L’APPENNINO PARMENSE – PONTREMOLESE

APPUNTI DI GEOGRAFIA STORICA PER UN PROGRAMMA DI RICERCHE LESSICALI E FOLCLORISTICHE

Gli studiosi della storia delle popolazioni appenniniche distribuite nelle alte valli della Magra, della Vara, del Taro e del Parma, hanno, in genere, fino ad oggi, accettate, senza riserve, le distribuzioni di quelle popolazioni, quali, nei tempi moderni, sono state determinate dalle vicende politiche dei vari stati che su quelle esercitarono dominio, adattandole alle tradizionali divisioni regionali.

Le loro indagini, avendo un prevalente carattere di erudizione, raramente si trasformarono in ricerca propriamente storica, che avrebbe dovuto spingersi al di là delle illustrazioni dei documenti e dei monumenti per addentrarsi nei periodi oscuri della storia medioevale e antica, in quei periodi, cioè, nei quali, mancando le grandi organizzazioni statali (come le antiche e le moderne) anche le piccole località, nei tentativi della loro organizzazione, hanno una loro propria attività politica.

L’indagine erudita non richiedeva una tale ricerca più intima di vita locale, fermandosi essa o alla aneddotica e alla cronaca, o alle grandi vicende degli stati dominanti, storia questa estrinseca alla località.

Tali indagini, astratte dalla realtà locale, sostanzialmente letterarie, non richiedevano la revisione delle tradizionali divisioni regionali di quelle popolazioni: l’erudito può tracciarsi, per comodo di ricerca, divisioni arbitrarie, o attenersi agli schemi tradizionali, anche se privi di attuale importanza. Così faceva lo Sforza, all’inizio della sua lunga mirabile fatica di studioso regionale, accogliendo la definizione della Lunigiana come « una denominazione storica del tutto ideale, come una espressione geografica », accettando l’antica circoscrizione della Diocesi quale una determinazione di confini per comodo di studio ». Sebbene poi lo sviluppo stesso delle indagini dovesse metterlo di fronte al fatto storico, inducendolo, in uno dei suoi ultimi volumi, a definire, con spirito più concreto, la Lunigiana, come l’estremo lembo orientale di Liguria.

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Ma alla trattazione erudita soccorreva, dunque, comodamente, per il nostro territorio, la tradizione umanistica, con la divisione Augustea, che poneva tra queste valli il confine delle tre regioni di Augusto: l’Etruria, la Liguria e l’Emilia. Ma questa tradizione umanistica di confini regionali, era in realtà una ulteriore elaborazione letteraria, indipendente dalla storia, contraddittoria ad essa, e, in parte, un adattamento arbitrario a concetto geografici moderni, della divisione augustea.

Questa, come ha notato il Micali, « altro non fu che una spartizione geografica, pensata, come può credersi, per studio e comodo suo proprio (di Augusto), la quale non riuscì d’uso né di norma veruna di governo pe’ suoi successori ». Le regioni di Augusto non avevano che un carattere descrittivo, non giurisdizionale e amministrativo e tanto meno etnico. La IX regione, l’Etruria, è ben diversa dalla Etruria storica. Le regioni etniche sono evidenti, invece, nella Italia preaugustea (rimaste, del resto, quasi intatte, di fatto, malgrado le vicende politiche), nelle distinzioni delle sue genti primitive secondo i patti con cui ciascuna s’era aggregata a Roma.

Plinio, che riferisce la divisione augustea, si attenne con discrezione al criterio regionale di Augusto, e quando non si restringe a una esposizione puramente descrittiva, ma si diffonde su la storia di un popolo, ricorre alla vecchia realistica divisione italica, cadendo in contraddizioni solo apparenti. Plinio non pone il corso intero della Magra a confine tra Liguria ed Etruria, ma si riferisce solo alla sua foce come a un punto di divisione sulla costa, allo stesso modo che Dante, col celebre verso comunemente frainteso, non si richiama alla divisione augustea, ma alle condizioni politiche del suo tempo, affermando che la Magra per << cammin corto”, cioè per un breve tratto, partiva il genovese dal toscano.

Plinio poi non precisa (come del resto sembra avvertire in un passo relativo appunto alla natura della divisione di Augusto) il confine appenninico tra l’Etruria, la Liguria e l’Emilia, ma dallo spirito, se non dalla lettera, delle sue espressioni, par piuttosto che tenda ad attribuire la maggior parte dell’Appennino, posta a Nord della Magra (foce), di Luni e di Lucca, se non alla IX regione, per lo meno alle popolazioni liguri comprese nella XIII regione.

Questo tratto del resto del territorio appenninico, specialmente del versante ligure, è in genere ben poco chiaramente descritto, sia dagli antichi come dai moderni scrittori, e la sua stessa posizione, in una zona d’attrazione di vari centri, generò probabilmente nei tempi antichi la stessa confusione di ripartimenti geografici dei tempi moderni. Basti solo ricordare le effettive divisioni politiche, amministrative, ecclesiastiche di questi territori in confronto con quelle che sono le astratte tradizionali loro divisioni regionali, per rendersi conto della permanente contraddizione tra le descrizioni letterarie o scientifiche e le condizioni reali. Per la regione della Magra, poi, valga l’esempio, molto dimostrativo in rapporto alla divisione augustea e alle sue derivazioni, della antica Diocesi di Luni.

Le antiche divisioni ecclesiastiche, come è noto, conservano la traccia delle divisioni romane. La diocesi di Luni, quindi, per lo meno nel nucleo centrale, doveva distendersi sui confini del Municipio. Ora, in questi confini non solo erano inclusi i territori posti sulla destra e sulla sinistra del corso della Magra, ma anche della sua foce, da Levanto alla Versilia.

Ma se l’accettazione di un confine astratto, a scopo di studio, non nuoce all’indagine erudita, data la sua natura particolare, può, peraltro, esser causa di deviazioni alle ricerche utili ai fini della storia, generando errori di apprezzamento, trascuranze di argomenti, nuocendo all’indirizzo degli altri studi che ad essa si debbono riferire.

Necessariamente se quei confini sono troppo arbitrari, in confronto alla realtà, finiranno per imporre le loro limitazioni, almeno sotto un tale aspetto negativo.

Alcuni problemi necessariamente importanti resteranno senza lo sviluppo erudito necessario per rendere possibile la soluzione. È naturale che nella nostra erudizione, alla luce delle premesse illustrate, appaiano una deviazione, una parentesi eccezionale, le vicende medioevali delle agitate relazioni d’amicizie e inimicizie, di guerre e dell’alleanze, tra Piacenza Parma e Pontremoli, e che la presenza di una Pieve estesa, come quella di Vignola, dal Taro al Verde, e le altre divisioni ecclesiastiche nelle due valli, non assumano aspetti tanto importanti da provocare le fatiche di difficili ricerche. In tal modo rimarranno trascurati due gruppi di ricerche di grande importanza per la storia regionale, poiché tanto le manifestazioni comunali, come le tracce di vecchie distribuzioni demografiche indicate dalle circoscrizioni ecclesiastiche, sono schiette espressioni di concreta via locale.

Ma lo sviluppo stesso della ricerca erudita, come si è visto nel caso dello Sforza per la Lunigiana, trae con sé l’esigenza dell’orientamento storico. Con l’esaurirsi nei vari argomenti del lavoro erudito, cioè col compirsi del materiale per la storia, e con la spinta delle scienze concomitanti come l’etnografia e la paletnologia, l’archeologia e la linguistica, la contraddizione tra le divisioni regionali tradizionali, che appaiono artificiali e convenzionali e come tali inesistenti, e le relazioni territoriali e demografiche, reali e operanti, indicate dalla documentazione, si manifesta in modo evidente e imponente.

Dalla contraddizione sorge il problema territoriale, l’esigenza cioè di uno studio più realistico, di una esperienza più profonda che illumini la documentazione, quale primo passo verso la concreta storia delle località.


A chiedersi quali siano state le naturali vie di comunicazione di questi popoli domanda che impone il punto di vista propriamente storico al quale ci siamo riferiti e quindi le loro spontanee relazioni e, in precedenza, i modi della loro diffusione e le ragioni dei loro aggruppamenti, si ha l’impressione, considerando gli assetti attuali, di esser messi di fronte a una trasformazione territoriale, ad una specie di rivoluzione geografica.

La nostra mentalità abituata alle determinazioni create dalla viabilità moderna, dal predominio dei fondivalli, dalle definizioni regionali in rapporto ai crinali dei monti ed ai bacini fluviali, nella direzione del corso delle acque, proietta nel passato questi concetti che urtano, peraltro, contro la realtà della vita primitiva.

Una tale mentalità contrasta coi modi di vita delle popolazioni primitive, e falsa l’aspetto e gli sviluppi delle corrispondenti comunicazioni e degli assetti naturali. Non esiste infatti nel passato perché è sorta dalla osservazione di una tendenza demografica creata e sviluppata dalle condizioni artificiali che la civiltà con le sue industrie ha dato al suolo.

Contrariamente a questa nostra mentalità, almeno in certi determinati casi, la viabilità è favorita, nelle epoche o primitive o barbare, dai monti: i nodi montuosi riuniscono e non dividono le popolazioni, le strade non seguono il corso delle acque, nei piani delle valli verso le foci ma preferiscono i terreni saldi delle parti alte e i passi diagonali. Il concetto demografico regionale in tali condizioni, non si identifica col concetto fisico-geografico, come è – nel fatto e nella espressione scientifica-nella moderna tendenza, ma, come tutta la storia dimostra, altri elementi geografici, diversi da quelli per noi fondamentali, determinano la formazione delle regioni, cioè la diffusione e i gruppi dei popoli. Le vecchie mulattiere di montagna ci danno questa chiara lezione.

Bisogna mettere in confronto un assetto di popolo determinato dalla viabilità naturale, con l’assetto provocato dalla viabilità artificiale. Il primo, ubbidiente alle opportunità del suolo, tende a coprire le montagne; il secondo, imposto contro gli ostacoli naturali dall’industria dell’uomo, a scenderne ed a evitarle: il primo è diagonale al corso delle valli, il secondo è radiale lungo la direzione del loro fondo.

Queste vecchie trame di vita si possono riscoprire anche a margini dei più evoluti sistemi di comunicazioni, in quella via puramente locale e popolare che, espressione di bisogni puramente locali e popolari, si deve risottomettere, per necessità, ai modi antichi di primitiva manifestazione.

Nei tempi storici,  p. es., i Liguri ci danno un esempio di questa distribuzione naturale, diffusi com’erano sull’Appennino, in gruppi regolati dalle articolazioni delle catene intorno ai massicci, nei quali appunto le difficoltà create dai fiumi sono minori.

Osservando con questo criterio il territorio che ci interessa lo troviamo bene caratteristico sotto il punto di vista accennato. Esso è distribuito intorno al massiccio del Gottero, intorno al quale si spiegano e si ripiegano, incastrandosi tra loro, e distaccandosi in tal modo, per quelle accentuate ripiegature, dagli ulteriori loro sviluppi, le  alti valli del Taro, della Magra e della Vara orientale. È un territorio che si individua nettamente nel gruppo montagnoso del nostro Appennino. L’alta Valle della Magra, più erta nella parte orientale, si distende ed allarga ed appiana nel bacino del Verde che s’inarca verso il Taro. L’alta valle del Taro insinuandosi, col bacino della Gotra intorno alle vallate di ponente del Verde, si solleva in facili varchi verso la Vara, nel bacino della Gotra e della Stora. In questa articolazione montagnosa par quasi che la valle di Pontremoli, pur lasciando scorrere le sue acque a mezzogiorno, s’incastri nelle pieghe dell’Appennino adriatico.

Questa conformazione orografica non è estranea alla impronta etnografica delle popolazioni vicine derivata dalla facilità unificatrice delle comunicazioni e delle relazioni.

È utile, a questo proposito, riportare una descrizione della Valle del Verde del naturalista Igino Cocchi. « La Valle del Verde, egli scrive, è tra tutte le vallate appenniniche quella a cui corri-sponde la minima elevazione dell’intera giogaia. Infatti al Bratello il castagno ne riveste la cima: esempio unico, che fa supporre una elevazione di ottocento metri. E in tutto l’Appennino del Verde, sul cui dorso si spargono, durante la bella stagione, gli abitanti dei villaggi sottostanti onde sfruttarne i grossi pascoli, s’incontrano ovunque, anche nelle regioni più elevate, ridenti e pittoresche cascine, recinte di belle colture ortive e contornate da alberi fruttiferi rigogliosissimi e spesso di mole straordinaria. Le magnifiche praterie, i dolci pendii, la poca elevazione, ne fanno la più bella e la più gentil parte dell’Appennino di quante ne vidi ».

Il Caruel riferisce questa parte dell’Appennino alla regione submontana, ponendo la Cisa nella regione montana, e solo l’Orsaio nella zona alpestre. Questi caratteri del nostro Appennino sono di molta importanza per lo studio delle comunicazioni, poiché questa conformazione del bacino del Verde rappresenta, per le relazioni demografiche, una effettiva interruzione della catena, e presenta una foce aperta che unifica i territori delle valli, come infatti è dimostrato storicamente dalla estensione della circoscrizione della Pieve di Vignola, dalla formazione feudale di Valdena, dalla circoscrizione e dalle vicende politiche della Curia di Grondola, dalla distribuzione della proprietà privata e dalla uniformità etnica delle popolazioni dei due versanti. Ma anche gli altri punti della catena, sia verso ponente come verso levante, offrono comodi varchi, come la valle della Gordana, e il tratto orientale del displuvio della Magra, dalla Cisa fino all’Orsaio.

La Valle del Taro si apre facilmente, a sua volta, verso la Liguria e verso la Lombardia; la Vara verso la Liguria, la Valle dela Parma verso l’Emilia centrale. Se i valichi comuni favoriscono i rapporti tra le popolazioni delle quattro vallate, le altre comunicazioni congiungentisi a centri più lontani e importanti, agiscono, con interferenze e fusioni d’azioni, su queste popolazioni apportandovi le influenze dei centri delle più vaste regioni etniche.

Le condizioni antiche del territorio di Parma e il più tardo sorgere della città, ci inducono a ritenere che le più remote influenze provenissero più decisamente da ovest e da nord-ovest, cioè dalla Liguria e dalla Lombardia: infatti tutta l’alta vallata del Taro fino allo spartiacque di Berceto, e l’alta Valle della Vara della regione del Gottero, sono evidentemente influenzate da una corrente ligure-lombarda, chiara non solamente nel linguaggio, ma documentata da fatti storici, divisioni ecclesiastiche ed amministrative. Essa porta con sé, quindi, la successione delle influenze dei popoli che si seguirono in quelle regioni.

Importa ora vedere la funzione di queste vallate in rapporto a quelle dell’alta Magra.

Tenendo presente la natura del territorio, e data la funzione del sistema primitivo naturale delle comunicazioni, è naturale che, rispetto alla Val di Magra, sulle comunicazioni del sud prevalgano quelle del nord e su quelle di levante (alta Magra), quelle di ponente (Verde-Gordana). Abbiamo, infatti, nell’arco montuoso da sud-ovest ad est, frequenti vallate facili, crinali bassi, numerosi valichi.

A sud, invece, il fondovalle percorso dalla Magra, irsuto di catene laterali e solcato da torrenti; nelle alti valli i fiumi, all’origine, piccoli; lungo il corso della Valle e della Magra a brevi intervalli le foci delle valli e dei fiumi: sul fondo, ontaneti, saliceti, vetriciai, tutto l’ostacolo della vegetazione. Due grandi barriere. a Villafranca e all’Aulla. Se si tien conto delle condizioni favorevoli e degli ostacoli alla viabilità naturale si ha la conferma del suo necessario orientamento nel senso indicato. Condizioni favorevoli: terreno solido, guadi facili, vallate non erte, valichi comodi; condizioni contrarie: terreni paludosi, vegetazione fitta, guadi larghi e frequenti. L’indicazione del suolo è dunque evidente.

Per la funzione fisica locale sulla viabilità va tenuto conto delle condizioni dell’Appennino nella Valle del Verde: per la funzione generale, dello spostamento della viabilità da Piacenza a Parma.

La funzione economico-sociale di questo sistema di comunicazioni ci è rivelata meglio dalle notizie che si possono ricavare dai vecchi Statuti di Pontremoli, che non dalle informazioni degli eruditi prevalentemente descrittive.

Oltre che della via della Cisa, il Comune di Pontremoli si prendeva molta cura della via di Godano per Sestri e Genova, della via di Traverde-Grondola-Taro, della viabilità del territorio vignolese e del Verde che, per Guinadi, conduceva al Taro, e dell’altra via della Gordana che, per Arzelato e Rossano e la foce Cavaggina, conduceva alla bassa valle della Vara.

Ma oltre a queste vie principali, o maestre, altre vie secondarie ma comode, servivano per le comunicazioni e gli scambi. Di esse parlano gli Statuti con lo scopo di regolare i traffici agli effetti fiscali, indicandone in tal modo le tendenze con particolarità interessanti. Così è notata, tra le comunicazioni con la Lombardia, la via della Scala (o Scaleri), per l’Arzengio-Pontremoli; per il piacentino sono ricordate, oltre la principale di Grondola, le varie altre del Verde; le vie per la Vara sono additate non solo come di comunicazione con Genova, ma anche con la Tuscia. Anzi, le comunicazioni di questa parte, dalla e per la Toscana, dovevano essere assai convenienti se i provvedimenti statutari insistono nel proibire il passo abusivo delle merci a traverso il territorio di Zeri, per andare o venire dalla Toscana, dalla Lunigiana, dalle marine, da Genova o dall’episcopato di Piacenza, includendo tra i passi abusivi anche la strada di Mulazzo come comunicazione tra Pontremoli e Villafranca. Notizie importanti non tanto per l’accenno delle direzioni quanto per le indicazioni dei territori coi quali la necessità dei transiti ponevano in più stretti rapporti il pontremolese. Ma prima di approfondire l’analisi delle funzioni di questa potenzialità locale della viabilità naturale, occorre metterla in rapporto con la viabilità generale formata dalle grandi comunicazioni, alla quale doveva coordinarsi e subordinarsi, per intenderne due fondamentali trasformazioni.


Una prima alterazione del primitivo assetto locale va messa in rapporto con lo sviluppo della grande viabilità artificiale promossa intorno all’Appennino dalla civiltà romana.

La funzione predominante del valico della Cisa non si può staccare dal sorgere, o dallo svilupparsi, di Parma romana, non solo per le ragioni dei cambiamenti territoriali che rese necessari, quanto per le ragioni politiche, militari, di traffico a cui poteva servire. Prima che la civiltà romana trasformasse l’attuale territorio parmense, nei bassi corsi del Taro e della Parma o Enza (ove queste confluivano), la comunicazione dall’Italia centrale per il piacentino, nel versante adriatico, doveva certo seguire una via più a monte della futura Emilia.

Di questo stadio delle comunicazioni nel versante adriatico dell’Appennino settentrionale sono forse indice le città scomparse come Velleia, Libarna, Luceria e, più anticamente, i castelli umbri dei quali parla Plinio.

I valichi del pontremolese erano necessariamente dominati dalle esigenze di questa comunicazione orientata a Nord-Ovest. Data la topografia che abbiamo descritto il valico dominante, in tali condizioni, doveva essere il Bratello.

Il valico della Cisa, mancando dello sbocco lungo la vallata del Taro, esercitava probabilmente una funzione sussidiaria. Più attivo, forse, l’altro passo della Scala, ricordato dagli Statuti, per le più facili comunicazioni con l’Emilia centrale.

Di questa funzione sussidiaria al Bratello dei valichi orientali, potrebbero essere una prova le superstiti mulattiere trasversali che li congiungono al primo: una di queste appunto, raccogliendo al passo della Scala una rete di strade della Val di Parma, si immette nella Valle del Verde.

Tanto le comunicazioni dell’alto Verde, come quelle della Gordana verso la Liguria, influirono decisamente sulla formazione primitiva dei gruppi delle popolazioni delle vallate pontremolesi. I gruppi più importanti dovevano essere nel territorio del Verde-Gordana, con predominio del primo, ricongiunti con i gruppi delle contermini valli del Taro e della Vara. Che i gruppi predominanti di popolazione  si siano formati in questa parte nord-occidentale dell’Appennino, pare indicato dalla presenza delle due pievi di Vignola e Urceola in questa parte, mentre non ne esistono dall’altra parte della Magra fino a Filattiera. Che le unità demo-grafiche si stendessero dalle due parti dell’Appennino, lo dimostra, per Vignola, la sua superstite circoscrizione territoriale. Per Urceola il confine della Pieve non è altrettanto dimostrativo, per quanto le interferenze di circoscrizioni ecclesiastiche da questa parte, siano presunzioni di cambiamenti. Vi è peraltro un ricordo non trascurabile nei documenti più vecchi conservati negli Statuti di Pontremoli, relativo al possesso di Chiusola e Godano, presunzione di una remota continuità territoriale che, pel silenzio dei documenti, sfugge alla spiegazione storica. Spiegazione che ci sfugge egualmente per la comparsa della Pieve di Vignola nella Diocesi di Luni. Giovanni Sforza suppose che questa pieve sia stata formata con chiese smembrate dalla Pieve di Urceola, ma giustamente ne dubitò il Mazzini.

Stando ai documenti che si conoscono si ha più l’impressione di assistere alla formazione della Pieve di Urceola-Saliceto, che non a quella di Vignola, che ha un’impronta più primitiva nella sua formazione sul dorso appenninico.

Anche alcuni ricordi conservati dalla toponomastica sembrano stare in relazione con questa fase primitiva della demografia pontremolese.

Alla destra del Verde, in località detta Verdeno (Vardeuna), esiste ancora la traccia di un abitato che formava un borgo, detto popolarmente Bambarone e, secondo alcuni scrittori, Borgo Tarone, o Borgo Faron. In questa località si incrociano le linee delle comunicazioni per Vignola, per il Taro, per lo Zerasco, per la bassa Gordana e Urceola e, a traverso il guado del Verde, per la Valle superiore della Magra. Il nome popolare è arcaico ritrovandosi in documenti assai antichi, e se appartenne, come è probabile, alla primitiva unità territoriale, della quale è rimasta una indicazione nella circoscrizione della Pieve di Vignola, se ne può facilmente presumere l’importanza e la funzione. Sulla sinistra della Magra esisteva l’altro abitato del quale rimase memoria nel nome di una località detta Borgovecchio. Anche gli Statuti  lo ricordano, ma già scomparso. Trovavasi in una località detta Basonchia, o Basuncolo, o Basuncola, una delle saltarie che divide-vano il territorio di Pontremoli. Vi scendeva la strada di Argengio e della Scala. Questo borgo, allo sbocco della strada, conferma l’antica importanza di questa comunicazione, alla quale si è già accennato. Senza lasciarsi trascinare dalla facile suggestione etimologica della radice del nome Argengio (Arcengium, scrivevano i cronisti latinizzanti), va ricordato che anche dagli Statuti si rileva l’importanza di questo paese, che era stato uno degli oppidi del territorio, che furono smantellati quando prevalse il nuovo centro. Merita pure di essere considerata la dedicazione di quella chiesa ai S.S. Basilide e comp. soldati martiri dei primi secoli.

I documenti più antichi degli Statuti conservano altri due nomi di borghi presumibilmente di grande antichità poiché, in quei documenti sono costantemente ricordati con una certa in-dipendenza da Pontremoli, che pure li aveva assorbiti. L’uno è la Bethula (Biedla), l’altro la Terra Rosula (trasformato poi in Terra Rossa). Il primo si trova alla radice del colle del Piagnaro, dalla parte sinistra del Verde, e il secondo, più indietro, sulla destra della Magra.

Di questi piccoli abitati (rimasti nella toponomastica coi nomi di Vichi, o Borghi, o Borghetti), scomparsi o perché assorbiti dai paesi, o per essere decaduti, ridotti a casolari, perdendo la loro antica funzione, si mantiene il ricordo assai frequente nel pontremolese, dove, del resto, i paesi di montagna conservano questa attitudine di formazione demografica, essendo composti, quasi sempre, di gruppi di piccoli villaggi distribuiti a distanza.

Lo sviluppo della viabilità artificiale provocato dalla civiltà romana suscita gli elementi che dovranno alterare l’assetto prodotto dalle condizioni naturali delle comunicazioni.

La traccia della via Emilia con la sistemazione idraulica del territorio parmense, la deduzione della colonia e lo sviluppo della città, conferivano al valico della Cisa una nuova possibilità di comunicazione, sottraendo invece al Bratello l’azione della precedente grande via di comunicazione.

Non è probabile però che nell’epoca romana la via della Cisa abbia svolta la sua azione decisiva. L’importanza di questa via, nella antichità, è stata probabilmente esagerata dagli scrittori regionali, sia per un naturale impulso di preferenze alle cose locali, sia per la spontanea proiezione dei criteri del presente nel passato, sia per la tendenza della erudizione a misurare l’importanza dei propri argomenti alla stregua della loro importanza letteraria, astraendo da quella valutazione realistica dei fatti che deve integrare il documento.

Anche dopo la costruzione dell’Emilia e lo sviluppo di Parma, le comunicazioni tra Roma e l’alta Emilia, dovevano seguire più agevolmente le vie del fiorentino e del lucchese, che non quelle della Val di Magra. L’Appennino centrale di dove erano passati gli Umbri, gli Etruschi e i Galli rimaneva evidentemente la comunicazione più frequentata. In fatti nella Val di Magra non si trovano opere romane che rivelino l’esistenza di una grande via militare.

La via della Cisa ebbe importanza di strada locale non più del Bratello.

Del resto va notato che l’influenza dello sviluppo della comunicazione della Cisa, se ha immediata ed energica azione sul rivolgimento demografico del territorio dell’alta Magra, lo ha scarso e lento nell’azione etnografica. Bisogna infatti considerare separatamente la sua importanza di strada di transito e militare, e di comunicazione locale. Se la prima ebbe, presentatesi, come vedremo, le circostanze favorevoli, intenso sviluppo, la seconda non superò per del tempo quella di altre comunicazioni. Sorprende, infatti, quanta poca traccia abbiano lasciato nella fantasia popolare gli avvenimenti legati ai passaggi storici per la via della Cisa. Nessuna leggenda si riallaccia a quei fatti o ai loro protagonisti.

L’azione locale, invece, lenta in un primo tempo, si svolse poi con notevole energia, quando il predominare delle tendenze create dalla viabilità artificiale, diminuì l’importanza delle altre comunicazioni.


Con la decadenza della civiltà romana la viabilità da essa imposta si disfece lasciando risorgere le condizioni della viabilità naturale, e rivigoreggiare gli assetti autonomi dei popoli primitivi che Roma aveva spostato a suo vantaggio. In tali condizioni le città romane sorte in funzione di quella e di questa, non rispondenti a una antica e propria esigenza demografica, decaddero e si spensero come Luna, Velleia ed altre.

In Val di Magra queste condizioni, nel quadro generale del ritorno al primitivo, intensificarono certo anche le primitive tendenze, non alterate probabilmente, come si disse, fondamentalmente, dal dominio di Roma.

Ma rimaneva un elemento nuovo che per la sua forza e l’aiuto di speciali circostanze, doveva agire con notevole potenza. Infatti la conquista del suolo del parmigiano, la funzione locale che ne derivava a Parma, che rimase e vigoreggiò sull’aprirsi del medioevo, mantennero l’antica via a monte. Parma avvivò questa comunicazione; le condizioni generali di decadenza delle strade dettero il vantaggio a questa via montana per le relazioni più dirette tra l’alta Emilia e l’alta Toscana; probabilmente il formarsi del regno Longobardo con la capitale a Pavia (come in precedenza il trasferirsi a Milano del centro politico d’Italia) e l’importanza di Lucca in Toscana, e altre condizioni derivanti dai rapporti tra longobardi e bizantini, furono tutte cause di questo sviluppo.

Tali condizioni imponevano una trasformazione della demografia del pontremolese tendendo a spostare i vecchi centri di Vignola e Urceola verso levante, nel luogo di sbocco della strada del-la Cisa, intorno al colle ove sorse il castello del Piagnaro e Pontremoli. Se il fatto che nel territorio di Pontremoli non vi sono pievi può spiegarsi con la formazione relativamente tarda di questo nucleo di popolazione che doveva energicamente predominare assorbendo le funzioni dei vecchi gruppi, non rimane chiaro perché la nuova formazione rientrasse nei confini piuttosto della Pieve di Urceola che non di Vignola. Che questa ultima si estendesse a tutto il piano di Verdeno si potrebbe argomentare dalle affermazioni di alcuni vecchi documenti degli Statuti, nei quali si trovano indicati gli antichi confini della selva vignolense (diventata proprietà del Comune), posti al di là del displuvio tra il Verde-Betinia e la Gordana. Se Vignola si estendeva a Grondola e Soccisa, pare dovesse anche comprendere tutta la costa alle cui estremità, tra la Magra e il Verde, sorse Pontremoli. Più vicini e comodi erano poi i rapporti del nuovo Pontremoli con Vignola, come lo dimostra l’influenza etnografica a lungo rimasta.

I documenti relativi alle due Pievi sono tardi e ci danno già il resultato di una trasformazione della quale non conosciamo le fasi. Inoltre i documenti sono posteriori ad epoche di profonde trasformazioni anche ecclesiastiche, ai perturbamenti della invasione longobardica, ad un periodo di invasioni feudali sui diritti ecclesiastici e, soprattutto per l’incremento delle chiese, alla espansione dei monasteri.

Nei luoghi di valico specialmente questi ospizi, celle e priorati: la via della Cisa ne fu affollata: intorno a Pontremoli, dalla parte della Magra, alcune di queste istituzioni sono storicamente conosciute, di altre è rimasto un ricordo meno preciso, di altre probabilmente si è perduta la memoria.

Ma intorno al mille, col rinsaldarsi della gerarchia ecclesiastica, molte di queste chiese passarono nella circoscrizione delle pievi. Si deve anche a questo fatto l’estendersi della pieve di Urceola nell’estrema valle della Magra, oltre che al più tardo sorgere di cappelle in luoghi che si andavano popolando.

Ne è esempio, per il primo caso, la cessione della antica chsa di S. Alessandro e Niccolò in Pontremoli, che apparteneva alla Abbazia di S. Caprasio dell’Aulla, al Vescovo di Luni e, quindi, alla Pieve di Urceola-Saliceto. D’altra parte le numerose chiese del pontremolese sottomesse direttamente al Vescovo o al Capitolo di Luni dimostrano la tarda formazione ecclesiastica in questa parte. I monasteri, importanti fattori di comunicazioni, portano notevoli elementi di indicazione anche in queste relazioni.

Così il Monastero di Brugnato si intreccia con le direzioni delle comunicazioni corrispondenti alla funzione di Urceola. Stabilito, con un importante priorato, a sud di Pontremoli, e con chiese e celle nel territorio della Capria, di Mulazzo e Rossano, si trovava nella sfera e nelle direzioni delle comunicazioni di Urceola.

A meno che la suprema vallata orientale della Magra, come potrebbe farlo supporre la traccia della sua divisione etnografica, non avesse dato luogo a luogo a un gruppo gravitato verso Urceola, il più antico assetto delle pievi giunto a nostra conoscenza, farebbe pensare che la trasformazione demografica che dette vita a Pontremoli, determinasse anche una trasformazione ecclesiastica, con la prevalenza, a danno di Vignola, di Urceola, in relazione alla tendenza della via della Cisa a svilupparsi nel fondo valle.

Per questa ragione anche la comunicazione Bratello-Guinadi-Vignola, si spostò ad est nella Bratello-Grondola-Traverde-Pontremoli.

La stessa via della Cisa, nel suo sviluppo, ubbidì a questa tendenza verso levante: da una prima direzione Cisa-Soccisa-Grondola, oppure, Mignegno-Pontremoli tagliò poi il crinale sulla sinistra della Magriola, per spostarsi sempre più decisamente verso l’attuale tracciato sulla Magra.

Sulla comunicazione Parma-Luni la funzione locale della Cisa, che è quella che ora ci interessa, fu dal Nord, come già quella del Bratello. Da Parma, lungo la valle del Taro, fino a Pontremoli, era una comunicazione ben determinata. Da Pontremoli in giù tornava ad essere impedita dal fondo valle. Passato Pontremoli, infatti, la comunicazione per la Toscana, come abbiamo visto, seguiva vari tracciati: al centro per la pianura di Luni; a monte, ai due lati della Magra, per la Vara o per l’Aulella e il territorio apuano. In tempi recenti le condizioni non erano cambiate. Alla fine del sec. XVIII il Targioni-Tozzetti così descrive il valico: « La Cisa è dove l’Alpe resta naturalmente affossata e scavata in una foce che apre ai viandanti e a ogni sorta di bestie da soma, da sella ed ai carriaggi e carrozze un passaggio più agevole che non era quello di Bologna ». A sud, invece, i transiti erano più difficili e la Val di Magra fu aperta da questo lato, alle ruote solo nella seconda metà del secolo scorso. Oltre a queste condizioni di viabilità, altre cause favorirono le influenze etniche più dal Nord che dal Sud. Infatti etnograficamente il pontremolese era in contatto immediato col parmigiano, mentre la Toscana propriamente detta era lontana, staccata da territori intermedi, come la Lunigiana, la Liguria orientale, le regioni di confine come la Lucchesia e la Versilia. Nel medioevo poi le comunicazioni erano rese ancora più difficili, dalle fastidiose intersecazioni di feudi, Stati, Staterelli. Nel 1581, ha osservato lo Sforza, solo per andare da Pontremoli a Sarzana, bisognava traversare il territorio di cinque padroni diversi.

Ma in confronto alla Cisa mantennero a lungo importanza, e quindi influenza dominante, nelle comunicazioni locali, la via di Godano per Genova e la via del Bratello per il piacentino, fino a che, cioè, non andarono prevalendo nuovi assetti generali della viabilità. E perciò la funzione emilianizzatrice della Cisa fu relativamente lenta e recente. Alla fine del sec. XVI, Michele Montaigne ci ha lasciato alcuni suoi ricordi di Pontremoli che rivelano predominanti caratteri liguri- lombardi.

Fenomeno documentato nelle trasformazioni dialettali, se non ho errato, in alcune mie note, nel dimostrare come la parlata di tipo ligure-lombardo, che si distende nella alta valle del Taro, a ponente di Berceto, rimasta nei paesi di monte delle Valli del Verde-Gordana, possa dar l’idea del vecchio dialetto pontremolese, sostituito, solo alla fine del secolo scorso, dalla fase attuale emilianizzante.

Il contrasto tra le tendenze del sistema primitivo delle comunicazioni, secondo la natura del suolo, e quelle del sistema artificiale, cioè indipendente dagli accidenti del suolo, eccezionale  nel nostro territorio, ha dunque svolto una azione così notevole ed evidente sulle forme di convivenza e di relazione delle popolazioni, da richiedere di esser tenuto costantemente presente per non smarrire una fondamentale indicazione di fatto nelle indagini della storia locale.

Lo Sforza, p. es., tenendo l’occhio alla divisione augustea della tradizione umanistica, e con la mentalità della geografia moderna orientata verso i raggruppamenti per bacini e le divisioni per displuvi, resta stupito, come di una stravaganza, delle amicizie e inimicizie, delle alleanze e delle guerre, tra pontremolesi, piacentini e parmigiani.

“Benché l’erta cima dell’Appennino – egli scrive – separasse i pontremolesi da’ piacentini e da’ parmigiani, per tutto il resto del sec. XII e per gran parte del seguente, ora per l’uno ora per l’altro di quei due popoli furono le loro aspirazioni e i loro affetti ». È l’epoca comunale, cioè un’epoca di attività locale originale.

Le sanguinose discordie intorno a Grondola tra pontremolesi piacentini e parmigiani, sono conseguenza dei vecchi assetti territoriali riprevalse come elementi attivi nelle vicende delle nuove necessità delle sistemazioni locali.

La curia di Grondola, in parte coincidente col territorio della pieve di Vignola, è certo un frammento di quella antica unità territoriale appenninica gravitante verso il piacentino, ridotto a nord e a sud, e spostato verso la Cisa.

Indicazioni importanti in questo senso vengono pure dalla formazione feudale di Ena, nel centro del territorio di Vignola, da certi elementi di confuse tradizioni che i vecchi cronisti pontremolesi innestarono alle vicende della fondazione romanzesca della fantastica Apua, elementi che si riallacciano ai ricordi della formazione del comune signorile pontremolese, sulla quale hanno portata tanta luce gli studi del Dr. Pietro Ferrari.

Ma il tentativo di affermarsi della località si fa risentire nel periodo delle Signorie, per le ragioni già dette sulla prevalenza di tendenze particolari: nel nostro caso, per il nostro territorio, è caratteristico lo sforzo di formazione di una Signoria Appenninica dei Fieschi.

Il carattere unitario del nostro Appennino non sfuggiva a Napoleone, spesso geometrico ma, all’inizio, intuitivo, che creava, o forse ricreava sulle tracce delle « Alpi Cozie e Appennine », un Dipartimento degli Appennini, e riuniva in un solo Arrondissement, Borgotaro e Pontremoli.

Del resto tra l’esigenza territoriale immediata, che continuò ad essere rappresentata dagli interessi comunali e privati, e l’esigenza delle relazioni generali, rappresentata dagli Stati tendenti a uniformare e definire i confini con criteri geografici d’insieme, il dissidio continuò a manifestarsi per secoli, come lo dimostrano le liti di confine, dalle prime che si ricordino al tempo del re longobardo Arioaldo, alle ultime, risolte dagli Stati di Genova e di Firenze nel 1780-81, e dagli Stati di Parma e Firenze nel 1828. Ma le agitazioni per un rimaneggiamento delle circoscrizioni provinciali che durano in Val di Magra, e specialmente nel pontremolese, dal 1859, dimostrano come la pace territoriale non sia an-cora stabilita.


Lo stesso sistema di influenze appenniniche e di caratteristiche territoriali indipendenti dagli spartiacque, è evidente del resto in tutta la Val di Magra. Francesco Poggi, in una sua geniale memoria sulla storia della Lunigiana, dimostrò appunto come le naturali divisioni della Valle non siano segnate, longitudinalmente, dal corso della Magra, secondo una affermazione che non ha mai avuto applicazione, ma trasversalmente, secondo  le depressioni dell’Appenino. Sotto quest’aspetto l’assetto demografico dato alla Lunigiana dal Congresso di Vienna, fu il più rispondente alle esigenze topografiche e demografiche. Il frazionamento precedente della Lunigiana era dovuto al feudalismo e alle gelosie degli Stati che si erano disputato il suo territorio per ragioni militari, politiche, commerciali: cessate queste cause, in un periodo di assestamento tendente piuttosto a unificare, a rendere omogeneo il territorio dei vari stati italiani, secondo lo spirito della Santa Alleanza, preoccupata di stabilire un equilibrio a vantaggio delle potenze egemoniche, poterono prevalere, almeno territorialmente, più naturali tendenze. La Lunigiana, che fino alla rivoluzione francese, pareva, politicamente, un pezzo della veste di arlecchino, si trovò, pur artificiosamente divisa politicamente, meglio ordinata nelle sue relazioni territoriali.

Quelle divisioni trasversali corrispondevano alle depressioni più importanti dell’Appennino. La  parte settentrionale, fino a Villafranca, apparteneva al Ducato di Parma; i valichi di Linari e del Cerreto segnavano la zona del Ducato di Modena; la bassa Lunigiana, da Sarzana a Levanto, per naturali uniformità di territorio, continuava ad appartenere al Genovesato.

Vi era dunque, sotto la assurdità del frazionamento politico, in questa divisione, una certa giustificazione territoriale ed etnica, ottenuta del resto attraverso una laboriosa preparazione di trattati speciali e di complicati sistemi di cambi.

L’Appennino aveva esercitato sulla etnografia di tutto questo territorio la stessa azione che si è illustrata per il pontremolese. A tutta la Lunigiana è rimasta l’impronta della storia dell’Italia settentrionale. Fino ad Augusto la Gallia Cisalpina si estendeva a sud di Lucca, il confine etnico della regione settentrionale essendo segnato non dalla cresta, ma dalla massa dell’Appennino per la sua azione antropo geografica.

Lo stampo gallo-ligure rimase a tutte le popolazioni lunigianesi. La intera Lunigiana, staccata, come l’Emilia nel versante adriatico, dall’Italia dell’io, rientra nell’Italia del mi, secondo la felice espressione trovata da uno scrittore meridionale, Tommaso Stigliani, vissuto alle corti di C. Emanuele I di Savoia e di Ranuccio Farnese, e cioè, come è stato poi dimostrato dalla glottologia, nell’Italia dei dialetti celto-italici.

Dalla Lunigiana si differenzia il pontremolese che rientra nell’Italia dell‘u lombardo, con una divisione caratteristica al Nord della Capria.

Ma anche nel pontremolese si manifesta una divisione dalla quale comincia la zona dell’ei (per e e i). Questa zona, ristretta oggi ai paesi di montagna, e notevole specialmente nella Valle del Verde e della Gordana, era certo, anticamente,  più larga, comprendendo probabilmente, anche il territorio urbano.

Se gli aspetti generali della antropogeografia moderna del nostro Appennino, di fronte ai presumibili assetti arcaici, rappresentano una profonda rivoluzione, le tracce di quella antica vita, oltre ad essere presenti nelle forme caratteristiche dei cambiamenti, sono tuttavia manifeste nella vita popolare.

Come l’etnografo vicino ai più perfezionati mezzi di trasporto, ritrova, p. es., necessaria ed utile, la primitiva slitta (benna o traggia), ricordo di epoche che ignoravano ancora la ruota, così lo studioso della vita popolare, il folclorista, il demopsicologico, l’indagatore insomma degli usi e costumi popolari, come si diceva una volta, sotto le forme nuove di vita e di relazioni, ritroverà sempre, negli ambiti della vita esclusivamente locale e popolare, nel vernacolo delle comunicazioni (ci passino i lettori la frase eccessiva), la traccia dei vecchi rapporti.

Fino a poco tempo fa, per stare nel pontremolese, erano, p. es., le emigrazioni locali e stagionali a piedi, che ribattevano le vecchie strade dei monti, come le primitive: per  il Bresciano (la Barsana), la pianura (piacentino e parmigiano), il genovesato, la Maremma. nelle epoche della mietitura, della spigolatura, della sfogliatura dei gelsi, e dei lavori agricoli in genere. Oggi, per le stesse vie, si compiono ancora certi caratteristici scambi locali, di generi agricoli e di bestiame, e si mantengono relazioni sociali di così speciale carattere popolare (quali, p. es., i superstiti usi magici della medicina), che sfuggono facilmente alla osservazione.

Sottoposti alla disciplina scientifica anche questi elementi di curiosità si trasformano in mezzi di indagine utili per giungere a intendere le società più remote, ed anch’essi, spiegando con esempi di primitivismo attuale il primitivo arcaico, ci riportano verso le conclusioni alle quali siamo giunti per altra via.

Dal punto di vista di tali conclusioni, lo studio della regione che ci interessa, non può trascurare l’esame di quella primitiva unità o conformità, manifesta per tanti elementi, se vuol poi intendere, su le tracce delle trasformazioni, le reali ragioni del manifestarsi e dello svilupparsi delle divergenze.

Se su tutta la nostra regione appenninica, le influenze demo-grafiche prevalenti sono venute, originariamente, dal Nord, l’azione delle successive civiltà ha teso a generare correnti divergenti, spostando le influenze etniche da Ovest a Nord e accentuando le già più deboli del Sud.

L’azione principale del nuovo elemento di trasformazione, cioè il dominio dell’industria umana sul suolo, è rappresentato, per il nostro territorio, dalla comunicazione principale che è stata, prima, la Parma-Luni-Sarzana, per la Cisa; poi, la Parma-Spezia, per il Borgallo. Ma se si osserva bene, la Parma-Spezia ha finito per integrare la comunicazione della Cisa, guadagnando definitivamente a questa, cioè alla direzione di Parma, la zona del Bratello, risolvendo una sanguinosa rivalità secolare. In realtà è, in questo caso, l’influenza parmigiana che ha vinto contro Piacenza, dopo uno sforzo più che millenario, poiché se ne possono ritrovare forse gli elementi fin dall’epoca romana, dopo la scomparsa di Velleia, ed è storica del medioevo, decisa al tempo nostro nelle trasformazioni amministrative.

Se nella Valle della Parma alta, da Berceto in là, l’azione delle influenze da Nord-Ovest, cioè del gruppo ligure lombardo, non sono certo mancate in epoche remote, l’azione successiva di espansione di Parma verso Reggio, vi prevalse presto e decisamente.

Nella Valle alta del Taro, lo spostamento da Nord-Ovest ad Est è più lento, e solo la Parma-Spezia vi intensifica l’influenza emiliana, predominando anche sulle influenze liguri più resistenti delle piacentine.

Nel pontremolese le trasformazioni sono state più profonde: da Nord-Ovest (influenza ligure-lombarda), a Nord, (influenza emiliana), a Sud (tendenziale influenza della Spezia). In questo territorio la caratteristica rivoluzione provocata dalle trasformazioni della viabilità, è veramente dimostrativa.

Si provi, infatti, a inquadrare, in un regime di vie mulattiere, come nel medioevo, e tenendo conto di tutti gli elementi favorevoli (molti con facili varchi), o intralcianti (valli e fiumi), la rete delle comunicazioni di questo territorio, e si avrà la chiara dimostrazione di cambiamenti da paragonarsi a veri spostamenti di terreno.

Si osservi, in tale sistema, la facile e diretta comunicazione di Pontremoli con Genova (per Godano-Sestri), e l’altra facile comunicazione con Piacenza (per Borgotaro-Bardi): trasportandoci poi nel nuovo sistema di comunicazioni formato dalle strade ferrate e automobilistiche, si troverà Pontremoli isolato da quei centri da montagne infrequentabili e diviso da distanze quasi raddoppiate. Viceversa, chiuse le comunicazioni laterali, la sviluppata tendenza al fondo valle, aprendo lo sbocco del Sud, lo orienta verso la Spezia, nuovo centro della regione ligure-lunense, al nord della Toscana.

Il processo, dunque, che deve rifare la storia, e con la storia le altre discipline affini, è di scendere da quella unità a queste divergenze, o da queste risalire a quella, e intendere le une e l’altra, secondo i vari fini delle indagini; e non, al contrario, ponendo come punto di partenza o d’arrivo la fittizia ipotesi divergente della divisione augustea.


Mi sono diffuso nel raccogliere e ordinare nozioni di comune erudizione, tanto da poter parere inutili, per giustificare la proposta di un programma di ricerche lessicali e folcloristiche nell’Appennino parmense-pontremolese, essendo necessario, per animare di un spirito scientifico tali ricerche, abbattere pregiudizi profondamente radicati. Si è visto, a proposito degli scrittori della storia del pontremolese che, malgrado la forza dei documenti, la prova della storia, s’impone loro tuttavia il preconcetto letterario. Altrettanto può dirsi per gli scrittori dell’altro versante.

Il precetto regionale augusteo, non effettivo, come si è visto, e integrato coi criteri geografici moderni, prescindente, del resto, dalle successive e reali divisioni regionali, come quelle di Diocleziano e Costantino, si risolleva sempre invitto, da ogni prova contraria, sia essa data dalla storia, dalla paletnologia, dal linguaggio.

E costante, per questa regione, nei folcloristi dell’Appennino Emiliano, la tendenza ad attribuire alla Val di Magra le influenze toscane, o pretese tali, che notano nella materia raccolta. E forse a rinforzare il criterio augusteo si aggiunge il ricordo della dominazione toscana nel pontremolese e in altre parti della Val di Magra. La traccia, infatti, di questo ricordo si trova anche nella dizione popolare.

Non certo per ragioni erudite, ma solo per ragioni di ricordi politici, il popolo del territorio parmigiano, chiama Toschi gli abitanti della Val di Magra. In realtà il popolo si serve di pochi termini regionali essendo essi in gran parte di origine dotta. Se il termine Liguria fosse stato un termine geografico e amministrativo, riferito anche a regioni diverse, ma si fosse reso una denominazione popolare indicante un territorio abitato da popolazioni affini e magari anche con sottodenominazioni e governi separati, come Lombardia, Piemonte, Toscana, probabilmente alla Val di Magra sarebbe stato estesa la definizione nominale di Liguria, come, sebbene nella sfera colta, vi è rimasta quella di Lunigiana, e, più o meno, l’altra di regione apuana.

Ma il popolo non ha mai usata questa parola, né definito in generale il territorio abitato dalle genti ligure. Il popolo chiama Genovesato il territorio di diretto dominio di Genova, nei limiti del medioevale Lito italico, e Genovesi i suoi abitanti. Così in Val di Magra è chiamato Genovesato tutto il finitimo territorio della Vara per toscani gli abitanti dell’Alta Val di Magra, viene riferita anche a loro la denominazione di Lombardi.

Nella Toscana settentrionale sono appunto chiamate “ lombarde », le ragazze delle campagne e dei monti del pontremolese, che vi si recano, o vi si recavano, per far fortuna nei servizi domestici.

Se S. Zita, come vuole un’antica tradizione della Val di Magra, apparteneva a un famiglia di Soccisa, fu anch’essa una di queste “ Lombarde “. Dagli storici infatti le è attribuito il cognome di Lombardi. Da Monsagrato, dove si era stabilita la sua famiglia, andò a Lucca, a servire presso una famiglia patrizia. In quel tempo i cognomi erano indecisi, o indicazioni di paternità, o nomignoli. Se quella povera famiglia stabilitasi a Monsagrato era realmente emigrata dal piccolo paese della Magriola, non vi è nulla di strano che per la chiusa accentuazione della aspra parlata, fosse detta dei “Lombardi ». La verosimiglianza del fatto porta anzi un indizio di prova in favore della tradizione antica e tenace in Val di Magra.

Ma gli abitanti del pontremolese non chiamano, invece, lombardi gli abitanti dell’alta Valle del Taro, forse avvertendo i caratteri liguri di differenziazione. Da Borgotaro (al Bourgh) sono detri i Bourgsann.

La denominazione di Toschi, dunque, data agli abitanti del pontremolese, malgrado il suo carattere arcaico che farebbe pensare alla Tuscia, si ricollega evidentemente al periodo della dominazione granducale, alla quale, del resto, si richiamano anche gli scrittori.

In un recente volume di folclore tarese, alcune derivazioni toscane osservate nei canti raccolti, vengono riferite alla Val di Magra, come antico territorio granducale. Ma, a meno che il fatto non sia dimostrabile come caso speciale, l’ipotesi astratta, come fissazione di tendenza, è errata.

La dominazione granducale su Pontremoli, non ha avuto che una ragione politica e nessuna origine e conseguenza etnica. La dominazione granducale sull’alta Val di Magra, fu una delle tante, e non la più lunga, che si avvicendò nelle competizioni di prestigio tra i vari stati (Genova, Milano, Firenze) ai quali, per ragioni militari e di comunicazione e di limitazione reciproca, conveniva tenere il passo della Val di Magra. Genova vi aveva anche un interesse territoriale, come in certi periodi anche Milano; non Firenze. E nemmeno fu la più lunga, né motivata da una spotanea forza di attrazione per vicinanza o affinità.

Il dominio più lungo sul pontremolese fu quello del Ducato di Milano, esercitato per oltre tre secoli. Il re di Spagna lo dominò appunto, per un secolo, quale signore di Milano.

Se lo stato di Milano, fosse stato indipendente come Genova o Firenze, non avrebbe certo ceduto Pontremoli agli Stati rivali. Il Re di Spagna, per il complesso della sua potenza politica e della sua predominante influenza in Italia, era estraneo a queste rivalità, e vendette Pontremoli per ragioni esclusivamente finanziarie, cercando come in un contratto qualunque, il miglior offerente. Lo cedette prima a Genova, poi, per un raggiro del Granduca e in seguito a un espediente procedurale, allo Stato di Firenze, che aveva aumentata l’offerta.

Ma il dominio toscano fu esclusivamente politico, separato com’era territorialmente e lontano, il territorio pontremolese, dallo Stato Granducale, senza una comunicazione diretta che potesse evitare la traversata di altri stati. Segno tangibile di questa indipendenza locale, la moneta, indizio inequivocabile degli scambi materiali. Infatti la Toscana non solo dovette lasciare a Pontremoli una larga autonomia amministrativa, ma anche la moneta che era quella di Parma con largo corso anche di quella di Genova. Le relazioni economiche danno la traccia degli altri scambi demografici. La moneta degli scambi spirituali è la parola, la quale rimase non toscana: anche gli scambi spirituali, come gli economici, non essendo dominabili da un lontano potere politico.

Come si è visto, cessate le cause di rivalità politiche sorte nella fase ascendente dei vari stati italiani, prevalse, nel moto della Restaurazione, le ragioni di equilibrio e di assestamento necessarie alla egemonia austriaca, la Toscana si ritirò dalla Val di Magra, negoziando cambi con territori più vicini ed affini.

È dunque non solo inesatto, ma un errore fonte di errori, il voler fare del pontremolese un centro di irradiazione folcloristica toscana. La Val di Magra, poi, artisticamente, non solo è passiva per la creazione ma anche per la irradiazione. Il prof. Restori notando la povertà della musa pontremolese, e cercando la via delle derivazione delle canzoni italiane popolarizzate trovava che queste giungono in Valle di Magra dall’Emilia. E dunque probabile che anche canti toscani emilianizzati abbiano fatto tale strada per giungere in Val di Magra.

In tal modo l’errata ipotesi alla quale si è alluso, tenuta presente come metodo di ricerca, distrugge il valore di indicazione di relazioni popolari, che può utilmente derivare da una cauta indagine folcloristica.


Le ricerche dell’Ascoli, nel campo linguistico, sui substrati etnici, le prove corografiche, per spiegare le spinte fonetiche di determinati fenomeni; l’applicazione di queste direttive – ulteriormente intese come ricerche per la storia del linguaggio sotto forma di reazioni etniche alle ricerche per gli atlanti linguistici e le geografie delle parole, portarono a quell’indirizzo della linguistica, liberata dal naturalismo delle leggi fonetiche prese come leggi quasi fisiche, che intende a studiare le lingue come processi storici, come evoluzioni collettive di creazioni individuali.

Un tale metodo rigorosamente storico applicato, con lo stesso spirito scientifico, anche ad indagini non strettamente linguistiche, quali quelle alle quali si accenna, non può che riuscire fecondo.

Promovendo nella nostra regione ricerche sistematiche fonetiche, lessicali, folcloristiche, tanto da poter fissare la precisa geografia di certi fenomeni caratteristici, e da rendere possibile lo studio di quelle diffusioni geografiche con illustrazioni erudite e storiche, si giungerà a impostare su un terreno scientifico i problemi relativi alle ragioni dei confini di certi fenomeni fonetici e lessicali, delle derivazioni e irradiazioni delle innovazioni fonetiche, delle diffusioni folcloristiche, dei parlari di maggior prestigio che hanno avuto influenza sulle popolazioni di queste valli, in relazione ai popoli che vi hanno esercitato più dirette influenze etniche.

Il materiale raccolto non si esaurirà nel compito modesto e immediato di studio lessicale o folcloristico, ma fornirà in seguito materia a studi propriamente linguistici, e come alla sua raccolta e alla sua illustrazione gioveranno la storia, l’archeologia, la paletnologia, così reciprocamente, queste dottrine riceveranno positivi e importanti elementi di indicazione e di direzione.

Alcune questioni storiche possono essere illuminate applicando alla ricerca lessicale i principi della neolinguistica. Abbiamo, p. es., accennato alla probabile scarsa attività delle strade appenniniche, in funzione di grandi comunicazioni di transito, nell’epoca romana, fin quasi al medioevo.

Nel nostro territorio si trovano due Baselghe, l’una sul Taro, l’altra nella valle del Verde. Ora i più recenti studi hanno provato che la voce Basilica, nel significato di tempio cristiano, è più antica che Ecclesia. La linguistica spiega questa resistenza, in alcune zone, di questi vocaboli più antichi, con la norma dell’area seniore e dell’area più isolata, cioè di aree dove la parola è stata importata e dove poi, per l’isolamento, la mancanza cioè di altre influenze, è rimasta, mentre è scomparsa nell’area esportatrice. Se è possibile applicare all’Italia le stesse date che son state fissate per la Francia, e riportare al V secolo l’uso della parola Basilica, e al VI il prevalente di Ecclesia, se ne potranno dedurre, come è facile vedere anche nel caso nostro, indicazioni preziose per la storia.

Ma tutto il fondo lessicale delle vallate dell’Appennino parmense pontremolese e ligure, si è conservato fedelmente romano, indicando, con questa caratteristica, nel nostro territorio una area isolata, quindi molto conservativa, come sono, di norma, appunto le regioni montuose e i piccoli centri meno esposti alle grandi comunicazioni.

Perciò includendo, in confronto alla romanizzazione e alla trasformazione neoromana, il nostro gruppo di territori alla Cisalpina e al gruppo gallo ligure, l’omogeneità di quel fondo lessicale romano, induce a presumere che si possa riferire al periodo antico una notevole unità linguistica e, quindi, etnica, e al periodo medioevale e moderno le più eccentuate innovazioni con tendenze divergenti e quindi differenziatrici.

Ma, a proposito del carattere ancora antico del fondo lessicale, è opportuno notare come in Val di Magra, la gente rustica, di qualche intelligenza ma non colta, quando voglia parlare italiano, tentando di sviluppare in lingua il contratto vocabolo dialettale, ritrovi spontaneamente l’articolazione latina, traendo, p. es., da lévra, lepore; da ulse ulice (l’ulex di Plinio); da persg, persico; da grui, verruio, da pulga, pulice, da padlet patelletto ecc. A questa indicazione lessicale si aggiunge anche l’indicazione culinaria, come prova di questa persistente romanità.

Infatti l’uso generale, nelle campagne, delle focacce, torte, minestroni, pesti, ecc. ricorda i cibi comuni alle plebi rurali romane, evidentemente della stessa famiglia di quella focaccia e di quel herbosum moretum, che sono descritti nel famoso poemetto di tal nome, quadro di vita rustica, quale, con pochi cambiamenti, potrebbe essere riferito ancor oggi alle nostre campagne.

Fissato dunque il territorio da studiare nelle alte Valli della Magra, con centro a Pontremoli; della Vara, con centro alla Sesta; del Taro con centro a Borgotaro; della Parma, con centri a Berceto e Corniglio, si dovrà tentare l’applicazione del metodo geografico alla raccolta di suoni, di parole, di canti, di usi popolari. Se agli effetti delle varie scienze i resultati sono migliori quanto più la zona da studiare è vasta: nel caso presente, dati gli scopi determinanti, più che la vastità giova la minuziosità della ricerca per la fissazione geografica.

I resultati di tali indagini potranno poi sempre rientrare in lavori più vasti.

Trattandosi di vocaboli, la ricerca non dovrà fermarsi all’uso odierno, né all’uso prevalente, ma registrare le forme antiquate o poco usate, le tendenze modernizzanti, le civili e le rustiche, le sostituzioni e le alterazioni; partendo insomma dall’oggetto indicato, notare con la maggior precisione possibile la storia lessicale e fonetica delle sue denominazioni.

Nel pontremolese, p. es., insieme col termine ricota (ricotta), vive ancora nella zona della media montagna il termine arbòuita. Evidentemente il primo termine è una sostituzione, relativamente recente, del secondo. L’uno e l’altro sono due partecipi passati sostantivi di coesar (coquere) e di bouir (bullire), premesso l’intensivo re, e nella stessa relazione ideologica di fronte alla cosa indicata. Ma il secondo termine è completamente assimilato alla pronuncia locale mentre il primo è rimasto foneticamente isolato. Infatti l’intensivo re esce costante in ar (arfèr, ardir, arcoesar), e così si trova nel termine antico arbouita; mentre in ricota, è rimasto nella fase italiana. Inoltre il sostantivo del participio di coesar, nella forma arcaica, dovrebbe essere coeta, invece si trova nella fase recente còta: al contrario bòuita, rappresenta la forma arcaica di bouida (da bouì) bòuit, bòuita.

Le indagini fonetiche saranno dirette per ora a fissare con precisione le zone dei suoni di influenza celtica: l’ou (da o stretto) 1′-u lombardo, ‘l-ei (da -e e da -i).

Il prof. Restori notava già per quest’ultimo suono ed è importante dopo quanto si è premesso che esso è scomparso dal parmigiano urbano, resistendo verso il piacentino e stendendosi sulle montagne della Valle del Taro e affluenti, fino a toccare Berceto e la valle dell’Alta Parma.

Nel pontremolese, probabilmente già urbano, è pure limitato alla montagna, con maggiore estensione nelle valli del Verde e del Gordana.

Se questo esperimento di lavoro collettivo riuscirà, potrà essere, in seguito, più largamente esteso al folclore e alla etnografia: nel frattempo ci auguriamo che nelle stesse direzioni siano intrapresi anche studi individuali.


E concludiamo raccogliendo in gruppi i vari argomenti di ricerca.

Gruppo fonetico – Geografia del suolo dell’u lombardo; del -ei come in veira (vero) e neiva (neve); dell’-ou, come in pount (ponte).

Gruppo lessicale. –  Forme del pronome io; dell’articolo il; denominazioni dell’imbuto; del vecchio aratro e sue parti; dell‘ape; della sega e del segare; della falce da fieno e dei falcetti da grano e da erba, e dal falciare; della lucciola; della scopa o stipa; della porca; della ricotta.

Gruppo folcloristico. – Lezioni della canzone della Donna Lombarda; delle Dodici parole (Uno è Dio, più alto è il sole che non è la luna 2, Due sono le tavole di Mosè, ecc.).

Gruppo Etnografico. – Tipi e usi della Spongata; tipi e usi delle torte e specialmente della Torta d’erbi.

AVVERTENZA

Credo necessario avvertire che, per semplificazione di linguaggio, i nomi di città e di territori, sono, in genere, impiegati in significato di sola indicazione di zone geografiche, indipendentemente dalla loro cronologia, e, quindi, con riferimento comprensivo alle loro vicende etniche e politiche. In tal senso, p. es., con i termini Piacentino e Lombardo, indico le influenze del Nord, e con i termini Parma ed Emilia, le influenze Nord-orientali. I nomi delle Pievi, come Vignola e Urceola, stanno ad indicare presumibili territori di gruppi di popolazioni, dei quali le circoscrizioni primitive delle pievi danno l’indicazione più antica. Il termine Urceola-Saliceto è riferito più direttamente alla Pieve, quale è descritta nei documenti posteriori al Mille.

A chiarir meglio il criterio della mentalità geografica primitiva, giova l’esempio della descrizione dell’Italia lasciata da Paolo Diacono. I ricordi romani di una circoscrizione provinciale delle Alpi e degli Appennini, sono trasformati, secondo. la caratteristica mentalità della geografia naturale che il ricorso dei tempi aveva, in quel periodo del medioevo, riportato, con le condizioni primitive della vita. La V Provincia (Alpi Cozie), e la IX Provincia (Monti Appennini), includono l’intera regione montuosa, con criteri unitari conformi alle necessità delle comunicazioni e militari dell’epoca longobarda.

La Provincia dei Monti Appennini secondo lo storico dei Longobardi separava la Tuscia dalla Emilia e l’Umbria dalla Flaminia, non con la cresta della catena, ma con la massa intera della zona montuosa che formava un territorio a sé; così la Provincia delle Alpi Cozie, indipendentemente dallo spartiacque. si estendeva dal Mar Ligure al Po, comprendendo tanto Genova e Savona, come Bobbio e Tortona (Hist. Lang. L. II, cc. XVI e XVIII).

A quante incomprensioni poi, la mancanza di questo criterio, abbia dato luogo nella direzione delle indagini erudite, anche di sommi scrittori oltre che nei casi citati, può vedersi, p. es., nell’Affo (Stor. di Parma), spesso fermato nelle indagini proprio dall’ostacolo geografico. Come per le aspirazioni su Grondola, così per l’espansione parmigiana nella Valle Sigillina, agivano certo cause che avevano origini più remote dell’epoca comunale. Esse vanno forse messe in rapporto con le pretese di Parma su gastaldato bismantino e col discusso dominio sulla Garfagnana. La lotta tra Parma e Piacenza per il loro assestamento territoriale nella regione appenninica, alla quale parteciparono altri centri minori dei due versanti, risale probabilmente alla scomparsa di Velleia, e alla riduzione dei territori settentrionali del Municipio lucense.

E qui il caso di osservare come anche la Garfagnana offra un esempio tipico in favore del principio che abbiamo tentato di illustrare. L’alta Valle del Serchio, infatti, solo per lo sviluppo della viabilità moderna, è stata attratta verso Lucca, mentre la vecchia viabilità, la tenne unita, a ritroso delle acque, mediante le Apuane e l’Appennino, a Luni e all’Emilia.

Aggiungo in fine che la necessità di uno svolgimento sommario dell’argomento, senza chiarimenti e sussidi di note e citazioni, può aver dato al principio svolti, isolato nella trattazione parziale di un suo particolare aspetto, un carattere troppo generale e paradossale. Al principio va invece dato un carattere di indicazione, di tendenza, da valutare e modificare sempre in rapporto alle varie situa-zioni storiche

Per le notizie e gli indirizzi linguistici e folcloristici ci siamo specialmente riferiti a: Note fonetiche sul parlari dell’Alta Val di Magra di A. Restori (Livorno, Vigo, 1892); Vita popolare Pontremolese di M. Giuliani (in Archivio per la Etnografia e la psicologia della Lunigiana, Spezia, 1925, Serie II, vol. I, fasc. II); Breviario di Neolinguistica, di G. Bertoni e M. G. Bartoli (Modena, Soc. Tip. Modenese. 1925); e a Le denominazioni dell’Imbuto nell’Italia del Nord, ricerca di Geo-grafia linguistica di G. Bertoni, che proponiamo di particolareggiare nella nostra regione.

Manfredo Giuliani, L’Appennino Parmense – Pontremolese. Appunti di geografia storica per un programma di ricerche lessicali e folcloristiche, da la Biblioteca della Giovane Montagna, Parma 1929, n. 69

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