
Sul finire del mese di ottobre 1962 mi giunse, del tutto casualmente, notizia del ritrovamento di un sepolcreto ad inumazione avvenuto durante i lavori di apertura del tracciato di una strada di cantiere nei pressi di Arzelato in Comune di Pontremoli.
Mi si riferiva che la pala meccanica aveva incontrato sul suo cammino, sconvolgendola irreparabilmente, una serie di lastroni di pietra rozzamente squadrati, e si accennava piuttosto vagamente a resti umani e frammenti di ceramica, o forse anche a vasi del tutto, o quasi, integri.
La notizia era tale di per sè da non poter mancare di destare interesse; ma quel che più mi convinse della opportunità di un immediato sopraluogo fu il ricordo di un altro fortunato ritrovamento avvenuto più di mezzo secolo fa a breve distanza dal luogo indicato, e precisamente sul percorso della strada fra Arzelato e Rossano in Comune di Zeri. con il quale fu messa in luce una sepoltura a cassetta di cui resta un unico cinerario, attribuibile al VII o al VI secolo a. C., nel Museo Archeologico della Spezia (1).
Recatomi dunque sul posto, e cioè precisamente ad un centinaio di metri dal casale di Caserana, dove si è interrotta la strada vicinale che si diparte dalla strada Arzelato-Rossano in prossimità dell’abitato della frazione Castello, potei esaminare anzitutto alcuni almeno dei lastroni spostati dalla pala meccanica che si trovavano abbandonati sul margine della pista stradale.
Le dimensioni di questi elementi, per la loro variabilità di larghezza e lunghezza, e soprattutto per il loro rilevante spessore (em. 15), ma ancor più per la regolarità della squadratura mi convinsero subito a porre in serio dubbio l’ipotesi di trovarmi dinanzi ad elementi di tomba a cassetta, almeno del tipo comunemente diffuso in Lunigiana, suggerendomi invece il riconoscimento di una suggestiva analogia con i lastroni che compongono il circuito delle tombe a circolo diffuse nel territorio umbro-sabino e campano-sannita, particolarmente con quelle della grande necropoli di Tivoli (2).
Ebbi poi l’opportunità di interrogare, con una certa comodità dato che si trattava di una giornata festiva, gli abitanti del vicino piccolo gruppo di case, e ne ricavai queste notizie essenziali.
Il lavoro della pala meccanica non aveva molto probabilmente sconvolto sepolture di qualsiasi specie: nessuno infatti aveva potuto notare traccia di ossa umane né di suppellettile alcuna.
Parecchi anni avanti però, una ventina secondo qualcuno, nel dissodare quello stesso campicello eran state messe in Iuce alcune sepolture in fila (forse cinque), in fossa terragna, contenenti i resti di inumati, distesi con orientamento est-ovest. Le ossa si erano disfatte poco dopo la loro esumazione, e nessuna suppellettile o resto di abbigliamento o di corredo funebre era stato trovato. Lastroni di pietra erano stati anche allora notati ma senza che fosse ben chiara la loro relazione con le sepolture.
Qualcuno credeva di ricordare che i lastroni si trovassero, almeno in qualche caso, posti diritti, a guisa di testiera di letto, accanto al cranio dell’inumato.
Le voci relative a ritrovamenti di ceramiche erano dunque purtroppo infondate, e con esse scompariva la possibilità di una facile ed immediata valutazione dell’età dei sepolcreti basata appunto sulle caratteristiche del corredo vasario.
L’ipotesi però della identificazione con una necropoli del tipo di quelle costituite dalle tombe a circolo ai margini della civiltà appenninica, e quindi appartenente a quello stesso mondo culturale, mi sembrava in qualche mode corroborata da alcuni dati di concorde relazione: l’assenza di ogni suppellettile, la fossa terragna, l’inumazione distesa ed orientata, la posizione “di campo” dei lastroni, anche la stessa apparente funzione di testiera di un lastrone rispetto ad una tomba appoggiata, come è abbastanza naturale, alla circonferenza della parte interna con il lato della testa. E mi parve anche facilmente spiegabile, secondo questa ipotesi, l’assenza di resti umani nella zona rimossa dalla pala meccanica, in quanto essa avrebbe potuto investire la circonferenza dei lastroni (o più di una di esse) soltanto per un breve arco nella zona a sud, dove quindi è perfettamente giustificabile che non si trovassero sepolture, tanto più per essere esse orientate nel senso est-ovest.

Avevo appreso intanto che, prima di me, aveva compiuto un rapido sopraluogo sul posto l’insigne storico lunigianese Manfredo Giuliani, a cui mi lega una lunga consuetudine di devozione dal tempo della sua amicizia fraterna con mio padre, e ritenni opportuno consultarlo in proposito.
Gli archeologi, dilettanti o professionisti, sanno quanto sia facile farsi prender la mano dalla fantasia fino a rifiutare ostinatamente il richiamo alla realtà di obiettivi dati di fatto chiaramente discordanti con la nostra tesi preconcetta, soprattutto quando particolarmente forte sia la suggestione di essa.
Si trattava ora di valutare obiettivamente la consistenza e la probabilità dell’ipotesi di una necropoli preistorica, alla quale il buon senso suggeriva di contrapporre l’altra, assai più comune, di un cimitero di età pienamente storica, anche se magari vecchio di parecchi secoli.
Ne ragionammo ripetutamente con il Giuliani nella quiete del suo eremo tra il verde dei colli pontremolesi, rilevando altri importanti elementi che sembravano convalidare l’ipotesi della preistoricità del sepolcreto, sia in senso diretto, come il fatto che l’abitato sulla vetta del colle dominante la zona della necropoli porta il nome di Castello, ciò che, considerata l’assenza di ogni traccia di fortificazione di età medievale o moderna, deve essere quasi certamente interpretato come una corruzione dell’antico toponimo di a castellaro e quindi indicare appunto il sito di una di queste caratteristiche postazioni difensive degli antichi Liguri, sia in senso inverso, come la completa assenza di ogni memoria storica riguardante centri abitati, tali da giustificare l’esistenza di un cimitero cristiano, per ampio raggio intorno al sito del rinvenimento, fino ad una età troppo recente per poter in qualche modo essere essi corrispondenti alle caratteristiche delle tombe descritte.
Eravamo però d’accordo sulla insufficienza degli elementi in nostro possesso, quasi esclusivamente basati su vaghe relazioni fatte a distanza di qualche decennio, per giustificare un invito all’intervento della competente Soprintendenza alle Antichità.
Fu quindi con entusiasmo che approfittai dell’occasione offerta dalla gentile, e illuminata, condiscendenza dei proprietari del terreno per effettuare un prudentissimo saggio di scavo, per il quale mi ero già imposto preliminarmente il limite irrevocabile della sola identificazione della posizione di una sepoltura.
Con la collaborazione intelligente ed esperta del geom. Roberto Tronfi e dello studente Giovanni Rossi, nella giornata di domenica 4 novembre, fu aperta a breve distanza dal ciglio della strada in costruzione una trincea di un metro circa di lato nel terreno arabile. Asportato questo strato della profondità di circa 40 cm. comparve una serie di grosse pietre irregolari che davano la netta impressione di essere state accumulate ad arte come appunto avveniva per i tumuli posti a protezione delle tombe a circolo. Togliemmo le pietre, con non poca fatica, e ci apparve una specie di lastricato formato da sottili lastre di roccia scistosa del tipo usato ancor oggi per la copertura dei tetti e noto localmente col nome di “piagne” o “piagnon”. Sollevate alcune delle lastre, che non erano sistemate in precisa connessione fra loro, ecco apparire, in piena terra, uno scheletro umano frantumato ridotto a tali condizioni di friabilità da far prevedere una estrema difficoltà di recupero. A questo punto, poiché il desiderio di giungere ad un minimo risultato tangibile per la nostra fatica ci aveva fatto dimenticare il tempo e ci accorgemmo quasi d’improvviso che il sole era troppo prossimo al tramonto, la necessità di una rapida decisione che consentisse di sfruttare nel modo più positivo, ma con il minor danno immediato ed il minore rischio di danni futuri, gli elementi venuti in luce. Avevamo raccolto alcuni frammenti di ossa carpali e metacarpali sotto la prima delle “piagne” sollevata, e poi accuratamente riposta nella posizione originaria; sotto la” piagna” adiacente, verso oriente, era comparso, frantumato e confuso nella terra, quello che doveva essere stato il cranio: e di questo raccogliemmo quanto ci fu possibile e con la maggiore cura onde evitare ulteriori fratture. Sapevamo, attraverso precedenti esperienze, che un brusco cambiamento del grado di umidità e di acidità dell’ambiente avrebbe ridotto i frammenti ossei in polvere, cosi come del resto ci era stato narrato a proposito dei precedenti ritrovamenti; ed usammo perciò una precauzione che si è poi rivelata ottima, quella cioè di raccogliere insieme alle ossa una congrua quantità della terra in cui si trovavano, chiudendo la piccola massa ambientale così ricostituita in un sacchetto impermeabile. Poi, ormai nel crepuscolo avanzato, una sommaria ricopertura di terra, dopo aver naturalmente rimesso a posto le lastre sollevate.
Unico elemento di possibile interesse archeologico, oltre alle ossa umane, nella massa di pietrame che sovrastava la sepoltura, un ciotolo fluviale di arenaria di forma subsferica schiacciata, del diametro massimo di circa 8 cm., con una intaccatura netta che sembrava essere stata provocata da una intenzionale percussione. Tale ciotolo credetti opportuno raccogliere e conservare soprattutto in considerazione della somiglianza di forma con alcuni cippi in serpentino verde-nero, alcuni dei quali di dimensioni non molto maggiori, che fanno parte della raccolta Iunense del Conte Fabbricotti, e che certamente hanno avuto la funzione appunto di cippi funerari.
Un più attento esame però mi ha permesso di rilevare ad una certa distanza di tempo, in seguito anche alla perfetta pulitura dell’oggetto, alcune caratteristiche di considerevole importanza che mi inducono oggi ad attribuire ad esso un valore addirittura determinante nella classificazione e nella datazione delle sepolture.
He potuto infatti riconoscere, nelle tipiche tracce nerastre di ossidazione della superficie della pietra, provocata dal prolungato contatto con la pelle umana e soprattutto con il sudore che ne fuoriesce, la prova certa dell’uso del ciotolo come strumento impugnato direttamente.
Particolare interessante, le tracce mostrano, senza ombra di dubbio, che lo strumento era impugnato con la mano sinistra.
La intaccatura si conferma ora certamente intenzionale, per essere anch’essa coperta delle macchie della ossidazione, e, ancor più, per corrispondere esattamente, nel facilmente ricostruibile atteggiamento della mano, alla posizione del pollice e quindi adattandosi perfettamente a dare ad esso la forza di un idonee appoggio.
L’ipotesi quindi che si presenta più spontanea è che si tratti di uno strumento usato da un mancino e che l’intaccatura, oltre alla sua funzione di appoggio del pollice, possa avere servito anche come marchio di riconoscimento e di proprietà; e ciò sarebbe incontestabile se si trattasse di un’ascia o di un percussore, di uno strumento insomma da usare con una sola mano, e naturalmente con la più forte e la più educata. L’appiattimento però, chiaramente derivante da usura per sfregamento, della faccia opposta a quella che porta le tracce di impugnatura, mostrando chiaramente che si tratta di una pietra da macina a mano, che richiede appunto invece l’uso di ambedue le mani, mi fa prospettare l’ipotesi che l’uso comune potesse essere proprio quello della impugnatura della mano sinistra con sovrapposizione della destra per un migliore sfruttamento delle forze.
Naturalmente manca la sicurezza della validità della ipotesi, che solo potrebbe dare una documentazione specifica basata sull’esame di un congruo numero di analoghi reperti. Le dimensioni della pietra, inoltre, e le tracce indicatrici della posizione delle dita danno la precisa impressione della piccolezza, o almeno della brevità, della mano, che con ogni probabilità doveva appartenere ad un ragazzo o ad una donna; cosa questa che sembra del resto confermata dalle caratteristiche e dalle dimensioni dei pochi frammenti ossei prelevati. Ed è interessante a questo proposito rilevare come anche nella caverna dei pipistrelli di Finale Ligure la sepoltura n. 1 presso la quale fu trovata “ una piedra ovoide de moline activa”, come la definisce Martin Almagro (3), era di bimbo, o almeno come tale identificata dall’autore.
Il risultato del saggio di scavo quindi è stato modeste ma non del tutto insignificante. anche se più dal punto di vista della constatazione delle caratteristiche della sepoltura, che da quello della acquisizione del materiale.
Ne è derivata infatti la conferma e la precisazione, degli elementi dedotti dalle relazioni orali raccolte in precedenza. Anzitutto l’esistenza stessa di sepolture, che non aveva avuto fino a quel momento documentazione alcuna; poi, per quanto riguarda le caratteristiche di esse, la prova della inumazione in piena terra, con protezione di piccole lastre disposte a selciato, e sovrapposizione di cumulo di massi e pietroni in parte rozzamente tagliati o almeno spezzati.
Naturalmente uno scavo più consistente avrebbe potuto, e potrà certamente in futuromconfermare o negare altri elementi essenziali, quali l’esistenza del circolo di lastroni squadrati, o meglio la disposizione a circolo dei lastroni, la cui presenza è fuori di discussione per essere essi visibili fra il materiale spostato nella costruzione della strada (e uno di essi anzi sembrava affiorare al livello della sepoltura presso il cranio dell’inumato), l’assenza di ogni suppellettile funebre e l’orientamento della deposizione: quello però che occorre mettere nella debita evidenza è che i pochi elementi risultati dal saggio praticato sono intanto perfettamente conformi all’ipotesi della sepoltura preistorica a circolo. e che, cosa ancor più significativa, non è stato messo in Iuce elemento alcuno che con tale ipotesi sia minimamente contrastante.
Senza voler ora escludere, per una scrupolo di obiettività, la possibilità di una diversa attribuzione, che dovesse risultare da nuovi elementi fino ad oggi per uno strano caso non affiorati, mi pare pertanto più che giustificato sostenere che l’unica logica ipotesi alternativa a quella della preistoricità del sepolcreto sarebbe il riconoscimento di una straordinaria conservatività di una tradizione del rito funerario, per la quale, in epoca anche relativamente recente, potessero essere stati ripetuti tutti, o quasi, i caratteri particolari delle sepolture preistoriche. Cosa questa che in definitiva troverebbe un certo conforto di verosimiglianza nella riconosciuta e documentata conservatività storico-archeologica dell’ambiente lunigianese in generale.
Poiché comunque anche il caso dell’ipotesi subordinata di un sepolcreto di età storica che ripetesse i caratteri di una più che millenaria tradizione presenterebbe un interesse di studio almeno pari, se non superiore, a quello di una vera necropoli preistorica, è evidente che il pratico annullamento della percentuale di rischio di una totale inconsistenza del ritrovamento è motivo sufficiente per giustificare la segnalazione all’autorità competente e l’invito all’intervento attivo, accompagnato ovviamente all’offerta di collaborazione volontaria in nome degli interessi storici comuni che, al di là dei limiti di giurisdizione delle due Soprintendenze, legano indissolubilmente le disiecta membra della nostra Lunigiana.
ROMOLO FORMENTINI, Notizie di un sepolcreto ad inumazione nell’Alta Val di Magra, in “Esplorazioni e notizie archeologiche, artistiche e topografiche, Giornale storico della Lunigiana e del territorio lucense, anno 15 / Istituto internazionale di studi liguri.
(1) FORMENTINI, Tomba a cremazione scoperta nel territorio di Rossano (Zeri), in Notizie degli scavi di Antichità, Serie VII, vol. II, 1942, fase. 7.
(2) S. PUGLISI, La civiltà appenninica, Firenze, 1959, p. 99. Tav. XXII e passim.
(3) M. Almagro, Excavaciones de 1954 en la “Caverna dei Pipistrelli” (Finale Ligure), in Rivista di Studi Liguri, XXI, I, 1955, p. 19