Sottomessi definitivamente gli Etruschi, i Romani erano ormai entrati in diretto contatto territoriale coi Liguri lungo le rive dell’Arno. Nel frattempo, conclusasi anche la prima guerra punica nel 241 a.C. con la sconfitta di Cartagine, l’interesse navale dei Romani si era d’altra parte rivolto ai porti del litorale ligure, per attirarli nell’orbita della loro amicizia. E in effetti i Liguri, in vista della conquista della Gallia Cisalpina, costituivano per Roma un elemento decisivo, possibilmente da accattivarsi, nel piano di conquista della valle del Po.
Fu molto probabilmente allora che Roma, dopo avere stretto già da almeno un secolo un patto di alleanza con Marsiglia, venne stipulandone un altro con Genova, la quale in tal modo divenne base navale intermedia nella rotta verso le Gallie e la Spagna. Era, questo di Genova, tuttavia, un indirizzo politico destinato a rimanere piuttosto isolato nell’ambito dei popoli e delle confederazioni liguri. Ostili a questa alleanza si dimostrarono infatti non solo le stesse popolazioni dell’entroterra genuate, ma anche le comunità marittime della Riviera di Ponente, legata da vincoli politici e commerciali con Cartagine, così come tutte le popolazioni del Levante sino all’Arno.
Risale al 238 a.C. la prima, assai vaga, notizia di uno scontro tra Liguri e Romani: Adversus Ligures tunc primum exercitus promotus est. (70) Tiberio Sempronio Gracco avrebbe vinto su di loro questa prima battaglia, mentre risale al 236 la prima registrazione nei Fasti Trionfali di un trionfo de Liguribus, essendo console C. Cornelio Lentulo. Fu certamente allora che il confine fu spostato almeno sino a Pisa, se non già allo stesso portus Lunae già da noi conosciuto.
La via per Genova, perlomeno quella marittima, fu resa definitivamente sicura nel 234-233 da Quinto Fabio Massimo, presunto protagonista di un secondo trionfo sui Liguri. Seguì un lungo periodo di pace. Col trinomio Pisa-portus Lunae-Genova, Roma aveva creato le basi necessarie per contrastare la contemporanea offensiva cartaginese in Iberia, mentre procedeva la lenta conquista della Cisalpina e delle grandi isole prospicienti la Liguria, cioè la Corsica e la Sardegna.
Lo scoppio della seconda guerra punica o guerra annibalica, vide così i Liguri divisi fra i due opposti campi. Con Cartagine le popolazioni costiere del Ponente e della Provenza (in funzione antimarsigliese) e quelle dell’Appennino orientale più vicine ai Galli della Padania (Apuani, Velleiati, Friniati). Con Roma: Genova, la Riviera di Levante e i Taurini, il cui capoluogo Taurasia fu in effetti espugnato da Annibale appena sceso dalle Alpi nell’autunno del 218, dopo soli tre giorni di assedio. Tuttavia un pieno e diretto intervento cartaginese in Liguria si verificherà soltanto verso il termine del conflitto, allorché, essendo Annibale isolato nel lontano Bruzzio, il suo più giovane fratello Magone sbarcò nel Ponente, nel tentativo di coalizzare contro Roma Liguri e Celti di tutta l’Italia settentrionale. Nell’estate del 205 Genova, presa d’assalto all’improvviso, fu saccheggiata e rasa al suolo:
«Nella stessa estate, Magone, figlio di Amilcare, imbarcati sulla flotta i giovani appena arruolati, trasportò in Italia dalla più piccola delle isole Baleari, dove aveva svernato, dodicimila fanti e circa duemila cavalieri con quasi trenta navi rostrate e con molte navi di carico. Quindi con improvviso assalto, dato che nessun presidio difendeva la costa, si impadronì di Genova». (71)
Le navi di Magone si diressero quindi alla volta della base di Savona, loro alleata, lasciandovi la preda e un forte presidio. Un accordo fu poi stipulato dai Cartaginesi con gli Ingauni: questi ultimi si sarebbero schierati contro i Romani a patto che l’esercito cartaginese li avesse aiutati a sottomettere le tribù dei Montani, specialmente gli Epanteri abitanti fra l’alta val Tanaro e la val Bormida. E così fu fatto: ma Magone perdeva tempo prezioso in un conflitto locale di dubbia utilità e i Romani andavano sempre più riorganizzandosi per la riconquista della Cisalpina.
Sul finire di quell’anno giunsero a Magone rinforzi e l’ordine di raccogliere il maggior numero possibile di truppe per dare soccorso ad Annibale, ormai assediato nell’estremo sud della penisola. Magone si trovava in quel momento nel tratto di costa fra Savona e Vado:
«Egli, udite le parole degli ambasciatori che ordinavano di apprestare eserciti il più possibile numerosi, subito tenne una riunione di Galli e di Liguri: infatti vi era là una grande moltitudine di uomini di entrambe le popolazioni (…). Ai Liguri, poiché l’accampamento romano era lontano dal loro territorio e dalle loro città, fu lasciata libertà di scelta nell’azione. Ma era giusto che essi armassero i giovani e prendessero la loro parte in guerra. I Liguri non rifiutarono, ma chiesero due mesi di tempo per fare la leva. Frattanto Magone assoldava soldati Galli, mandando segretamente emissari nei loro territori; di nascosto le popolazioni galliche gli fornivano anche provviste di ogni genere (72)»
In pratica il condottiero cartaginese dovette ridursi a reclutare tra Liguri e Galli quanti mercenari poté per ingrossare le sue file, ma il piano di una generale sollevazione dell’Italia del Nord contro Roma poteva considerarsi fallito. Nella primavera del 203 ritroviamo Magone nel territorio degli Insubri, ad affrontare uno scontro che si rivelerà per lui disastroso col pretore Publio Quintilio Varo. Gravemente ferito in battaglia, Magone riprese a marce forzate la via per Albenga, dove l’attendeva la flotta e l’ordine di rientrare in patria, ormai direttamente minacciata dai Romani. Morirà durante il tragitto per mare, veleggiando tra la Sardegna e le Baleari.
In quello stesso anno Genova risorgeva più grande e più forte di prima per opera del propretore Spurio Lucrezio, su disposizione del senato, mentre gli Ingauni venivano nel 201 a più miti consigli, stipulando col console Publio Elio Peto un foedus decennale. Roma poteva così trasportare indisturbata in Spagna i suoi convogli militari ed effettuare alcune grandi spedizioni, come quella già da noi ricordata per l’anno 195 di Marco Porcio Catone, in partenza dal portus Lunae.
La guerra con Cartagine era finita, ma continuava la guerriglia nella Pianura Padana. Nell’anno 200, «mentre l’attenzione di tutti si era concentrata d’improvviso sulla guerra macedonica», (73) giunse persino notizia che un tale Amilcare, già luogotenente di Asdrubale o Magone, alla testa di truppe sbandate di Galli e di Liguri, aveva conquistato e saccheggiato la colonia romana di Piacenza, che pure aveva coraggiosamente resistito nel corso di tutta la guerra annibalica.
Solo nel 197 si poté rimediare a quell’onta, avendo il senato inviato entrambi i consoli al nord. Caio Cornelio Cetego, procedendo per la via Flaminia, avrebbe affrontato i Galli Insubri e Cenomani; Quinto Minucio Rufo, invece, partendo da Genova, valicato per primo il passo dei Giovi, avrebbe preso alle spalle quei Liguri che interrompevano le comunicazioni con Piacenza. Quindici oppidi, con 20.000 uomini, si arresero; fra questi gli importanti centri di Castidium (Casteggio) e Litubium (Retorbido) furono espugnati e debellate le tribù dei Celelates (74) e dei Cerdiciates.
Fu quindi sottomessa l’ultima popolazione ligure che resisteva al di qua del Po, quella degli Ilvates. Il risultato finale fu l’inserimento di Genova, tramite la via Postumia, nella rete delle grandi comunicazioni, dal momento che Piacenza fu raccordata a Rimini e al centro Italia dalla via Emilia. A Minucio fu concesso il trionfo sui Liguri e i Galli Boi, ma solo quello meno ragguardevole, da svolgersi in forma privata, sul monte Albano: “purtuttavia – scrive Livio – quasi uguagliava il trionfo del collega quanto a insegne, carri e spoglie». (75)
Renato del Ponte, I Liguri – Etnogenesi di un popolo, tratto dal cap. V° La conquista romana e la sua vigilia, ed. EGIG, 1999, II edizione
(70) Liv., per., 20. Si trattava probabilmente di Apuani.
(71) Liv., XXVIII, 46, 7.
(72) Liv., XXIX, 5, 3 e 7.
(73) Liv., XXXI, 10, 1.
(74) Sono forse da identificarsi con quei Celini che nel 200 con Amilcare aveva-no conquistato Piacenza (vedi il passo di Livio citato alla nota precedente).
(75) Liv., XXXIII, 23, 8.