Considero anche della mia terra anche il «Pontremolese», pur essendo entrato per ultimo, quasi di soppiatto, nei confini del nostro Ducato. Vi prese posto per opera di un principe spendaccione e pieno di debiti, quale fu Carlo Lodovico che, in virtù del Trattato di Fontainebleau, era destinato a succedere di Maria Luigia, nostra duchessa. Ho detto “di soppiatto” perché quel principe concluse l’affare in tutta segretezza e quando la nostra Sovrana era ancor viva: a «babbo morto», come si suol dire. Fu nel 1844 egli si impegnò di cedere Guastalla ed il territorio a destra dell’Enza, comprendente Poviglio, Gattatico, Ciano, Rossena e Selvapiana, ricevendo in cambio Pontremoli e Bagnone col supplemento di settecentomila franchi annui che gli occorrevano per pagare i suoi debiti.
Quattro anni dopo, quando, morta Maria Luigia, poté prenderne il posto col nome di Carlo III, cambiata la denominazione del Ducato di Parma Piacenza e Guastalla, sostituendo quest’ultima con «Stati annessi», che i parmigiani, quasi sempre caustici nei loro giudizi, trasformarono in «Sassi annessi».
Che le terre di nuovo acquisto non fossero pingui come quelle guastallesi non c’è dubbio; ma chiamarle «sassi» ci corre assai. Esse davano e danno tuttora ottimi prodotti, che bastavano alla popolazione, e ne darebbero in maggior quantità con una coltivazione razionale.
Nel 1921, creata con amici pontremolesi l’anonima «Spica» al-lo scopo di produrre in Val di Magra concentrato di pomodoro, vi condussi io stesso quell’asso dell’agricoltura che fu il compianto prof. Antonio Bizzozzero onde ci desse un giudizio sulla fertilità del terreno ed il suo adattamento alla nuova cultura. Egli ne fu entusiasta dichiarandolo idoneo per una produzione industriale e sul suo parere costruimmo in Filattiera lo stabilimento.
L’iniziativa non ebbe esito, ma soltanto perché i contraenti si dimostrarono restii alla nuova cultura e, per ultimo, per la zizzania sviluppatasi fra i soci che finirono per far liquidare giudiziariamente l’impresa. Non so che ne sia stato di quella moderna fabbrica (moderna a quei tempi) che svettava la sua snella ciminiera fra il verde della vallata, ma ciò non ha niente a che vedere con la fertilità del luogo. Il Pontremolese offre, inoltre, buone possibilità turistiche per la bellezza naturale dei luoghi, abbondanti di castelli. Per vari secoli ivi dominarono i Malaspina, oriundi genovesi, che nella ubertosa Val di Magra esercitavano diritti di pedaggio e di peggio ancora. Si dice che un imperatore chiedesse a un d’essi come facesse a passare il suo tempo fra tanto bosco. «Venando et volando», rispose il marchese.
Caccia e ladrocinio erano dunque le sue occupazioni. Ma i Malaspina erano anche ospitali. Dante Alighieri godette largamente dei loro favori. Il marchese Marcello, vicario imperiale, ne fu amico, tanto da incaricarlo di trattare per lui la pace di Castelnuovo. Una epigrafe, murata sul castello di Mulazzo, non lungi da Pontremoli, ricorda al visitatore che ivi si fermò e visse per qualche tempo il «Ghibellin fuggiasco».
Interessanti sono i vari centri della Lunigiana: Bagnone, ad esempio, in bilico sulle ripide pareti in fondo alle quali scorre il torrente omonimo; Villafranca col suo diroccato maniero, sulla confluenza del Bagnone con la Magra. In questo paese nacque e passò la giovinezza un eroe della aviazione militare: la medaglia d’oro Flavio Torello Baracchini, emulo di Francesco Baracca. Lo conobbi fanciullo in quanto frequentava la casa di mio padre. Ulisse, per ragioni di commercio. Né vanno dimenticati Terrarossa col suo castello, Licciana che diede i natali ad Alceste de Ambris, Tavernelle e Linari che danno il passo a chi vuol raggiungere il nostro Lagastrello. Pure interessanti sono Aulla con la rocca imponente ergentesi sull’Aulella, e Fivizzano che vidi orrendamente mutilata il mattino dopo il tremendo terremoto di cui fu vittima nel 1920. Altri graziosi ed ombreggiati paeselli sono Gragnola e Monzone ai piedi, questi, delle Apuane.
Ma una vallata, piccola e breve, che mai dimenticherò è quella dell’Antena, al di sopra di Pontremoli, verso la Cisa. Vi sono disseminati paeselli da presepio: Gravagna, Cavezzana, Pracchiola, Groppodalosio, Versola, Valdantena. Sono luoghi di pace assoluta e di riposo; ombrosi, freschi, silenziosi, nascosti nei loro castagneti. Ogni casa ha una vasta cucina, con focolare nel centro, che serve non soltanto per cuocere le vivande, ma riscaldare, d’inverno, tutta la famiglia che può fare un circolo attorno ad esso. Il soffitto è formato da un graticcio nero e lucido che serve da essiccatoio. È su di esso, infatti, che vengono distese la castagne che, essiccate, sbucciate, vagliate e macinate danno la dolce farina che viene trasformata in pattona, castagnaccio, polenta e pane (si, pane di castagne) di cui si nutrono quei montanari. Fu a Pracchiola che mi fermai qualche settimana, tanti anni orsono, durante una caldissima estate che mi cacciò fuori dalle mura cittadine, trovandovi un ambiente ideale.
E fu là che passarono un mattino alcuni amici pontremolesi, rimorchiandomi per una gita al Lago Santo, con pernottamento al Rifugio Mariotti. Ma le cose non andarono secondo il programma. Per il tempo impiegato nel risalire i fianchi dell’Orsaro, per sentieri durissimi, si giunse al lago di sera e quando si era messo a piovere. Come ciò non bastasse il rifugio era chiuso. Dovemmo così, al buio, discendere fino a Bosco di Corniglio e fummo fortunati ad infilare la mulattiera. Il mattino dopo, col sole, ritornammo senza incidenti per il Passo del Cirone e non mi parve vero di reimboscarmi nella rustica Pracchiola, onde terminarvi quel pe- riodo di riposo fisico e spirituale di cui avevo bisogno. Anche la città della «Bancarella» è ambiente grato e confortevole. Fin dalla prima volta che vi giunsi, mezzo secolo fa, l’impressione di Pontremoli fu ottima. Passato il Borgallo dopo la corsa precipitosa lungo la vallata del Verde, uscito dall’ultimo tunnel sul rumoroso ponte di ferro, trovai caratteristica le distese delle case lungo la Magra. Mi piacque subito il quadro. Sceso dal treno, entrai nel buffet della Stazione gestito da un vecchio amico: il signor Tebaldi di Berceto. Dovevo visitare per conto del rappresentante Arturo Martinetti, di Parma, di cui ero giovanissimo viaggiatore, quella clientela. Nessuno meglio del Tebaldi poteva orientarmi. Mi fu utilissimo, e quando la sera ripartii ero soddisfatto del mio lavoro. Ciò mi rese simpatico l’ambiente. In seguito mi feci anche degli amici come, ad esempio, Ernesto Biondi, che poi mi fu socio nell’impresa di Filattiera, ed altri. Presentato dai nuovi amici venni accolto anche al Club locale, dove mi fermavo spesso a far colazione nell’annesso buffet. Pontremoli ora mi piacque anche per la sua posizione fra i due fiumi, per la sua faccia antica ed onesta, pel carattere riservato e serio della sua gente. Ed ecco perché ritengo che il baratto fra Guastalla ed il Pontremolese non abbia nociuto al nostro vecchio Ducato. Accogliendo, poi, fra le sue vecchie mura distinte famiglie come i Ricci, i Molossi, i Baracchini, gli Angella e varie altre, ha fuso in una due nobiltà.
Ugo Ugolotti, Lunigiana d’altri tempi, Il Corriere Apuano, 29.1.1966 anno LVIII, n. 5
Ci è sembrato doveroso nel riguardo dell’autore ed interessante anche per i nostri lettori la ristampa di questo articolo, già apparso sulle terze pagine della «Gazzetta di Parma» del 27 luglio 1965. Ci congratuliamo vivamente con lo scrittore Ugolotti che, per quanto abiti attualmente a Lima nel Perù, dimostra periodicamente con i suoi scritti e le sue sempre interessanti corrispondenze, l’attaccamento alla sua terra di origine — Parma — e la simpatia più schietta per l’Alta Lunigiana che ha avuto la possibilità di conoscere a fondo e di apprezzare.