
Angelo Ghiretti è nato a Parma il 7 Aprile 1958 dove risiede, in viale Caprera 24.
Si è laureato in Storia Antica con 110 e lode presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bologna nel 1984 con una tesi in Paletnologia dal titolo “Il popolamento preistorico in val Ceno” (relatore Giovanna Bermond Montanari; correlatore: Maria Bernabò Brea). Si è perfezionato in Archeologia Romana e Medievale presso l’Università Cattolica di Milano con 70 e lode nel 1988 discutendo una tesi dal titolo “Archeologia e incastellamento altomedievale nell’Appennino Parmense”. Ha prestato servizio civile all’interno del CIREA (Centro di Ricerca ed Educazione Ambientale dell’Università di Parma) come assistente del professor Albert J. Ammerman (docente nelle Università di Stanford e Colgate – USA). Nell’estate 1986 ha realizzato la mostra “Il popolamento preistorico nelle valli di Taro e Ceno” al castello di Bardi.
Dal 1980 al 1983 ha fatto parte, come assistente di scavo, della Missione Italiana di Ricerca in Bulgaria (scavi alla città romana di Ratiaria) promossa dall’Università di Bologna – Istituto di Storia Antica (professor Giancarlo Susini). Dal 1986 è archeologo accreditato presso la Direzione Generale Ministero Beni Culturali. E’ socio ordinario dell’Istituto Italiano Preistoria Protostoria di Firenze e socio ordinario della Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi. Lavora come archeologo libero professionista titolare della ditta individuale Angelo Ghiretti Studio, che compie indagini archeologiche.
Dal 1975 ha partecipato a numerosi cantieri archeologici. Dagli anni Ottanta ha diretto cantieri archeologici preistorici, per conto di Università (Bologna, Ferrara) e Soprintendenza (Emilia Romagna, Piemonte, Toscana). E’ autore/curatore di cinque monografie e di sessantacinque articoli scientifici su varie riviste nazionali.
La sua ricerca è indirizzata soprattutto a Pre-Protostoria e Altomedioevo, con un’attenzione particolare all’area appenninica emiliana e lunigianese.
Nell’anno accademico 2004-2005 ha collaborato, con due interventi settimanali (in data 21 dicembre 2004: “L’età dei Metalli: Rame, Bronzo, Ferro; in data 11 gennaio 2005: “Storia ed evoluzione del popolamento preistorico dell’Appennino Parmense”) ai corsi di insegnamento di Antropologia e Preistoria – Protostoria dell’Università di Parma (Facoltà di Lettere e Filosofia) tenuti dal professor Sandro Bonardi.
Dal 1995 al 2005 è stato Ispettore Onorario della Soprintendenza Archeologica, carica da cui si è dimesso una volta assunta la libera professione con relativo inserimento nell’elenco ditte della stessa Soprintendenza.
Direttore del Museo Archeologico nel Seminario di Bedonia (Parma), dal giugno 2010 dirige il Museo delle Statue Stele Lunigianesi nel castello del Piagnaro di Pontremoli. Dal maggio 2014 dirige il nuovo Museo Archeologico della Valle del Ceno nel castello di Bardi. Dal 2012 al 2018 ha rivestito il ruolo di Presidente della Sezione delle Terre Veleiati e Vicepresidente della Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi. E’ socio onorario dell’Associazione “Manfredo Giuliani” e dell’Associazione “Apua Mater” ed è Accademico dell’Accademia di Scienze, Lettere e Arti “Giovanni Capellini” della Spezia.
Il 30 settembre 2017, presso il Palazzo Farnese di Piacenza, il Duca Carlo Saverio di Borbone-Parma gli ha conferito il titolo di Cavaliere di Prima Classe del Sacro Imperiale Angelico Ordine Costantiniano di San Giorgio.
Intervistiamo il dottor Angelo Ghiretti per conoscerlo meglio.
Quali sono stati i suoi “maestri”?

Avendo iniziato la mia attività nell’agosto 1975 ho conosciuto tantissimi archeologi. Solo di alcuni di loro serbo però un ricordo pieno di ammirazione e riconoscenza: sono Tiziano Mannoni, Luigi Bernabò Brea, Bernardo Bagolini e, in tempi più recenti, Franco Mezzena. Da Mannoni ho appreso l’amore per il territorio, inteso come un grande archivio verso il quale porsi senza pregiudizi, cercando di indagare ogni testimonianza archeologica che possa offrire il proprio contributo alla ricostruzione del popolamento antico, sia questa preistorica, romana o medievale. Luigi Bernabò Brea, per ogni studioso di preistoria, rappresenta un modello assoluto, per la grande competenza e la dedizione ai propri studi, animato da una passione che tutta la vita ha fatto da motore alle proprie ricerche, condotte dapprima in Liguria (caverna Arene Candide) e poi per decenni nella Sicilia orientale (Musei di Siracusa e Lipari). Bernardo Bagolini, con cui ho lavorato dal 1978, è stato, come i precedenti, anch’esso un innovatore, ponendo le basi a studi di preistoria ancor oggi fondamentali (Neolitico in Italia settentrionale). Franco Mezzena, scopritore e scavatore per trent’anni del sito megalitico di S. Martin de Corleans ad Aosta, rappresenta un raro caso di archeologo che ha effettuato sempre personalmente le scoperte di cui si è occupato; di valenza mondiale quella sopra ricordata sulla quale è stato ora eretto un eccezionale Parco Archeologico. Vorrei far presente che tutte queste persone erano accomunate non solo da grande competenza ma anche da grande modestia e una passione per le proprie ricerche mai venuta meno con l’avanzare dell’età; in modo differente tra loro tutti hanno, col loro esempio, “fatto scuola”, insegnato molto senza pretendere nulla.
Lei dal 2010 dirige il Museo della Statue Stele di Pontremoli, inaugurato nel 1975 al Castello del Piagnaro. Come è cambiato il Museo con il nuovo allestimento del 2015?
Sebbene alcuni accorgimenti dell’allestimento fossero stati compresi e messi in opera già nel 1975 da Augusto Ambrosi (luce radente sulle stele, apparati di divulgazione tenuti lontano dai monumenti per farne percepire intatta la carica emotiva) l’edizione 2015 rappresenta, più che un riallestimento, un vero e proprio nuovo museo, nel quale ben due piani sono stati occupati (prima le stele originali occupavano solo due stanze), mentre un nuovo modo di esporre le stele è stato messo a battesimo dal geniale architetto Guido Canali: tutti ricorderanno la bellissima sala Groppoli con le stele allineate e quasi sospese nell’aria, ieratiche nel loro modo di porsi. Perciò giudico questo non solo un allestimento particolarmente riuscito ma anche estremamente fedele perché riesce a trasmettere immediatamente la sacralità delle stele, che è poi una componente del loro originale significato di 5000 anni fa.
In Europa sono decine le esposizioni di monumenti megalitici ma nessuna presenta le caratteristiche della nostra, che per tale motivo sta riscuotendo un grande successo di pubblico e l’ammirazione incondizionata degli specialisti del settore.
Alla luce delle indagini effettuate finora cosa si può dire sul significato delle statue stele? Pensa che sia possibile arrivare a scoprirne altre facendo scavi programmati senza aspettare ritrovamenti casuali?
Purtroppo le indagini scientifiche condotte finora sulle stele lunigianesi si contano letteralmente sulle dita di una mano: Minucciano nel 1972; Monti di Licciana nel 1984, con scarsi risultati; Groppoli tra 2000 e 2005, monumenti eccezionali ma nessuna analisi finora pervenuta; Pontevecchio nel 2019 ma con analisi scientifiche ancora non disponibili. Tra tutte queste località solo l’ultima potrà forse raccontarci qualcosa di nuovo sul loro significato, quando le analisi di laboratorio saranno compiute. Nell’attesa rammentiamo quella che si ritiene l’ipotesi finora più accreditata. Le stele più antiche (gruppi A-B dell’età del Rame, circa tra 4 e 5000 anni fa) erano la componente fondamentale di aree cerimoniali, frequentate dalle comunità di pastori/agricoltori che vivevano in Lunigiana tra 4000 e 5000 anni fa. Davanti alle immagini di antenati trasposte in pietra, forse la mitica comunità dei fondatori (maschi armati, donne, bambini) si ritiene che le comunità dei residenti andassero ad implorare i bisogni di sempre. Ma v’è anche un’altra possibilità: che davanti alle stele in quanto antenati fosse celebrata una fase di un rituale funerario complesso, condotto in più luoghi, l’ultimo dei quali doveva essere la deposizione delle ossa dei defunti entro grotticelle naturali usate a questo scopo (es. Tana della Volpe presso Equi Terme).
Per quel che riguarda la possibilità di rinvenire stele tramite ricerche programmate – non da ritrovamenti casuali, come sempre accaduto – credo fermamente che tali prospettive dipendano dalla qualità del progetto nonché dall’esperienza degli operatori coinvolti. Questa è la strada che il settore ricerca del museo delle stele deve percorrere, partendo da indagini promosse sul luogo dei rinvenimenti. In tal senso, appena risorse ed autorizzazioni lo consentiranno, uno scavo di ricerca (e non di emergenza) andrà condotto a Monti di Licciana – località Castagnolo dove il 1 marzo 2012 è stata recuperata la bella testa n. 82 del Corpus; tutto lascia supporre che la zona, qualora oggetto di indagini programmate, lasci intravvedere la possibilità di altri ritrovamenti di stele, o fors’anche di una nuova area cerimoniale, come quella scoperta nel 1905 a Pontevecchio, recentemente ritrovata ed esaminata con due campagne di scavi archeologici condotti congiuntamente da Soprintendenza e Museo delle Stele Lunigianesi.
Ci può raccontare le più importanti scoperte avvenute in località Sella del Valoria, tra Berceto e Pontremoli, a circa due chilometri dal passo della Cisa?
Durante una ricognizione condotta con l’amico Gianluigi Canale, in corrispondenza di un antico valico naturale sul crinale della Cisa (Sella del Valoria, m 1224 slm), ho ritrovato in superficie la tessera in vetro blu di un mosaico d’età romana. Richiesta un’autorizzazione al Ministero e trovate fortunosamente le risorse a Fondazione Cariparma ho promosso tre campagne di scavi archeologici in regime di concessione ministeriale. E’ stato così scoperto un antico valico romano sconosciuto in precedenza, in corrispondenza del quale abbiamo individuato un’area sacra di valico con offerta di monete pro itu et reditu, ovvero donate dai passanti per ringraziare il dio di essere giunti incolumi al passo e per impetrarne la protezione anche al ritorno del viaggio. Oltre ai reperti di carattere votivo – solo le monete romane sono 316 di cui 251 entro la propria fossetta votiva – sono stati rinvenuti materiali che documentano importanti transiti commerciali. Alla tessera di mosaico raccolta all’atto della scoperta se ne sono aggiunte altre 18, testimonianza di un carico transitato forse nel IV secolo d.C., rovesciatosi proprio sulla sella di valico. La testimonianza però più significativa è l’Ercole in assalto del Valoria, un piccolo bronzo del III secolo a.C. (ma offerto agli inizi del successivo, a romanizzazione appena avvenuta), immagine del dio che proteggeva pastori e mercanti dall’assalto dei banditi. Non sappiamo quale fosse la divinità tutelare del valico, forse Giove Pennino, ma certamente anche Ercole doveva essere tra quelle invocate appena giunti al massimo crinale.
Nel giugno 2019 è uscito il libro, da lei curato, intitolato “Oltre il Valoria (La Cisa Romana). Archeologia del territorio nell’Alta Lunigiana”, dedicato a “tre amici dell’Iscum: Danilo Cabona, Severino Fossati, Mauro Darchi”. Ci può spiegare per sommi capi cosa possono trovare i lettori nel prezioso volume?
Il volume raccoglie i risultati dello scavo archeologico da me condotto nel luglio 2018 presso Versola Valdàntena (Comune di Pontremoli-MS), all’interno di un bosco alle pendici dell’altopiano di Logàrghena, lungo i lati di una strada acciottolata usata ancora un secolo fa. Ritrovamenti casuali d’età romana avevano lasciato immaginare che vi fossero dei siti archeologi sepolti, tanto più importanti in quanto collegati ad un percorso ancora ben riconoscibile la cui origine non sarebbe stata recente o medievale, ma addirittura d’età romana. Le ricerche, condotte poi con autorizzazione ministeriale e sempre finanziate da Fondazione Cariparma, hanno confermato tale ipotesi, permettendo di scoprire un tratto prima ignoto della romana Parma-Luni, suggerendo implicitamente quale fosse la via tra il crinale appenninico (Sella del Valoria) e gli scavi del prof. Tiziano Mannoni a Sorano di Filattiera, il sito romano conosciuto più vicino. Con questa ricerca si è messo in luce il primo sito d’età romana conosciuto nel pontremolese, consentendo inoltre di chiarire come il tracciato romano fosse questo e non quello della strada di Monte Bardone, che solo il re longobardo Liutprando riteniamo abbia avviato ex novo, almeno nel tratto oltre la Cisa, subito dopo la fondazione dell’abbazia di Berceto, nell’anno 712. L’aver identificato un tratto di via romana circa a metà strada tra il massimo crinale appenninico e il sito di Sorano/Filattiera ha implicitamente suggerito dove proseguisse la strada sia a Nord che a Sud del sito scoperto, consentendo così di aggiungere altri due importanti tasselli di conoscenza: 1) a Nord la via romana lambiva le sorgenti d’acqua termale e solforosa di Cavezzana d’Antena, che quindi sono da considerarsi conosciute in epoca romana, anche se mancano, al momento, testimonianze di un loro sfruttamento; 2) a Sud la via romana, raggiunto il valico dei Piaggi ed in prosecuzione verso Serravalle-Caprio, era controllata militarmente “a vista” dal sito fortificato bizantino di Monte Castello (scavi Ubaldo Formentini 1929), la cui ubicazione a ridosso della catena appenninica non era finora stata compresa. Gli scavi al Valoria, con due reperti longobardi databili al VI secolo, indicano che almeno una parte dell’invasione di Alboino transitò da qui, e che il forte di monte Castello avrebbe avuto la funzione di serrarne la marcia chiudendone strada e valico romano, forse con l’ausilio di un altro sito vicino dal significativo toponimo di Camporoma (allude a romani da identificarsi con i bizantini). Il sito arroccato di Camporoma (voce dialettale Camprùm) è stato scoperto in quest’occasione di ricerca grazie alle preziose testimonianze della gente del luogo coadiuvata dal parroco don Lorenzo Piagneri, autentica miniera di informazioni storico-archeologiche che noi abbiamo, in parte con successo, sottoposto a verifica scientifica.
Ci può illustrare i risultati degli scavi di Pontevecchio (Fivizzano), dove nel 1905 vennero alla luce ben nove statue stele durante i lavori di rinnovamento di un castagneto?
Il sito di Pontevecchio a tutt’oggi rimane il più significativo finora scoperto sulle statue stele lunigianesi, caso unico in cui questi enigmatici monumenti furono rinvenuti ancora in situ, nel luogo in cui erano stati collocati cinquemila anni prima. Nel 1909 le stele raggiunsero il Museo Civico della Spezia, che le aveva acquisite dal proprietario, mentre lo strato che le conteneva, in apparenza privo di reperti importanti, venne allora trascurato e subito ricoperto. Il punto esatto del ritrovamento non fu nemmeno rilevato topograficamente, onde per cui tutta la zona nel 2018 stava per essere interessata da imponenti lavori di sbancamento per far posto ad una grande strada di servizio, utile alla captazione delle copiose sorgenti del torrente Bardinello da parte del concessionario toscano delle acque. Occorreva però prima identificare l’area archeologica e tutelarla. Così il Museo delle Stele di Pontremoli e la Soprintendenza Lucca-Massa si sono congiuntamente attivati per ritrovare il sito e verificarne l’interesse scientifico. La zona è stata alfine riscoperta e con notevoli sorprese: un campo di cacciatori risalente a 12mila anni fa, del Paleolitico Epigravettiano finale, è affiorato solo a venti metri di distanza dall’allineamento originario delle stele, fortunosamente riscoperto. Mentre GAIA spostava altrove le proprie necessità di approvvigionamento idrico venivano condotte due campagne di scavi che ponevano in luce quasi tutta l’area cerimoniale delle stele di Pontevecchio. Sorprendenti le coincidenze con quanto descritto, al momento della scoperta, dall’intellettuale Antonio Mercanti di Tenerano (lettera a Ubaldo Mazzini del 30 Marzo 1909), figura di congiunzione tra i proprietari del terreno e il Direttore del Museo della Spezia. Mercanti riporta come le nove stele, una a fianco dell’altra e allineate da Levante a Ponente, giacessero collocate entro uno strato di terra nerissima e pastosa come il burro, di 20 cm di spessore e d’oltre 20 metri quadrati di estensione, che oggi sappiamo formatosi a seguito dei rituali cerimoniali protrattisi per oltre un millennio (3000-2000 a.C.); l’analisi di questi campioni finalmente porterà un po’ di luce su quest’aspetto così intrigante e finora poco o nulla conosciuto.
Facendo tesoro dei suoi studi, cosa racconterebbe ad un bambino per incuriosirlo ed introdurlo all’archeologia?
Certo non tutti i bambini si sentono incuriositi o talora attratti dalle testimonianze del passato. Occorre portarli nei musei, meglio se di ultima generazione espositiva, e davanti ai reperti essere in grado di esporre un racconto avvincente, magari coadiuvati da strumenti video multimediali. La mia generazione si è innamorata dell’Archeologia quando, da ragazzini, a scuola veniva proposta la lettura di Civiltà Sepolte di Ceram, le grandi scoperte archeologiche presentate in forma di racconto coinvolgente. Oggi si legge molto meno ma si usano strumenti nuovi di divulgazione, talora molto efficaci. Dovremmo dunque imparare a sceglierne bene i contenuti e servirci di quelli. Per quei pochi studenti che vorranno trasformare in professione la loro passione adolescenziale debbo ricordare che, nel nostro paese, nonostante la grande varietà ed abbondanza di Beni Culturali, purtroppo ancora “non esiste” formalmente il mestiere dell’archeologo (manca un ordine professionale); le tante ditte che lavorano nel settore per bonificare i rinvenimenti archeologici quando avvengono sono inquadrate nel contratto dell’Edilizia, circostanza assai mortificante per chi giunge da lunghi e impegnativi studi universitari. I posti da docenti universitari o funzionari di Soprintendenza sono pochissimi cosicché molti neolaureati si trovano, per mantenersi, a dover svolgere altre mansioni lavorative ed abbandonare l’antica passione. Chi vorrà fare l’archeologo dovrà pertanto essere dotato di un’abnegazione assoluta nel perseguire le proprie aspirazioni e possedere anche un talento non comune se vorrà raggiungere l’agognata meta. Se così sarà grandi soddisfazioni arriveranno puntuali.
Marco Angella, Intervista ad Angelo Ghiretti, Direttore del Museo delle Statute Stele di Pontremoli, pubblicata nella rivista”Il Porticciolo”, La Spezia, anno XII, n. 4.2019, pp. 119 – 124
La rivista spezzina “Il Porticciolo” è fondata e diretta dalla professoressa Rina Gambini.