L’ULTIMO SALUTO DELL’ “A NOI!” A GIOSUÈ CARDUCCI

Premessa

Il giornale democratico costituzionale lunigianese “A Noi!”, uscito dal 1904 al 1908[1], ebbe modo di dedicare ampio spazio all’illustre poeta Giosuè Carducci  (Val di Castello, frazione di Pietrasanta, 27 luglio 1835 – Bologna, 16 febbraio 1907) negli ultimi anni della sua vita, che ripercorriamo brevemente.

Proprio nel 1904 il celebre scrittore si ritirò dall’insegnamento universitario: era titolare della cattedra di Letteratura italiana all’Università di Bologna fin dal 1860[2]. Zanichelli pubblicò nel 1905 il volume “Prose di Giosuè Carducci. MDCCCLIX-MCMIII.” Nello stesso anno morirono il latinista Giovanni Battista Gandino (Bra 1827- Bologna 1905) e il poeta e critico letterario Severino Ferrari (Molinella 1856 – Pistoia 1905).

Alla voce secondo la quale si sarebbe convertito al cattolicesimo, prono ai consigli del Cardinale Svampa, Carducci replicò  il 30 novembre 1905 con alcune famose parole dettate al “Secolo”: “Né preci di Cardinali, né comizi di popolo. Io sono qual fui nel 1867, e tale aspetto, immutato e imperturbato, la grande ora.”[3]

Il 10 dicembre 1906 ricevette il Premio Nobel per la Letteratura[4].

Il celebre poeta morì a causa di una cirrosi epatica nella sua casa di Bologna il 16 febbraio 1907. I funerali si tennero il 19 febbraio e il Carducci fu tumulato solennemente alla Certosa di Bologna. 

Il saluto dei familiari, dei bolognesi e delle istituzioni a Carducci

Così raccontò il momento della fine la figlia Beatrice in una lettera allo scrittore bolognese Ugo Brilli (1850-1925), riportata dal poliedrico artista viareggino Lorenzo Viani (1882-1936) in un articolo uscito sul “Corriere della Sera” il 10 gennaio 1928:

Caro amico Brilli purtroppo ho poco da dire. Ricordo che l’agonia durò parecchio tempo. Il malato viveva per forza d’ossigeno e per le punture cutanee che all’ultimo più non sentiva. La mamma, seduta sulla sponda sinistra del letto, teneva una mano di lui  nelle sue di niente altro curante; noi, le tre figlie, sedute in fondo alla camera per lasciare aria al malato, tenevamo gli occhi fissi al caro volto straziate, dal respiro affannoso e sembravamo statue (…) Proprio agli ultimi ci raccogliemmo tutti nelle stanze. Egli respirò forte … poi debolmente .. poi più nulla. Non parlò mai … forse non poteva più; muoveva appena gli occhi alla voce del dottore, all’ultimo non sentiva più neppure quella e non sentì nemmeno la mia quando gli domandai: «Babbo, mi senti? Sono la Bice» Dunque non ha mai parlato e non ha mai pronunziato: Dio. Se ne è andato come un bambino, direi quasi senza sapere di andare.”[5]

Ecco inoltre l’ultimo saluto dei bolognesi a Giosuè Carducci.

Il corteo funebre, dalla casa sulle Mura Mazzini, passò prima in via Santo Stefano, poi dinanzi alla libreria Zanichelli, costeggiò il Pavaglione ed entrò in Piazza Maggiore: di qui, attraverso via Ugo Bassi, Piazza Malpighi, arrivò lento, commosso, silente, a Porta Sant’Isaia, ove, attorno al feretro, si raccolsero gli amici, le rappresentanze delle Logge massoniche, delle associazioni politiche, della Camera, del Senato, dell’Università, delle Società di braccianti, delle cooperative, delle associazioni operaie.

Il carro giunse fino alla Certosa, dove gli studenti sollevarono la bara e la deposero a terra.”[6]

Il 16 febbraio 1907 il presidente Giuseppe Marcora (1841-1927) commemorò Carducci alla Camera e fra l’altro ricordò che “la sua vita fu volo d’aquila attraverso le battaglie ardenti del pensiero e il fervido amore per la Patria e la libertà.”[7]

Al Senato la commemorazione la tenne il 5 marzo il presidente Tancredi Canonico (1828-1908): “l’unanime compianto di tutta Italia e di altre nazioni, sono il migliore suo elogio” esordì, ed aggiunse che “non si può disconoscere la straordinaria potenza della musa” e ricordò come “caldo un tempo di fede repubblicana, allorché riconobbe che, senza la monarchia, non si sarebbe potuto fare né conservare l’Italia, divenne – e fu sempre di poi – monarchico sincero e convinto.”[8]

 Anche il Presidente del Consiglio Giovanni Giolitti (1842-1928) commemorò “la perdita del maggior Poeta dell’Italia nuova, della più alta intelligenza e del più puro patriottismo”, lo definì “il poeta dell’indipendenza e della libertà nostra” per concludere che Carducci fu “soprattutto amante di questa Roma” e in questa città propose, e fu approvato, l’erezione di un monumento perché Carducci era “degno di star vicino a Vittorio Emanuele ed a Garibaldi.”[9]

L’ultimo saluto e i ricordi dell’ “A Noi!” a Carducci

La scomparsa di Carducci, avvenuta, come abbiamo visto, il 16 febbraio 1907, fu un evento di risonanza universale, segnalato con enorme rilievo da tutta la stampa  dell’epoca[10].

Anche l’ “A Noi!” dedicò spazio al Carducci, sia in vita che in morte.

In particolare il 6 gennaio 1907 propose ai lettori un prezioso articolo firmato da Ceccardo Roccatagliata Ceccardi (1871-1919) intitolato “Giosuè Carducci e Mulazzo”, nel cui incipit il “poeta apuano” richiamò il nobel ricevuto da poco. Scrisse infatti in apertura: “Troppo chiesti sono stati l’omaggio e il dono dell’accademia svedese perché io me ne compiaccia. Anche senza quell’omaggio, senza quel dono, Giosuè Carducci poteva attender sereno la grande ora quando Eutanasia, la buona morte di Pindaro e di Platone, batterà col roseo dito, come la sorella Aurora, alla di lui porta, e lui trarrà di là per mano nei misteri dell’inconoscibile …”[11]

Il 17 febbraio 1907 l’ “A Noi!” annunciò la scomparsa di Giosuè Carducci così:

Mentre andiamo in macchina i giornali dànno l’annuncio della morte di Giosuè Carducci. Alla memoria del fiero poeta, del vero Grande Maestro civile dell’Italia nova vada reverente l’omaggio commosso della nostra Lunigiana[12].

La settimana successiva il periodico democratico – costituzionale lunigianese pubblicò un ampio articolo di Umberto Bucchioni (1881-1946)[13] intitolato “Giosuè Carducci”, che si apre così:

E’ passato alla storia. Quell’Uomo che si levò dritto e magnanimo contro ogni straniera tirannide ed ogni turpe libertinaggio, quell’Uomo che saettò coi suoi giambi i profanatori dell’arte e della libertà, ed incuorò con la strofa lirica le generazioni della nuova Italia, è scomparso ormai quasi avvolto nel nimbo della sua gloria.[14]

Sotto a questo ampio articolo comparve un aneddoto che riguardava Giosuè Carducci e Angelo Solerti (1865-1907), Provveditore agli Studi  per la provincia di Massa dal 1902[15], che, amico del poeta, era noto per aver vinto il “premio reale”, conferitogli dall’Accademia dei Lincei per la sua poderosa “Vita di Torquato Tasso”[16].

Domenica 3 marzo 1907 l’ “A Noi!” continuò ad onorare Carducci pubblicando versi dal titolo “Incontro”[17] del professor Enrico Lazzeroni (1881-1945)[18]

L’ “A Noi!” dedicò un altro articolo a Carducci in data 7 aprile 1907 quando pubblicò il manifesto per le onoranze che Pietrasanta volle tributare al grande Poeta[19]. Nell’occasione fu chiamato Giovanni Pascoli (1855-1912) a tenere la conferenza per  “l’elogio del maestro”[20].

Ricordiamo che “nel gennaio 1906 Giovanni Pascoli assumeva l’incarico di docente di Letteratura italiana all’Università di Bologna, saliva sulla cattedra che era stata del suo Maestro: Giosuè Carducci. Nel suo discorso di insediamento «Il Maestro e il Poeta della Terza Italia», il giorno 9, il Pascoli esaltò la figura di Carducci, la cui opera aveva accompagnato l’Italia nel suo percorso di rinascita durante il Risorgimento, ricordandole il suo glorioso passato, nella difficile strada verso un futuro migliore. Il primo anno di insegnamento a Bologna fu dedicato proprio al Carducci, oltre che alla «Divina Commedia» e l’ultimo giorno di lezione, Giovanni Pascoli e i suoi studenti inviarono al vecchio poeta un telegramma: «Antichi e nuovi scolari oggi al termine delle lezioni, leggendo con profonda commozione ode a Garibaldi, a Lei ripetono: “Oggi l’Italia t’adora”, a lei ridicono: “Gloria a te, Padre”». La morte di Giosuè Carducci, dopo pochi mesi dall’invio di quell’accorato messaggio, fu per Giovanni Pascoli un dolore inaspettato.”[21]

Ecco quanto scrisse Maria Pascoli sul dolore inaspettato provato dal fratello per la morte del Grande maestro:

Il 16 febbraio muore il Carducci. La morte era preveduta da tutti all’infuori di Giovannino. Fu per lui un colpo tremendo. Richiesto più e più volte, sempre per mezzo di messi non sempre discreti, sia con lettere e biglietti, dai redattori e più specialmente da il Direttore de “Il Resto del Carlino”, di un articolo in tale circostanza, egli, dopo aver molto ricusato non bastandogli l’animo, per aderire in qualche modo a quella insistenza, scrisse la notte stessa della catastrofe un articolo. Bellissimo articolo che in una brevità meravigliosa mostrava tutta l’anima e l’arte del Carducci.”[22]

Presso l’Archivio Pascoli di Castelvecchio si conservano gli articoli usciti sul “Corriere della Sera”[23] e sul “Il Resto del Carlino”[24] relativi alla commemorazione di Giovanni Pascoli a Giosuè Carducci effettuata a Pietrasanta il 7 aprile pubblicizzata dall’ “A Noi!”.

Ed ora lasciamo spazio agli articoli pubblicati dall’ “A Noi!” nel 1907 su Giosuè Carducci.


Appendice

Allegato n. 1    

“A Noi!”, domenica 17 febbraio 1907, anno IV, n. 7, p. 3, “Giosuè Carducci”

“Mentre andiamo in macchina i giornali dànno l’annuncio della morte di Giosuè Carducci. Alla memoria del fiero poeta, del vero Grande Maestro civile dell’Italia nova vada reverente l’omaggio commosso della nostra Lunigiana”.

Allegato n. 2

“A Noi!”, domenica 24 febbraio 1907, anno IV, n. 8, pp. 1-2, “Giosuè Carducci”

E’ passato alla storia. Quell’Uomo che si levò dritto e magnanimo contro ogni straniera tirannide ed ogni turpe libertinaggio, quell’Uomo che saettò coi suoi giambi i profanatori dell’arte e della libertà, ed incuorò con la strofa lirica le generazioni della nuova Italia, è scomparso ormai quasi avvolto nel nimbo della sua gloria.

Egli appartenne alla schiera di quei pochi che morendo rinascono a novella vita: attorno ad essi si inchina tutta una nuova età, non soltanto quella che fecero essi con l’esempio e con l’opera, e vi reca il fervore di tutta la sua ammirazione, ne chiama la grande anima ad irradiare di luce, l’esalta, e l’adora. E’ il vanto del Genio questo, è il monumento della storia che si aderge sui secoli.

E Giosué Carducci fu di questi uomini.

Lo hanno chiamato il Vate d’Italia, lo hanno detto il Poeta dell’Ideale, ma l’Uomo che è scomparso non è tutto qui: chimiamolo il Genio, l’anima di tutta intera l’Italia, perché in quel suo petto tumultuante di poesia e di sdegni, in quel suo cervello bollente come un vulcano, si riflettè tutto lo spirito della nostra razza, spirito profondamente e schiettamente italiano nell’arte e nel sentimento, come nell’opera e nel pensiero.

Non è così che Egli ci si presenta con l’alta testa chiomata cui la natura modella adornò sulla fronte d’una maestà olimpica, sul viso d’una nobiltà leonina e negli occhi tanta fiamma infuse che neppur la morte seppe spegnere interamente?

Vediamolo nella sua opera letteraria; essa, intendo qui la prosa, è multiforme e quasi frammentaria. In Lui vi è il critico della letteratura, l’oratore civile, il polemista gagliardo. Come critico lascia tali orme che non cancelleranno, e tant’altro seppe levarsi che pochi avranno lena e forza bastante per raggiungerlo. Per lui la critica non fu una divagazione estetica esteriore nel campo della letteratura. Conobbe fin nel più intimo i fatti che trattava, intuì meravigliosamente lo spirito dei tempi, e col De-Sanctis scoprì in questo le ragioni dei fatti, le applicò ad essi così che anche la più umile produzione letteraria non sembrò più un fiore sbocciato qua e là isolatamente, ma una emanazione più alta di non interrotte cause, una conseguenza di tutto un processo lungamente preparato.

Come oratore civile le sue orazioni sono la lirica più bella del sentimento e della storia (perché storico egli fu, di vasta cultura) senza il ritmo del verso: come polemista perseguì i suoi nemici con strali di fuoco, e il sorriso del vincitore.

Anche pei fatti personali, sensibilmente acre: non lo disse mai nei suoi scritti, ma Egli ebbe la coscienza di poter schiacciare col peso della sua cultura e l’irruenza della sua anima quanti ipercritici gli si fossero fatti incontro: perciò le sue pagine sono sempre così attraenti e piene di fuoco: perciò anche non si ritirò mai dalla battaglia se non dopo il trionfo.

Ma il Carducci che l’Italia ricorderà, il Carducci anima e genio del popolo Italiano è il Carducci poeta. I suoi versi sono il testamento, il patrimonio che noi abbiamo ereditato da Lui, mentre vi suggellava sopra, morendo, guardando ancora con l’occhio fulmineo, il motto latino: Non omnis moriar. E di Lui, poeta, io ora vorrei parlare, se non avessi abusato di troppo spazio: poco dirò, ma qualcosa almeno: è il mio saluto all’uomo che amai senza aver visto: e che oggi non posso, non voglio immaginar morto, perché “ci nutrimmo di Lui come del pane”.

La poesia di Giosuè Carducci non abbiamo con chi paragonarla nel nostro secolo passato: Egli benché avesse tanto amato e studiato il Leopardi e il Parini, il Foscolo e l’Alfieri, pure non li imitò ma fu originale. Nato quando il Romanticismo ultramontano era di moda, ebbe il coraggio di risalire alle pure  fonti del Clitumno, ossia alle immortali origini del classicismo e farne rivivere così stupendamente le tradizioni. Ed Egli fu classico per eccellenza, senza sforzo ma sincero, classico sino al punto di paragonare Garibaldi a Virgilio, classico e pur originale e moderno tanto da chiudere la poesia La Chiesa di Polenta con tali versi che dopo Dante, simile a questi non ne furono scritti più.

Egli fu ancora il Poeta nazionale, il Poeta dell’Italia tiranneggiata, quando cantava:

Su, dunque, suona a l’ultima riscossa / Re sabaudo le trombe, e giù dal monte / Saettando la guerra urta il destriero.

Fu il Poeta dell’Italia nuova quando dalla vetta del Gianicolo esclamava:

Ammiro l’imagine de l’urbe / nave immensa lanciata ver l’impero del mondo.

Lo fu sempre in tutti i suoi versi, in ogni sua strofa in ogni suo canto. Egli che educò tante schiere di uomini, che cantò la bellezza e l’amore, le memorie antiche e le glorie dell’avvenire, fece tutto per gli altri per sé nulla:

Per sé il pover manuale / Fa uno strale / D’oro e il lancia contro il sole / Guarda come in Alto ascenda / E risplenda / Guarda e gode più non vuole.

Per sé il grande Uomo, il Maestro, si riservò la gioia della coscienza, il sorriso dell’anima che sa d’aver ben compiuta la sua estrema giornata.

Aveva anche cantato precorrendo “l’ora sacra” della morte:

Allora, o mia figlia, – nessuna / me Beatrice ne’ cieli attende – /

Allora al passo che Omero Ellenico / e il cristiano Dante passarono / mi scorga il tuo sguardo soave, / la nota tua voce m’accompagni.

Ma vi fu una Beatrice ad attenderlo al passo fatale: l’Italia unificatasi negli infiniti martiri di sua redenzione era là ad attenderlo per baciarlo sulla bocca e rapirlo nella sua gloria: se lo portava sulle braccia, dolorando, l’Italia libera unificata oggi nel compianto del suo popolo intero. E il Voto del grande Uomo fu esaudito: v’era la dolce figlia al suo letto di morte e non essa soltanto di sua casa: lo vegliò sempre, lo vegliò ancora nell’agonia ed Egli si è addormentato nelle sue braccia: essa in un indicibile dolore gli chiuse gli occhi per sempre.

Domani il grand’Uomo non sarà più sulla terra. Il sole benedicente lo saluti: il tempo, poi chè tutto sarà compiuto, vegli sul suo monumento a scoprirgli per l’eternità una strofa d’un suo canto:

Gloria,  a te, padre nel torvo fremito / spira, dell’Etna, spira ne’ turbini / de l’alpe il tuo cuor di leone / incontro ai barbari ed ai tiranni.

Firenze 16 febbraio 1907

Umberto Bucchioni 


Allegato n. 3

“A Noi!”, domenica 24 febbraio 1907, anno IV, n. 8, p. 2 – Un aneddoto che riguarda Giosuè Carducci e Angelo Solerti

I giornali sono stati pieni di aneddoti sulla vita e le abitudini del Maestro. Noi ne riproduciamo uno che riguarda anche il nostro povero Angelo Solerti, così prematuramente strappato alle buone lettere e all’affetto di tutti.

E’ dato da Giorgio Barini della “Tribuna”, sotto il titolo: “Giosue Carducci a Roma”. Eccolo:

Nella bella stagione, quando il Maestro aveva un po’ più di tempo a sua disposizione, preferiva andare a mangiare fuori di qualche porta, in campagna, all’aria aperta: rammento una indimenticabile colazione a Santa Agnese, che offrimmo, su proposta del Carducci, al buon Angiolino Solerti; egli aveva vinto il premio reale, conferitogli dalla Accademia dei Lincei per la sua poderosa “Vita di Torquato Tasso”, in base ad una luminosa relazione del Carducci, che parve rinnovar l’aria greve dell’antico dottissimo consesso.

Eravamo pochissimi: oltre il Carducci e il Solerti, il Chiarini, il Torraca, il Menghini, ed io, intorno ad una lunga tavola, sotto un pergolato, che i raggi del sole estivo qua e là trapassavano, segnando abbaglianti macchie di luce sulla bianca tovaglia.

La letizia commossa del povero Angiolino, che già pensava all’impiego immediato della somma conquistata con l’arduo lavoro, per far fronte a urgenti spese, si ripercuoteva nell’animo nostro; il volto del Poeta grande e buono, brillava di una letizia quasi paterna: la gioia del Solerti era in gran parte opera sua, sotto più di un aspetto: come maestro e consigliere, come convinto relatore ai Lincei.


Allegato n. 4

“A Noi!”, domenica 3 marzo 1907, anno IV, n. 8 (sic! Ma n. n. 9), p.  2, “Giosuè Carducci” – Versi di Enrico Lazzeroni dal titolo “Incontro”

Incontro

I

A Roma, sotto l’arco de l’antico / silenzio, presso i ruderi latini / ermi e superbi, intorno cui serpeggia / l’edera lenta.

ristar dovrai titano de l’or nata / Italia tua a vegliar i destini, / che di lira con fremiti possenti / rievocasti.

Roma Te invoca vigile custode / del latin genio, che ne la sua prole / rivive, e banditor Te vuol al cielo / di sua grandezza.

Vedi in nobil consesso a Te le braccia / protender e Virgilio e Flacco e tutti / gli eletti spirti de l’antico carme, / per Te rinato.

Fantasimi di gloria alto aleggianti / Su Roma t’offron lor canori liuti, / e ti ricingon del laureo serto / l’immortal fronte.

“Sei nostro, a Te le Ninfe tenerelle / soavemente garrule pe’ boschi, / o da’ chiari lavacri uscenti, amore / ti sussurraro.

e d’Apollo strappando dalla greve / faretra le terribilei quadrelle, / sprezzo e scorno tra i molti seminasti / nemici al bello.”

Or Tu sul Campidoglio il fiero capo / a guardia de l’antico e novo Nume, / che proteggon di Roma i fati, adergi / appo la lupa.

E l’ampia chioma leonina al vento / disciolta, e il guardo sfavillante ardore / ne i secoli t’affisa e l’astro reggi / de l’Urbe eterna.

II

Di fronte, in groppa del focoso sauro, / su l’aeree cupole imminente, / ai Posteri t’accennerà l’eroe / prode Nizzardo.

“Fratel, ave; saluto in Te l’eroe / de l’Italo pensiere che i frementi / nove conquiste e nova libertade / urge e sospinge.”

Lui dietro è tutta l’infinita schiera / dei martiri gloriosi che al suo cenno / e al fatidico canto di Tua cetra / votarsi a morte.

Avventurati, a questi, cui l’eterno / nome dovete, intorno ampia corona / a gara componete, di virtude / simbol perenne.

A l’Italia diè Garibaldi il brando, / a l’ardue gesta del Gradivo Marte, / temprato; Essa risorta  riguardava / a Fiume e a Roma.

Tu, Giosuè, de li epinici a l’eco / trionfante, per mano l’accompagnasti / a la fatal vittoria, e la cantasti / Regina grande.

“Figlio, ti grida, forte sospirando, / che fosti lume a’ giorni miei più bui, / or ti se’ spento; ma sul nome mio / Tu, Sole, splendi”.

Enrico Lazzeroni


Allegato n. 5

“A Noi!”, domenica 7 aprile 1907, anno IV, n. 14, p. 2, “Pietrasanta per Giosuè Carducci”

La città natale del grande Poeta oggi festeggia con grande solennità la memoria del suo maggior figliuolo.

Ecco il manifesto che pubblicò il comitato per le onoranze del poeta:

“Pietrasanta che pianse Giosuè Carducci col pianto della madre, mossa da nobile orgoglio, farà l’apoteosi del figlio grandissimo. – La solenne commemorazione sarà celebrata ai piedi di questi monti Apuani che videro Michelangelo tracciare nei bianchi marmi le prime linee dei suoi monumenti; di questi monti che rosseggiarono alla vampa del rogo che Byron pagamente accese sotto la salma di Shelley, “del cuor dei cuori” del cantore di Prometeo. Giosuè Carducci sarà glorificato dove la sua anima cominciò a sognare visioni gentili e maestose, dove il dolce idioma versiliese dette alla sua lirica la melodia fascinante, dove il marmo candido come il pario evocò nella sua mente la classica bellezza e la deità dell’Ellade.

La Versilia che tra il sereno del cielo e del mare scorge la Provenza ove sospirò la serventese di Rudello e dei trovatori: la Versilia adorna di olivo, incoronata di fiori d’arancio, s’intravede nei canti d’amore e di pace del vate mentre l’ira furente nel suo verso contro ogni sozzura sa le tempeste che tenzonano nell’Alpe Apuana; qui vissero e lottarono i forti padri, vinti non domi dell’aquila romana, qui sorsero le castella dei Longobardi vi sventolò il gonfalone di San Giorgio, e ad emblema di libertà, la Repubblica Fiorentina vi innalzava il Marzocco: nelle sue valli echeggiò la parola ammonitrice di Dante profugo, ed ivi Carducci nascendo, doveva serbare quelle sacre memorie che lo fecero degno di essere nomato il poeta della patria.

Il 7 aprile, da quella cattedra di Bologna donde il Carducci colla critica poderosa, coll’immaginoso e magnifico eloquio educò tre generazioni al culto del bello e della dignità nazionale, verrà Giovanni Pascoli a dire l’elogio del maestro. Accorra Italia in quel giorno, come ad un suo tempio, alla casa dove nacque il Grande che

“ … a le libere muse / Puro si addisse e per l’augusto vero / spregiò vulghi e tiranni e il fato a prova, / Ch’al popol suo dischiuse / Dal cor profonodo e da l’ingegno altero / L’onda e la luce de la vita nova.”

La cerimonia si svolgerà nel seguente modo: – Ore 9 ½ ant. Conferenza di Giovanni Pascoli. Ore pom.: Pellegrinaggio alla Casa Carducci in Pietrasanta e alla casa natale in Valdicastello: Visite ai monumenti e istituti cittadini.

La camera dei Deputati sarà rappresentata dal vice Presidente On. Torrigiani e dal Segretario On. Cimati.

MARCO ANGELLA, L’ULTIMO SALUTO DELL’ “A NOI!” A GIOSUÈ CARDUCCI, pubblicato nella rivista “Il Porticciolo”, anno XIII, n. 2.6.2020, pp. 163-171

La rivista spezzina “Il Porticciolo” è fondata e diretta dalla professoressa Rina Gambini


[1] Le annate 1904-1908 del periodico “A Noi!” sono conservate in Archivio di Stato di Massa, Emeroteca, Busta 37, Giornali: n. 17. Cfr. Marco Angella, A Noi!, in Gian Luigi Maffei (a cura di), “La stampa periodica pontremolese tra Otto e Novecento”, Edizioni dell’Assemblea – Consiglio Regionale della Toscana, Firenze 2013, pp. 95-124.

[2] Sull’attività del professor Giosuè Carducci all’Università di Bologna cfr. Claudia Culiersi – Paolo Culiersi, Carducci Bolognese, Pàtron Editore, Bologna 2006, pp. 15-74, “I Bolognesi – Carducci – L’Università”. Cfr. inoltre Giuseppe Caputo (a cura di), Discorso di Giosuè Carducci per l’ottavo centenario, Editrice Bologna, Bologna 1988, p. 121 (“Appendice di documenti relativi alla nomina del Carducci a professore nel 1860 e alla sua successiva sospensione dall’insegnamento nel 1868) e seguenti.

[3] Cfr. Marco Veglia (a cura di), Carducci. Vita e letteratura. Documenti, testimonianze, immagini, Rocco Carabba, Lanciano 2009, p. 305.

[4] Cfr. Aa.Vv., Bologna ricorda Carducci, Tipografia Moderna, Bologna 2009, pp. 209-210: “L’evento destinato a porre la figura di Carducci all’attenzione globale fu l’assegnazione del premio Nobel, che, già da tempo auspicata dal mondo della cultura, giunse quando egli, ormai gravemente provato, a stento ne poté godere. L’evidenza del declino fisico è presentato dalla tristissima fotografia messa in copertina dall’ «Illustrazione Italiana» il 2 dicembre 1906 (eseguita il 5 novembre precedente) con la notizia della prossima consegna del Nobel. Tale foto servì molto palesemente da modello per il disegno di Gennaro D’Amato, che su «L’Illustrazione Italiana» immagina la cerimonia domestica, avvenuta il 10 dicembre a casa di Carducci, concentrandosi sulla figura del poeta accasciato sulla poltrona e del barone von Bildt, ministro di Svezia, attorniati da pochi astanti [«L’Illustrazione Italiana», XXXIII, n. 50, 16 dicembre 1906, p. 573]. L’altro analogo disegno raffigurato su «Tribuna illustrata» (23 dicembre 1906) allarga invece la scena all’intero ambiente, descritto nei dettagli inquadrando i famigliari e gli altri invitati (il prefetto, il sindaco insieme con il rettore dell’Università, Vittorio Puntoni, il marchese Nerio Malvezzi e i conti Pasolini) [«Tribuna illustrata», Roma 23 dicembre 1906]. Dal momento che i fotografi non furono ammessi, l’unico modo per rappresentare la riservatissima cerimonia fu il disegno. Tra le caricature riferite a questo evento, particolarmente azzeccata fu l’invenzione del ‘fumetto’ ante litteram di Carducci che fuma la pipa da cui esce una nuvoletta recante la scritta «Premio Nobel» nella Strenna Natale-Capodanno 1907 de «La Tavola Rotonda»”.

[5] Cfr. Marco Veglia (a cura di), op. cit., p. 295.

[6] Cfr. Marco Veglia (a cura di), op. cit., p. 295.

[7] Cfr. Claudia Culiersi – Paolo Culiersi, op. cit., p. 74.

[8] Cfr. Claudia Culiersi – Paolo Culiersi, op. cit., p. 74, nota 506, Giosuè Carducci, Discorsi parlamentari,  Collana dell’Archivio Storico del Senato della Repubblica, Il Mulino, Bologna 2004, p. 81 e p. 87.

[9] Cfr. Claudia Culiersi – Paolo Culiersi, op. cit., p. 74, nota 506; Giosuè Carducci, Discorsi parlamentari,  cit., p. 82.

[10] Sulle illustrazioni relative a Carducci pubblicate nelle varie testate in occasione della sua scomparsa cfr. Aa.Vv., Bologna ricorda Carducci, cit., pp. 210-213 (“La morte del poeta”).

[11] Cfr. “A Noi!”, 6 gennaio 1907, anno IV, n. 1, pp. 1-2, “Giosuè Carducci e Mulazzo”. L’articolo firmato da Ceccardo Roccatagliata Ceccardi si può leggere nella versione integrale nel mio saggio “L’incontro a Portofino Kulm tra Ceccardo Roccatagliata Ceccardi e Gabriele d’Annunzio (1908)”, Allegato n. 2, in corso di pubblicazione negli atti del convegno su Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, organizzato nel centenario della morte (1919-2019) dall’Accademia “Capellini” alla Spezia nei giorni 20 e 21 settembre 2019.

[12] Cfr. “A Noi!”, 17 febbraio 1907, anno IV, n. 7, p. 3, “Giosuè Carducci”.

[13] Sul letterato Umberto Bucchioni cfr. Manfredo Giuliani, Umberto Bucchioni, in “Giornale Storico della Lunigiana”, n.s., anno VI, n. 3-4, luglio-dicembre 1955, pp. 96-98 (biografia e bibliografia).

[14] Cfr. “A Noi!”, 24 febbraio 1907, anno IV, n. 8, pp. 1-2, Umberto Bucchioni, “Giosuè Carducci”.

[15] Cfr. “A Noi!”, 24 febbraio 1907, anno IV, n. 8, p. 2.

[16] Angelo Solerti (nato nel 1865 a Savona) si era laureato a Torino nel 1886 ed era stato sino al 1900 professore nei licei governativi. “Il principale oggetto dei suoi studi fu Torquato Tasso, del quale indagò le vicende biografiche con tenacia e sagacia in innumerevoli pubblicazioni spicciole e nella monumentale «Vita di Torquato Tasso» (Torino 1895), condusse quasi a termine un’elaborata edizione critica delle opere poetiche e illustrò con libri e articoli l’ambiente di cultura e di costume in cui si svolse la vita dolorosa.” Cfr. Vittorio Rossi, “Solerti, Angelo”, in “Enciclopedia Italiana Treccani”, 1936. Cfr. inoltre Maria Grazia Accorsi, Dalla “Diamante” ai Testi di Lingua, in Gina Fasoli – Maria Saccenti, Carducci e Bologna, Amilcare Pizzi, Milano 1985, pp. 146-147 e 150. Angelo Solerti morì il 10 gennaio 1907 e fu ricordato dal giornale democratico – costituzionale lunigianese: cfr. “A Noi!”, 10 marzo 1907, anno IV, n. 10, p. 2: “Per un ricordo marmoreo ad Angelo Solerti”.

[17] Cfr. “A Noi!”, 3 marzo 1907, anno IV, n. 8 (sic! Ma n. 9), p. 2, “Giosuè Carducci” – Versi di Enrico Lazzeroni dal titolo “Incontro”.

[18] Sull’erudito pontremolese Enrico Lazzeroni cfr. Manfredo Giuliani, Enrico Lazzeroni, in “Giornale Storico della Lunigiana”, n.s., anno VI, n. 3-4, luglio-dicembre 1955, pp. 94-96 (biografia e bibliografia).

[19] Cfr. “A Noi!”, 7 aprile 1907, anno IV, n. 14, p. 2, “Pietrasanta per Giosuè Carducci”.

[20] Sulla commemorazione di Pascoli a Carducci a Pietrasanta cfr. Giulio Paiotti, Carducci e la Versilia sua terra natale, Cassa Rurale ed artigiana di Pietrasanta, Pacini Editore, Pisa 1957  (ristampa 1982), pp. 152-155.

[21] Cfr. Marinella Mazzanti – Umberto Sereni, L’omaggio del vecchio scolaro. Scritti e discorsi di Giovanni Pascoli per la scomparsa di Giosuè Carducci, Maria Pacini Fazzi Editore, Lucca 2007, p. 11.

[22] Cfr. Marinella Mazzanti – Umberto Sereni, op. cit., pp. 11-12; cfr. Maria Pascoli, Lungo la vita di Giovanni Pascoli, Memorie curate e integrate da Augusto Vicinelli, Mondadori, Milano 1961, p. 838.

[23] Archivio Pascoli (di Castelvecchio), Giovanni Pascoli, Giornali, P.3.2.28, “Giosuè Carducci commemorato da Giovanni Pascoli” in “Corriere della Sera”, 8 aprile 1907.

[24] Archivio Pascoli  (di Castelvecchio), Giovanni Pascoli, Giornali, P.3.2.29, “Giosuè Carducci commemorato nella sua Versilia. Il discorso pronunciato da Giovanni Pascoli” in “Il Resto del Carlino”, 8 aprile 1907.

L’immagine di introduzione alla pagina è tratta da Wikipedia

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