INGEMAR LINDH, MAESTRO SILENZIOSO

Ingemar Lindh

Il 26 giugno 1998 ricorreva  il primo anniversario dalla morte di Ingemar Lindh. Per ricordare questo grande maestro del teatro contemporaneo abbiamo pensato di  riportare note sintetiche sulla sua esistenza ed una breve intervista rilasciataci da Roberto Bacci, il fondatore del Centro per la Sperimentazione e la Ricerca  Teatrale di Pontedera che bene conobbe l’artista svedese.

Le notizie sulla sua vita sono state tratte dalla tesi “Un maestro straniero nel teatro italiano: Ingemar Lindh. L’Istituto d’arte scenica di Pontremoli”, con la quale la giovane pontremolese Monica Rosa si è laureata nel 1994 presso il DAMS di Bologna. Una postilla: sembra che il grande mimo avesse in animo di far pubblicare questa tesi. 

Monica Rosa, che ringraziamo per le notizie forniteci,  ha avuto modo di conoscere da vicino il metodo di Lindh, avendo seguito  per due anni i corsi di Patricia Aromatario e di Magdalena Pietruska (due colonne portanti, assieme a Roger Rolin ed a Pia Andersson, dell’Istituto diretto da Lindh). La lunigianese, allieva di Claudio Meldolesi, osserva di dovere a Lindh la conoscenza di un teatro diverso da quello tradizionale e, interpellata, ricorda in particolare  la  “pazienza”, l’ “umanità” e l’ “infinita dolcezza” dello svedese.

Da Goteborg alla Lunigiana

Ingemar Lindh nacque  a Goteborg il 21 febbraio del 1945. Studiò prima alla scuola per attori di Skara Skolscen in Svezia (1964-65), poi danza classica presso lo Stora Teaterns Balettskola di Goteborg e presso l’Accademia di Danza Classica di Stoccolma (1965-66). Al Teatro Municipale di Stoccolma, dove lavorò come danzatore,  incontrò Marcel Marceau tramite il quale ottenne una borsa di studio per recarsi a Parigi e seguire i corsi di Etienne Decroux. Tra il 1967 ed il 1970 seguì anche corsi di Lecoq a Parigi ed iniziò una proficua collaborazione con Jerzy Grotowski ed Eugenio Barba. Nel 1969 fondò assieme a Yves Lebreton, Maria Lexa e Gisélle Pelisson (allievi di Decroux) lo Studio II (progetto interno al Laboratorio Interscandinavo per l’Arte dell’attore di Holstebro, diretto da Eugenio Barba). Nel 1970 Lindh, lasciato lo Studio II,   andò ad insegnare mimo all’Accademia Statale di Danza di Stoccolma.

Nel 1971 fondò l’ “Institut for scenkonst” o Istituto d’Arte Scenica (lo statuto costituente reca la data 10/10/1971) che costituisce la prima esperienza di teatro laboratorio in Svezia. 

Sino al 1976 l’Istituto,  di cui lui fu regista e direttore artistico,  risiedette a Storhogen; nei cinque anni successivi iniziò un periodo nomade.

Nel 1980-81 Lindh lavorò come pedagogo alla II sezione dell’International School of Theatre Antropology – ISTA  diretto da Eugenio Barba a Volterra. Negli anni ‘ottanta seguirono tournée in diverse parti d’Europa fin quando nacque l’idea di ricercare una dimora fissa. Gli artisti dell’Istituto giunsero in Italia e si stabilirono in Lunigiana: dopo varie peripezie passarono da Aulla a Bagnone per poi approdare a Pontremoli.

In questi anni (1984 – 1997) di permanenza presso il settecentesco Teatro della Rosa Lindh ha creato numerosi spettacoli e coproduzioni. Nel 1984 ha fondato il Centro Internazionale per la ricerca e l’autopedagogia teatrale; nel 1985 il progetto pedagogico “Università del Teatro”; nel 1990 il progetto “Università aperta” e la “Fondazione per la ricerca sull’arte dell’attore”.

Tra il 1985 e il 1990 ha condotto seminari e conferenze per attori e registi in tutta Europa e in America Latina.

Degli spettacoli nati tra le antiche mura del teatro pontremolese  ricordiamo “Maman c’est la plus belle” (1986),  “Pontremopolis” (1988), “Lacrime dell’Europa” (1989), “Perché non sanno quello che fanno” (1991), “Quand on n’a que l’amour” (1992),  “Popolo” (1992) e “Saffo” (1995). Non  possono essere dimenticati gli spettacoli   all’aperto chiamati  “Apparizioni”, presentati dal 1983 in poi: ogni evento era unico, non ripetibile e concepito per lo spazio dove veniva rappresentato.

Il 26 giugno del 1997 Lindh si spense nell’Isola di Malta. Nell’ultimo periodo della sua vita l’artista  era intento a portare avanti un  progetto denominato “xHCA” (Questioning Human Creativity as Acting), teso a coniugare teatro e neuroscienza, attorno al quale gravitavano numerosi atenei di fama internazionale.

Questi sono i freddi dati di un “curriculum” che non ha bisogno di interpretazioni.

Ora ecco l’intervista a Roberto Bacci, regista e uomo di teatro, fondatore del Centro per la Sperimentazione e la Ricerca  Teatrale di Pontedera.

Quando e come  ha conosciuto Ingemar Lindh?

Difficile dire quando, perché da un lato ci sono date, impegni di lavoro e poi ci sono immagini di vita privata che stanno dietro al teatro.

Da un punto di vista professionale lo conobbi nel 1981 all’ISTA (International School of Theatre Antropology ) di Volterra, diretto da Eugenio Barba: in quell’occasione Ingemar era uno dei pedagoghi e lavorava con la sua “interpretazione” del lavoro di Decroux. Come diceva Eugenio Barba, Ingemar era il più grande “addestratore” di allievi, nel senso che riusciva a liberare loro da tutti quei difetti che qualsiasi metodo porta con se’.

Quali sono stati i rapporti tra Lindh ed il Centro di Pontedera?

Venne da noi a tenere corsi di formazione pedagogica; abbiamo fatto scambi di lavoro tra Pontremoli e Pontedera. Alcuni suoi spettacoli sono stati rappresentati al Festival di Pontedera ed al Festival di Volterra. Ci incontravamo per confrontare i metodi di ricerca.  Ingemar aveva una grande curiosità ed un grande rispetto per il lavoro altrui.

Chi era Ingemar Lindh “secondo Roberto Bacci”?

Era una persona molto pacata e molto ironica. Sia nel lavoro che nei rapporti personali era un ottimo dialogatore, capace anche di ascoltare.

Ingemar era anche un leader  in una forma particolare. Era una “persona ingenua” nel senso positivo del termine; si stupiva quando gli altri non reagivano con l’intelligenza e con il cuore.  Ingemar non era un calcolatore. A volte ci provava. Mi riferisco al tentativo di far vivere il suo gruppo.

Lui  aveva una dote fondamentale: con quello che diceva trascinava le persone; chi lo ascoltava  rimaneva segnato dalla sua presenza.

Che cosa deve il teatro a Ingemar Lindh ?

A dirla con un paradosso quello di Ingemar era un “silenzio eloquente”. Ingemar non amava parlare di se’; non amava mostrarsi in pubblico; stava fuori dal rumore e dalle voci del teatro.   Però il suo era un silenzio eloquente per chi lo conosceva.

Il teatro gli deve, in un certo senso,  questo “silenzio”.

Che cosa vi accomunava?

Io e Lindh avevamo la stessa sensibilità nel modo di guardare il teatro, con una certa “disillusione”: nonostante il nostro diverso modo di proporci avevamo in comune un teatro di “autoformazione”, di “autopedagogia” in grado di mettere in relazione con se stessi.

Come ama rievocarlo?

Con gli occhi della mente vedo  il suo sorriso enigmatico, risento la sua risata con la voce profonda. Era come una sorta di incarnazione della lezione di Decroux:  la parola usciva da lui solo come qualcosa di strettamente necessario.

Tre aggettivi per ricordare Lindh!

Lindh era rigoroso, silenzioso e intelligente, … molto intelligente.


Marco Angella, Ingemar Lindh, maestro silenzioso, pubblicato in “Il Corriere Apuano”, n. 29 del 18 luglio 1998, p. 3

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