Arturo Salucci, nobile figura di pensatore e di scrittore, è stato ingiustamente dimenticato in Lunigiana e, specialmente, all’Aulla che, se non può dirsi propriamente la sua terra nativa, è stata tuttavia la terra della sua ascendenza materna e, sopratutto, il luogo della sua infanzia e della prima giovinezza, e cioè il luogo da cui si ritraggono quei primi ricordi, profondi e dure-voli, che tanto agiscono sugli animi, specialmente durante l’adolescenza, nel determinare il carattere e le attitudini dell’ingegno (1).
Al ricordo di Arturo Salucci viene fatto di unire quello del pontremolese Luigi Campolonghi, perché, avvicinati dalle loro prime vicende politiche, sono rimasti non solamente due dei più notevoli scrittori contemporanei dei quali possa vantarsi la Lunigiana, ma anche, per l’età di crisi spirituale in cui vissero, tra la fine dell’ottocento e la prima metà del novecento, due figure nobilmente e caratteristicamente rappresentative, nel travaglio tra sentimentale e avventuroso del loro animo, delle aspirazioni e delle tendenze dei giovani del loro tempo e della loro regione.
Attratti ambedue, per impulso altruistico, al socialismo che allora, dopo il distacco dal comunismo bakouniniano, pareva si andasse sostituendo, nel cuore dei giovani, agli ideali patriottici delle generazioni precedenti, furono travolti, tra agitazioni operaie e repressioni autoritarie, dalle vicende politiche del 1898: per sottrarsi all’arresto dovettero lasciare le loro case e gli studi e, come i padri patriotti e cospiratori, prendere la via dell’esilio. Rifugiatisi in Francia, si ritrovarono, con altri profughi dall’Italia, in Marsiglia. Luigi Campolonghi ha narrato in belle e colorate pagine di forte verismo, queste vicende: le prime clandestine istituzioni socialiste in Val di Magra, l’avventura della fuga in Francia, per i monti della Lunigiana e del Genovesato, e la vita di povertà e talora di miseria degli esuli (2). Quella loro avventura, che li sorprendeva ancora quasi ragazzi, strappandoli alla famiglia e agli studi e ponendoli di fronte a una vita del tutto nuova e a durissime prove, ebbe, come è naturale, molta influenza sul loro carattere, e sulla loro educazione mentale. Campolonghi, che aveva seguito gli studi classici, era ancora studente di legge nella Università di Parma: Salucci, che proveniva invece dalle vecchie « Scuole Tecniche », aveva da poco ottenuta la licenza dell’Istituto Tecnico, sezione fisico-matematica, che gli apriva la strada alla facoltà universitaria di Ingegneria (3). Gli studi rimasero interrotti; ma l’esperienza della nuova vita e la immediata influenza, sulla loro mentalità provinciale, della moderna cultura francese, cambiarono il loro destino di figli della piccola borghesia avviati alle professioni, facendone campioni politici e battaglieri giornalisti, attività che contribuirono a formare il loro particolare carattere di scrittori.
Campolonghi, temperamento espansivo e vivacemente artistico, si accostò con simpatia al popolo della Provenza e subì il fascino del brillante umanesimo di France, onde gli derivò quell’ironico scetticismo che, insieme con un certo piglio blaguer, rimase nei suoi scritti come un tic stilistico che qualche volta tradisce la natura del suo ingegno. L’ironia è certamente, nei ceti colti, un tratto caratteristico dell’indole lunigianese, ma più come difesa di un intimo sentimentalismo romantico e nostalgico che non come scettico scherno.
Arturo Salucci, indole più raccolta e schiva e mente meditabonda e, per l’educazione ricevuta, analitica (“matematico, matematico”, gli gridava l’amico poeta Ceccardo) (4), derivò dalla letteratura francese chiarezza e duttilità di espressione che, più tardi, dettero al suo stile, immune da impacci scolastici e accademici, atteggiamenti spontanei di argutezza attica.
Si ritrovarono poi, all’aprirsi del secolo, dopo la restaurazione liberale, nella redazione del Lavoro di Genova, giornale socialista, di particolare atteggiamento, che ricevette dal solido ambiente economico ligure e dalle vicende delle lotte delle forti organizzazioni operaje del porto, di cui era l’esponente, l’impronta di quel realismo riformistico sindacale, un po’ staccato dal socialismo politico e dottrinario, che fu la sua vitale caratteristica. Campolonghi si allontanò più tardi dal Lavoro: Salucci vi rimase invece sino agli ultimi anni della sua vita, e seppe farne il suo posto di battaglia, la sua scuola di giornalismo, e un eccezionale osservatorio per lo studio dei problemi sociali. Fu lui, anzi, a scrivere il battagliero manifesto annunziante l’uscita del giornale (1901) che, come ricorda un suo biografo, dette luogo a discussioni, polemiche, duelli (5).
Sebbene avesse dato al socialismo la sua attività di generoso e impetuoso combattente, di giornalista e di studioso, pure il suo libero animo non si adattò mai a quelle ubbidienze dottrinali e di azione imposte ai partiti dalle necessità della pratica quotidiana che potessero menomarne il contenuto di umanità e di universalità di pensiero, derivato a lui dalla idealità del Risorgimento, nel cui spirito appassionatamente egli visse, per ragioni prima di tradizione, e più tardi di studi, rivolti specialmente alla illustrazione della grande figura di Mazzini.
Da questo suo risentito atteggiamento mentale scaturirono appunto, a fianco dell’opera sua di giornalista di tendenza, i suoi liberi scritti critici sul socialismo. Spingeva, del resto, in questa direzione, l’esigenza critica di quegli anni di crisi spirituale, che affaticava le menti degli studiosi delle nuove generazioni: le loro inquietudini e le loro ribellioni erano la confusa espressione del sentimento che non sarebbe continuato e non si sarebbe compiuto il moto del Risorgimento senza mantenere vivo quell’alito ideale, di fondo etico religioso, che, con vari aspetti, lo aveva sollecitato durante il suo svolgimento, e che gli ideali realizzati avreb-bero perduto lo slancio costruttivo se non fossero stati rianimati col più vivo elemento di ispirazione sociale che allora urgeva nella suscitata vita nazionale.
Ma l’originalità dell’opera critica di Salucci sarebbe tradita se ridotta al suo solo aspetto intellettuale, avulsa dal complesso della sua personalità: il carattere affettivo può indebolirne il valore propriamente scientifico, ma ne arricchisce il contenuto etico e, sotto certi aspetti, l’efficacia letteraria.
La critica del marxismo era scaturita spontanea in lui, oltre che da una acuta analisi delle esperienze della vita politica e sindacale che egli aveva vissuto e viveva a fondo, e dalle sue osservazioni di sociologo e dalle sue accurate indagini statistiche ed economiche, proprio dalla sua intima fede di socialista. Non era una critica teorica quale si andava contemporaneamente elaborando in alcuni gruppi di studiosi, ma una critica che proveniva, come insegnamento d’azione, dal seno stesso del socialismo militante, in un grande centro economico e industriale, per opera di uno spirito vigile e penetrante, che ne coglieva la decadenza morale per il sovrapporsi materialistico degli interessi economici sui moventi spirituali iniziali. Il prevalere di tendenze egoistiche, di privilegio e di forza, su criteri di giustizia, nel marxismo, si poneva in contrasto con l’impulso umanitario di giustizia sociale diretto alla redenzione delle plebi proletarie create dalla trasformazione industriale dell’ottocento, che aveva dato origine alle dottrine socialistiche pre-marxistiche dell’occidente europeo. La “classe » marxistica scindeva, invece, il « popolo » della tradizione democratica occidentale, quasi dividendolo in caste, e si ordinava come forza tirannica di fronte alla Nazione, contro l’idealità liberale del Risorgimento, al quale, del resto, non era mancato il sentimento della esigenza sociale, così viva, per esempio, nel pensiero e nell’azione di Mazzini dove l’associazionismo, strumento di redenzione popolare, si poneva come necessità di integrazione nazionale.
Lo svolgimento del pensiero di Salucci rimane fissato nelle sue conclusive pubblicazioni: « La teoria dello sciopero», che è del 1902, “L’industria dello sciopero», del 1910, « Il crepuscolo del socialismo», del 1910 e, in 2ª edizione, del 1925. Questo processo critico si era, dunque, svolto a parte pragmatisticamente, indipendentemente dalla elaborazione di una serie di studi sul marxismo che, sulla fine dell’ottocento, aveva portato, in sede teoretica, a quella revisione, che fu detta la crisi del marxismo », in Italia, in Francia e finalmente in Germania. Ubaldo Formentini, di preparazione culturale diversa e criticamente esperto della letteratura marxistica, aveva acutamente notato, fino dal 1910, l’originalità del pensiero e « l’ardore tenace di verità di questo “eretico del socialismo», ben più profonda di quanto una certa sprezzatura di esposizione non volesse lasciar apparire, pur notando che il “Crepuscolo” era sopratutto un libro di economia dove la filosofia mancava od era superficiale, e trovando strano che l’autore non si fosse preoccupato di accennare a quanto, nello stesso senso, era stato scritto da altri prima di lui (riferendosi specialmente agli studi di Antonio Labriola, di Croce e di Sorel) (6).
Ma ora ciò può sembrare una voluta negligenza di ironia antisistematica, quando si tenga presente che la critica del marxismo non aveva per Salucci un interesse solamente intellettualistico. L’ulteriore svolgimento del suo pensiero ha, infatti, chiarito quale fosse la intima intonazione prevalente dell’intera opera sua, che è di carattere etico e non teoretico, e nemmeno economico e storico (per quanto di sicuro indirizzo critico i suoi saggi di economia e di storia): appassionata ricerca di valori etici, tenace ricerca della verità per un intransigente bisogno di chiarificazione interiore. Anche letterariamente il tono prevalente, spesso di alto pathos, della sua espressione è l’ironia, che è appunto, frequentemente, la forma d’arte degli scrittori morali, non moralisti. L’ispirazione che anima tutta l’opera sua si affonda nella sua interiorità, nei sentimenti e nei ricordi della infanzia e della prima giovinezza, trascorsa in Lunigiana, nella materna Aulla, tra i monti della Val di Magra, risvegliati nel tempo, come voci interiori, dal pungere di quella malinconia nostalgica che tiene l’animo dei lunigianesi, peregrini nel mondo fuori dei loro paesi, rivolti con desiderio alle valli native.
L’Aulla è uno dei borghi più antichi della Lunigiana, e sorge sulla sinistra della Magra, su poca distesa di terra, presso la confluenza dell’Aulella. Come generalmente i vecchi borghi delle valli di transito, anche questo, per la sua posizione e la sua storia, è stato una foce e un incrocio di comunicazioni, di tradizioni, di leggende.
Sulla via centrale di Montebardone, che scendeva dalla Cisa, confluivano quelle, laterali, del Tavarone e dell’Aulella, ed i guadi che le integravano, importante crocicchio di comunicazioni tra la Lombardia e la Toscana, tra l’Emilia e la Liguria. Nell’alto medioevo vi sorgeva un castello (la cosiddetta torre d’Orlando della leggenda della toponomastica popolare?); poi, per donazione di un potente marchese, vi fu fondato il Monastero di S. Caprasio, con duplice azione di largo raggio religiosa e di ordinamento economico territoriale; infine, vi fu costruita la moderna ferrigna fortezza della «Brunella» (sec. XVI) al tempo delle guerre franco-spagnuole: importante posizione militare e stradale, dunque, a vicenda, nei secoli, bivacco di soldati, meta di pellegrini, ospizio di viandanti, onde giungevano, nelle solitarie valli, gli echi della storia come racconti favolosi. Distaccata e disprezzata dai borghigiani, viveva nelle campagne circostanti la popolazione rurale, costretta dalla povertà dei luoghi ad un retaggio millenario di fatiche e di miserie e, dai secolari servaggi fondiari e feudali, abituata al sopruso della forza, alla quale, allora, l’emigrazione cominciava ad aprirsi non più come un diversivo temporaneo, ma come una speranza di evasione. Salucci non aveva dimenticato quella povera gente, forse proprio per il ricordo del caratteristico e spietato contrasto tra borghigiani e contadini rimasto impresso nel suo giovane animo sensibile. Infatti ricordava spesso, nelle conversazioni, velando con l’ironica caricatura del racconto il contenuto sentimentale, le scene indimenticate delle calate allarmanti dei gruppi di em-granti che passavano e sostavano per una notte nell’albergo materno: povera gente che, scesa dalle vallate sovrastanti con i suoi miseri fagotti, veniva raccolta, quasi razza di indigeni inferiori (i tzangron’), e subito segregata perché non disturbasse, nemmeno con la increscevole vista, la buona clientela borghigiana e degli agiati “ mercanti ».
Questa passione di ricordi premeva sul suo pensiero impegnato nell’indagine dei problemi economici e sociali e lo accompagnava nell’esperienza del socialismo: l’intima, quasi inconscia protesta che ne derivava gli si andava tramutando nel contrasto con quella sua visione del « poverismo», al quale, per un momento, aveva cercato quasi di dare consistenza di partito, o, come oggi si direbbe, di movimento, ma che, piuttosto, restava nel suo animo un simbolo ideale e sentimentale di protesta. E qualche volta soleva ricordare, sorridendo, che nelle grandi adunate di lavoratori sindacali che si svolgevano a Genova negli anni delle più vive agitazioni economiche, era comparsa, tra le altre, anche una grande bandiera, che portava la scritta del « Partito Poverista». L’indagine che egli proseguiva con l’impegno di tutto se stesso gli indicava, al di là del moderno proletariato, già inquadrato in posizioni di privilegio e di forza, le dolorose folle indifese ed oppresse, il vero misero fondo della società, dove egli aveva forse sorpreso un soffio religioso, primitivo, non derivato da chiese e dottrine, ma da quella tragica, fatalistica nozione della povertà, che è così immediata in quell’umile popolo, che egli, con gli inconsci ma profondi assorbimenti apprensivi della prima età, aveva ben conosciuto nelle valli native.
Altrettanto può dirsi del nuovo senso del Risorgimento al quale, dopo la propria diretta esperienza sociale, era giunto, con l’aiuto specialmente dei suoi studi mazziniani. Ma anche qui occorre forse cercarne l’origine in un lontano stato d’animo, creato da misteriosi racconti e da incerte tradizioni patriottiche raccolte nella materna Aulla. Su quel crocicchio di vie che si è ricordato, nella prima metà del secolo scorso, si intrecciavano le trafile delle società segrete patriottiche o politiche, di varia ispirazione e di diverse tendenze, tra Modena, Genova, Parma, Sarzana, Carrara e Massa, da quelle carbonare, mazziniane, massoniche a quelle libertarie, aiutate da piccoli gruppi di propagatori locali, di borghigiani, estranee alle plebi rurali (7). Nel ’33 la Val di Magra era inclusa nella Congrega di Parma della “Giovane Italia », е di essa faceva parte anche Fivizzano: la « catena degli affigliati correva dalla centrale di Genova a Lerici, Pontremoli, Parma: l’Aulla doveva essere necessariamente un punto di collegamento, onde l’attività mazziniana, fervida in quegli anni, deve aver lasciato dietro di sé un leggendario ricordo (8).
Salucci si avvicinò a Mazzini, dopo i primi esperimenti marxisti, con molta indipendenza di giudizio, con studi condotti con buon metodo critico, con un ripensamento personale dovuto alle sue esperienze politiche e sociali. Ma anche in questi studi prevale un certo fare pragmatistico di interesse e di interpretazione morale.
Il volume sugli « Amori Mazziniani », malgrado il titolo poco felice, per la tollerante e comprensiva conoscenza del cuore umano è uno dei più attraenti scritti sull’argomento, perché privo di fanatismo e di affettato rigorismo. Che vi prevalga l’interesse morale, come studio del cuore umano, è chiaramente dimostrato dall’importanza predominante che vi prende, spontaneamente, la ricerca intorno alla questione, dibattuta con tanto contrasto di giudizi, del figlio che M. avrebbe avuto da Giuditta Sidoli.
A questo avrebbe dovuto far seguito un altro volume “Le amiche inglesi”: con tali ricerche egli tendeva appunto a cogliere “ l’uomo Mazzini », come egli dice, dove meglio si può conoscere l’individuo nella sua intima verità nella vita reale, quotidiana, intima, sia nelle sue straordinarie doti affettive e nelle attrattive della sua socievolezza, che gli suscitava intorno amori, simpatie, amicizie di donne (che ebbero tanta parte nella sua attività politica), come nei suoi « errori, difetti, debolezze, defaillances », per capire meglio l’umanità dell’uomo grande e, quindi, le ragioni dell’efficacia popolare della vasta opera compiuta per la nazionalità e la libertà. « L’unità di pensiero e di azione, la nobiltà dei suoi sentimenti », egli scrive nella prefazione del volume, dove è data, in sintesi, la sua realistica interpretazione della figura di Mazzini, “balzano limpide e vigorose anche da queste “confessioni intime”, che lo avvolgono in una luce di umanità amorosa e dolente… » (9).
Nello stesso ordine di studi rientravano le ricerche intraprese intorno alla vita e alle opere di Carlo Pisacane sia per l’interesse che l’argomento offriva, sia per l’attinenza di Pisacane con Mazzini, sia per la storia del socialismo rispetto al marxismo. All’origine del suo revisionismo marxistico gli si era posta l’esigenza di una “scuola italiana di socialismo». E, a questo proposito, cade qui opportuno ricordare quanto, sino dal 1906, egli scriveva riferendosi al programma di una rivista di rinnovamento socialista e di tendenza mazziniana, che avrebbe dovuto sorgere in Val di Magra:
« Si tratta appunto di innestare sul tronco mazziniano (o meglio repubblicano, poiché comprende anche parte delle dottrine di Ferrari, Cattaneo, ecc.) i germogli del marxismo (o meglio del socialismo, poiché né tu, né io, né forse nessun italiano ha mai potuto essere, nell’anima, marxista puro e Labriola meno che altri) “ (10).
Ma come dal socialista militante si svolse l’economista, il sociologo, lo studioso di storia e il pensatore che si piegò con angoscia sui problemi della vita, così nel giornalista si formò lo scrittore che riuscì a maneggiare la lingua, senza pedanterie, con quella agile semplicità e flessibilità di concreta espressione, con varietà di toni e di colori, che, senza pretese, anzi con un certo ritegno, ora scherzoso, ora ironico, si faceva docile strumento di osservazione, di meditazione, di racconto storico, di abbandoni liberatori all’estro della fantasia che il freno dell’arte qualche vo-ta costringeva a poesia. Malgrado l’apparenza dell’improvvisazione, l’opera di giornalista e di scrittore non si è mai scompagnata in lui dalla preparazione diligente, da una attenta, rodente, ricerca interiore. Il suo temperamento e gli studi ai quali si era avviato avevano determinato in lui un forte abito metodico, che corrispondeva a un profondo sentimento di responsabilità morale, il quale, non ostentato e anzi, nascosto, era nel fondo del suo carattere, come, pur velato dalla vivacità e sorridente spavalderia giovanile, si manifestava nella sagoma forte e volitiva del suo volto.
U. Formentini, nello scritto citato, coglieva felicemente queste caratteristiche dello stile di Salucci, dove notava che è scrittore << che va meditato con una certa attenzione, perché sotto quello stile quieto e disciolto, sotto quel sorriso insistente e un po’ canzonatorio, sotto, diciamo pure, quella patina giornalistica, c’è uno spirito, un ardore tenace di verità che si rivela ben subito e s’impone al rispetto ». F. parlava allora, come si è visto, della prima edizione del “Crepuscolo”, che con l’aria di un pamphlet di occasione affrontava un argomento che affaticava le penne di gravi scrittori di materie economiche e filosofiche, ma che era per lui la conclusione di una appassionata revisione intransigente della sua propria fede politica nel complesso della sua interiorità.
I suoi scritti giornalistici di argomenti svariatissimi e di diversa natura, che dette per quasi un quarantennio al Lavoro, e saltuariamente a periodici e a riviste, non solo sono esempi di stile agile e netto, sempre vivo, mai irrigidito nella maniera, ma anche prova della sua probità intellettuale, del suo attento senso della attualità, della sempre fresca curiosità dei movimenti culturali, e di fermezza di carattere per l’onestà e la coerenza nella professione dei suoi principi. Che se spesso l’esercizio del giornalismo può esaurire e dissipare, egli seppe trasformarlo in quel lungo esercizio della penna che agevola la conquista dello stile, quando, s’intende, non manchi il temperamento, ed è il premio dello lunga fatica. E, anzi, la stessa attività giornalistica, che per lui non era solamente obbligo professionale, con il lavoro di in-formazione, di osservazione, di commento, di polemica, aiutava, con dati realistici, piuttosto che intralciare, l’elaborazione del suo pensiero.
Alcuni di questi suoi scritti giornalistici confluirono nella << Tavolozza Genovese », del 1926, che è il volume dove meglio appaiono le sue qualità di scrittore, pensatore ed artista che qualche volta tocca la poesia.
È un volume dedicato a Genova, interpretata come un tipo originale di città dell’arco superiore del Mediterraneo occidentale, dove egli, per il lungo soggiorno, si era radicato con amore di figlio, e che conosceva con l’esperienza di un cronista, amava con la passione di uno storico, e contemplava con sentimento di poeta. «Ecco là, scrive in una bella pagina di ricordi dedicata alla caserma di S. Benigno, alla vigilia di partire « recluta anziana», per la guerra del ’15, « ecco là, fuori dei finestroni e pur lontanissima, Genova bella, col suo mareggiare dei tetti d’ardesia, colla sua cintura di forti, di colline, di giardini: la città dove tanto avevo vissuto, amato, sofferto. Ecco il monte Fasce, le ridenti colline di Albaro, il Castellaccio, Oregina, Granarolo, e tutta la gamma di colori verdi, azzurri, rosati come un mondo fantastico in sogno… ».
Questo volume si richiama ai << Chiaroscuri Genovesi » di quattordici anni prima, “raccolta di appunti, per così dire, a lapis; di schizzi, quadretti, impressioni che hanno un valore puramente soggettivo…», ma di più largo respiro, di più sicura arte, arricchito di un nuovo contenuto di esperienze e conoscenze, e, per il tempo trascorso, di malinconie accorate di ricordo. Può sembrare un volume di reportage turistico, ma è invece un’opera singolare di meditazione e di poesia, di descrizioni e di evocazioni, tenuta sempre in un felice tono discorsivo, confidenziale, tra effusione e riflessione, tra malinconie e sorrisi. trascorrente, in una attraente variazione di motivi, da certi indimenticabili quadretti genovesi che illuminano aspetti ignorati e quasi segreti della città, piccanti talora come indiscrezioni, ai vivaci paesaggi rivieraschi: dalla meditazione sociale quale il capitolo sull’ “Albergo dei poveri » e le « Case di alloggio», alle rievocazioni mazziniane e patriottiche della Genova repubblicana del Risorgimento: agli schizzi biografici, penetranti per il chiaroveggente spirito di esperienza del-la vita e delle sue passioni, quali, per esempio, gli indimenticabili ritratti di Antonio Pellegrini e di Federico Nietzsche, sotto la cui violenta maschera era a lui facile scoprire uno straziante dramma di debolezza e di solitaria sofferenza, tanto vicino al suo silenzioso tormento fatto di rodimenti spirituali e di terrori nervosi.
<< Poi la follia vagabonda lo riafferra», è detto a proposito dei soggiorni genovesi dell’autore di Zaratustra, “lascia Genova. raggiunge Peter Gast a Recoaro, sale nell’Engadina. Viaggia ancora, ripassa da noi, naviga nel Mediterraneo, si rintana nelle foreste germaniche. Non ha requie. I graffi della follia gli scavano il cervello: l’uomo forte, l’egoarca, il superuomo, invoca la buona sorella perché lo curi con le sue tenere mani. Un anno dopo è di nuovo a Genova. Ma i ricordi del tempo felice sono lontani, la malattia ha fatto progressi. A Peter Gast scrive un biglietto sconsolato laconico, tragico come il compendio di tutta una esistenza tragica: “Genova 1882 Freddo, malato. Soffro La sua vita! ».
Giudizi, in forma di annotazioni senza pretese, che paiono improvvisati, e sono invece conclusioni sicure, scattate dallo studio attento e penetrante degli argomenti.
Ecco un giudizio sulla poesia di Ceccardo che precorre, con efficacia di sintesi, quelle che sono poi state le ultime conclusioni della critica:
« I personaggi più interessanti della tua arte», è detto nella «Lettera a Ceccardo », « non sono Napoleone, Murat, Danton e via dicendo: ma la primavera e l’autunno, il viandante e il flauto, i bimbi, i pioppi, gli uccelli, la luna: poche immagini (e ripetute), ma luce e belle ».
Altre pagine descrittive e pittoresche rivelano, in improvvise riflessioni, il lavorio segreto della meditazione. Si legga la chiusa del capitolo sulla Chiesa dei Cappuccini, la chiesetta della <<< Concezione », dove riposano vicino il Padre Santo e il poeta genovese Martin Piaggio, che l’urbanistica della moderna città ha tagliata fuori dall’Acquasola, «isolandola sopra un candido poggetto, che è uno degli angoli più romantici e suggestivi di Genova. Salucci descrive e illustra la chiesa, nelle sue sue vicende, nel-le sue opere d’arte, nelle iscrizioni sepolcrali, nella aneddotica che vi si riferisce. Ma ecco la scena del tramonto che egli segue dalla piazzola, all’uscir della chiesa:
<< Stormi di passeri si danno convegno, al tramonto, nei cipressi della chiesa dei Cappuccini. È un coro di voci argentine, tintinnanti, squillanti che sembra uscire da una immensa sonagliera. Cip-cip; cip-cip… Tenue e sommesso dapprima, il clamore si accentua, bisbiglio di innumerevoli baci, cinguettio di fanciulli, dialogo di folla rissosa. Cip-cip; cip-cip. Misteri dell’universo, in così piccolo spazio! Questo che a noi sembra un monosillabo breve, che significa mai, per i piccoli esseri alati? Richiami d’amore o gridi di sdegno e d’ira, saluti serali o liti furibonde per la conquista di un piccolo posto all’angolo di un ramicello? La grande Bestia senz’ali che striscia sotto gli alberi e leva il volto curioso, non può comprenderlo per quanto la sua scienza sia immensa e presuntuosa… Poi tutto è silenzio e pace; e solo qualche larva umana che non sa dove posare il capo, si attarda ancora sui gradini della chiesetta, mirando verso lo smorto oriente del cielo, forse in attesa di conforto da Qualcuno che sta più in alto dei passeri e delle stelle… ».
Sebbene con un riferimento abusato, ma in questo caso calzante, alcune delle più belle pagine del volume potrebbero essere avvicinate ai < Reisebilder », nelle quali, però, il riso beffardo si attenua in sorriso, la negazione nel dubbio, l’aggressività ironica, così risentita negli scritti giovanili, in un doloroso rimpianto di illusioni, di cari errori, e in benigne tolleranze di simpatia. Alcune di esse, di efficace oggettivazione maupassantiana, raggiungono toni di profonda umanità, come quelle, per esempio, dedicate a S Benigno, la ricordata caserma genovese demolita dopo la guerra del ’15, o le altre così schiette di pietà, come il quadro notturno dei mendicanti rifugiati per dormire nella Galleria Mazzini », o la descrizione delle misere « case d’alloggio » della povera gente. Vediamo una di queste scene (1926): « In una notte di pioggia e d’insonnia ho potuto assistere a questa scena gorchiana, vergogna e disonore per una città ricca e civile. La Galleria era piena dei suoi inquilini notturni. Ne ho contati quarantasette, fra cui cinque donne. Pietosa esposizione di miserie! Dormono i poveretti, sdraiati sulla nuda terra, proni, supini, di fianco, in tutte le posizioni, grottesche e tragiche, come i morti sul campo dove è passata la furia della mitraglia. Alcuni si ripiegano su se stessi, si rannicchiano in un angolo, si contorcono come se fossero feriti al ventre: dolorosi grovigli di miseria. Un vecchietto tremulo, dorme quasi tutte le sere in un angolo di muro al principio dei portici dell’Accademia, in piedi, appoggiandosi sul bastone, in un miracolo d’equilibrio. Un altro, dalla grande barba venerabile, appoggia la testa alla colonna marmorea con un’aria di filosofo stoico. Un fanciullo biondo è disteso per terra, colle braccia aperte come un piccolo crocifisso ».
Ma parlando dei suoi scritti si rende solo in parte la fisonomia di una complessa personalità, come quella di Arturo Salucci, nella quale alle doti dell’ingegno si univano quelle espressive ed affettive che formano l’originalità di un carattere capace di stimolare intorno a sé affetti e pensieri. Chi ha avuto una qualche consuetudine di vita con lui non ha certo dimenticato le sue argute conversazioni quasi sommesse, ritenute apparentemente scherzose, occasionali, o nella redazione del giornale, o al tavolino di un caffè, o vagabondando per le vie di Genova che non aveva segreti per lui, o nella sosta in un qualche angolo pittoresco dei dintorni, ben conti al suo spirito di giornalista e di poeta. Se non fosse anche questa una frase abusata, si potrebbe dire che vi era in quei dialoghi qualche cosa di socratico, specie in quel suo modo di mettersi al disotto dell’interlocutore, schivo com’era non dico dal dottoreggiare, ma anche solo dal lasciar scoperta la sua interiorità, con un riserbo, fiero e delicato insieme, col quale amava temperare, nelle discrezioni di sorridenti ironie, gli aspetti più impietosi del suo pensiero. Come diverso allora da quello degli anni della sua avventurosa giovinezza!
Una poesia di Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, del 1907, « Per un amator di fanciulle», è dedicata ad Arturo Salucci: par quasi che, in quella strana immaginazione, il poeta abbia avuto un misterioso presentimento del destino del suo bello e giovane amico (11) E, infatti, quando, vari anni dopo, quel giovane, ormai << recluta anziana», dai finestroni della Caserma di S. Benigno, come si è ricordato, aveva contemplato tristemente l’incantevole Genova, dove aveva « tanto vissuto, sofferto, amato », era stato forse anche assalito dal desolato rimpianto della sua impetuosa giovinezza percossa dalle vicende della vita e precocemente sfiorita. Intime crisi e tormenti nervosi (le sue « tare nervose » come egli le chiamava) avevano fiaccata la sua forte fibra: stati d’animo d’incertezza e di pena suscitavano in lui quel senso di sgomento che ricorda l’angoscia dell’esistenzialismo, quale dato di appassionata esperienza personale, incerta tra il nullismo e la fede.
Ma di questa ultima fase della sua crisi spirituale sono rimaste poche tracce nei suoi ultimi scritti. Lo abbiamo visto presso i cipressi della chiesa dei Cappuccini, nella sera, meditare il “Qualcuno” che sta più in alto dei passeri e delle stelle ».
In un’ora e in luogo tutt’altro che favorevoli alla meditazione, lo ritroviamo in una chiesa nuova, rutilante di marmi variopinti e di ori, chiassosa tra i vecchi e severi palazzi di via Assarotti, durante la celebrazione di una messa festiva di mezzogiorno, affollata di eleganti signore, « grande salotto fiorito, dove il sacro e il profano, la virtù e il peccato, la fede e l’amore confondevano i loro aromi »: eppure egli annota, di mezzo a quell’aria grave d’incenso, di violetta e di floramy», bastò il suono dell’organo, ed ecco la vecchia anima mistica che sonnecchia dentro ogni uomo si risveglio: gli occhi mirarono in alto, oltre i rosoni istoriati coi colori dell’iride, lo spirito si innalzò alle sue vette supreme, verso quel Lontano che è dentro di noi… ».
Così posto, questo problema del Nulla o di Dio, ne evoca inevitabilmente un altro, quello relativo al proprio destino.
” Anch’io provo tanto sgomento a dover vivere », scriveva, nel 1927, in una lettera consolatoria ad un amico, “ma faccio questo ragionamento, che mi sembra semplicissimo. Per fortuna si deve morire. Se la morte com’è possibile – significa il Nulla, avremo finalmente la pace eterna, tanto desiderata. Ma se, invece, fosse… il salto nel buio?… Per questo credo fermamente che non convenga abbreviare la propria esistenza in nessun modo il caso di estremo dovere ».
Questo travaglio del suo spirito non era giunto ad una elaborazione così decisiva da esprimersi in chiarezza di pensieri, come certo sarebbe avvenuto, con la consueta sincerità, senza la sua tragica fine.
Come si era incontrato con Nietzsche e Amiel, così si sarebbe forse avvacinato anche a Kierkegaard, sebbene tanto lontano dalla sua formazione spirituale e dal suo indirizzo di studi, ma spirito fraterno per quel pathos, che potrebbe dirsi psicofisico, che travolse la loro esistenza di cercatori intransigenti della verità interiore, contro ogni convenzionalismo accademico. Come per il pensatore danese agli altri tormenti si aggiunse l’ultima disperata battaglia contro il materialismo del conformismo religioso, così sull’animo di Salucci pesarono intollerabilmente gli anni della dittatura fascista, che egli, come tutti gli spiriti liberi, sentiva come un’oppressione disonorante (12).
E qui giova riferire l’episodio della “morte del leopardo >> che si inserisce nelle pagine dedicate al ricordo della piccola Mary, dove, in contrasto col freddo humour del commento finale, affiora tutta la gentilezza del suo animo affettuoso, e si rivela l’abilità e la leggerezza della sua mano d’artista, nel tracciare quel vivo ritratto di bambina che, conosciuto, non si dimentica più. Ecco:
“…piccola Mary che ora non ci sei più, quando venivi a trovarmi era sempre un giorno di sole, e il gioco era sempre lo stesso. Dalla mia stanza, sentivo il tip-tip dei tuoi piedini nell’antica-mera, poi un breve silenzio. Ti nascondevi dietro la porta “per farmi paura”. Ad un tratto appariva la tua testolina radiosa, tutta aureolata di riccioli biondi, illuminata dagli occhi azzurri color fiordaliso; e, d’un balzo, d’un volo, ti precipitavi tra le mie braccia, col piccolo cuore che batteva batteva; ed io ti abbracciavo, sentendo nel tuo capo quell’odore di passerottino che hanno tutti i fanciulli della terra… ».
Era solito accompagnare la piccola amica a vedere, tra l’altro, le bestie del piccolo serraglio della Villetta Di Negro: un giorno trovarono vuota la gabbia dell'<< amico >> leopardo. Ne chiede:
«…non lo vedo più, e domando notizie del mio amico al giardiniere: è morto da qualche tempo mi dice. Non si sa che cosa avesse. Eppure non gli mancava nulla: carne a volontà, un letto soffice e ben riparato… – E la libertà la contate per niente? Si muore per mancanza di libertà, come si muore per mancanza di pane. Capisco, capisco. Ma lui c’era abituato fin da bambino… Ma se siamo abituati al dolore fin da bambini, credete forse che il dolore non faccia… soffrire e morire? È vero, ma lui, un bel giorno, si è accasciato giù, senza dire il perché, e non ha più voluto muoversi. Ho capito, (penso fra me): anche lui è una vittima della nevrastenia ».
Ironia sanguinante! Morire di dolore, soffrire e morire per la libertà? Nevrastenia! Quante volte se lo sarà sentito dire dagli uomini saggi e dai profittatori del ventennio!
Tuttavia queste passioni, nesso inestricabile di dolori morali e fisici, che tormentarono e agitarono sino alla disperazione la sua vita, non avevano oscurato o stancato il suo pensiero o fiaccato il suo carattere, ma, anzi, la dolorosa e disingannata conoscenza del mondo, l’esperienza del soffrire, insieme con gli studi e la meditazione, avevano reso più comprensivo e generoso il suo animo, più largo e calmo il suo pensiero che, nel districarsi dalle strette passionali e dagli smarrimenti dell’angoscia, dava al suo essere lo sfogo liberatore. Ma anche questi sollievi gli vennero meno: né valsero le cure di una sposa affettuosa e le carezze del piccolo Carlo a vincere gli assalti dello sconforto, e scomparve a 57 anni, il 1° aprile del 1936.
Ed ora, ripensando alla sua tragica fine, ricorrono alla memoria, come linee di una di quelle epigrafi care ai poeti pessimisti del primo ottocento, (forse per l’accenno alla famosa frase di Keats), gli ultimi periodi della «Lettera a Ceccardo », e si scandiscono, nitidi nell’anima di chi lo ha conosciuto, come se sillabate dalla sua voce sommessa, con le ben note accentuazioni, dove un’ironia di rara finezza intellettuale si temperava di affettuosa bontà:
” Ora che sei alfine placato ed hai raggiunto la Verità suprema, sai bene quanto valessero le chimere che inseguivi e le valchirie che calcavi.
Euthanatos, la dolce Eutanasia coronata di rose? Un’orribile cosa: dolori che fanno gemere, piaghe che putono – e un gran salto nel buio.
I giardini dell’Ade, fioriti d’asfodeli? Favole per i bambini grandi.
La gloria? – Un pugno di cenere, e “un nome scritto sull’acqua”.
Manfredo Giuliani, Per la Storia del Socialismo – Arturo Salucci e la Sua Operra, In Giornale storico della Lunigiana, N.S., VII (1956), 3-4, pp. 125-135, pref. di A. S.), Genova, Libreria editrice Moderna, 1920.
(1) Era nato a Firenze il 16 settembre del 1879, da Carlo e da Adele Gasperini, di vecchia famiglia aullese. Il padre morì a Firenze, quattro anni dopo, lasciando oltre Arturo anche un secondo figlio. La vedova con i due orfani tornò al paese nativo, e si unì al padre nella conduzione dell’albergo Europa, che godeva di buona rinomanza in tutta la Lunigiana.
(2) Luigi Campolonghi era nato a Pontremoli qualche anno prima. Per le vicende del ’98 in Lunigiana e della vita dei profughi a Marsiglia, si veda: Una cittadina Italiana fra l’80 e il ‘900 (Ritratto in piedi – Cronache di ieri e di oggi), Montgaillard, chez Conderc, 1938; La zattera, Genova, Libreria Moderna, 1912.
(3) “Da studente (lo dico non so se con orgoglio o con rossore) ero veramente studioso e alquanto sgobbone: niente enfant prodige o genio precoce. Avevo molta disposizione per le matematiche e le scienze positive; ma le circostanze del la vita m’hanno invece costretto a lavorare nelle scienze… negative ». Cosi scrive in un arguto articolo di spunti autobiografici, L’uomo che non è niente, nel Lavoro di Genova del 5 giugno 1925.
(4) )”…Tu allora, scattavi, dicendo che “ragionavo come un geometra” e mi lanciavi la suprema ingiuria: “Matematico! Matematico!”. E ti scagliavi contro, colla cravache alzata a colpire; ma il tuo frustino mi toccava il volto dolcemente, come la carezza d’un fiore: e tu, alzando al cielo gli occhi cèruli, dicevi la tua frase abituale: voglimi bene. Si veda nella lettera a Ceccardo, pubblicata in occasione della morte del poeta, e riprodotta nella Tavolozza Genovese, Genova, 1926, p. 89.
(5) “A me preme far noto che ho vissuto parecchi anni in mezzo alle organizzazioni operaie e nella redazione di un giornale che di esse era il portavoce. ottimo campo di studio e di osservazione sociale e che nella mia modesta biblioteca figurano al posto d’onore i “Bollettini dell’Ufficio del Lavoro”, mentre i filosofetti ed i letteratucoli contemporanei sono cacciati in un angolo greve di polvere. Il Segretario della più modesta Lega di spazzaturai, anzi, l’ultimo del suoi amministrati, vale, per me, assai più del giornalista principe e dell’esteta più eccelso”. Nel Crepuscolo del Socialismo (1910), prefazione.
(6) Si veda U. Formentini, Eretici del Socialismo in Lunigiana, nella Lunigiana, A. I, n. 5 (1910). Le apparenti trascuratezze di forma negli scritti di S. non erano sciatterie frettolose, ma volute sprezzature, ghiribizzi ironici contro le pedanterie. Tieni presente, scriveva in una lettera confidenziale del ’26, « che spesso adopero dellberatamente delle forme sgrammaticate (anacoluti, idiotismi, parole e forme dialettali, ecc.) per dare un po’ di vivacità allo stile, e perché… è di moda. E, nel cit. Uomo che non è niente: La grammatica è un’opinione, che deriva dall’uso. “Sic volet usus”, diceva Orazio; ed io m’inchino, anche perché mi piace così…».
(7) “ Le storie che ti raccontai di massonerie locali, congiure, società segrete, ecc., le ho sentite oralmente, e si riferiscono all’epoca tra il Risorgimento e il movimento socialista contemporaneo (Carboneria, Giovane Italia, Massoneria, Internazionale, la “Spartini”, “Braccio di ferro”, una società tra politica e criminale, tra contadini per mazzare i scignori, finita intorno al 1880 coll’intervento dei carrubinieri, perché c’era stato un ammazzamento)». Da una lettera del 17 agosto del 1925.
(8) G. Mazzini, Scritti ed. e in., ed. Naz., vol. V. pp. 118 e 254.
(9) Cfr. Amori mazzinlani, Firenze, 1928, p. 20.
(10) Il vol. doveva intitolarsi Vita e Dottrina di Carlo Pisacane (con documenti Inediti). Quanto al mio studio su C. P. non credo che potrò per ora completarlo. D’altronde si tratta di un lavoro puramente storico, pel quale sono necessarie molte altre ricerche nell’Arch. di Stato e altrove. Così in una lettera del 1906. La Giovane Italia doveva sorgere come rivista d’idee, con tendenza antipositivistica, per il rinnovamento del socialismo italiano nello spirito mazzi-niano. “In quest’epoca crepuscolare della filosofia, occorre alzare il vessillo di un nuovo idealismo quasi direi di un ideismo che, come tu ben dici, deve scendere non già dal cielo, ma salire dal fondo delle cose e della vita». Era appunto la posizione culturale che aveva dato la via alla cosiddetta crisi del marxismo e che doveva condurre a quello che, dopo il famoso libro di Henri De Man, Au delà du Marxisme, fu detto il superamento del marxismo. Anche il De Man non era propriamente uno studioso, ma un pratico, militante e dirigente del partito socialista belga, dall’esperienza indotto a farsi propugnatore di una restaurazione degli ideali morali del socialismo, contro i prevalsi criteri economistici del materialismo storico. Ispirato da questi principi era non solamente il progettato vol. su C. Pisacane, ma anche gli altri due che S., sino dal 1906, diceva di avere “in gestazione – anzi in cerebrazione: uno studio su “Mazzini e il Socialismo”, e un libro dal titolo merliniano “Pro e contro il Sindacalismo”. E questo un richiamo a Saverio Merlino che, fino dal 1918, era sceso in campo nella discussione sul socialismo con due battaglieri volumi pubblicati dai Frat. Treves: Pro e contro il Socialismo e L’utopia collettivista e la crisi del socialismo scientifico». Arturo Labriola, precedentemente ricordato, aveva pubblicato, nel 1904 (Milano, Soc. Ed. Milanese), un vivace vol. critico e polemico: Riforma e rivoluzione soclale (la crisi pratica del partito socialista).
(11) Sonetti e Poemi, Genova, 1912, p. 110.
(12) “Eppoi non ti nascondo che ho speranza di vedere, prima di morire, la fine della cosa mostruosa e immonda che ci affligge e ci avvilisce». Lett. 2 aprile 1927. Anche Kierkegaard, dopo la sua ostinata battaglia per la difesa della interiorità e della verità, fu specialmente fiaccato dall’ultima sua disperata lotta contro il conformismo religioso: cadde, come è noto, sulla pubblica via, e morì pochi giorni dopo all’ospedale, in età di 45 anni (1855).