NUOVI DOCUMENTI SULLE ISTITUZIONI MONASTICHE DI MONTELUNGO

Grazie ai contributi di alcuni storici anche locali, l’origine e l’evoluzione dell’antica istituzione religiosa di Montelungo sono cosa nota (1). Alcuni errori di interpretazione e di datazione nei quali, per mancanza di elementi probanti, taluni sono incorsi (2) non hanno impedito, col passare del tempo, di giungere ad una corretta e quasi completa ricostruzione dell’evoluzione dell’istituzione religiosa dalle sue origini sino alla sua scomparsa.

Sulla scorta di quanto sino ad ora pubblicato la sua storia più antica si può riassumere sinteticamente in tre fasi significative: la fondazione, il periodo in cui vi ebbe giurisdizione il monastero di San Salvatore e Santa Giulia di Brescia (3), il periodo in cui vi ebbe giurisdizione l’abbazia di San  Salvatore e San Benedetto di Leno(4).

Non si conosce con esattezza la data di fondazione dell’istituzione religiosa di Montelungo, ma si hanno sufficienti elementi per ipotizzare che essa risalga alla prima metà del secolo VIII (5). Si presume invece che il suo fondatore sia stato il personaggio al quale è dedicata l’epigrafe conservata nella chiesa di San Giorgio di Filattiera, morto nel 752 (6). Comunque sia, nel 772, cioè a brevissima distanza di tempo dalla data della sua ipotetica fondazione, Montelungo, in finib[us] sorianense, appare fra le località confermate da Adelchi alla badessa del monastero di Santa Giulia, sua sorella Anselperga o Angelberga (7).

In che cosa consistesse la primitiva realtà religiosa di Montelungo si può ragionevolmente dedurre dal testo dell’epigrafe di San Giorgio, dal privilegio di Adelchi sopra menzionato, ma soprattutto dai documenti in favore del monastero di Santa Giulia di epoca successiva. Nell’epigrafe, secondo l’interpretazione del Mazzini, si parla di Benedicti Almifici (8). Nel privilegio di Adelchi si accenna a monasteri e chiese, come appunto “..in finib[us] sorianense in loco que dicit Monte[Lungo]” mentre nei documenti successivi, che vedremo, si fa menzione unicamente all’hospitale Sci benedicti in monte Longo (10). L’originaria istituzione religiosa doveva pertanto essere costituita da una struttura ospitaliera con annessa una cappella.

A prescindere dalle implicazioni della successiva appartenenza della primitiva istituzione di Montelungo all’organizzazione monastica facente capo al monastero bresciano (11), l’importanza della sua fondazione, per collocazione geografica, contesto temporale e importanza strategica, sta nel rappresentare simbolicamente la fase di passaggio dalla viabilità della prima età Longobarda a quella successiva (12). Fu infatti solo dal secolo VIII che la via transitante per Monte Bardone divenne uno dei possibili itinerari per passare dalla regione padana alla Toscana, e la fondazione dell’ospizio di Montelungo indica l’avvenuta congiunzione tra Pontremoli e Berceto, presidio monastico avanzato nella Val di Taro, dove Liutprando aveva fondato l’importante monastero poi dedicato a San Moderanno,(13) inaugurando l’asse prioritario sul quale finirà per svilupparsi la comunicazione dalla Padania alla Toscana. Per certi aspetti la fondazione della primitiva istituzione di Montelungo potrebbe dunque rappresentare l’inaugurazione vera e propria della nuova via di comunicazione destinata ad assumere, di li a poco, ben altra importanza.

Il periodo documentato in cui su Montelungo ebbe giurisdizione il monastero di Santa Giulia andrebbe, secondo quanto ne hanno scritto tra i più illustri autori, dalla sua fondazione, cioè da una data imprecisata poco prima del 772 sino almeno all’anno 865, data del privilegio di Ludovico II (14), l’ultimo dei documenti che è generalmente considerato tra quelli riguardanti Santa Giulia dove appare Montelungo. (15)

La caduta del regno longobardo e l’avvento dei franchi non cambiarono la sostanza delle cose né per ciò che riguardava l’importanza e l’integrità dei possedimenti del monastero bresciano, né per ciò che atteneva alla viabilità sulla via di Monte Bardone che andrà, come si diceva, velocemente affermandosi; pertanto si può ragionevolmente supporre che Montelungo continuò ad esercitare, in questo periodo, sia la propria funzione più strettamente religiosa sia, soprattutto, la funzione ospitaliera sulla via di Monte Bardone (16).

Se la nascita dell’istituzione religiosa rappresenta quanto detto sopra, il periodo nel quale su Montelungo ebbe giurisdizione il monastero di Brescia coincide invece con quello dell’affermazione vera e propria del tracciato di quella che verrà in seguito chiamata Via Francigena. Anche per ragioni di carattere politico, che non è qui il caso di affrontare, gli itinerari tortuosi che valicavano il Monte Pellice, il Pellizzone, i passi del Brattello e del Borgallo furono via via abbandonati a favore del percorso assai più agevole che rimonta la valle del Taro e che giunge in Lunigiana tramite il valico più facile, ossia il passo della Cisa, determinando, di fatto, anche l’affermazione delle istituzioni religiose che vi si trovavano strategicamente ed opportunamente dislocate come appunto è il caso di Montelungo.

Grazie ad un noto privilegio di Arrigo II del 1014 sappiamo che in tale data uno xenodochio Sancti Benedicti in Montelungo è confermato all’abbazia di San Benedetto di Leno (17). Inizia da qui il periodo più conosciuto della storia della località appenninica documentato da una notevole quantità di diplomi e privilegi (18). A quanto risulta da tali documenti la realtà alla quale si fa riferimento è sempre uno xenodochio od ospizio, ma in un documento del 1019 (19) appare inoltre una chiesa intitolata, come l’ospizio, a san Benedetto.

Come già accennato in altra sede, l’attività dei monaci lenesi rispetto alle monache di Santa Giulia non si limitò alla gestione della cappella e della struttura ospitaliera, ma tese a sviluppare nel territorio circostante la propria presenza fondando altre cappelle e amministrando la cura delle anime. Da ciò derivarono i contrasti insorti verso la metà del secolo XI con l’autorità episcopale sfociati nella controversa sentenza di papa Niccolò II del 1060 (20).

Sinteticamente queste sono le fasi che i documenti ci aiutano a delineare. Grazie ad essi la storia più antica della istituzione religiosa di Montelungo appare dunque sufficientemente documentata. Un ambito che rimane tuttavia oscuro è quello rappresentato da ciò che avvenne tra il periodo nel quale a Montelungo ebbe giurisdizione Brescia e quello nel quale vi ebbe giurisdizione Leno, e da ciò che determinò quello che è parso ad alcuni un vero e proprio “passaggio di consegne (21). Esaminando i documenti, infatti, non si può fare a meno di notare una zona buia che, dal punto di vista documentario, va dall’865 al 1014 (22). Ancora sino alla metà del secolo IX, un ospizio e una cappella intitolati a san Benedetto erano saldamente in mano a Santa Giulia, mentre agli inizi del secolo XI abbiamo notizie di uno xenodochio, intitolato sempre a san Benedetto, ma appartenente all’abbazia lenese senza che del primo si abbiano più notizie. Entrambe queste istituzioni monastiche benedettine erano di fondazione regia ad opera di Desiderio, si trovavano entrambe nell’ambito della sua precedente sede ducale, ed erano praticamente coeve. In questa stretta parentela si intravedevano le ragioni di un possibile, anche se non documentabile, passaggio di consegne della proprietà di Montelungo.

Ho riconsiderato invece alcuni documenti che se da un lato pongono nuovi interrogativi, dall’altro possono far luce proprio su questo periodo. Questi documenti, che qui pongo all’attenzione dei pochissimi ai quali potranno interessare, non sono mai citati dagli autori che in qualche modo hanno trattato dell’argomento oggetto di questo lavoro. Quale sia la causa di questa mancata considerazione io non sono in grado di affermarlo con precisione, ma suppongo che essa attenga alle vicende archivistiche che hanno riguardato i documenti di Santa Giulia a partire dalla soppressione dell’ente  (24).




Il primo documento in questione è un diploma di Ottone III in data 19 gennaio 997 a favore di Berta (25), abbadessa di Santa Giulia (fig. 1). In questo documento, che ricalca nella stesura quelli del secolo IX, tra i beni confermati a Berta risulta appunto l’ospizio di Montelungo. Il secondo documento è invece un diploma di Lotario del 1136 (26). In esso, tra i beni con-fermati al monastero bresciano, si trova di nuovo l’inequivocabile riferimento alla nostra istituzione religiosa (fig. 2).

Se il documento del 997 proverebbe solo la continuità di dipendenza dell’ospizio da Santa Giulia oltre l’865 e fino almeno alla fine del secolo X, quello del 1136 assume, evidentemente, ben altra importanza. Questo, infatti, è di ben centodiciotto anni posteriore alla prima documentata notizia di uno xenodochio Sancti Benedicti quale possesso dell’abbazia di Leno a Montelungo. In altre parole, mentre il documento del 997, per significativo che possa apparire, risale ad un periodo precedente alla documentata presenza di Leno a Montelungo, il documento del 1136 ci restituisce una fondazione religiosa con funzioni di ospitalità e ricovero ai viandanti e ai pellegrini dipendente da Santa Giulia in pieno periodo lenese. Parrebbe pertanto che la giurisdizione delle monache bresciane sul loro originale hospitale non cessi nel secolo IX, ma trovi conferma sia nel X sia nel XII secolo. Questi due documenti, che ho potuto consultare in originale e che riproduco in fotografia a corredo del presente lavoro, sembrano non essere altresì gli unici a confermare questa continuità. Una trascrizione settecentesca dei documenti riguardanti Santa Giulia ad opera di una abbadessa del cenobio bresciano, Angelica Baitelli (27), ci restituirebbe, infatti, oltre alla trascrizione dei documenti originali sopra menzionati, altri tre diplomi dei secoli XI e XII che riportano fra i beni confermati al monastero bresciano l’hospitale Sancti Benedicti in Montelungo. (28).

Tra originali e trascrizioni vi è dunque una serie di documenti che attesterebbe la dipendenza di una fondazione religiosa di carattere ospitaliero intitolata a san Benedetto da Santa Giulia dal 772 al 1185. Esisterebbero quindi ben quattro privilegi a favore del monastero bresciano nei quali è menzionato l’hospitale Sancti Benedicti posteriori al 1014 (data della documentata giurisdizione di Leno su uno xenodochio Sancti Benedicti sempre a Montelungo). L’arco di tempo che essi coprirebbero è di quasi due secoli. Questi privilegi escluderebbero pertanto ogni ipotesi di subentro da parte di Leno nei possedimenti di Santa Giulia ed autorizzano viceversa ad ipotizzare che, almeno tra l’inizio del secolo XI e la metà del secolo XII, le realtà di ospizi retti dai monaci a Montelungo fossero due e non una come si è creduto sino ad oggi. I documenti sopra citati non sembrerebbero lasciare dubbi o spazio ad altre interpretazioni. Non risulta infatti verosimile l’ipotesi che i documenti di San Benedetto di Leno trattino di un Montelungo diverso da quello al quale si riferiscono i privilegi del monastero di Santa Giulia, né che nei documenti a favore di Santa Giulia posteriori al 1014 si sia continuato a citare un possedimento che già apparteneva formalmente e nella sostanza a Leno. È ormai unanimemente accettato, infatti, che il diploma di Adelchi del 772 (29), anche se mutilo nella parte che ci riguarda, si riferisca proprio al nostro Montelungo.

Nell’ambito di un dotto ed interessantissimo dibattito tra storici italiani e tedeschi degli anni trenta intorno al confine pipiniano del 734, si giunse, grazie allo Schneider, alla corretta identificazione della località in finib[us] sorianense in loco que dicit Monte[Lungo] con il Montelungo lunigianese. (30) Sulla validità della identificazione del Montelungo dei documenti lenesi con il nostro Montelungo credo non ci si debba neppure soffermare per l’assoluta certezza che tutti gli autori hanno da sempre manifestato in tal senso e pure, se ce ne fosse bisogno, poiché tale dipendenza durò talmente a lungo da permetterci di avere riscontri ben più probanti e recenti di qualsiasi documento medievale.

Per quanto riguarda la seconda ipotesi pare anch’essa assai improbabile perché non è proprio immaginabile che, a fronte delle conseguenze in termini di spettanze, autorità su persone e cose, diritti di riscossione di tributi che questi privilegi determinavano, si sia continuato, per qualsiasi ragione e per quattro volte nell’arco di centosettantuno anni a confermare alle monache bresciane ciò che apparteneva all’abbazia lenese. Ne sarebbe nata una controversia importante e definitiva in breve tempo come si può facilmente immaginare.

Per strana che possa apparire, soprattutto a chi pensa alla storia recente di Montelungo e alla sua ormai decaduta importanza, l’ipotesi di due strutture monastiche con funzione di accoglienza in questa che è una delle più importanti località lunigianesi nel periodo trattato in questo lavoro, pare invece fondata su solide basi. Ciò non dovrebbe stupire in quanto questo non è l’unico caso di località nella quale convissero istituzioni appartenenti ad entrambi i due grandi monasteri bresciani: anche a Miliarina, nel modenese, si ha la stessa documentata situazione.( 31)

Giampietro Rigosa, Nuovi documenti sulle istituzioni monastiche di Montelungo, pubblicato in “Studi Lunigianesi”, anno 30/31 (2000/2001 p. 285/296) Artigianelli Pontremoli, edito dall’Associazione Manfredo Giuliani per le ricerche storiche ed etnografiche della Lunigiana


1) Cfr. U. FORMENTINI, I Longobardi sul Monte Bardone, in “Biblioteca della Giovane Montagna”, n. 73, Parma 1929; E. REPETTI, Dizionario Geografico Storico […] della Toscana, vol. II, p. 412 e vol. VI, p. 156; G. SFORZA, Memorie e Documenti per servire alla Storia di Pontremoli, parte II, pp. 372-375; G. MARIOTI, La strada Francesca di Monte Bardone e l’ospedale di San Benedetto di Montelungo, in “Biblioteca della Giovane Montagna” n. 59, Parma, 1940; G. PISTARINO, Le Pievi della Diocesi di Luni, Parte 1, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Sezione Lunense, Bordighera La Spezia 1961; L. SHUETTE, Der Appenninenpass des Monte Bardone und die deutschen Kaiser, Berlino, 1901; P.F. KEHR, Italia Pontificia, VI, pp. 342-347 Berlino, 1906, VI, pp. 342-347; U. MAZZINI, L’epitaffio di Leodegar, vescovo di Luni nel secolo VIII (nuovi studi sulla lapide di Filattiera), in “Giornale Storico della Lunigiana”, X, 1919, pp.99; G. SCHIANCHI, Gli ospedali di Roncaglia e di Santa Maria della Cisa, Parma 1926; U. FORMENTINI, Documenti riguardanti la Storia della Lunigiana avanti il Mille, in “Giornale Storico e Letterario della Lunigiana”, n.s., V, La Spezia 1929, pp. 221-222, nn. III, VI, VIII, IX; G. MARIOTTI, La strada Francesca di Monte Bardone e l’ospedale di San Benedetto di Montelungo, Parma 1940; U. FORMENTINI, Le due “Viae Emiliae“, in “Rivista di Studi Liguri”, XIX, 1953, pp. 43-47.

2)Mi riferisco innanzi tutto alle erronee interpretazioni del Repetti e dello Sforza in merito alla supposta appartenenza di Montelungo all’abbazia di San Colombano di Bobbio, alle quali ha magistralmente rimediato G. MARIOTTI, Cfr. G. RIGOSA, Note e appunti su Montelungo e sui Longobardi in Val di Magra nel VIII secolo, in “Archivio Storico per le Province Parmensi”, quarta serie, vol. L., anno 1998, Deputazione di Storia patria per le Province Parmensi, Parma, Donati, 1999.

3)Da ora in avanti, per comodità, Santa Giulia.

4)Da ora in avanti, per comodità, San Benedetto.

5)I due elementi che portano a questa conclusione sono da un lato il riferimento all’ospizio di San Benedetto contenuto nell’epigrafe dedicata all’anonimo personaggio di Filattiera nell’interpretazione che ne da U. Mazzini e, dall’altro, il diploma di Adelchi del 772. Grazie a questi riferimenti noi sappiamo che, precedentemente al 752, data della epigrafe di San Giorgio, fu fondata a Montelungo un’istituzione religiosa che verrà, nel 772, confermata ad un grande monastero di Brescia.

6)Ibidem.

7) Archivio di Stato di Brescia – Archivio Storico Civico Codice Diplomatico Bresciano (da ora in avanti A.S.B., A.S.C., C.D.B.), busta I, perg. XXII,. Cfr. Codex diplomaticus Langobardie, a cura di G. PORRO LAMBERTENGHI, 1863, (MHP XIII), col. 96, doc. 50. Sulla data di questo documento cfr. G. SANTORO, Rettifiche ad alcuni documenti del Codex diplomaticus Langobardie, in “Archivio Storico Lombardo”, s. VIII, II (1950). II lacunoso cenno” in finib. [us] sorianense in loco que dicit Monte…..” fu supplito da F. SCHNEIDER in Entstehung von Burg und Landgemeinde in Italien, Berlino, 1924, pp. 6-7; cfr. P. M. CONTI, Luni nell’Alto Medioevo, Padova, Cedam, 1967, cap. 1, p. 7. Consultando il documento originale ho potuto costatare che la parte mutila del documento non cela tutto quanto segue a “Monte”. Si intravede infatti la parte di una lettera successiva che confrontata con le altre nel documento non può che essere identificata con la “L” di Lungo o Longo.

8)Cfr. U. MAZZINı, cit., fasc. II.

9)Più precisamente secondo la trascrizione dello storico bresciano Odorici si legge: “(…) ordinandi, disponendi, comunandi, servos et ancillas liberos dimittendi qualiter illi placuerit, et alios monasterios et ecclesias quod ab ipso monasterio per donationem et com (…) runt quod monasteria supradicta constituta intra regiam nostram ticinensem civitatem et intra castro sermionense atque in finibus sobianense, in loco qui dicitur Monte (…)”. Cfr. ODORICI, Storie bresciane, III, doc. XL, p. 64.

10)A.S.B., A.S.C., C.D.B., cit ., busta 1, perg. XXII.

11)In G. RIGOSA, Note e appunti ecc., cit., ho cercato di mettere in rilievo l’importanza che ebbe per Montelungo tra VIII e X secolo il fatto di far parte di una delle più influenti organizzazioni monastiche della nostra penisola.

12)Pur essendo un tracciato frequentato sin dalle epoche più remote nell’ambito degli spostamenti legati alla transumanza e, successivamente, quello sul quale alcuni hanno intravisto una corrente commerciale che, attraverso la Val di Magra, faceva capo dall’Italia superiore al porto di Luni, il tracciato di Monte Bardone non fu mai, precedentemente all’VIII secolo, il luogo privilegiato di passaggio dal parmense all’entroterra tirrenico. Cfr. A. C. AMBROSI, Sulla via dei pellegrini in Lunigiana e sul porto di San Maurizio, in Il pellegrinaggio medievale per Roma e Santiago de Compostela, Itinerari in Val di Magra, Quaderni della Biblioteca e degli Archivi Storici e Notarili del Comune di Aulla, IX, Aulla, 1992. Nella prima etá longobarda erano infatti numerosi i percorsi tramite i quali si poteva valicare l’Appennino per portarsi nella parte settentrionale della Toscana, i più importanti dei quali erano quelli transitanti per Bobbio, Bardi, Borgo Val di Taro (che non proseguiva verso l’attuale Cisa ma si portava al Brattello o al Borgallo). Nella zona di Pontremoli, unica člavis et janua della Toscana, come sarà definita da Federico II, anche precedentemente all’affermazione della cosiddetta Via Francigena, tutti questi tracciati confluivano in un’unica via di comunicazione che si dirigeva a meridione. Come messo chiaramente in evidenza da R. STORANI, Le vie per Roma nella prima età longobarda, in Prima della Francigena. Itinerari romei nel “Regnum Langobardorum”, (a cura di R. Stopani), Firenze, Le Lettere, 2000, questi percorsi, che si caratterizzavano per itinerari intervallivi tortuosi e che dovevano superare più valichi, in un contesto politico che vedeva il territorio saldamente in mano ai Longobardi, furono sempre meno utilizzati a favore di quello che si snodava per un’unica valle, quella del Taro, e che superato il solo passo di Monte Bardone permetteva di giungere agilmente in Val di Magra.

13)PAOLO DIACONO, Historia Langobardorum, libro VI, capitolo 58.

14)I documenti attestanti la giurisdizione del cenobio bresciano sulla primitiva istituzione religiosa di Montelungo solitamente considerati dagli autori di storia locale sono un diploma degli imperatori Lotario e Ludovico a Gisla dell’anno 851, un diploma di Ludovico II alla stessa dell’anno 861 e un altro diploma sempre di Ludovico II ad Anselperga o Angelberga dell’anno 865. Per il diploma dell’851 HPM, Codex diplomaticus Langobardie, n. CLXXIII; MARGARINO, Bull. Cass., T. II. p. 26; ODORICI, Cod. Dipl. Bresc., P. II, p. 41. Per il diploma dell’861 cfr. HPM, Codex diplomaticus Langobardie, n. CCXII; MARGARINO, Bull. Cass., T. II. p. 30; ODORICI, Cod. Dipl. Bresc., P. II, p. 50. Per il diploma dell’865 cfr. HPM, Codex diplomaticus Langobardie, n. CCXLV; MURATOIU, Ant. Med. Aevi, T. VI,p. 343. A proposito di questi documenti U. FORMENTINI in I Longobardi ecc., cit. p. 15 cita le date 851, 861 e 868 ma senza specificare i documenti precisi ai quali si riferisce. Credo tuttavia che la data dell’868 non si riferisca ad un documento diverso da quelli considerati ma sia il frutto di un errore di trascrizione e il documento al quale si riferisce il Formentini sia proprio quello dell’865.

15)Cfr. ad es. G. PSTARINO, cit., p. 115.

16)I rivolgimenti conseguenti alla caduta del regno longobardo non dovettero determinare significative variazioni nel ruolo e nella conseguente attività dei ricoveri disseminati sul tracciato di cui si sta discorrendo, anzi, si può ragionevolmente supporre che, stabilizzatasi la situazione politica sotto il governo franco, il traffico sia conseguentemente aumentato determinando una definitiva affermazione delle fondazioni religiose che vi si trovavano strategicamente dislocate.

17) “MGH, Diplomata regum et imperatorum Germaniae, III, Heinrici II et Arduini diplomata, Hannover, 1900-1903, n. 300. Cfr. anche F. A. ZACCARIA, Dell’antichissima badia di Leno, Venezia, 1767, p. 87.

18)I principali privilegi papali ed imperiali del periodo lenese di Montelungo sono riportati in A. ZACCARIA, cit. Essi coprono un periodo considerevole che dal 1014, data della conferma di Arrigo II, giunge sino al 1434, data della bolla di Eugenio IV. L’ospedale di Montelungo è ricordato anche come tappa di viaggio dall’itinerario di Sigerico di Canterbury del 990 circa. Cfr. RICHARDUS DIVISIENSIS, Chronicon de rebus gesti Richardi I (1189-1192), a cura di J. STEVENSON, Londra 1838; MGH, Pertz, Scriptorum, XXVII, Hannover 1885, pp. 76-80.

19)In un diploma di Arrigo II, come riportato da F. A. ZACCARIA, cit., p. 94, si legge, infatti, «…е Xenedochium cum Ecclesia Sancti Benedicti in monte longo…». Questa chiesa potrebbe essere la primitiva cappella annessa all’ospizio assurta ad un livello di importanza più elevato.

20) Con una sentenza contenuta in un privilegio di papa Niccolò II si chiuse una grave controversia insorta intorno alla metà del XI secolo tra Guenzelao (nell’originale Wenzelao), abbate di Leno e Guido, vescovo di Luni, incentrata sulla titolarità dello jus decimandi sulla curtis di Montelungo. Il vero motivo del contendere riguardava non tanto le decime, nell’ambito della curtis, sui beni consolidati quanto le cosiddette decime novali segno evidente di una volontà di penetrazione da parte dei monaci in quella che era ormai ritenuta la sfera di influenza propria degli ordinari diocesani, cfr. A. BARONIO, Monasterium et Populus, Per la storia del contado lombardo: Leno, in “Monumenta Brixiae Historica Fontes”, VIII, Ateneo di Scienze Lettere ed Arti, Brescia, MCMLXXXIV. Cfr. anche G. RIGOSA, Istituzioni monastiche ed autorità episcopale in Lunigiana tra XI e XII secolo. Brevi note su una antichissima controversia tra l’abbate di Leno e il vescovo di Luni, in “Studi Lunigianesi”, voll. XXII-XXIX, 1992-1999, Villafranca L., Associazione “M. Giuliani”, 1999, pp. 143-150.

21) G. PISTARINO in Le pievi della diocesi di Luni, cit., è esplicito in tal senso. Egli, infatti, parlando dell’ospizio di Montelungo scrive: «Nel 1014, da un diploma dell’imperatore Enrico II, risulta invece in possesso del monastero di San Salvatore di Leno senza che sia a noi possibile stabilire la data e le ragioni del trapasso di proprietà».

22)Vale a dire dalla data dell’ultimo documento attestante il possesso dell’ospizio di Montelungo da parte del monastero di Brescia e il primo tra quelli che attestano il possesso di uno xenodochio a Montelungo da parte di Leno.

23)G. RIGOSA, Influenze bresciane in Lunigiana. L’abbazia di Leno, in “Studi Lunigianesi”, anno XIX-XX-XXI, 1989-90-91, Villafranca L., 1997, Associazione “M. Giuliani”, pp. 33-47.

24)Non è certo questa la sede per trattare compiutamente il tema della ricomposizione dell’archivio antico di Santa Giulia non solo perché ciò non rientra tra le mie possibilità ma pure per il fatto che si andrebbe al di là degli obiettivi di questo lavoro. Vista tuttavia l’importanza che assumono i documenti a favore dei monasteri benedettini del nord Italia per la storia della Lunigiana avanti il Mille in generale ritengo utile fornire un sintetico quadro del materiale documentario ancora esistente a dispetto delle numerose alienazioni e sottrazioni avvenute nel corso dei secoli. Attualmente le pergamene relative al cenobio bresciano si trovano distribuite in cinque diversi archivi. Una parte di esse si trova nel fondo del monastero di San Prospero conservato presso l’Archivio di Stato di Reggio Emilia. In seguito alla cessione da parte di Santa Giulia della corte di Migliarina presso Carpi al monastero di san Prospero le pergamene relative all’oggetto della cessione passarono dalla prima alla seconda istituzione religiosa. A seguito della soppressione del monastero quando, incamerati i beni dalla Repubblica Cisalpina, questi vennero alienati e i documenti ad essi relativi vennero consegnati ai vari acquirenti la parte rimanente del materiale andò smembrata. Parte di questi documenti è conservata presso l’Archivio di Stato di Milano, nell’archivio Diplomatico e nel Museo Diplomatico. Nell’Archivio di Stato di Cremona sono invece conservati altri documenti sia nell’archivio dell’Ospedale Maggiore di Cremona che nell’archivio Segreto del Comune. Un rilevante numero di pergamene è costituito dall’archivio Bettoni-Lechi e l’ultima sezione, rappresentata dal codice diplomatico bresciano ordinato da F. Odorici nel 1800 della Biblioteca Queriniana di Brescia, è ora depositato presso l’Archivio di Stato di Brescia. Per quanto attiene alla tematica generale della ricomposizione dell’archivio di Santa Giulia cfr.. E. BARBIERI, Per l’edizione del fondo documentario: la ricomposizione dell’archivio antico, in Santa Giulia di Brescia. Archeologia, arte e storia di un Monastero regio dai Longobardi al Barbarossa. Atti del Convegno Internazionale, Brescia 4-5 Giugno 1990, Brescia 1992, pp. 49-92. Per ciò che attiene alla documentazione reggiana si veda ad es. P. F. KEHR, Regesta Pontificum Romanorum, Italia Pontificia, vol. V: Aemilia sive provincia Ravennas, Berolini, 1911 (rist. 1961). Relativamente alle pergamene conservate a Milano si veda L. Osto, Indice generale delle pergamene (secc. VIII-XII), Archivio di Stato di Milano e A. R. NATALE, II Museo Diplomatico dell’Archivio di Stato di Milano, vol. I, parte I, Milano s.d., p. VII. Per i documenti cremonesi cfr. E. FALCONM, Le carte cremonesi dei secoli VIII-XII. I: documenti dei fondi cremonesi (759-1069), Cremona, Ministero dei beni culturali e ambientali. Biblioteca Statale di Cremona. Fonti e sussidi, 1/1, 1979, p. LXI. Per il fondo Bettoni-Lechi cfr. R. ZILIOLI FADEN, Le pergamene del monastero di S. Giulia di Brescia ora nell’archivio Bettoni-Lechi. Dal 1200 al 1300, In San Salvatore di Brescia, materiali per un museo. I, Brescia, Grafo, 1978. Per il codice dipl. bs. Si veda la nota seguente.

25) A.S.B., A.S.C., C.D.B., busta IV, perg. LIX. In questo privilegio del 997 tra i beni confermati da Ottone a Berta, abbadessa di Santa Giulia, vi è appunto:”hospitali Sci Benedicti in monte Longo…”. Per quanto attiene alla documentazione presa in considerazione in questo lavoro ringrazio la signora Diana Vecchio per avermi aiutato con grazia e gentilezza ad orientarmi e per i suoi preziosi suggerimenti. Eventuali errori od omissioni nella stesura del presente lavoro tuttavia sono unicamente imputabili allo scrivente.

26)A.S.B., A.S.C., C.D.B., busta V, perg. LXXXIX. Di nuovo in questo privilegio tra i beni conferuati da Lotario al monastero bresciano si legge: «.. hospitale Sancti Benedicti in Monte Congo…”

27) Annali Historici dell’Edificatione Erettione, et Dotatione del Serenissimo Monasterio di S. Salvato-re et S. Giulia di Brescia, et alla Regia Podestà immeditamente sottoposto. Contengono il Cattalogo delle Santissime Reliquie che nelle sue S.S. Chiese riposano. Et tutti li Privilegij concessili dalli Sommi Pontefici, Imperatori, Re. Prencipi et Ducchi. Dall’anno della Sua fondatione DCCLX. Sino al presente secolo MDCXLVII. Di D. Angelica Baitelli Minima Monaca del Serenissimo Monasterio. In Brescia, Per Antonio Rizzardi, 1657. Madre Angelica Baitelli, al secolo Giulia, divenne abbadessa annuale del cenobio bresciano nel 1646 e vi fu riconfermata nell’anno 1647. In questo anno terminò la sua opera storiografica che venne data alle stampe integralmente nell’anno 1657 dopo la sua morte grazie alla volontà della decana di Santa Giulia donna Fortunata Mondella. L’opera storiografica di questa abbadessa bresciana è considerata sia per le motivazioni che hanno spinto la monaca ad impegnarvisi sia per lo zelo e la serietà metodologica dimostrate compatibilmente al contesto nella quale visse. Scopo dichiarato della Baitelli era quello di tradurre e trascrivere i documenti dell’archivio monastico nei confronti dei quali vi era ormai da tempo una preoccupante trascuratezza e una disdicevole noncuranza. E’ probabile che l’ispirazione a questa monaca di intraprendere un così impegnativo lavoro sia venuta dalle visite che fece al cenobio bresciano negli anni precedenti al badessato della Baitelli il celebre archivista Cornelio Margarini alla ricerca di documenti da pubblicare nel suo Bullarium Casinense. Dell’opera della Baitelli vi fu una riedizione nell’anno 1794 dalle stampe Bendiscioli e una ristampa anastatica a cura di V. Volta, Brescia 1978.

28)Trattasi dei diplomi imperiali dell’anno 1048, 1085 e 1185. Cfr. A. BATELLI, cit., pp.44, 48, 60. A differenza dei documenti originali dei quali ho riferito poc’anzi mi risulta più difficile comprendere le ragioni della mancata considerazione dell’opera della Baitelli e soprattutto della parte dedicata alle pergamene antiche del cenobio bresciano. Potrebbe essere che la abbadessa bresciana non sia stata considerata dagli studiosi locali che si sono occupati di Montelungo, anche se conosciuta, in quanto metodologicamente non ortodossa ma a ciò si dovrebbe ribattere che nel momento in cui la Baitelli scrive l’Italia tutta non aveva ancora minimamente recepito il grande contributo metodologico dei Maurini», cfr., G. SPINELLI, La storiografia sul monastero nell’età moderna e contemporanea, in S. Giulia di Brescia, Archeologia, arte ecc., cit., pp. 21-48. Può darsi addirittura che agli autori nostrani sia sfuggito tutto l’importante e imprescindibile ambito della storiografia bresciana relativa ai monasteri senza il quale risulta arduo avere non solo una idea di insieme degli stessi ma pure dell’evoluzione dei loro vari possedimenti sparsi in tutta l’Italia settentrionale e centrale.

29)Cfr. G. SANTORO, Cit.

30) Cfr. U. FORMENTINI, I Longobardi sul monte Bardone, cit., p. 14.

31)Ad esempio, cfr. A. BATELLI, cit.,. Tra i possedimenti confermati da Federico al monastero di Santa Giulia risulta la corte di Miliarina, cosi come appare la stessa località nei diplomi di Corrado dell’anno 1036, di Federico dell’anno 1177 e di Arrigo dell’anno 1194, cfr. F. A. ZACCARIA, cit.,, pp. 97, 101, 125, 134.

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