«Castellaro » è un toponimo molto diffuso in Lunigiana e designa generalmente le sommità di un colle, di una vetta, ma anche coste e pendii della montagna.
In molti casi la località così chiamata si è rivelata come un antico insediamento ligure del periodo protostorico.
Per la storiografia romana i Liguri sono soliti abitare vicatim e nei castella.
Forse molti dei vici liguri abitati nella nostra protostoria sono gli stessi che divennero poi fondi predali romani, borghi murati nel Medioevo e che sono abitati anche oggi. E i castella di liviana memoria probabilmente sono i « castellari » che le ricerche archeologiche ci attestano abitati nei periodi preromani.
Sulla singolarità di questo toponimo, «castellaro », che mostra una forma tardo latina e che, invece, designa, in molti casi, un insediamento protostorico, si è lungamente parlato senza mai trovare una risposta coerente.
Qui vogliamo ricordare soltanto due ipotesi prelatine: quella di Vittorio Pisani sulla voce castrum che di castellaro è matrice. Riferendosi ad una origine tosco-umbra, dal significato di fundus, propone la sua etimologia da una più antica formazione + Karstu, derivante dalla radice + Kars che ritroviamo nel sanscrito Kar-a-ti. In origine vorrebbe dire « campo coltivato », o campo delimitato tutto attorno da solchi esterni, anche « sede », « dimora ».
Senza entrare nel merito della questione, certamente non pacifica, semanticamente più calzante ci sembra l’ipotesi di Carlo Battisti, che vede nelle voci castrum e castellum un’origine prelatina dalla base Cast — altura, altura fortificata attraverso l’adattamento di castellum la voce sarebbe di origine mediterranea e più propriamente del ligure. L’ipotesi concorderebbe con la particolare area di diffusione del toponimo, che è frequentissimo nell’alta Italia, in Provenza, in Corsica, ma molto più raro nell’Italia centrale.
Se questa ipotesi sembra valida, la voce castelum o qualche cosa di molto simile presso i Liguri voleva dire soltanto « altura», luogo sopraelevato, località quindi preferita per gli insediamenti temporanei o permanenti, perché meglio difendibile nei periodi di pericolo. Tra questo arcaico significato e quello entrato nell’uso del latino, prima, e del volgare, dopo, c’è stata, naturalmente, una certa differenza. Castello è diventato sinonimo di luogo fortificato, indipendentemente dalla sua posizione topografica. « Castellare », pervenutoci come un neutro inteso sostantivamente da un aggettivo di castellum, non dovrebbe avere nulla a che fare con il castrum romano, ma indicare soltanto una località sopraelevata, che’ in qualche caso, è stata insediata dai Liguri preromani. Si spiegherebbe così la ragione, quasi controprova, la ragione, quasi controprova, dell’esistenza di tante località contrassegnate da un tale toponimo, ma che non sono mai state insediate o, per lo meno, tali non sono apparse ad una sia pur sommaria ricerca archeologica.
Rimarrebbe da spiegare ancora la forma tardo latina del suffisso –aris, variante eufonica di –alis, o meglio, nel nostro caso, del suffisso –ariu. Si tratterebbe probabilmente di una trasformazione del latino volgare: sarebbe avvenuto lo stesso processo che il latino casa ha avuto nella forma diminutiva casula e, quindi, casolare. Qualche cosa di simile che in Francia è successo con villa, villaris e villare.
Se dall’aspetto morfologico del nome passiamo al significato che il « castellaro » ebbe nella nostra protostoria, dobbiamo certamente considerarlo « come unità primaria della costituzione politica ligure ».
Il noto annunzio di Livio sulla scorreria di ventimila Liguri nell’agro lunense e pisano del 193 a.C., azione che dobbiamo sicuramente attribuire agli Apuani ed ai loro vicini alleati, è spiegata come risultato di una « coniuratione per omnia conciliabula universae gentis facta ». L’espressione presuppone dunque una-organizzazione politica e militare su vasta area giacché « conciliabulum è vocabolo di speciale significato nel diritto pubbliico romano, indicante una forma di aggregazione comunale ». Noi non sappiamo come i Liguri, e nel nostro caso, come Apuani chiamassero questa forma di aggregazione, ma possiamo abbastanza bene intuire che più castellari messi insieme formavano quella unità demoterritoriale alla quale Livio ha riferito il termine conciliabulum.
Per fare un esempio, magari non molto ortodosso giuridicamente, ma che forse è abbastanza indicativo, diciamo che il conciliabulum è una grossa- unità, è un « popolo », corrispondente, come estensione, alla nostra provincia, che il castellum (leggi « castellare » ) è il nostro Comune e che il viçus è la frazione.
Vici e castella sono dunque due aspetti del modo di vivere ligure e questo è quanto si apprende dalla storiografia. A proposito del passaggio di Annibale attraverso le Alpi, Livio ci attesta che il castelum è il caput il capoluogo della regione e che i vici erano circumiecti (Livio XXI-33), che, cioè, stavano tutti attorno. E il rapporto tanto chiaramente espresso non aveva soltanto valore topografico, ma anche di diritto. I vici generalmente, sono in zone non molto elevate, mentre i castella sono dominanti, così come sembra suggerire l’etimologia proposta dal Battisti. Nel castellum i Liguri trovavano eleento di coesione e di aggregazione di tutte le gentes.
Abbiamo accennato, a proposito delle necropoli di Chiavari e del Baccatoio, ad aggregazioni più consistenti di carattere urbano o semiurbano, questo aspetto però sembra sempre ignoto agli storici che parlano della nostra zona, delle operazioni militari che si svolgono nelle nostre vallate. Per la Liguria occidentale, invece, sono documentati gli oppida.
Quando gli Apuani si spingono a devastare l’agro pisano, inviano subito il bottino catturato in castella eorum vicosque (Livio XXXV-3), così il console Q. Minucio mette a ferro e fuoco castella vicosque delle stesse popolazioni. Ogni tanto ricorrono delle citazioni di monti che sembrano i nomi propri del nome comune monte o del castellaro. È il caso del monte Valestra (è il liviano Balista?) o del Bismantova (Suimontium?), entrambe località, se l’identificazione può essere valida, intensamente abitate in periodo preromano.
Un’altra identificazione abbastanza precisa è fatta, sempre da Livio, per la campagna del 180 a.C. Il console Sempronio parte da Pisa contro i « Liguri Apuani e, devastando loro i campi e bruciando i loro vici e castella, si apre un varco fino al fiume Magra e al porto di Luni ». Gli Apuani allora sembra che si siano rifugiati sul monte Augino, « che era stata l’antica sede dei loro avi ». Dal contesto sembrerebbe di capire che si tratta di una montagna di difficile accesso perché i Romani riescono a conquistarla soltanto « superata locorum iniquitate ».
Le deportazioni che avvengono nello stesso anno non danno elementi di identificazione delle località se non per quella operata dal console Fulvio: con la seconda e con la quarta legione, partito da Pisa contro i Liguri Apuani « qui eorum circa Macram fluvium incolebant », ne cattura 7.000 e li spedisce via mare a Napoli. Ma la maggiore deportazione, quella operata dai consoli P. Cornelio e M. Bebio, se non ci suggerisce elementi di identificazione topografica, ci fornisce un drammatico quadro di quel grandioso avvenimento che tanta parte avrà nella scomparsa della « nazione » apuana. Gli Apuani vengono colti di sorpresa dall’azione dei due consoli e sono costretti ad arrendersi in dodicimila. Di questo fatto sembra di capire che la loro tattica difensiva doveva essere sempre preordinata. Se mancava tale preparazione non erano in grado di resistere al nemico. Si tratta proprio del trasferimento della popolazione dai vici ai castellari? I consoli decidono di togliere loro ogni possibilità di resistenza e di trasferirli in un ager publicus Populi Romani che si trovava nel Sannio e, che, precedentemente, era stato dei Taurasini. Pertanto ordinano agli Apuani di scendere dai monti con i figli e con le mogli e di portarsi dietro quanto occorreva. Spesso i Liguri scongiuravano di non costringerli ad abbandonare i loro dei, le sedi dove erano nati e le tombe dei loro avi. E si decisero ad obbedire all’ordine soltanto quando si accorsero che le loro preghiere non ottenevano nessun risultato e che non avevano più forze per combattere. A pubbliche spese furono trasferiti in quarantamila, con donne e bambini, ed i consoli Cornelio e Bebio furono preposti a preparare con 150.000 sesterzi la nuova sede nella terra d’esilio.
In questo sintetico brano Livio ci mostra gli Apuani come una cosa unica col loro ambiente montano e strettamente legati a quei due culti che sono preminenti nella loro vita e che costituiscono per noi, oggi, i fondamentali elementi di valutazione della loro cultura: i sepulcra maiorum, cioè le tombe a cassetta, ed i penates, quelle divinità protettrici della famiglia, del clan e della gens che ci piace immaginare nelle statue-stele. A differenza dei Penati trasferiti da Troia nel Lazio, ci sembra di cogliere un’allusione alla mole delle nostre statue-stele nella impossibilità da parte degli Apuani di portarsele dietro. La sommità dei monti ove hanno sede i castella ed ove gli Apuani vivono arroccati con le loro cose più care, gli Dei e i sepolcri, è l’ultima visione del mondo protostorico apuano.
Continueremo ancora ad incontrare tracce della loro organizzazione civile e sociale in forme sempre più labili ed incerte nella civiltà del mondo romano ed in sopravvissute istituzioni medioevali.
Un’altra indicazione abbastanza precisa è data dall’elenco delle popolazioni che abitano al di qua e al di là dell’Appennino (Livio XLI-19); i primi sono i Garuli, i Lapicini e gli Hergates, i secondi sono i Briniates, che dovrebbero identificarsi nelle popolazioni abitanti l’odierno Frignano. In questo passo Livio cita anche Audenam amnem: si intende forse l’Aulella? In questo caso vi sarebbe quello scambio tra liquida e dentale che ancora ricorre nei dialetti apuani. Tra i fiumi è citato anche lo Scultenna, nella campagna di C. Claudio del 177 a.C.: si tratta della parte montana del Panaro, che mantiene anche oggi tale nome.
Dopo questo rapidissimo excursus ad alcune delle fonti che parlano dell’ambiente che fu teatro delle guerre apuane, ci si rende conto quanto sia difficile localizzare nelle nostre valli i vari episodi. Lo stesso luogo della disfatta del console Q. Marcio che, a dire di Livio (XXXIX-20), ha lasciato un duraturo ricordo nella toponomastica (nam saltus, unde eum Ligures fugaverant, Marcius est appellatus) è irriconoscibile nonostante i numerosi e volonterosi tentativi fatti da vari studiosi dal ‘700 ad oggi.
Pertanto ci sembra che l’unica via da seguire sia quella di uno studio sistematico dei « castellari ». Abbiamo visto che forse era soltanto un luogo di rifugio occasionale, preparato ed organizzato, che poteva offrire ricovero e sicurezza in caso di pericolo, ma che poteva anche trasformarsi in un insediamento permanente e tale rimase nel successivo periodo romano ed oltre.
Le ricerche fatte in questi ultimi anni nei « castellari » ci sembra che abbiano messo in luce questi aspetti, anche se, per trarre delle conclusioni definitive, occorrerà disporre di una maggiore casistica. A Codiponte il toponimo « castellaro » (oggi scomparso) incombe sopra un insediamento che mostra di essere stato abitato e disabitato a periodi alterni, corrispondenti, forse, ai periodi di pace, di tranquillità e a quelli di pericolo. Nella stratigrafia messa in evidenza al di sotto della chiesa, è emerso un databile al VII-V secolo a.C.; la zona, poi, risulta deserta per tutto il periodo delle guerre ligustiche fino al I secolo della nostra era, cioè fino alla pace augustea. È probabile, quindi, un pendolarismo ciclico tra castellaro e fondovalle in relazione alla sicurezza. Una specie di controprova si ha per la Capriola nella valle del Serchio: qui un’altura, quasi a sbarrare la valle, è insediata nella tarda età del Ferro ed è deserta nel periodo imperiale, per tornare molto tardivamente ad essere frequentata nel periodo tardo romano.
I « castellari » dunque sono gli elementi guida per la conoscenza di questo periodo. Quanti sono in Lunigiana?
Ubaldo Formentini in un suo fondamentale studio Conciliaboli, Pievi, Corti nella Liguria di levante, ci ha detto che, per rispondere ad una inchiesta della Societé Préhistorique de France, Ubaldo Mazzini aveva iniziato una raccolta dei « castellari », limitatamente ai confini della Lunigiana storica. La sua indagine era alla raccolta di una settantina di indicazioni, ma il lavoro, rimasto interrotto per la sua morte, era ben lungi dall’essere compiuto.
Recentemente (1977-78) uno studio sistematico di carattere topografico e storico è stato condotto come tesi di laurea da Francesco Ruschi Pavesi, alla facoltà di lettere dell’Università di Pisa. Esaminando le tavolette al 25.000 dell’I .G.M., relative alla Val-di-Magra, ha raccolto 11 toponimi del tipo “castellare » e 79 di fortificazioni generiche. È logico che in queste ultime voci molte non abbiano nulla a che fare con i « castellari » dei quali ci stiamo occupando, però è sempre un lavoro di raccolta che può essere utile ad altre ricerche. Un esame più approfondito con ampie citazioni e rilievi ha serbato poi ad alcuni « castellari » accertati come tali o dei quali hanno parlato altri studiosi. Ne citiamo alcuni con l’aggiunta di qualche altro:
Castellaro di Zignago (documentato);
Castellaro di Vezzola (documentato);
Castellaro di Serò (documentato);
Castellaro di Veppo (documentato);
Castellaro di Genicciola;
Castellaro di Iera (documentazione incerta);
Castellaro di Treschietto (Bagnone);
Castellaro di Pieve San Lorenzo (Minucciano) (documentato);
Castellaro di Pignone (documentato);
Castellaro di Framura (documentato);
Castelletto di Deiva (documentato);
Castellaro di Monte Castello (Filattiera);
Poggio Castello di Gravagna;
Castellaro di Montelungo (Pontremoli);
Castellaro di S. Antonio (Licciana);
Castellaro del Puntone (Tenerano);
Castellaro di Mulazzo;
Castelvecchio di Filattiera;
Castel di Sarasin (Rocchetta) di Pracchiola;
Castellaro di Pracchiola;
Monte Torre Nocciolo;
Castellaro di Prota;
Castellaro di Reusa;
Castellaro di Regnano;
Castellaro di Offiano;
Castellaro di Bassone (Pontremoli);
Castion di Capria;
Castellaro di Monte S. Genesio (Pontremoli);
Castellaro del Burcione (Aulla);
Castellaro del Castello di Zeri;
Castellaro di Tresana;
Castellaro di Trebbiano;
Castellaro di Cassana (documentato);
Castellaro di Comano;
Castellaro di Cisigliana;
Castellaro di Castelfermo (documentato);
Stazione di Cota (documentato);
Castellaro di Caprio;
Castellaro di Bastia;
Castellaro di Aiola;
Castellaro di Vezzano;
Castellaro di S. Lucia (Carrara);
Castellaro di Massa;
Castellaro di Cerreto (Montignoso).
Questa è solo una traccia, una minima parte dei toponimi « castellaro » che si trovano in Lunigiana. Naturalmente le carte al 25.000 dell’I.G.M. ed anche le mappe catastali non riescono a fornire un censimento completo dell’intero territorio. L’indagine dovrebbe essere fatta sul luogo, paese per paese, dalla viva voce della gente. L’identificazione del luogo dovrebbe essere seguita da una ricerca di superfice.
Del Castellaro di Zignago abbiamo parlato per il periodo del Bronzo perché nella successiva età del Ferro non appare frequentato. Con il passaggio dei due periodi Tiziano Mannoni osserva che « si hanno consistenti prove archeologiche dell’arrivo nel territorio di genti che esercitano un’attività mista agricola e silvopastorale. Lo scavo completo del “castellaro” di Zignago, a 960 metri s.l.m., attraverso i resti di strutture insediative, i manufatti ed i reperti pedologici e paleobotanici, ha chiaramente dimostrato tali attività, ma non si tratta di un vero e proprio villaggio. bensì di singole capanne in materiale stramineo stuccato con argilla, spesso abbandonate e rifatte, quasi fosse un insediamento stagionale. Se i manufatti più significativi sono collegati tipologicamente a colure della Padana, il 95% dei reperti ceramici, che ammontano a diverse migliaia, sono tuttavia prodotti con terra mineralogicamente localizzata in una distanza che va da cinque a venti chilometri”.
Qualche cosa del genere avviene nel « castellaro di Pieve S, Lorenzo, ove la ceramica è fatta in grande maggioranza in loco o nelle immediate vicinanza; una parte minore è stata importata dall’alta Garfagnana ed una ancor minore ha provenienza tirrenica. Le ceramiche fatte in loco e quelle provenienti dalla Val di Serchio mostrano un livello tecnico simile, mentre decisamente migliore è quello di fabbricazione tirrenica. La locale rappresenta in forme spesso minutissime e di materiale piuttosto scadente ciotole ed olle, a pareti spesse, caratterizzate dal solito impasto granuloso, generalmente rossiccio. Le decorazioni sono spesso a cordone o solcature parallele ravvicinate. La forma delle olle è generalmente ovoidale, con gli orli leggermente svasati. Per questo « castellaro », come si è già accennato, dobbiamo tener presenti i due distinti orizzonti, del Bronzo finale e del Ferro, prolungatosi fino alla romanizzazione. Si è soliti chiamare questo insediamento « castellaro di Pieve S. Lorenzo », ma, come è già stato fatto notare sarebbe più proprio chiamarlo di Renzano, perché questo è il centro più vicino e puntualizza il passaggio e la continuità nel fondo prediale romano.
A differenza di quanto avviene in Provenza e nella Liguria occidentale generalmente i nostri castellari non mostrano particolari opere di difesa. Ove esistono delle strutture murarie a secco non è sempre chiaramente possibile definire se si debbano attribuire alla protostoria o a periodo posteriore o/e per opere agricole, però qualche esempio sicuro esiste (vedi Castelfermo) e pertanto dobbiamo ammettere l’esistenza dei due tipi. Certi castellari, specialmente quelli dell’alta Val di Vara, per altitudine e per ambiente, mostrano scarsa vocazione ad un insediamento permanente. Per Zignago è stata proposta l’utilizzazione a scopi religiosi; invece, come il tipico rifugio occasionale; munito di una solida cinta muraria in rossi massi era forse il luogo ove ci si raccoglieva dalle sottostante vallate e si resisteva ad oltranza. Con i suoi 791 metri di altezza non presentava neppure « vie di fuga » su località più alte.
Per Castelfermo, la ceramica, molto povera, porta ad un periodo oscillante attorno al III secolo a.C. Le forme sono molto limitate: si tratta di «ollette, completamente prive di anse, con orlo leggermente svasato in fuori ed il collo piuttosto alto; la loro forma è generalmente ovoidale con il punto di massima espansione verso la parte superiore; presentano indifferentemente o no un piccolo piedino ». Le ciotole hanno « la forma sferoidale con bordi leggermente rientranti È presente anche una ciotola di tipo carenato che, essendo isolata, va intesa come un attardamento.
Sono scarsissime le decorazioni: soltanto qualche ciotola ha delle tacche sui bordi, qualche solcatura parallela, cordoni ad impressione ed alcuni piccoli frammenti tubercolati. Di importazione c’è soltanto qualche frammento di anfora, di ceramica a vernice nera ed in pietra ollare. A Castelfermo, come a Cota, è presente anche l’industria litica con un grande numero di scarti di lavorazione. Non è facile giudicare l’esatta tipologia dell’insediamento dai pochi pezzi di uso, assegnabili al Paleolitico medio ed a quello superiore. La presenza anche di qualche tegolone (forse tardo imperiale) denota frequenza, sia pur saltuaria, per spazi lunghissimi di tempo.
Le variazioni nelle compagini etniche, o, perlomeno, nel sostrato culturale evidenziato da Mannoni su dati archeologici, portano anche trasferimenti o differenze negli insediamenti. Il castellaro di Zignago, frequentato fino al periodo di transizione (protovillanoviano) «non presenta tracce dell’Età del ferro, periodo che invece è stato messo in luce nel sottostante “castellaro” di Vezzola ».
Sempre Mannoni dice che « questo mutamento di sede non è probabilmente né l’unico né casuale. L’uso del territorio subisce infatti nell’età del Ferro un nuovo assetto, con una crescita demografica e la conseguente estensione dello sfruttamento agro-pastorale; assetto che si protrae fino alla romanizzazione e che può quindi essere attribuito all’affermarsi delle tribù liguri. Il passaggio d’altra parte è evidenziato non solo nel numero e distribuzione degli insediamenti ma anche nella cultura materiale (esempi: numero e tipi funzionali delle forme vascolari, trattamento dei cereali, ecc.) e nelle manifestazioni cultuali, come si è osservato in altre aree liguri. A questo periodo appartengono probabilmente, nel nostro territorio, i “castellari” di Veppo e Serò, che hanno subito in passato forti erosioni pedologiche, mentre prove archeologiche sicure vi sono per il monte Dragnone. Di questo parleremo più avanti accennando ai culti religiosi. Questi, attestati particolarmente dalle statue-stele, rivelano un altro aspetto delle compagini liguri preromane.
Tornando a parlare di quanto si trova nelle « tombe a cassetta » e nei « castellari », possiamo già avere un sommario quadro generale della vita e del livello culturale della Lunigiana protostorica. Un quadro già più delineato di quello che poteva avere la Banti quasi cinquanta anni fa ed anche di quello che si poteva sapere negli anni cinquanta, quando chi trattava questa materia aveva a disposizione una documentazione estremamente modesta e non poteva ancora disporre della metodologia moderna e, soprattutto, non poteva avvalersi dell’apporto interdisciplinare. D’altra parte, possiamo dire che ogni anno ci porta sempre qualche cosa di nuovo, talvolta elementi che erano del tutto al di fuori di ogni possibile Immaginazione. Si veda ad esempio quanto attiene agli insediamenti dell’età del Bronzo che fino a qualche decennio fa, sembravano assolutamente inesistenti. Si veda Castelvenere in Val di Serchio e si vedano ancora le incisioni rupestri in Lunigiana. Pertanto le nostre conclusioni sono sempre rapportate stadio dl conoscenze e, come tali, vanno soggette alle variazioni, che le nuove scoperte apportano costantemente.
Dal quadro che oggi abbiamo a disposizione sembra di vedere una certa differenza di livello economico tra le popolazioni della costa e quelle dell’interno. L’oro e l’argento delle tombe di Ameglia hanno qualche riflesso ancora a Genicciola, ma scompaiono nelle valli più interne, a Ponzolo, a S. Romano, a Villacollemandina, dove c’è soltanto del bronzo; fanno eccezione le due armille d’argento di Filicaia. Le tombe testimonierebbero due diversi stadi di economie: una che si reggeva anche sul commercio e quella interna a carattere soltanto agricolo-pastorale. I « castellari » con la loro ceramica sono anche indice di questa situazione. Purtroppo non conosciamo insediamenti litoranei per poter impostare dei validi raffronti. Sui monti si nota un ambiente più povero, che è tuttavia aperto a modeste correnti commerciali ed agli elementi culturali, particolarmente dall’oltreappennino. Tra questi ultimi va ricordata quella che appare a S. Romano e nelle statue-stele dell’ultimo tipo.
Anche nell’interno però, può giungere il frutto del commercio, come sembra attestare la ceramica di tipo iberico. Forse non possiamo pensare ad una diversa, sostanziale diversificazione deI livello economico o nel grado di vita sociale, ma soltanto a varianti di una stessa identica cultura. Naturalmente le nostre valutazioni si riferiscono a modelli e a campioni scarsi e modesti, certamente del tutto insufficienti a darci un quadro compiuto di tutto il periodo; ciò perché dal periodo del Ferro antico, rappresentato soltanto da Vezzola in Val di Vara, da Codiponte nella valle dell’Aulella, da Villa Comandina e dalla Capriola nell’alta valle del Serchio dobbiamo giungere alle tombe a cassetta più antiche che non oltrepassano il IV secolo a.C. Allo stato attuale delle nostre conoscenze dunque abbiamo un vuoto di circa 3 secoli, durante i quali, tuttavia, la testimonianza di una presenza umana costante e di un livello abbastanza evoluto è data dalle statue stele gruppo C, databili al VI-V secolo a.C., ma che possono scendere, per i tipi più eusa), anche a periodi che coincidono con gli ultimi secoli precedenti la romanizzazione.
Augusto C. Ambrosi, Il Castellaro, tratto da: Lunigiana: La preistoria e la romanizzazione – I La preistoria – Centro Aullese di ricerche e di studi lunigianesi – Aulla, 1981