente con  400 scudi fiorentini “avanzo della Comunità” e, per il rimanente, tramite un’ “Imposizione sull’universale nella maniera solita praticarsi per l’altre spese comunitative ” (36).

La “solenne cerimonia”  del 2 agosto 1755, come si legge nello scritto dell’Uggeri, fu “magnificamente accompagnata dal suono di musicali instrumenti e dal festoso sparo di mortari e col plauso di numeroso popolo” (37).   Ma sembrerebbe di poter dire che gli sforzi e la volontà  dei Pontremolesi furono purtroppo in grado di arrestare solo parzialmente l’impeto delle acque della Magra se, nel luglio del 1756, il muratore Giovan Battista  Medardi  fu pagato per “accomodare li lavori fatti l’anno scorso nel Ponte di Cimo Pontremoli” e, come conclude la nota, “per rimettere dette fabbriche distrutte l’anno scorso dall’escrescenza del fiume Magra”   (38).

Ciò testimonia che continuamente, nel corso dei secoli, la cittadina pontremolese dovette pagare a caro prezzo le alluvioni (39),  in alcuni frangenti per  incuria e per la costruzione abusiva di “more”,  in altri  per cause naturali.

Riepilogando, la presente ricerca è sorta, oltre che per mettere in luce i nomi di muratori e ingegneri attivi in Pontremoli nel secolo XVIII  e per avanzare la suggestiva ipotesi  che venissero sostituiti i ponti levatoi con fabbriche in pietra per “aprire” la città,   soprattutto per tramandare il testo di una iscrizione della quale nulla si saprebbe se non fosse  per la solerzia del  notaio che fu cronista dell’evento.         

    Il testo esaminato  va   ad aggiungersi a quelli delle epigrafi, già note, riguardanti l’inondazione del 1732, ovvero  quella conservata presso la cappella del vecchio ospedale, datata 1735 (40) e quella su marmo che ancora si vede sull’arco di Porta Parma nella sua collocazione originale, datata 1755  (41).

E’ lo stesso Uggeri  a ricordarci che il “pubblico instrumento e rogito” sono stati ordinati “acciò non perisca di quest’atto la memoria”.

Anche il presente studio ha ragion d’essere solo allo scopo … non perisca di questa epigrafe la memoria.

Marco Angella, Sul restauro settecentesco del ponte di Sommoborgo di Pontremoli: La posa della prima  pietra in un manoscritto notarile inedito, pubblicato in “Archivio Storico per le Province Parmensi”, Deputazioner di Storia Patria per le Province Parmensi, Tipografie Riunite Donati, Parma, 4^ s., vol. XLVIII, anno 1996, pp. 79-90


N O T E

ABBREVIAZIONI

S.A.S.P.=Sezione Archivio di Stato di Pontremoli
A.S.F.=Archivio di Stato di Firenze
B.N.F.=Biblioteca Nazionale di Firenze
B.C.P.=Biblioteca Comunale “Camillo  Cimati” di Pontremoli

(1)Opera fondamentale in questo senso è da considerarsi R. BOSSAGLIA – V. BIANCHI – L. BERTOCCHI, Due secoli di pittura barocca a Pontremoli, Sagep Editrice, Genova 1974. Molti sono gli studi realizzati  successivamente sullo stesso argomento  ma tutti devono qualcosa a questo volume pregevolissimo. Per avere inoltre informazioni sulla evoluzione della storiografia locale relativamente alla rivalutazione di questo periodo storico: cfr. L. BERTOCCHI, Analisi critica di alcuni ritrovamenti artistici a Pontremoli,     in “Archivio Storico per le Province Parmensi”, 4^ s.,   vol. XXVIII (1976),   pp. 117-118  ed     in particolare note 1 e 2.

(2)  Cfr. S.A.S.P., UGGERI ELEONORO, q. GIULIO, Protocolli (1752-1777), I n. 9, cc. 16v, 17r, 17v, 18r, “Restauratio Pontis Summi Burgi et benedictio primae petrae fundamentalis”, 2 agosto 1755.

(3)  Cfr. S.A.S.P., Consigli ed incanti (dal 1741 al 1776), cc. 145r, 145v, 146r. E’ da sottolineare che nel libro dei Consigli il manoscritto oggetto di questo studio viene seguito da un altro (a c. 146 r) di sicuro interesse, datato 3 agosto, nel quale si legge: “D’ordine pubblico fu incaricato a me Canc. infrascritto registrare memoria come nel scavare il fondamento del Piede del Ponte di Cimo Pont.li in detto tempo ed anno dalla parte verso la casa de’ Fratelli SS.ri Molossi e nel mezzo apponto di detto piede ossia del suo fondamento fu ritrovata una polla d’acqua assai leggiera e di perfetta qualità e fu ancora creduto che potesse essere della stessa Polla del Fonte del Castello, vedendosi ocularmente scaturire dalla Collina e dalla parte del d.o Castello onde ad ogni buon fine è stata fatta la presente memoria.”

(4) Il cronista Bernardino Campi annota all’anno 1550 che  “Ad istanza di Pietro Paolo Commissario furono fabbricate le Torri e ponte levatoio fuori della Porta di Sommo Borgo, essendo Sindaci Alessandro Belmesseri, Cristoforo Reghini, Belisario Parasacchi e Gio. Maria Curini”: cfr. B. CAMPI, Memorie storiche della città di Pontremoli, Artigianelli, Pontremoli 1975 (a cura dell’Associazione Culturale “Vasco Bianchi”), p. 207.  Per informazioni  sul ponte di Cimo (o di Cima) o di Sommo Borgo, cfr.: G. SFORZA, Memorie e documenti per servire alla storia di Pontremoli, Forni Editore, Bologna 1972  (rist. anast. dell’ed.  fiorentina  del 1904),  vol. I (Memorie),  p. 34,  notizia sintetica sullo stato del ponte a fine Ottocento; G. GRAY DOSI DELFINI, Pontremoli città dai molti ponti, in AA.VV., “Pontremoli oggi”, Neva Casa Editrice, Pontremoli 1991,  p. 188.

(5) Cfr. fotografia allegata al presente studio  (autorizzazione alla pubblicazione rilasciata  il 10 ottobre 1996, come da prot. 560, a seguito della richiesta del 18 settembre 1996). L’originale si trova in B.N.F., Coll. Mss. A.1.13/37. Così si legge al Catalogo Carte Geografiche: “Pianta della Città di Pontremoli” (di Luigi Giachi ? 2.a metà del XVIII secolo); sc. 350 braccia fiorentine = mm. 117; mm. 420 x 695; un foglio a colori. Una  riproduzione della piantina è stata effettuata  in: M. ANGELLA, Origine e storia di una sala all’italiana  del ‘700: il Teatro della Rosa di Pontremoli, tesi di laurea 1993/94, Università di Parma,  Allegato n. 6 (a, b). Dalla descrizione sottostante il ponte di Sommoborgo  risulta segnato, come tutti gli altri ponti,  con il n. 16; l’ospedale è contrassegnato dal n. 21 e la porta parmigiana dal  n. 8.

(6)  I due piloni  a cui si fa riferimento sono in mattoni con basi in pietra e giacciono tra il novecentesco Pompeo Spagnoli e il ponte della ferrovia. Cfr. AA.VV., La Spezia-Parma la ferrovia tra il Mediterraneo e l’Europa, Zolesi Editore, La Spezia 1991, p. 167: riporta una fotografia della fine dell’Ottocento dove si vedono i due ponti a nord di Pontremoli (quello di Sommoborgo e quello della ferrovia). Sulla “demolizione totale del Ponte di Porta Parma”: cfr. M. DIAFERIA, 1943-1945: Pontremoli, una diocesi italiana tra Toscana, Liguria ed Emilia attraverso i libri cronistorici parrocchiali, Istituto Storico della Resistenza Apuana, Pontremoli 1995, p. 89; cfr: G. GRAY DOSI DELFINI, op. cit., p. 188.

(7) Una epigrafe posta nella Chiesa di Nostra Donna ricorda un Pietro Pizzati tra i fabbricieri della Confraternita che nel 1732 provvide alle opere di ricostruzione dell’artistico oratorio. Si può aggiungere, per mera curiosità, che un Antonio Maria Ricci e un  Andrea Bonaventura figuravano assieme ad un  Pietro Pizzati nell’elenco del 1739 relativo ai soci fondatori dell’Accademia della Rosa e che proprio Pizzati fu incaricato il 26 febbraio di quello stesso anno assieme agli altri tre “deputati fabbricieri” (Giulio Cesare Bertolini, Giuseppe Pavesi e Bernardo Damiani) ad avanzare istanza all’Imperatore per la concessione dell’edificazione del teatro di Pontremoli. Cfr. G.C. DOSI DELFINI – N. ZUCCHI CASTELLINI, Le epigrafi di Pontremoli, Tolozzi Compagnia dei Librai, Genova 1981, pp. 84 – 85; cfr. M. ANGELLA, tesi cit., pp. 46, 63, 64, 69. 

(8) Filippo Bourbon del Monte S. Maria (1708-1780) ricoprì la carica di Governatore della Lunigiana e di Pontremoli dal 1751 al 1758. Già comandante del corpo toscano dei corazzieri, divenne poi comandante supremo dell’esercito granducale con il grado di tenente generale. Durante il governatorato incrementò l’economia del territorio pontremolese favorendo in particolare lo sviluppo dell’allevamento dei bachi da seta e della trattura della seta. Appartenne all’Ordine dei Cavalieri di Santo Stefano. Una lapide situata sotto l’organo a destra del portone d’ingresso del Duomo ricorda questo autorevole personaggio. Cfr. G. C. DOSI DELFINI – N. ZUCCHI CASTELLINI, op. cit., p. 21 e pp. 52 – 53. Del Monte “curò anche il ristabilimento di tutte le strade della provincia che erano ridotte impraticabili, e specialmente di quelle intorno a Pontremoli, e promosse l’abbellimento dei Palazzi e delle Case.” cfr. P. BOLOGNA, Artisti e cose d’arte pontremolesi, Forni Editore, Bologna 1972 (rist. anast. dell’ed. del 1898), p. 23.

(9)  Per avere notizie sul Proposto Girolamo Galli,  cfr. A. CORRADINI, La Chiesa di Santa Maria del Popolo, Artigianelli, Pontremoli 1969, p. 78:  “Giovanni Girolamo Galli era parroco di San Geminiano dal 1711. Resse la parrocchia sino al febbraio 1759, quando morì, a 85 anni, e fu sepolto nella Collegiata. Una nota, che segue l’atto di morte, dice che il primo Proposto dell’Insigne Collegiata era noto per la sua santità della vita, per la prudenza, la mansuetudine e l’umiltà”.

(10) Il presente manoscritto testimonia come, nel Settecento,  l’Immagine della Madonna del Popolo, oggetto di grande venerazione da parte dei Pontremolesi, venisse scoperta solo in occasione di eventi eccezionali. Sulla    grande   devozione  dei  Pontremolesi per la Madonna del Popolo,  cfr. A. CORRADINI, op. cit.

(11)  Cfr. S.A.S.P., UGGERI ELEONORO q. GIULIO, mscr. cit., cc. 17r, 17v. Successivamente  “… sono state messe nel fondamento le dette due pietre una per ciascheduno dei due piedi che sostenere debbano l’Arco di detto Ponte…”. Cfr. testo integrale  in “Appendice”.

(12)  Pontremoli dovette spesso fare i conti con i propri fiumi, nel bene e nel male. Gli storici locali ricordano tra le più grandi inondazioni quelle avvenute nel settembre 1503, nell’ottobre 1569, nel 1608, questa del 1732, quella del 2 novembre 1839, quella del 21 settembre 1868 e l’ultima, avvenuta nel  1982. Cfr. P. BOLOGNA, Artisti e cose d’arte pontremolesi, Forni Editore, Bologna 1972 (rist. anast. dell’ed. del 1898), pp. 17-18. Cfr. M. BERTOCCHI, Note d’archivio, in “Il Corriere Apuano” del 22 giugno 1991, p. 3.

(13)  Cfr. L. BERTOCCHI – G.C. DOSI DELFINI, Lettere di pittori e scultori dei secoli XVII e XVIII, Pontremoli 1970, pp. 74-76. Si tratta della 16.a lettera (VI/16) inclusa nel repertorio di Francesco Natali. Essa, secondo i curatori della preziosa opera, è stata inviata dal pittore  a don Andrea Magagnini da Piacenza e sarebbe datata  21 settembre 1732. Il celebre quadraturista cremonese annota precisamente: “Già se ne viene mio figlio Gio. Batta benché ne aveva poca voglia per aver inteso le Rovine di Pontremoli.”

(14)  Cfr. A.S.F., Pratica Segreta di Pistoia e Pontremoli, Copia-lettere (1721-1735), b. 597, cc. 165v, 166r, 7 novembre 1732. Nel manoscritto si fa riferimento ai giorni 25 e 26 ottobre; si segnalano “copiose escrescenze di codesti fiumi” e si parla di “danni … gravi e considerabili”.

(15) Ci è dato sapere che il Magistrato aveva tassato la somma di “piastre sedici fiorentine” quale rimborso spese degli  alimenti somministrati “per giorni trentadue all’Ingegnere Anastagi” relativamente alla sua  permanenza a Pontremoli. cfr. A.S.F., Pratica Segreta di Pistoia e Pontremoli,  cit.,   b. 597,   cc. 167v, 168r,    13 febbraio 1733; cfr. S.A.S.P., Diecine (1699-1741), c. 481, “Ponti”.

(16)  Cfr. A.S.F., Pratica Segreta di Pistoia e Pontremoli, cit., b. 597, cc. 169r, 169v, 21 aprile 1733.  Nella lettera si accenna ad un “Disegno” fatto dall’Ingegnere per il “primo di detti ponti”, ovvero per quello di Nostra Donna.

(17)  Cfr. L. BERTOCCHI, L’Oratorio della Madonna del Ponte o Nostra Donna, in Pontremoli, Tipografia Artigianelli, Pontremoli 1995,  p. 5.

(18)  Cfr. S.A.S.P., Diecine (1699-1741), c. 469 relativa all’anno 1732 alla voce “Spese occorse a causa dell’inondazione dei fiumi” e c. 481 relativa all’anno 1733 alla voce “Ponti”.

(19) A seguito di una supplica del Priore dello Spedale S. Antonio di Pontremoli datata 15 agosto 1733, che richiedeva “qualche caritativo sussidio”, da Firenze furono concessi, con lettera del 23 agosto,  “scudi cinquanta a titolo di carità.” A questo proposito cfr.: A.S.F., Pratica Segreta di Pistoia e Pontremoli, Suppliche e Memoriali, filza 260, cc. 75r, 75v, 15 agosto 1733.

 (20)  Cfr. S.A.S.P., Corrispondenze (1687-1763), 14 giugno 1735.

(21)  Cfr. S.A.S.P., Diecine (1722-1733), cc. 72v, 73r, 28 dicembre 1732.  Bastino poche righe, scritte dai Rurali,  per assaporare il clima venutosi a creare: “… Noi però non sappiamo in qual maniera la povera Comunità che per causa di dette more ha patiti tanti danni debba poi restar soggetta a’ questo di più di dover aver per così dire il male e la beffa cioè il danno e le spese: le accennate more farsi da quelli che nei tempi addietro le hanno fatte contro ogni raggione nell’alveo stesso del fiume in maniera di non potere a meno di non arrecare danno alla Comunità et a questo nostro Paese ciò che non può negarsi essendo stati riconosciuti da persona perita spedita a bella posta da Firenze per ordine di S.A.R., clementissimo nostro      padrone. …”

(22)  Cfr. Archivio informatico dei registri parrocchiali della Comunità di Pontremoli dal 1525 al 1865 (a cura di Mauro Bertocchi), in B.C.P.: risulta che il 26 ottobre 1732 perirono per annegamento sette donne e con esattezza Eschini Rosa, Taddei Angela Maria, Eschini Giulia, Bonagrazia Teodora, Maria detta la Bertolda, Ricchetti Maria detta la Schizza e la diciassettenne Restori Angela detta l’Orsatella. Già Pietro Bologna asserì che perirono “due ragazze di Casa Eschini e cinque altre persone in campagna” ma non le  nominò;  cfr. P. BOLOGNA, op. cit., p. 18.

(23)  Cfr. S.A.S.P., Diecine (1699-1741), c. 490.

(24)  Cfr. S.A.S.P., Diecine (1699-1741), c. 501.

(25) Cfr. M. MAGNI, Appunti sulla presenza di maestri ticinesi a Pontremoli, in “Paragone/Arte”, luglio-settembre 1983, pp. 142-152. L’autrice del saggio in particolare ricostruisce l’albero genealogico del ramo pontremolese della famiglia Portugalli il cui capostipite è proprio un certo Jacopo, padre di Pietro, Martino e Antonio, nonché nonno di Giacomo.

(26) Cfr. S.A.S.P., Filze di Negozi (1736-1737). La richiesta dei “Ragionati” (Giulio Cesare Bertolini, Giacomo Antonio Reghini, Niccolò Anziani e Fabrizio Maracchi) sorgeva “per risparmiare le spese che annualmente occorrono nel mantenimento di detti levatoi…” e poiché “detti ponti sono oggi in stato di cadere”. Nel manoscritto si dice che da anni era stata ottenuta la “permissione” di sostituire i levatoi ma non fu messa in pratica a causa dell’opposizione del Sig. Comandante Comunelli.

(27) Cfr. S.A.S.P., Corrispondenze (1687-1763). In una lettera del 1735 i Sindaci della Comunità, richiedendo di poter sostituire i ponti levatoi, esposero che “fin dal 1659 ottenne il loro pubblico la facoltà da S.A.R. di poter far li ponti a pietre e calcina in cambio de’ levatoi che esistono alle Porte di Cimo e Fondo Pontremoli”. Nel documento secentesco allegato si deduce che di dieci  porte esistenti in città, solo due  erano con ponti levatoi. Sono interessanti le ragioni menzionate per le quali si sarebbe voluta la sostituzione dei levatoi:  “… si è veduto molte volte che nel passare che vi hanno fatto le bestie sopra detti Ponti pigliando l’ombra si sono precipitate…”;  “…se mai ella (la città) venisse assalita da qualche esercito che Dio guardi verrebbe assalita non dalla parte delle suddette due Porte per essere fatte con qualche artificio di riparo e maestria ma dall’altre porte che sono tutte senz’artificio et anco dalle case crinate…” Al limite ecco cosa si prospettava: “… in ogni caso si potrebbero detti Ponti di pietra gettar a basso standovi tanto più attaccati due altri Ponti levatoi più piccoli …”

(28) Cfr. S.A.S.P., Corrispondenze (1687-1763). Lettera del Cons. di Pr. Segr. al Comm.rio, datata 19 luglio 1735: “… vi commettiamo permetterli il poter fare li due ponti di che si tratta di pietra, in luogo de’ levatoi…”. Lettera del Cons. di Pr. Segr. al Comm.rio, datata 2 agosto 1735: “… vi commettiamo di far sospendere fino ad altro nostro nuovo ordine il far removere i Ponti a levatoio che sono fuori di cotesta terra …”

(29) Cfr. S.A.S.P., Diecine (1699-1741), c. 566.

(30) Cfr. A.S.F., Pratica Segreta di Pistoia e Pontremoli, Copia-lettere  (1735-1762), b. 598, cc. 184v, 185r, 30 giugno 1755.

(31) Cfr. fotografia allegata al n. 21. Anticamente a Pontremoli gli Ospedali erano due ed entrambi intitolati a S. Antonio Abate: uno “a  Cazzaguerra supra” e uno “a  Cazzaguerra infra”.  Dal 1642  (Consiglio del 28 dicembre) fu deciso che l’Ospedale di sopra (sito nella parrocchia di San Nicolò)  dovesse accogliere indistintamente tutti gli infermi. Il fabbricato fu ampliato nel 1689 e ristrutturato a seguito dell’alluvione del 1732. Con il Motuproprio Granducale del 1° ottobre 1782 il Convento del Carmine fu soppresso e venne destinato ad uso Ospedale. I progetti di trasformazione furono affidati a Portugalli fin dal 1786, tuttavia il fabbricato, inutilizzato per anni, ebbe la funzione di Ospedale soltanto a seguito della deliberazione del 6 marzo 1818 per una “epidemia di tifo”.

Cfr. P. FERRARI, La Chiesa e il Convento di San Francesco di Pontremoli, Pietro Rosi Editore, Mulazzo 1974, pp. 225 – 226. Ecco cosa scrisse il Granduca Pietro Leopoldo della fabbrica così come si presentava ancora all’interno del borgo:  “Questo spedale è presentemente in mezzo all’abitato, poco ventilato e poco comodo: è stato ordinato di trasportarsi nel soppresso Convento del Carmine, situato un quarto di miglio fuori della Porta di Lombardia …” cfr. G. RICCI (a cura di), La Lunigiana del Settecento nelle “Relazioni sul Governo della Toscana” di Pietro Leopoldo d’Asburgo Lorena, Centro Aullese di Ricerche e Studi Lunigianesi, Aulla 1980, p. 61.

(32)  Cfr. P. BOLOGNA, op. cit., p. 23.

(33)  Cfr. A.S.F., Pratica Segreta di Pistoia e Pontremoli, cit., b. 598, c. 184v.

(34) Cfr. A.S.F., Pratica Segreta di Pistoia e Pontremoli, cit.,  b. 598, c. 184v.

(35) Cfr. A.S.F., Pratica Segreta di Pistoia e Pontremoli, cit.,  b. 598, c. 184v.

(36) Cfr. A.S.F., Pratica Segreta di Pistoia e Pontremoli, cit.,  b. 598, c. 184v.

(37) Cfr. S.A.S.P., UGGERI ELEONORO q. GIULIO, mscr. cit.,  c. 17v.

(38) Cfr. S.A.S.P., Diecine (1752-1756), luglio 1756. In particolare Giovan Battista Medardi fu stipendiato  “per rifare da fondamenti l’Orechione del Ponte sino alla Spaleta e coligarlo co’ muri della scala e del recinto della piazza, e per rimettere a pietre picate li due guanciali agli angoli dell’imposto di fori della Corona di detto Ponte e rinforzare parimente con pietre piccate  le panche del predetto imposto con rifare e fondere et alzare a pietre piccate il Barbacane che rege parte del muro alto della strada che conduce in Lombardia. E più per rifare due bastioni nel fiume Magra per divertire l’acqua dal molino per eseguire li detti      lavori    e       finalmente       per         disarmare e      riporre   li   legnami   del Nuovo Arco del Ponte  …”

(39) Sulla “violenza e rapidità” del corso del fiume Magra nei secoli: cfr. G. SFORZA, op. cit., vol. I, pp. 23 – 27:  in poche pagine il celebre storico montignosino (del quale il 3 luglio 1996 ricorrevano i 150 dalla nascita) condensa storia e poesia con grande maestrìa.

(40) Cfr. G.C. DOSI DELFINI – N. ZUCCHI CASTELLINI, op. cit., pp. 204-205. Eccone il testo:

 AD PERPETUAM REI MEMORIAM – TEMPLUM HOC DEO TER OPTIMO SACRUM – DIVI ANTONII NOMINE INSCRIPTUM – ET NOSOCOMIUM PAUPERUM AEGROTANTIUM ADDICTUM – RECEPTIONI – LACRIMOSA FLUMINIS MACRAE INUNDATIONE – VII KALENDAS NOVEMBRIS ANNO MILLESIMO SEPTINGENTESIMO – TRIGESIMO SECUNDO – PENITUS A FUNDAMENTIS AVERSUM – PAULUS PHILIPPUS MARIA BALDIGIANI – NOBILIS FLORENTINUS – ET PRO SERENISSIMO MAGNO AETRURIAE DUCE COMMISSUS – GENERALIS PONTREMULI – UT PUBBLICAE APUANAE PROVINCIAE UTILITATI ET PAUPERUM – LEVAMINI – PROBE CONSULERET – POST DEMANDATUM VICINAE DOMUS – QUAE EANDEM PASSA FUERAT AERUMNAM ADDITAMENTUM – IN NOVAM HANC ET OMNINO AMPLIOREM  ET ELEGANTIOREM – FORMAM – AD AUGENDUM DIVINI CULTUS SPLENDOREM – UTQUE MAJORI AEGROTANTIUM COMMODITATI ET APUAE – ORNAMENTO PRODESSET – REDIGI JUSSIT CURAVIT – ANNO IUXTA AERAM CHRISTIANAM MDCCXXXV.

(41) Cfr. G.C. DOSI DELFINI – N. ZUCCHI CASTELLINI, op. cit., pp. 20-21. Eccone il testo:

 PONTEM ANNO MDCCXXXII – INUNDANTIUM AQUARUM IMPETU ABRUPTUM – VIAM ANNO MDCCLV – PROXIMO FATISCENTE COLLE EVERSAM – PORTAM – NIMIA IAM VETUSTATE HAUD DECORAM – MIRA PROVIDENTIA – EQUITIS PHILIPPI BORBONII  EX MARCHIONIBUS DE MONTE – THORACATORUM EQUITUM MAGISTRI – PRO – FRANCISCO PRIMO ROMANORUM IMPERATORE – SEMPER AUGUSTO -MAGNO AETRURIAE DUCE ECC. ECC. – LUNENSEM PROVINTIAM MODERANTIS – ANNO MDCCLV – IN NOVAM HANCE – AMPLIOREM ELEGANTIOREMQUE FACIEM – RESTITUENDA CURAVIT – AEDILIBUS – IURISCONSULTUS GASPARE FORMAINI  NICOLAO CASTELLINI – IOANNE SIMONE CAMISANI   IOANNE LEONARDO FALASCHI.

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