INTERVISTA AL PROFESSOR LUCIANO BERTOCCHI, PIONIERE DEGLI STUDI SUL BAROCCO PONTREMOLESE

Il professor Luciano Bertocchi – La foto è stata scattata a Bagnone da Marco Angella il 2 agosto 2019

Luciano Bertocchi è nato a Pontremoli il 30 marzo 1945 e risiede a Pontremoli in Piazza dell’Unità d’Italia, 6.

Dopo gli studi superiori presso il Liceo Vescovile di Pontremoli ha frequentato l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dove si è laureato in Lettere Moderne nel 1968 con la tesi “La pittura decorativa del Settecento a Pontremoli”.

Si è subito dedicato all’insegnamento, prima nella Scuola Media di 1° grado, poi, dal 1974, negli Istituti Magistrali. Dal 1970 è stato direttore della Biblioteca “Camillo Cimati” di Pontremoli, incarico, protrattosi fino al 1978, durante il quale realizzò la catalogazione Dewey di tutto il patrimonio librario, ma soprattutto del Corpus delle miscellanee lunigianesi, assieme a Mauro Bertocchi. Nel 1982 è diventato preside di scuola media. Dal 1° gennaio 2005 è in quiescenza dal ruolo di Dirigente Scolastico.

In ambito culturale, subito dopo la laurea, si è occupato di ricerca storica ed artistica, realizzando una serie di studi di interesse locale e nazionale, soprattutto in riferimento alla pittura decorativa del Settecento e agli eventi storici, artistici e religiosi di Pontremoli e della Lunigiana, nonché alla lingua dialettale pontremolese.

Dall’aprile 1969 si dedica a livello hobbistico all’apicoltura, attività che pratica continuativamente da 50 anni. Nel contesto ha realizzato, assieme a Lauro Camparini ed Ernesto Galanti, con un impegno di oltre 17 anni, la Denominazione di Origine Protetta dei Mieli di Acacia e Castagno della Lunigiana, prime D.O.P. in assoluto a livello nazionale.

Fondatore dell’“Associazione Culturale Pontremolese”, ha partecipato attivamente all’organizzazione di mostre documentarie. Ha collaborato all’allestimento del Museo delle Statue Stele della Lunigiana, per il quale, unitamente all’allora Direttore, il professor Augusto Cesare Ambrosi, ha organizzato alcune esposizioni di materiale archeologico e pubblicistico e una lunga serie di incontri denominati “I sabati del Museo” che portarono a Pontremoli gli esperti più noti del settore.

Dal 1984 è iscritto all’albo dei giornalisti pubblicisti della Toscana. Ha collaborato con il quotidiano “La Nazione” e collabora tuttora con il settimanale cattolico “Il Corriere Apuano”. E’ socio ordinario della Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi.

Vanta numerose pubblicazioni di vario genere. Ricordiamo in particolare: “Due secoli di pittura barocca a Pontremoli”, in collaborazione con Rossana Bossaglia e Vasco Bianchi (Sagep 1974; ristampa 1997); “La chiesa di San Francesco a Pontremoli”, in collaborazione con Mauro Bertocchi (Pizzi 1994); “Gli stucchi della chiesa di San Francesco in Pontremoli” (Artigianelli 2003); “Novant’anni di calcio pontremolese 1919-2019”, in collaborazione con Natalino Benacci (Paolo Savi Editore 2009); “In viaggio nella Pontremoli granducale e barocca” (Il Fiorino 2013); “Per una grammatica della lingua dialettale pontremolese” (Tipografia Artigianelli 2017). Nel versante della scrittura creativa si ricordano in particolare raccolte di poesie dialettali, il carme “Il Tempio dei padri” (scritto in occasione del 500° anniversario della dedicazione della chiesa di San Francesco) e il romanzo “Gli assassini del bigoncio” (Il Fiorino 2013), con cui ha vinto il Premio selezione del Bancarella della Cucina del 2014.

Intervistiamo il professor Luciano Bertocchi per conoscerlo meglio.

Quali sono stati i suoi maestri?

Parlare di maestri in senso stretto credo non sia possibile. Di certo è stata importante l’impostazione generale ricevuta nella scuola superiore, ma soprattutto all’università dove alcuni docenti, cito su tutti il prof. Gian Alberto Dell’Acqua e il Prof. Augusto Marinoni, sono stati fondamentali per indirizzare le scelte critiche e metodologiche. Senza trascurare che la vera passione per la nostra storia è venuta dalle letture dei grandi maestri locali, da Pietro Ferrari e Manfredo Giuliani, da Giovanni Sforza e Pietro Bologna a Emilio Cavalieri, fino a Nicola Zucchi Castellini e a Gian Carlo Dosi Delfini, l’esperienza dei quali, goduta in un rapporto personale diretto molto importante, ha lasciato a livello umano un segno indelebile.

Senza scordare Augusto Cesare Ambrosi la cui umanità e il cui entusiasmo credo siano ancora vivi in quanti lo hanno conosciuto e restano un bagaglio morale a cui diventa difficile non fare riferimento nel lavoro di tutti i giorni.

Lei può essere considerato un pioniere degli studi sul barocco pontremolese. Ci può spiegare come è nato il suo interessamento per quel periodo storico, svelandoci le particolarità del “quadraturismo pontremolese” facendo riferimento ai suoi protagonisti?

La prima infatuazione per le decorazioni barocche mi è nata frequentando da bambino la Villa Dosi, quando ospite dei  miei nonni nel podere a nord della Villa, avevo spesso occasione di entrare, quasi di nascosto, nelle grandi sale ed ammirare quelle che per gli occhi di un bimbo erano vere meraviglie. Così, al momento di scegliere l’argomento della tesi di laurea, decisi che era il caso di capire cose fossero quei misteriosi disegni e soprattutto chi li avesse realizzati.

Non è stata un’impresa facile perché in realtà, a parte alcune informazioni molto generiche, del “barocco pontremolese” si sapeva davvero poco. Fu il Marchese Gian Carlo Dosi Delfini ad aprirmi tutte le porte dei palazzi cittadini e a darmi le prime informazioni importanti, mettendomi a disposizione un ricco epistolario di artisti presente nell’archivio di famiglia. In pratica, in un paio d’anni visitai tutti i palazzi e le case più importanti della Pontremoli settecentesca stendendo un inventario di opere quasi paradossale, tanto che il Prof. Gian Alberto Dell’Acqua, che seguiva il lavoro di ricerca, quando vide le prime note e le prime fotografie, arrivò a pensare che lo prendessi in giro.

Il vero problema fu ricostruire la vicenda generale perché degli autori, a parte i nomi e qualche accenno dell’unico storico dell’arte locale, il Bologna, o i resoconti dell’Esposizione del 1939, non c’era quasi nulla.

Poiché gli archivi pontremolesi  non esistevano ancora, almeno come li intendiamo oggi, feci un enorme lavoro di ricerca a Parma e a Milano dove riuscii con grande fatica, anche grazie alle indicazioni che ricavai dall’epistolario, poi pubblicato nel 1970, a ricostruire almeno le tappe più importanti della vita di Francesco e Gio. Batta Natali, Antonio e Niccolò Contestabili di cui si sapeva davvero pochissimo, mentre per Alessandro Gherardini e Sebastiano e Giuseppe Galeotti per lo meno esistevano alcune monografie, anche se non riportavano, se non casualmente, i lavori pontremolesi. In pratica, per i Natali e i Contestabili, anche nei grandi repertori biografici non comparivano più di una decina di righe.

Alla fine, per lo meno, fu possibile avere un’idea di chi fossero e soprattutto una prima traccia concreta della loro attività generale e della loro collocazione nel vasto panorama del quadraturismo italiano, tanto che la Prof. Maria Luisa Gatti Perer della Cattolica voleva che stampassi la ricerca in una rivista dell’Università, ma già allora avevo altre idee che fortunatamente riuscii a concretizzare qualche anno dopo sempre grazie al Marchese Dosi Delfini che capì subito di avere tra le mani qualcosa di importante per la nostra città e non solo.

Fu così che nacque il “Barocco Pontremolese”, anche se per averne un’idea ben più concreta furono necessari altri studi ed altre ricerche, soprattutto su quanto accadde a Pontremoli tra Sei e Ottocento, per scoprire un mondo artistico estremamente complesso le cui diverse articolazioni stanno uscendo allo scoperto sempre più chiaramente grazie all’impegno di alcuni ricercatori di grande qualità.

Lei è stato tra i fondatori dell’Associazione Culturale Pontremolese, sorta nel 1975. Può ricordare i protagonisti della nascita di questo sodalizio e le iniziative più importanti portate avanti negli anni?

I ricordi di quegli anni sono tanti quasi quanto i rimpianti. Fondare l’Associazione Culturale Pontremolese, visto il fervore degli ambienti culturali lunigianesi, fu quasi spontaneo. Il lavoro che stavamo facendo con Mauro Bertocchi in Biblioteca, l’attenzione costante che il prof. Vasco Bianchi ci riservava quasi giornalmente, proprio per l’attività di catalogazione dell’enorme patrimonio di opuscoli storici presente sia nella Biblioteca Civica che in quella del Seminario, la consapevolezza di disporre di un patrimonio architettonico, artistico e storico incredibile, quasi tutto da indagare e studiare, erano un bagaglio sufficiente per farci capire che Pontremoli doveva recitare un ruolo di primo piano nel panorama lunigianese almeno in riferimento alle sue specificità che andavano ad integrare perfettamente quanto stavano facendo altrove le altre Associazioni.

L’avvento poi del Museo delle Statue stele nel Castello del Piagnaro fu un ulteriore stimolo per uscire allo scoperto. Visto quello che avevamo a disposizione e vista la grande esperienza del Prof. Bianchi, c’era solo da scegliere. Così dopo avere  dato alle stampe, dopo un lavoro d’équipe incredibile, le Memorie storiche di Bernardino Campi, potemmo organizzare la Mostra delle Edizioni Bodoniane conservate nella Biblioteca del Seminario, la Mostra delle opere del pittore pontremolese Pietro Cocchi, morto solo ventenne, la Mostra degli interventi della Soprintendenza di Pisa in Provincia di Massa Carrara, quasi un riconoscimento per quanto in quegli anni si stava facendo soprattutto in Lunigiana e a Pontremoli, vedi ad esempio la riapertura dell’Oratorio di Nostra Donna.

Purtroppo, nel momento di maggiore fervore, venne a mancare il prof. Bianchi, ma in suo ricordo organizzammo quello che ritengo essere stato il più grande evento espositivo mai realizzato in Pontremoli, compresa l’Esposizione del 1939, ovvero la Mostra dei “Paesaggisti pontremolesi del ‘700” che ci permise di proporre per oltre un mese, ad un pubblico che superò le ventimila presenze, oltre 40 opere originali a olio e su legno, 40 documenti originali tra disegni, bozzetti e lettere autografe, e oltre 70 riproduzioni fotografiche di grande formato degli affreschi dei palazzi pontremolesi. Un’operazione che fu possibile solo grazie alla grande disponibilità dei proprietari delle opere e dei documenti e che servì a fare comprendere appieno quale fosse la reale dimensione del “barocco pontremolese”, anche se solo in una visuale particolare.

Quest’anno Pontremoli celebra gli 800 anni, per tradizione, del passaggio di San Francesco nella nostra città e della costruzione della omonima chiesa. Lei ha scritto, insieme al compianto bibliotecario Mauro Bertocchi (1946-1997),  il libro “La chiesa di San Francesco a Pontremoli” ed un bel “carme”, “Il tempio dei Padri”, in endecasillabi sciolti. Ci può indicare quali sono le opere d’arte più significative che un turista può ammirare venendo a visitare l’edificio, oggi sede della Parrocchia dei  Santi Giovanni e Colombano?

Finora abbiamo accennato quasi solamente al barocco pontremolese, però non bisogna dimenticare che Pontremoli vanta la presenza di due monumenti rinascimentali di grandissima importanza, la Chiesa della SS. Annunziata e la Chiesa di San Francesco, oggi parrocchiale dei SS. Giovanni e Colombano. Due chiese conventuali con due storie diverse, ognuna a suo modo legata ad alcuni dei momenti più difficili della storia pontremolese, ma fondamentali per comprendere quale sia stato il senso della storia della nostra città, sia in chiave sociale che artistica. Per quanto riguarda San Francesco l’occasione della ricorrenza degli 800 anni del passaggio nel borgo del Serafico sarà una magnifica occasione proprio per riscoprire quello che la chiesa ha significato nel nostro passato e cosa può significare nel presente. La due opere citate hanno avuto ed hanno appunto questa funzione, di ricostruire al meglio gli eventi più importanti collegati alla presenza dei francescani e quanto essa sia stata fondamentale per gli equilibri politici e sociali dell’antico borgo.

Ovviamente, assieme agli eventi più significativi, sono di fondamentale importanza le opere d’arte che la chiesa contiene e che forse non sono ancora adeguatamente valorizzate. Basti pensare al bassorilievo della Madonna con il Bambino attribuito ad Agostino di Duccio, posto nell’altare della Visitazione, a mio avviso una delle opere d’arte più importanti dell’intera provincia o al coro ligneo intarsiato, opera del 1508 del parmense Luchino Bianchino, e la Madonna in trono, San Giovanni Battista, San Antonio Abate e San Francesco di Paola attribuita al Parmigianino.

In subordine, ma solo perché posteriori, pregevolissima la Crocifissione di Guido Reni nella cappella del fonte battesimale, opera del 1629, l’Assunzione e Santi di Panfilo Nuvolone, nell’ultima cappella del transetto ds, la tela della Madonna, S. Giuseppe da Copertino e Santi e quella con la Madonna di Caravaggio di Giuseppe Bottani, la grande pala dell’abside con S. Francesco che riceve le stimmate di Gianbettino Cignaroli e l’Immacolata e Santi di Giuseppe Antonio Luchi detto il Diecimino.

Ma solo per citare le opere più note e senza trascurare il grande complesso decorativo a stucco che impegnò per quasi 50 anni la famiglia Portogalli, con i suoi rappresentanti più significativi, da Bartolomeo, a Pietro a Martino che hanno lasciato tracce della loro opera in quasi tutta la Lunigiana.

Una chiesa che, anche grazie alla ricorrenza giubilare, merita ben più di una visita proprio per quello che rappresenta a livello devozionale ed artistico per la nostra città e per il territorio. Non si può scordare, inoltre, che proprio da qui partì la missione trinitaria della beata spezzina Itala Mela, che ebbe la visione dello Spirito Santo mentre si confessava nel primo confessionale ligneo della navata destra.

Lei è un grande appassionato e scrittore di dialetto pontremolese. Ci può tratteggiare le figure salienti che nell’arco del tempo si sono cimentate in questa meravigliosa “lingua” locale? Il dialetto pontremolese potrà avere un futuro?

In riferimento al dialetto possiamo dire che Pontremoli, almeno nel panorama lunigianese, può proporre un’esperienza praticamente unica. Come è noto, infatti, ha una bella e corposa produzione letteraria della quale per altro è databile anche l’anno di nascita, il 1897, quando Luigi Poletti, per altro noto soprattutto come grande matematico, pubblicò la prima poesia in dialetto “Al Sucialìŝm” che diede il via ad una produzione ancora oggi fortunatamente significativa.

La lezione di Poletti, la cui produzione è fin troppo nota e culmina con l’inno della nostra città “Al Campanùn”, trovò numerosi seguaci, primi fra tanti, Giovanni Bellotti e Cesare Reisoli, cui seguirono, con intenti spesso diversi, comunque legati alla tradizione e all’amore per la nostra terra, Piero e Aldo Bertolini e, dal secondo dopoguerra, Giulio Tifoni, Amelio Bertocchi, Sandro Michelotti, Luigi Musetti, Renato Lucchesi, Guido Moscatelli, Alberto Angella, Mauro Rocati e il sottoscritto.

Una produzione di grandissimo interesse alla cui valorizzazione provvidero alcune associazioni come gli “Amici del Campanone” di Milano che realizzarono ben due antologie dedicate anche agli altri dialetti della Lunigiana e i Donatori di Sangue “Fratres” di Pontremoli che nel 2006 pubblicarono l’antologia “Al chr d’Puntrémal”, proponendo agli appassionati del settore alcune delle liriche più rappresentative gli autori che abbiamo citato, riaprendo così il dibattito sulla necessità di recuperare quanto ancora esisteva della nostra lingua madre.

Possiamo dire che da quel momento c’è stata una specie di rigenerazione, perché la domanda di dialetto è cresciuta a dismisura, anche tra le giovani generazioni, ma soprattutto sono venuti allo scoperto nuovi autori che fino a quel momento erano rimasti stranamente nell’ombra.

Non è un caso se, grazie all’interessamento delle Farfalle in Cammino, associazione che promuove il turismo lunigianese, è stato possibile organizzare ben due corsi di “Lingua dialettale pontremolese” frequentati con grande entusiasmo da una quarantina di allievi e che hanno portato alla realizzazione del volumetto “Per una grammatica della Lingua dialettale pontremolese” che sta diventando un punto di riferimento in Lunigiana per chi intenda ridare un impianto morfologico ai tanti dialetti della nostra terra.

Voglio credere che quanto accaduto negli ultimi anni sia solo un punto di partenza e che l’attenzione che il dialetto sta incontrando un po’ ovunque rinnovi il desiderio di raccontare nella “lingua dei padri” le proprie esperienze di vita, dando nuova linfa ad una tradizione ormai più che secolare che non può assolutamente finire.

Lei ha portato avanti per anni la trattoria “da Bussé” (nata nel 1930), che da qualche anno ha cambiato gestione. Ci può raccontare qualche aneddoto legato alla trattoria o a qualche personaggio che l’ha frequentata?

La domanda apre una parentesi su un’esperienza fondamentale nella mia vita, quella di avere vissuto con grande intensità la vicenda della mia famiglia nel l’ambito della ristorazione, in quella “Trattoria Bussé” che, fondata da mio padre Pietro e da mia zia Maria nel 1930, è stata chiusa, almeno per noi, nel 2015, anche se oggi continua con altri gestori.

Inutile confessare che un po’ di nostalgia mi è rimasta perché un’esperienza come quella della ristorazione per avere un rapporto diretto con la gente è sicuramente irripetibile, in quanto le persone, si dice, le scopri al meglio soprattutto a tavola e devo dire che è proprio vero.

Quanto agli aneddoti, visto che in trattoria ho passato oltre sessant’anni, sono innumerevoli anche se la cosa più importante è stata che ho potuto conoscere i personaggi più impensabili, altrimenti irraggiungibili, almeno vivendo a Pontremoli.

Voglio ricordare un episodio degli anni sessanta cui assistei per caso. Stavo infatti mangiando al tavolone che c’era nell’ingresso della trattoria quando entrò il regista e scrittore Mario Soldati che pretese di mangiare lì a fianco a me e non ci fu modo di smuoverlo.

Ovviamente, chiese i testaroli e, mentre mia zia li stava preparando, andò in cucina e trovò da ridire sul modo in cui venivano cotti. Mia zia, che non aveva la minima idea del personaggio che le stava a fianco, lo mandò letteralmente a quel paese, anche se con modi rispettosi, invitandolo a farsi gli affari suoi e a non pretendere di insegnare il mestiere a chi lo faceva da decenni.

Con mio grande stupore il focoso personaggio, già noto per le sue intemperanze, tornò a sedersi e, dopo avere mangiato in assoluto silenzio, cosa per lui decisamente strana, manifestò a gesti tutta la sua soddisfazione e se ne andò senza proferire parola. Quando raccontai l’episodio a Luigi Veronelli, il noto enogastronomo bresciano, rimase di stucco e disse chiaramente che eravamo stati fortunati perché al solito ne uscivano furenti reazioni che, forse, furono trattenute dalla precoce canizie della cuoca.

Un episodio, curioso nel suo sviluppo, mi capitò con Vittorio Sgarbi che venne a mangiare da noi assieme alla madre a metà degli anni settanta quando ancora non era il personaggio che poi sarebbe diventato. Durante il servizio mi chiese se conoscevo Luciano Bertocchi con il quale doveva assolutamente parlare per problemi legati alla sua attività di storico dell’arte.

Da poco tempo, infatti, era uscito il volume “Due secoli di pittura barocca” e voleva avere la possibilità di visitare alcuni siti con la guida giusta per non perdere tempo. Lo assicurai che la persona mi era nota e non avrei avuto problemi a rintracciarla, anzi sarebbe stato facilissimo. Poiché non capiva il perché della mia sicurezza, durante il pranzo tornò a sollecitarmi più di una volta, quasi indispettito che non dessi prontamente seguito alla sua richiesta, dimostrando fin da allora tutte le caratteristiche della sua dirompente personalità.

Al momento del conto, finalmente sbottò in un perentorio: “Allora dov’è questo Luciano Bertocchi!”. Gli risposi sorridendo: “Eccomi!”. Il: “Come, un cameriere!” che seguì, la dice lunga sul suo stupore! Fatte le presentazioni, tutto ovviamente si chiarì e passammo un bel pomeriggio dal quale nacque un’amicizia forse poco coltivata, ma a cui Vittorio ha sempre fatto riferimento ogni volta che viene a Pontremoli.

Insieme al giornalista Natalino Benacci ha scritto un libro sul “calcio pontremolese”. Quest’anno la squadra GSD Pontremolese 1919 ha celebrato i 100 anni conquistando l’Eccellenza. Ci può rammentare i personaggi più importanti che nel tempo hanno dato lustro a questa gloriosa società?

Sia stato il caso o un vero e proprio colpo di fortuna diventa difficile da stabilire. Va da sé che potere vivere l’esperienza del centenario di una Società sportiva in concomitanza con una promozione quasi storica, per un giornalista sportivo, che di quella società segue le vicende da oltre quarant’anni, è davvero emozionante.

E’ chiaro che quella per la Pontremolese, come si dice in gergo, per me è una vera “fede”, culminata con la ghiottissima opportunità di poterne raccontare le vicende in un bel volume che resta un punto di riferimento per tutto il calcio lunigianese.

Il merito, come noto, fu di “Cio” Tassi che, presidente dei Veterani Sportivi locali, consapevole che con Natalino Benacci avevamo raccolto nel tempo un monte di materiale, volle assolutamente realizzare l’opera in occasione dei novant’anni della Società, sicuro che sarebbe stata l’antefatto dell’ormai imminente centenario che finalmente è arrivato nel modo migliore e che speriamo di potere festeggiare in maniera altrettanto altisonante anche se il vero protagonista di allora purtroppo è venuto a mancare prematuramente.

In attesa, quindi, di potere raccontare gli ultimi dieci anni, come è in programma di fare, ritornare sul passato anche il più lontano è abbastanza semplice, perché davvero la storia della Società “azzurra” è piena di personaggi di grande rilievo, anche se a diversi livelli.

Su tutti, crediamo Enrico Albertosi, il mitico portiere della nazionale, cresciuto alla scuola del padre Francesco che della Pontremolese fu un grande portiere tra le due guerre e poi allenatore. Un esempio importante perché il maestro Francesco Albertosi è rimasto nel cuore di tanti che hanno goduto dei suoi insegnamenti, mentre il figlio li ha scordati presto in quanto con Pontremoli ha davvero pochi rapporti ed è un vero peccato.

Restando ai protagonisti solo di casa nostra difficile dimenticare il gruppo che nell’immediato dopoguerra riuscì ad emergere con prepotenza nel panorama nostrano arrivando a conquistare la Promozione. I nomi di Bozzoli, Necchi Ghiri, De Negri, Fanti, La Bombarda, Tassi e tanti altri rimbalzeranno poi per anni nei commenti nostalgici di un passato che ha faticato a lungo ad essere recuperato.

Dopo gli anni della crisi per la mancanza del campo sportivo, iniziò, infatti, un periodo, a suo modo eroico, nel quale si cercò di valorizzare soprattutto talenti locali.

Mentori, il mitico Pasquino Tarantola che, forte di una carriera di un certo effetto, volle chiudere la sua vicenda sportiva proprio nella squadra di casa prima come giocatore, poi come allenatore. Alle sue spalle, un altro personaggio indimenticabile, il presidente Italo Landi che diede carta bianca  al suo mister riuscendo a portare la Pontremolese dai gradini più bassi fino alla Prima categoria, senza però riuscire ad andare oltre.

La politica di Tarantola diede comunque i suoi frutti mettendo in evidenza una bel gruppo di calciatori, ricordiamo per tutti Nene Romiti, Della Catta, Bassi, Bernazzoli, i fratelli Fanti, Capiferri, ma sappiamo di dimenticare troppi che meriterebbero la citazione, e soprattutto rinnovando quell’entusiasmo per il calcio nostrano che nel tempo si era un po’ assopito.

Per tentare il salto di qualità era evidente che la forze locali non erano sufficienti e la Pontremolese cominciò a crescere quando a fianco dei sempre meno presenti talenti locali furono inseriti giocatori provenienti da altre realtà. La differenza fu subito evidente perché la Pontremolese prese non solo a stazionare in maniera costante in Prima categoria, ma sul finire del secolo, guidata dal Mister Tiziano Cassiani e dal Presidente Del Fraro ritrovò prima la Promozione, poi nel 98/99, cosa mai successa nella sua storia, quell’Eccellenza che avrebbe rappresentato per lunghi anni la tappa più alta per tutto il calcio lunigianese.

Difficile, però, cercare protagonisti perché le necessità di restare a certi livelli imponeva cambi costanti di giocatori ed allenatori, tanto che diventa difficile per tutti fissare nella memoria qualche nome d’effetto. Quest’anno, dopo cento anni dalla fondazione del sodalizio, la Pontremolese ha riconquistato l’agognato ritorno ai massimi livelli della sua storia e l’impresa ci permette di fare almeno un nome, quello del centravanti Occhipinti che, nella stagione appena conclusa, ha fissato il nuovo record di reti, 21, mai segnate da altri in tanti campionati.

Solo numeri che non gratificano i protagonisti di tante vicende che andrebbero tutti ricordati, ognuno protagonista di una storia ormai senza tempo e forse ancora tutta da scrivere nelle sue pagine più belle.

Lei è attivo anche nel campo della “scrittura creativa”. E’ più entusiasmante occuparsi di storia locale oppure scrivere romanzi “di una storia vera” come “Gli assassini del bigoncio”?

Senza dubbio è solo una questione di stimoli o di occasioni. La passione per la ricerca documentaria è un invito costante ad approfondire quanto emerge dalle carte antiche, ma una naturale attenzione alle cose del nostro presente e, soprattutto, ad un rapporto confidenziale con le tante persone che si incontrano ogni giorno ed hanno avuto un qualche ruolo nella nostra vita induce a riflettere su quanto di importante possa ancora essere trasmesso di quello che abbiamo vissuto personalmente. Tante esperienze significative che spesso permettono di ricostruire eventi che, pur impostati in maniera fantasiosa, hanno un loro fondamento storico.

E’ quello che è accaduto per gli Assassini del Bigoncio, una storia sostanzialmente vera perché costruita su personaggi reali, per altro citati tutti, tranne la protagonista e i suoi familiari, con i loro nomi.

In concreto,  si tratta, almeno nel mio caso, di fare comunque storia perché ritengo sia fondamentale, specie se si racconta qualcosa legato al nostro passato, valorizzare al meglio il contesto nel quale la storia si sviluppa ed allora descrivere anche ambienti marginali, ma sempre parte integrante di un passato recente, e magari ancora vivo, significa dare un contributo concreto per fissare su carta testimonianze che con il tempo sarebbero destinate a sparire, senza lasciare una qualche traccia che permetta di ritrovare quel passato che invece i documenti riescono a regalarci spontaneamente.

Marco Angella, Intervista al professor Luciano Bertocchi, pioniere degli studi sul barocco pontremolese, pubblicata nella rivista “Il Porticciolo”, La Spezia, anno XII, n. 3.9.2019, pp. 118-126

La rivista spezzina “Il Porticciolo” è fondata e diretta dalla professoressa Rina Gambini

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