
Entro i confini della Lunigiana storica, a partire dall’inizio dell’XI secolo. è documentata la presenza dei benedettini dell’abbazia di San Salvatore e San Benedetto di Leno, località della pianura bresciana ad una ventina di chilometri dal capoluogo di provincia. Questa abbazia fu costruita per volere di Desiderio nel 758 dopo che il re longobardo ottenne da papa Paolo I e dall’abate Petronace, bresciano a capo dell’abbazia di Montecassino, che una colonia di dodici monaci fosse mandata a Leno per diffondere la “Regola ” benedettina.
L’abbazia ebbe un tale sviluppo da segnare la rinascita religiosa, economica e culturale della provincia bresciana, e il suo dominio si estenderà presto a località delle attuali province di Cremona, Mantova, Bergamo, Milano. Torino, nonché dell’Emilia e, appunto, della Toscana. Grazie a questa espansione, la fondazione monastica diverrà una delle più importanti abbazie dell’Italia settentrionale (1).
L’influenza che questa abbazia esercitò in Lunigiana è nota agli studiosi locali alcuni dei quali, in più occasioni, ne hanno fatto cenno in vari lavori (2). Non risulta invece che, su questo tema, sia mai stato pubblicato alcun lavoro specifico. Questo fatto della presenza dei benedettini lenesi in Lunigiana, vuoi appunto per la mancanza di contributi specifici sull’argomento, vuoi per il fatto di non aver colto alcuni aspetti che rendono tale presenza alquanto significativa, mi pare non sia mai stato valutato appieno. Lungi dal considerare ciò una lacuna, attenendo le ragioni di tale singolarità più alla storia dell’antica abbazia che non a quella della Lunigiana, mi limito a constatare il dato di fatto.
Limitato scopo di questa breve esposizione è pertanto quello di mettere in risalto quegli aspetti che, a mio avviso, fanno della presenza di questi monaci in Lunigiana un fatto significativo e degno di nota.
Il primo aspetto che si vuole preliminarmente considerare è quello relativo alla distanza tra i possedimenti lunigianesi dell’abbazia bresciana e la sede abbaziale stessa. Tra la località posta più a sud fra quelle possedute in val di Magra e Leno, la distanza in linea d’aria è quasi di duecento chilometri. Si tenga conto che la distanza di altre istituzioni ecclesiastiche situate oltre i confini della diocesi di Luni dai rispettivi possedimenti in Lunigiana, è di gran lunga inferiore.
La ragguardevole distanza fra i possedimenti nelle valli del Magra e del Vara e Leno assume ulteriore importanza se si prendono in considerazione le difficoltà di carattere morfologico ed ambientale che si potevano incontrare per colmarla. Chi avesse voluto portarsi dalla sede abbaziale ai suoi possedimenti lunigianesi, dopo aver raggiunto le località pure dipendenti dal cenobio bresciano situate nella pianura parmense (3), avrebbe dovuto risalire la val di Taro sino a monte Bardone. e da qui, discendere sino quasi al mare.
Pur considerando l’esistenza di una via di comunicazione che era andata probabilmente affermandosi forse già a partire dal periodo longobardo (4), questo percorso, a partire dai primi contrafforti appenninici non doveva certo caratterizzarsi, prima dell’XI secolo, per una facile percorribilità (5). Non si tratta certo di condizioni di straordinaria eccezionalità, tuttavia, stando al contesto regionale di cui si discorre, tali condizioni di decentramento rispetto alla sede abbaziale riguardano esclusivamente i possedimenti dell’abbazia bresciana.
Il secondo aspetto che si intende mettere in luce è quello relativo alla significativa consistenza della presenza dei monaci di Leno in Lunigiana.
Sulla base di un gruppo di documenti dell’XI secolo riguardanti l’abbazia bresciana (6), siamo in grado di stabilire con certezza numerose località lunigianesi, che andremo più avanti a considerare, dove essa vantava diritti e possedimenti. Di altre località, che negli stessi documenti appaiono elencate secondo un criterio che esclude si possa trattare di centri situati al di fuori dei confini della Lunigiana storica, l’identificazione non è certa: pertanto ci limiteremo a prendere atto delle ipotesi verosimili avanzate dagli studiosi.
Partendo dai limiti settentrionali della val di Magra, la prima località citata nei documenti riguardanti l’abbazia di Leno sulla quale non esistono dubbi di identificazione, è Montelungo, denominata in alcuni diplomi anche con il termine “Monte Lampei (7). A partire dal diploma di Arrigo II del 1014. viene assegnato all’abbazia l’ospedale (senodochio) che si doveva trovare nei pressi dell’abitato. Tale istituzione verrà ad essa confermata in numerosi altri diplomi imperiali e regi nonché in bolle papali successive (8). Da un diploma dello stesso imperatore del 1019 (9) apprendiamo della esistenza in Montelungo anche di una chiesa intitolata a San Benedetto. Essa non è peraltro menzionata nei diplomi successivi a quello del 1019, in alcuni dei quali pare comunque di scorgervi un indiretto riferimento in quel “…cum pertinentis suis” che segue l’accenno a Montelungo. Essendo documentata l’esistenza di questa importante località ben prima del periodo delle conferme imperiali di Arrigo II all’abbazia di Leno (10) ed essendo altresi documentato lo stretto legame originario fra la stessa e le primitive attività svolte dai benedettini in Lunigiana (11), è parso ad alcuni studiosi di poter identificare nello senodochio di Montelungo una delle due istituzioni di cui è fatto cenno nella famosa epigrafe della chiesa di San Giorgio di Filattiera. Autorevoli studiosi hanno anche ipotizzato che il personaggio alla quale è dedicata l’epigrafe potesse appartenere alla “generazione missionaria formatasi nella val padana (12).
Non si vuole con questo accenno prendere spunto per entrare nella disputa riguardante l’identificazione della fondazione intitolata a San Benedetto dell’epigrafe di Filattiera, né in quella riguardante l’identificazione del personaggio a cui l’epigrafe è dedicata. Basterà qui mettere in risalto la notevole antichità delle testimonianze che attestano l’esistenza di Montelungo, la sua originaria relazione da un lato con il monachesimo benedettino e dall’al-tro con l’affermazione del ruolo di transito che andrà caratterizzando la val di Magra.
Come inizialmente osservato da Ubaldo Formentini e autorevolmente ribadito da Geo Pistarino nel suo studio sulle pievi della diocesi di Luni, la fondazione della cappella di Montelungo con annesso ospedale, assegnato da Ubaldo Mazzini al 638. va invece collocata nel 752.
Successivamente, in una data che non ci è possibile conoscere. l’ospizio Montelungo sarà donato dal re longobardo Desiderio al monastero femminile di San Salvatore e Santa Giulia in Brescia, di cui il monarca e la moglie Ansa erano i fondatori (14). Tale donazione verrà poi confermata da re Adelchi. iglio di Desiderio, nel 772. Montelungo risulta infatti appartenente al monastero di San Salvatore e Santa Giulia sia dal diploma degli imperatori Lotario e Lodovico II dell’851 a favore di Ghisla che dal diploma di Lodovico II dell’865 per l’imperatrice Angelberga (15).
Pur non essendo a noi possibile stabilire la data e le ragioni precise del passaggio di Montelungo dal monastero di San Salvatore e Santa Giulia di Brescia a quello di San Salvatore e San Benedetto di Leno, non sembra che questo fatto possa costituire un elemento di discontinuità rispetto al passato. Entrambi i monasteri, uno situato nella pianura, l’altro nella parte più vecchia del capoluogo, furono fondati da re Desiderio; sul suo feudo personale quello di Leno, su un’area di proprietà regia donata a Desiderio da Astolfo quello di San Salvatore e Santa Giulia, nel quale, si ricorderà, verrà sepolta la regina Ansa moglie di Desiderio.
Quanto alla relazione di Montelungo con l’antica viabilità lunigianese si tenga conto che l’ospedale è ricordato come tappa di viaggio nei noti itineri di Sigerico di Canterbury del 990 circa e in quello di Filippo Augusto del 1191 (16). Il monastero di Montelungo andrà successivamente sviluppando la sua influenza su parte del territorio dell’alta val di Magra. Secondo gli antichi cronisti pontremolesi la fondazione delle cappelle di San Bartolomeo di Gravagna, di Santa Maria di Cavezzana d’Antena e di San Lorenzo di Cargalla avvenne appunto ad opera dei monaci di questa località. (17)
Proseguendo verso mezzogiorno, la successiva località, citata a partire dal diploma imperiale del 1014, sulla cui identificazione non esistono dubbi, è Pontremoli (Pontetremulum). All’abbazia di Leno vi si conferma il diritto a due parti del pedaggio che si riscuoteva per il transito sulla importante via 21 comunicazione che prenderà successivamente il nome di via “Francesca” o “Francigena”. Tale pedaggio o “portatico” doveva con ogni probabilità servire a procurarsi i mezzi necessari all’assistenza ai pellegrini.

A partire invece da una bolla di papa Gregorio VII del 1078 (18), viene attribuita all’abbazia bresciana la chiesa di San Giorgio, situata poco fuori le mura della città in direzione di monte Bardone alla quale apparteneva ancora nel 1584, all’epoca della visita apostolica della diocesi di Luni da parte di Angelo Peruzzi, vescovo di Sarsina (19), (fig. 1).
Sulla scorta di elementi diversi da quelli documentari prima presi in considerazione, tra gli altri l’originale intitolazione, è stato intravisto dagli studiosi un diretto collegamento con l’abbazia di Leno anche per la chiesa pontremolese di Santa Cristina, anticamente intitolata appunto anche a San Salvatore (20).
La centralità di Pontremoli rispetto alla rete viaria medievale, che rese la cittadina luogo di incontro obbligato delle strade provenienti dai valichi transappenninici, e la posizione di Montelungo, nelle immediate vicinanze del valico di monte Bardone, rendono esplicita per queste due località la relazione causale fra l’arrivo dei monaci bresciani e le necessità di cura, manutenzione e controllo della viabilità e di assistenza ai viandanti.
Proseguendo con le località menzionate nei diplomi imperiali, a seguito di “Pontetremulum”, vengono sempre menzionate le località di “Sexto” e e “Grimacula” o Griniacula” da alcuni studiosi identificate rispettivamente con le attuali località di Sesta e Zignago in val di Vara (21). Non vi sono particolari ragioni per dubitare di tali ipotesi di identificazione, anzi vi sono elementi che autorizzano a pensare ad una presenza benedettina in queste località come in tutta la val di Vara a partire da epoche remote. M.N.Conti ha intravisto ad esempio nella intitolazione a San Pietro di chiese e cappelle distribuite lungo un antico percorso che coinvolgeva anche il territorio di queste località, una lunga teoria di fondazioni monastiche benedettine (22).
A prescindere comunque dalle località alle quali si riferiscono effettivamente i diplomi, per “Grimacula” si accenna ad una chiesa, senza peraltro alcun cenno alla sua intitolazione, mentre per l’altra località non si fa riferimento ad alcun bene od istituzione.
Relativamente al successivo luogo menzionato nei diplomi a partire da quello del 1014 di Arrigo II, cioè “Melezano”, alcuni studiosi sulla scorta di svariati elementi, sembrano convinti debba trattarsi di Mulazzo. Questa ipotesi poggia sicuramente su validi presupposti. Anche in questo caso, infatti. non sono pochi gli elementi che evidenziano la relazione antica tra il territorio di Mulazzo e la presenza benedettina e longobarda, vedi ad esempio il toponimo “Monteregio” poco sopra il centro abitato sulla via per Suvero. nonché gli aspetti sui quali poggia l’ipotesi avanzata da alcuni studiosi secondo la quale “l’aula di San Martino” costruita per il conforto dei viandanti dal personaggio della lapide di Filattiera sarebbe la chiesa di San Martino al camposanto di Mulazzo (23). Rimanendo nel territorio di Mulazzo, secondo M.N.Conti anche la chiesa di San Pietro dell’Arpiola fu fondata ad opera dei benedettini di Leno ma di questa ipotesi che meriterebbe certo una più profonda discussione ci limitiamo solo ad accennare (24).
Per la successiva località denominata “Talavurno” o “Talauurno” non esiste invece alcun dubbio di identificazione trattandosi certamente della attuale Talavorno (fig. 2).
Non è facile tuttavia comprendere a quali precisi beni o istituzioni si faccia riferimento. L’avverbio “integerrime”, che segue il toponimo nei diplomi. ha dato adito ad avverse interpretazioni. Secondo M.N. Conti, l’uso di tale avverbio escluderebbe che la chiesa di cui rimangono povere vestigia ancora oggigiorno, potesse già essere sorta nel 1014 (25). Secondo altri, invece, proprio l’uso di questo avverbio starebbe a significare che, ciò che viene riconosciuto all’abbazia di Leno, non poteva essere costituito solo da beni generici, ma anche da quant’altro potesse avere rilevanza patrimoniale e sociale come ad esempio una chiesa (26).
Ci pare si possa concordare sulla possibilità che quell’ “integerrime” sottintenda un insieme di più beni ed istituzioni, anche se tra essi poteva non trovarsi la chiesa, il cui primo riferimento documentario è contenuto nell’elenco degli enti esenti delle decime indette da papa Bonifacio “pro subsidio regni Siciliae” per gli anni 1296-1297 (27) mentre il primo esplicito riferimento contenuto nei documenti riguardanti l’abbazia, è solo del 1432 (28).
Anche M.N. Conti, tuttavia, ammette che, successivamente all’ XI secolo. a Talavorno, andrà sviluppandosi una realtà simile a quella di Montelungo, con un ospizio ed una chiesa (29).
Proseguendo verso il mare, i documenti ci indicano una non meglio precisata “Villa Laude”. Tale toponimo non è di facile identificazione in quanto nessuna località oggi esistente, situata fra Talavorno e la località successiva a “Villa Laude” porta lo stesso nome o simile e comunque non si può escludere che questa località potesse trovarsi addirittura in tutt’altra zona della val di Magra o della val di Vara. Le numerose varianti con le quali nei documenti si allude a questa località rendono i tentativi di identificazione ancora più difficoltosi. L’unica ipotesi che ci risulta essere stata avanzata è quella di M.N. Conti che mette in relazione “Villa Laude” con la successiva località elencata nei diplomi, ossia Arcola. Più precisamente, lo studioso, la identifica con le fertili terre che dovevano formare l’antica “corte” di Arcola, ossia le terre che dal borgo “…si estendono verso Baccano e Monti ai lati della antica via Strata per il piano di Migliarina e per Vezzano” (30).
L’ultima località menzionata nei documenti è quindi Arcola, due parti della quale. “duabus partibus”, vengono confermate all’abbazia di Leno sempre a partire dal diploma di Arrigo II del 1014. Ad Arcola ebbero possedimenti gli Obertenghi e in seguito i loro discendenti Estensi e Malaspina. Fu senza ombra di dubbio una delle più importanti località del primitivo predio obertengo confermata ai marchesi Ugo e Folco nel 1077.
Secondo il Repetti fu sede, e una delle più vetuste e forti rocche dei marchesi estensi e loro consorti, alcuni dei quali abitarono in Arcola sino all’XI secolo. Spesso, a causa della vicinanza dalla sede episcopale rappresentò motivo del contendere tra vescovo e marchesi. Il diritto su due parti di questa importante località, già contesa da altre forze, conferma il livello di penetrazione raggiunto dall’abbazia bresciana in Lunigiana già agli inizi dell’XI secolo.
Come si è visto, i rapporti di dipendenza delle località sopra elencate dalla abbazia di Leno, sono documentati a partire dal 1014. Da una analisi dei documenti antecedenti a tale data riguardanti l’abbazia appunto, ci pare tuttavia di poter rilevare degli elementi per ipotizzare che il rapporto di dipendenza possa essersi sviluppato a partire forse già da un secolo prima.
Nei diplomi, riguardanti l’abbazia di Leno, di Berengario e Adalberto del 958, di Ottone I del 962, di Ottone II del 981(31), nei quali non si accenna ad alcuna precisa località in Lunigiana, tra i vari possedimenti confermati all’ abbazia, si trova invece preciso riferimento a …omnes cortes, e villas que funt in Tuscia de ipsa pertinentia, cum illarum pertinentiis». Di questo non si trova invece alcuna traccia nel diploma del 1014, dove si trovano per la prima volta nomi di “Montelungo”, “Pontetremulo”, “Sexto”. “Grimacula”. “Melezano”, “Talavurno”, “Villa Laude” e “Arcola”. È come se ciò che viene indicato in modo esplicito con i nomi propri delle località dall’XI secolo in poi, corrispondesse a quanto viene genericamente indicato con “….omnes cor-tes, e villas que funt in Tuscia de ipsa pertinentia, cum illarum pertinentiis “nel X secolo.
L’accenno che si trova nel diploma di Arrigo II del 1019 “…e Xenodochium cum Ecclesia Sancti Benedicti in monte longo, e aliud, quod dicitur Cassium cum suis pertinentiis: duas partes de strata in ponte tremulo cum duabus partibus de Arcole: Cortes etiam e villas in Tuscia» pare confermare tale ipotesi. L’ultima parte del testo, retaggio della formula precedente, sembra infatti alludere alle località che qui vengono tralasciate rispetto al diploma del 1014.
Per la località di Montelungo si possono ricavare indiretti riferimenti ad una più antica relazione con l’abbazia bresciana, anche da un privilegio di papa Nicolò 11 del 1060 che derime una controversia insorta tra l’abate di Leno e il vescovo di Luni circa i diritti di riscossione delle decime sulla corte di Montelungo. Nel privilegio si rammentano le ragioni addotte dall’abate tra le quali vi è l’asserzione che da più di cento anni la corte stessa era dall’abbazia posseduta 832). Si consideri che tornando indietro di cento anni dal 1060 arriviamo esattamente al periodo del diploma di Berengario e Adalberto nel quale si parla per la prima volta di “…omnes, cortes e villas…”.
Come si è visto, all’abbazia di Leno viene via via confermata, a partire probabilmente già dagli inizi del X secolo una parte cospicua di beni in proprietà, beni ad essa sottoposti ecclesiasticamente con compiti anche di cura delle anime, diritti di riscossione delle decime e degli altri introiti canonici. nonché beni e diritti derivanti da concessioni in feudo. Tutto ciò in luoghi di importanza strategica sia in relazione alla viabilità che alla direzione dell’espansione dei commerci e delle idee.
La dislocazione delle località confermate all’abbazia di Leno. ci pone peraltro di fronte all’interrogativo riguardante le ragioni di un suo sviluppo esclusivamente sulla destra orografica del fiume Magra, quando il corso principale di quella che verrà chiamata via Francigena riguarderà la sponda sinistra
Essendo la presenza benedettina solitamente correlata alle vie di comunicazione che andavano sviluppandosi, ci si dovrebbe chiedere se l’originario percorso che da monte Bardone portava al mare, non transitasse in riva destra. e. tramite il territorio di Mulazzo, si portasse in val di Vara dirigendosi poi verso la Riviera. Ci limitiamo comunque ad accennare la questione, ritenendo che il tema meriti una più profonda e, certo, documentata discussione.
Il terzo ed ultimo aspetto che si intende considerare, è quello riguardante il quadro generale in cui l’influenza dell’abbazia di Leno nasce e si sviluppa in Lunigiana.
Tra i secoli X e XIII si assiste, nella nostra regione, all’incrociarsi dell’azione di svariate forze, ognuna delle quali è portatrice di interessi diversi pur perseguendo spesso identici obiettivi. Si determina così una situazione di forte competitività che sfocia non raramente in aperta conflittualità. È in questo contesto, che andremo meglio a delineare, che l’abbazia di Leno riesce ad innestarsi, a crescere ed a mantenere saldamente le sue posizioni per secoli.
La prima forza è rappresentata appunto dalle altre istituzioni monastiche che in Lunigiana hanno i loro beni, ossia il monastero di San Giovanni Battista di Parma. l’ordine dei Cavalieri di Altopascio, il monastero di San Venerio del Tino, che hanno le loro sedi oltre i confini della diocesi, e l’abbazia di San Pietro di Brugnato, l’abbazia di San Caprasio di Aulla. l’abbazia dei Santi Salvatore e Bartolomeo di Linari e l’abbazia di San Venanzio di Ceparana le sedi delle quali si trovano, invece, all’interno dei confini diocesani.
Nei secoli X e XI le autorità regia ed imperiale delegavano alle istituzioni monastiche e all’autorità episcopale, il compito di costruzione e manutenzione delle strade e della cura spirituale e materiale di coloro che per i più svariati motivi le percorrevano. Si svilupparono così nuove vie di comunicazione e in prossimità di queste e di quelle già esistenti, vennero costruiti ospedali e luoghi di ricovero con lo scopo, da un lato di fornire ai viaggiatori la concreta dimensione del provvidenzialismo divino, e dall’altro. di poter disporre dei privilegi imperiali e regi sotto forma di donazioni che venivano assegnati alle istituzioni che esercitavano l’attività di servizio viario ed ospitaliero (33). Si creò così una sorta di competizione tra le varie istituzioni al fine di acquisire posizioni sempre più favorevoli in quella che è stata definita “L’industria ospitaliera” (34).
La seconda forza che si muove in questo contesto è rappresentata dal vescovo di Luni il quale, ottenendo da parte dell’impero le immunità e la giurisdizione sui territori nei quali andrà costituendo il proprio dominio, perseguirà, oltre che l’obiettivo del pieno esercizio della propria autorità spirituale sui distretti battesimali, anche il possesso esclusivo dei beni e degli introiti ad essi connessi.
L’influenza dell’autorità vescovile, che antecedentemente al X secolo si era sviluppata sulle località più vicine alla sede episcopale, si andrà via via espandendo anche in quelle zone che avevano visto l’affermarsi della presenza monastica, come ad esempio l’ alta val di Magra, dando così origine ad annose controversie in relazione ai diritti di riscossione delle decime e della cura delle anime, controversie delle quali è rimasta traccia in alcuni documenti anche per quanto riguarda l’abbazia di Leno (35).
Le altre due forze sono rappresentate dall’autorità marchionale e dai nascenti consorzi gentilizi che daranno origine ai comuni. Questi signori laici vedono nella attività di espansione del vescovo e nella presenza delle istituzioni monastiche una rilevante limitazione della loro sovranità. A loro volta infatti i marchesi, tra l’ VIII e il X secolo, avevano elevato chiese sui loro feudi e le avevano dotate di beni ricavandone le rendite fondiarie e i benefici ecclesiastici da ciò derivanti.
Ci troviamo di fronte ad un quadro complesso che ci dà l’idea di quale livello avesse raggiunto il confronto fra le varie forze presenti in Lunigiana, per la difesa delle rispettive posizioni e la conquista di nuove, relativamente al controllo della viabilità, ai diritti sulla cura delle anime, ai diritti sulla riscossione delle decime e degli altri introiti canonici, alla potestà sull’esercizio dell’alta e bassa giustizia e a quant’altro potesse costituire motivo di crescita del proprio potere.
Analizzati, anche se brevemente, questi tre aspetti, la presenza dei benedettini di Leno in Lunigiana ci appare forse sotto una diversa luce.
Lontano dalla propria sede e dalla concentrazione dei suoi possedimenti, il cenobio bresciano sviluppa sul versante tosco-ligure dell’Appennino, una presenza considerevole sia per numero delle località possedute a vario titolo, sia per la posizione strategica di dette località, sia per la tipologia dei beni ad essa attribuiti che per i diritti concessi. Ciò avviene in un contesto caratterizzato dalla presenza di altre forze altrettanto determinate, più radicate nell’ambito regionale, quindi apparentemente più agguerrite.
Evidentemente l’abbazia di Leno poté inserirsi in questo contesto, grazie a particolari condizioni che la rendevano per autorevolezza e potere alquanto avvantaggiata. Essa ebbe considerevoli attribuzioni a partire già dalla sua originaria fondazione. La presenza alla cerimonia di consacrazione del monastero, di dodici vescovi, di re Desiderio, della moglie Ansa e del figlio Adelchi mette in risalto l’importanza che veniva riposta nel nascente cenobio da parte della monarchia.
L’istituzione crebbe sicuramente in modo repentino in potere ed autonomia visto che nella maggior parte dei suoi possedimenti l’abbate riuscì ad esercitare atti sovrani come l’amministrazione della bassa giustizia, ad istituire una propria milizia, e che il territorio sottoposto all’abbazia divenne in breve tempo esente dalla riscossione delle imposte e non soggetto ai tribunali regi (36).
Forse in virtù della potenza raggiunta e della direzione verso la quale si erano andati affermando, ai benedettini di Leno fu possibile inizialmente di affacciarsi in Lunigiana e successivamente di insediarvisi stabilmente.
La ragione dell’arrivo dei benedettini di Leno può essere forse messa in relazione con la necessità di portare a compimento lo sviluppo della strada di monte Bardone oppure con la necessità di avviare lo sfruttamento agricolo di un territorio che, per ragioni che non è neppure il caso di accennare in questo lavoro, risultava legato a pratiche arcaiche e improduttive, oppure ancora con la necessità di convertire quelle popolazioni barbariche rimaste attaccate ai vecchi costumi germanici sparse in Lunigiana ma anche in Lombardia.
Forse addirittura l’arrivo dei benedettini di Leno è da mettere in relazione a tutte queste necessità insieme.
Di questo preciso argomento basterà solamente accennare essendo specifico oggetto di un successivo lavoro che necessiterà di un adeguato approfondimento.
Quali che siano state le ragioni della loro venuta in val di Magra. i benedettini di Leno riuscirono a radicarsi in tutta la regione. Di questa presenza è rimasta traccia scritta nei documenti e viva la tradizione sino a pochi decenni fa (37).
Giampietro Rigosa, Influenze bresciane in Lunigiana: l’abbazia di Leno, Studi lunigianesi / Associazione Manfredo Giuliani per le ricerche storiche e etnografiche della Lunigiana, n. XIX, XX, XXI, a. 1989/90/91, Villafranca Lunigiana, pp. 33/47
1) Breve storia di Leno, a cura della Biblioteca comunale di Leno. [s.d.). pp. 11-15,
2)Si vedano ad esempio, G. Sforza, Memorie e documenti per servire alla storia di Pontremoli. Firenze, Franceschini, 1904, (ristampa anast. Forni ed., Bologna, 1972); N. Zucchi Castellini. Gli ordinamenti ecclesiastici della Valdantena e dell’ alto bacino della Magra, in “Archivio Storico per le Province Parmensi”, IV serie, vol. XIII, Deputaz. Storia Patria Prov. Parm., Parma, 1961; M. N. Conti. La Lunigiana settentrionale avanti il mille ed i presupposti della storia di Pontremoli, La Spezia, tip. Moderna, 1979, idem, S. Benedetto di Talavorno, in “Memorie della Accademia lunigianese di Scienze G.Capellini”, vol. VII. La Spezia, 1967, pp. 33-34: А. С. Ambrosi, Sulla via dei pellegrini in Lunigiana e sul porto di S. Maurizio, in II pellegrinaggio Medievale per Roma e Santiago de Compostela., Quaderni della Biblioteca e degli Archivi sto-nco e notarile del Comune di Aulla, IX, Aulla, 1992, pp.41-42: A. Baldini, Note per una storia delle istituzioni monastiche a Pontremoli dalle origini al XIII secolo, in “Studi Lunigianesi”, vol X. Associaz. “M. Giuliani”, Villafranca, 1980; G.Mariotti. La strada Francesca di Monte Bardone e l’ospedale di San Benedetto di Montelungo, “La Giovane Montagna” anno XLI. an.3.5.6.7, 8, Parma, 1940,
3)Si tratta delle località di Noceto e Medesano anch’esse menzionate nei diplomi imperiali a partire dal 1014. Nella val di Taro l’abbazia di Leno possedeva anche una istituzione ospitaliera con pertinenze nei pressi dell’attuale località di Cassio.
(4) M. Giuliani. Note di topografa antica del pontremolese, in “Archivio Storico per le Province Parmensi”, vol XXXV. p. 11:… Ai tempi di Liutprando risale lo sviluppo della strada della Cisa o Romea, Francigena o Francesca; lo sforzo longobardo in vantaggio di questa via spiega come al suo sviluppo contribuissero elementi non esclusivamente topografici, quella via rappresentava in quel periodo per i longobardi una specie di deviazione della via Emilia per le comunicazioni con l’Italia centrale, che rispondeva ai bisogni del loro assetto politico e specialmente alla necessità della loro situazione rispetto ai bizantini (non più via di traffico locale ma di grande comunicazione)..
5) 5 Sul corso originario di quella che verrà chiamata, in periodo medievale, via Francesca. Francigena. Romea ecc. e sull’ambito più generale dell’assetto viario della Lunigiana in periodo tardo antico e soprattutto altomedievale si veda: M.N.Conti. Itinerari romani in Lunigiana, in Memorie Accademia di Scienze ‘G. Capellini”, vol V. La Spezia. 1924: M.Giuliani. La strada romana del Cirone nell’ alta val di Magra, in “Archivio storico per le Province Parmensi”. ol. III. Deput. St. Patria Prov. Parm., Parma, 1951: U. Formentini, Itinerari medievali Via quam Bardum dicunt, in “Memorie Accademia di Scienze G. Capellini'”, vol. XIV, La Spezia, 1933. R Stopani. La via Francigena in Toscana, storia di una strada medievale. Firenze. Salimbeni ed., 1984: R.Stopani, La via Francigena, una strada europea nell’ Italia del medioevo, S. Fiorentino. Le lettere., 1988: A.C.Ambrosi, Il pellegrinaggio medievale…… cit.
6)Diploma dell’imperatore Arrigo II del 1014, diploma dello stesso imperatore del 1019. diploma di Corrado re del 1026, diploma di Corrado imperatore del 1036, bolla di papa Gregorio VII del 1078, bolla di papa Callisto Il del 1123, bolla di papa Innocenzo Il del 1132, bolla di papa Eugenio III del 1146, diploma dell’imperatore Federico I del 1177, diploma dell’imperatore Arrigo VI del 1194. Per la consultazione di questi documenti. vedi: F.A.Zaccaria. Dell antichissima badia di Leno, Venezia, Pietro Marcuzzi, 1767.
7)Nella bolla di papa Callisto II si legge testualmente “…montem lungum (alias montem lam-pei)”. Nella bolla di papa Innocenzo II e in quella di papa Eugenio III il termine di “montem lampei è utilizzato in luogo di “montem lungum”.
8) La dipendenza dell’ospitale di Montelungo dalla abbazia di Leno è documentata sino al 1434 da una bolla di papa Eugenio IV pubblicata in F.A. Zaccaria.cit..
9) Gia indicato alla nota 6.
10) G. Sforza, cit., p. 372.
11) U. Mazzini, L’epitaffio di Leodegar vescovo di Luni del secolo VIII (novi studi sulla lapide di Filattiera), “Giornale Storico della Lunigiana”, vol. 1, fasc. 11. La Spezia, 1919; G. Mariotti. La pieve di Santa Maria di Fornovo, “La Giovane Montagna”. Parma, 1930. (12) P.M. Conti, Luni nell alto medioevo, Padova, Cedam, 1967. p. 170.
13) U.Formentini, I Longobardi sul Monte Bardone, Biblioteca della Giovane Montagna. Parma, Stamperia Bodoniana 1929.
14) C.Agarotti, Ipotesi sull origine longobarda del nome Leno, in Atti del convegno “Leno longobarda” , Biblioteca comunale di Leno, 1993.
15)Per le notizie documentarie inerenti l’ospedale di Montelungo e l’annessa cappella cfr.G. Pistarino, cit. p. 115.
16) A.C. Ambrosi, Il pellegrinaggio medievale cit.
17)NZ. Castellini, cit., p.4-5
18) Bolla di Eugenio IV del 1434, cit. A p. 277 del volume di Francesco Antonio Zaccaria citato, si legge che Priore della chiesa di S. Giorgio era nel 1332 certo fr. Simoncino, e nel 1335 D. Gerardo di Corvaia
19) Cfr. Visitatio Apostolica, ms, in Archivio vescovile di Sarzana.
20) M.Giuliani, Profilo storico dell’ urbanistica di un oppidum medievale dell’ appennino ligure-emiliano, in “Giornale Storico della Lunigiana e del territorio lucense”. n.s.. anno Xll. n. 1-4. Bordighera. 1.1.5.1. 1961: A. Baldini, cit.
21) D. Manfredi. Sull’ epigrafe di Filattiera: vecchie e muove ipotesi, in “Cronaca e storia di val di Magra”. XXV. Aulla, Centro Aullese di Ricerche e Studi Lunigianesi, 1996.
22) M.N.Conti. La Lunigiana avanti il mille…. cit.
23) Tale ipotesi sembra acquisire nuovo vigore dal lavoro di D. Manfredi, cit.
24) M.N.Conti, Dell’origine e dello sviluppo di Mulazzo.
25) M.N.Conti, S.Benedetto di Talavorno, cit..p. 34.
26) D.Manfredi, cit
27) G.Pistarino. Le pievi della diocesi… cit.
28) Bolla di papa Eugenio IV. cit
29) M.N. Conti. S.Benedetto di Talavorno, cit., p.34.
30) M.N. Conti. Arcola, in Castelli di Lunigiana, Pontremoli, Cavanna, 1927.
31) Anche questi diplomi sono pubblicati in F.A. Zaccaria, Dell’antichissima badia di Leno, cit. 32) Privilegio di papa Nicolo II. F.A Zaccaria, cit., p. 104,
33) L. Giambutti, L’abbazia di S Bartolomeo di Linari dalle origini alla soppressione, in Società civile e società religiosa in Lunigiana e nel vicino appennino dal IX al XV secolo. Atti del convegno di Aulla. 5-7 ottobre 1984. Centro Aullese di Ricerche e Studi Lunigianesi. Aulla, 1986, p. 66.
34) A.Baldini. Note per una storia delle istituzioni… cit. p. 204.
35) Privilegio di papa Nicolo II. cit.
36) Breve storia di Leno, cit.
37) Nel testo della conferenza tenuta a Pontremoli da M.N.Conti il 12 maggio 1979 (“La Lunigiana settentrionale avanti il Mille… cit.) si legge testualmente: “il cammino di questi monaci fu lungo, fin quasi al mare: della loro venuta, ho ricordato altra volta, rimane ancor viva tradizione. Qui sono venuti dalla Lombardia i benedettini ad insegnarci l’agricoltura” mi diceva un pievano dei nostri monti, uomo dei nostri monti, un giorno nel quale, lassù, lo costringevo ad insegnarmi i toponimi ed a mostrarmene il luogo;….”
L’immagine di introduzione alla pagina è tratta da Wikipedia e raffigura uno dei leoni davanti all’ingresso della parrocchiale di Leno, provenienti dal portale principale della chiesa del XII secolo dell’abbazia.