Il Pio Istituto di pubblica beneficenza era stato fondato dai coniugi Antonio Galli e contessa Maria Bonaventuri. Un primo lascito fu fatto da Antonio Galli in tre testamenti del 14 marzo, 24 giugno, 5 luglio 1846, sotto Carlo III di Borbone, Infante di Spagna e “per la grazia di Dio” duca di Parma, Piacenza e stati annessi, tra cui da poco era anche Pontremoli (insieme a Bagnone, Groppoli, Lusuolo, Terrarossa, Riccò, Albiano, Calice) per effetto del trattato segreto di Firenze del 24 novembre 1844.
Il Galli lasciava alla cugina Brigida Galli vedova Leoni il podere “Del Bosco” nella giurisdizione di Busatica (Stato estense), 4.000 fiorini al vescovo di Pontremoli Orlandi per aiutare gli indigenti e 32.874,29 lire, una casa e il terreno attiguo per fare un ospizio di beneficenza. Ci fu un lungo contenzioso tra la vedova Maria Bonaventuri e Brigida Galli, la quale fece molte azioni giudiziarie per far dichiarare nullo il testamento, per trarre in giudizio il vescovo e conseguire per sé il lascito. Infine, con decreto del 27 settembre 1852, la donazione fu dichiarata irrevocabile. Maria Bonaventuri fece anch’essa donazione irrevocabile, approvata il 10 agosto 1857, di molti suoi appezzamenti di terreno situati a Colla di Succisa, nelle pertinenze di Valdantena (terre che erano date “a livello” alla famiglia Pasqualetti per un canone annuo di un quartaro di grano), altre terre donate erano nelle pertinenze di Guinadi. La vedova fu insignita della “medaglia d’oro per benemeriti” dal ministro degli Interni degli Stati Parmensi.
Il Regolamento della Casa di Provvidenza Galli – Bona-venturi, per l’approvazione, fu inviato dal vescovo Orlandi al Podestà, alla regia prefettura di Pontremoli, provincia di Lunigiana, e al Dipartimento degli Interni degli Stati Parmensi.
Il progetto fu approvato, con relativo Regolamento, con sovrano decreto del 31 luglio 1856, emesso da Luisa Maria di Borbone, Reggente per il duca Roberto I gli Stati Parmensi, su proposta del ministro del-l’Interno G. Cattani.
La gestione fu affidata ad un Consiglio di amministrazione con presidente il vescovo di Pontremoli, vicepresidente il podestà del Comune e sette consiglieri. Si auspicò anche un assegno annuo dal Comune fino al raggiungimento dell’autosufficienza e ci furono offerte e sovvenzioni straordinarie e il frutto di alcuni capitali.
FURONO CREATI DUE DISTINTI OSPIZI
Uno per dare ricovero notturno a miserabili senza casa propria e senza persone, che potessero o dovessero per legge fornire loro alloggio, e ai viandanti sprovvisti di mezzi. Venivano accolti ospiti di età avanzata, incapaci di lavorare, indigenti, non ciechi e non stor-
pi né affetti da malattie “schifose od attaccatticcie, non viziosi né diffamati” e neppure ubria-chi. Furono allestiti due stanzoni, uno per gli uomini con otto letti e uno per le donne con quattro. Il letto era fatto di due cavalletti e una tavola di legno con pagliericcio, un materasso di lana, due lenzuoli e una coperta di lana. L’arredo della camerata constava di 12 seggiole e sei portacatini per lavarsi.
UN CUSTODE CHIUDEVA LE STANZE
Un altro fu “Ospizio delle Arti” e fu creato per l’accoglienza diurna di fanciulli indigenti della città con l’intento specifico di dar loro una buona educazione religiosa e morale e i mezzi necessari per apprendere un’arte o un mestiere. Venivano accolti di età tra 8 e 12 anni, dovevano essere battezzati, vaccinati, con certificato di sana e robusta costituzione e attitudine al lavoro. Potevano restare fino a quando non potevano essere collocati opportunamente, ma non oltre i 18 anni. I parenti dovevano tenerli puliti, tosati, dare biancheria pulita, tenere le unghie tagliate, accompagnarli all’ospizio ogni giorno, anche festivo. Restavano fino a sera, senza portare oggetti di trastullo, non dovevano certamente fare atti indecenti, non bestemmiare, un cappellano li avviava alle pratiche religiose (ogni giorno la Messa, insegnamento del catechismo, pratica dei Sacramenti e altro) ed era garante del fun-zionamento dell’Istituto e dell’insegnamento. Veniva distribuita una minestra e pane ogni giorno.
L’intento era quello di levare i fanciulli dall’ozio e ammaestrarli nelle arti e mestieri e nella religione. Furono aperti sei apprendistati, tenuti da “Capi d’arte”: erano per falegname, fabbro e ferraio, chiodaiolo, calzolaio, sarto. I mestieri insegnati alle femmine erano di tessitrice, calzettaia, cucitrice.
Restavano interni all’ospizio dalle 8 e almeno fino alle 15 in inverno, fino alle 18 in estate.
Non solo mestieri ma anche istruzione, infatti i fanciulli dovevano imparare a leggere re scrivere e l’abbaco, istruiti da un maestro, che in genere era il cappellano.
Il Regolamento ducale raccomandava di tenere puntualmente i conti, l’inventario dei mobili, di curare che il vitto fosse sano e nella quantità prescritta, di vegliare sulla condotta degli inservienti. Il rettore alloggiava gratuitamente nell’Istituto, come pure il custode dei pernottanti, il quale possibilmente doveva essere scapolo o vedovo senza figli e riceveva un salario, provvedeva a custodire e pulire i dormitori, aperti all’ora dell’Ave Maria, accendeva i lumi e il fuoco, faceva recitare ogni sera il Rosario.
La Casa di Provvidenza Galli Bonaventuri ha svolto in un secolo e mezzo di vita opera molto importante di grande merito. Continua anche ora la cura degli anziani ad opera delle Suore della Carità e delle loro collaboratrici; operano con grande umanità e qualità di prestazioni, rendono il soggiorno degli ospiti il migliore e il più lieto possibile.
L’apprendimento dei mestieri ha subito mutamenti nel tempo. Nel 1888 furono fatti lavori per costruire, nel gruppo di case che esisteva in piazza Dodi, un fabbricato per gli “Artigianelli”, una nuova gestione, che ha continuato ad in-egnare il mestiere di sarto e di falegname e ha aggiunto quello di tipografo. La tipografia Artigianelli, trasferita in via Reisoli, al momento ancoга proprietà della Curia, ha svolto attività molteplici e di pregio e speriamo che possa continuare a farlo.
Il Corriere Apuano, 3 giugno 2001, p. 3