L’UOMO NELLA PREISTORIA LUNIGIANESE

LA TECNOLOGIA – LA VITA – FORME SOCIALI

Il modo più suggestivo e piacevole di presentare l ‘uomo preistorico nella Lunigiana sarebbe quello di indulgere a singole ricostruzioni ambientali e culturali per alcuni periodi fondamentali. Tali immagini potrebbero però dare l’impressione che le ricerche finora condotte abbiano fornito un quadro continuo e completo della preistoria Lunigianese, mentre si tratta in realtà di informazioni isolate, sporadiche, talvolta occasionali e non ancora condotte sistematicamente in tutti i tipi ambientali che formano il territorio. Per molto tempo, ad esempio si sono condotte ricerche solo nelle caverne, ripari naturali frequentati in tutti i tempi dagli uomini privi di sedi stabili ed organizzate, facilmente identificabili; solo di recente, con l’erosione del suolo determinata dal decadimento dei castagneti domestici, e praticando battute sistematiche di certi comprensori, si sono trovate testimonianze di vita preistorica anche all’ aperto.

E’ quindi preferibile anteporre una breve rassegna metodologica per capire meglio il significato e i limiti dei ritrovamenti, e soprattutto per rendersi meglio conto dei problemi della salvaguardia di un così fragile ma reale patrimonio di informazioni sulla nostra storia più antica; storia che ovviamente solo documentata, a differenza di periodi a noi più vicini, mediante oggetti sopravvissuti di varia origine e natura.

L ‘uomo, nella sua prima ma più lunga fase di frequenza nel nostro territorio sia pure libero nella sua intelligenza creatrice che lo porterà alle successive tappe di civilizzazione, è ancora subordinato per la sopravvivenza al preminente ambiente naturale nel quale si muove, e la conoscenza di quest ‘ultimo è quindi essenziale per capire i tipi di cultura preistorica. E’ quindi Fondamentale più che altrove, per questo periodo la collaborazione tra storici della natura e storici dell ‘uomo, che possono fornirsi a vicenda dati ed informazioni utili.

Il periodo più recente della storia della terra, il quaternario (gli ultimi due milioni di anni), è caratterizzato da cicli di notevole variazioni climatiche che hanno influito, come è noto, attraverso l’ estendersi e il successivo ritirarsi delle calotte glaciali: sul livello del mare con conseguente ampliamenti e restringimenti delle pianure costiere e approfondimenti o innalzamenti degli alvei fluviali; sul tipo di manto vegetale e di fauna che in esso viveva; sul tipo di terreni che si formavano sotto le vegetazioni o si depositavano nelle terrazze fluviali e nelle caverne.

La geomorfologia studia com’è stato modellato il paesaggio fisico dall’ azione dei ghiacciai, dal mare lungo i vari livelli di costa, dall ‘ erosione superficiale che sviluppa i bacini fluviali, e quella sotterranea che crea nelle rocce calcaree le cavità carsiche.

La sedimentologia è in grado di stabilire se i materiali accumulati nel tempo provengono da frane, da alluvioni fluviali, da spiagge marine, dal trasporto eolico, dalla disgregazione delle rocce soprastanti in un clima arido oppure umido.

La geopedologia, invece, permette di riconoscere se le varie superfici dei sedimenti accumulati nel tempo erano coperte di vegetazione in un clima caldo oppure freddo, ecc.

Nei sedimenti costituiti da rocce e minerali, più o meno alterati si tro vano però anche resti biologici, come pollini, semi, foglie, e legni carbonizzati del manto vegetale, scheletri di vertebrati e conchiglie di invertebrati. Tutti questi materiali permettono di ricostruire il tipo dl ambiente e il suo clima. La paleontologia e la paleobotanica, inoltre studiando l ‘evoluzione della specie, sono in grado di fornire una datazione relativa ed approssimata del deposito al quale i reperti biologici appartengono, mentre altri metodi basati sugli isotopi radioattivi del carbonio, dell ‘ossigeno e di altri elementi, sono in grado di fornire datazioni assolute.

Alla base di tutti questi metodi di indagine storica naturalistica stanno principi della stratigrafia basati sul  fatto che esiste una successione cronologica nell ‘accumulo dei materiali sedimentari, siano essi biologici o minerali, e che quindi questi accumuli costituiscono un grande libro della storia della terra e dei suoi abitatori, che ha un solo  grande difetto, per leggerlo bisogna distruggerlo, strappando pagina per pagina, cioè scavando strato per strato, Da ciò l’importanza che questo lavoro sia fatto con massima cura e competenza, “leggendo” tutte le informazioni contenute.

I metodi stratigrafici di scavo e di datazione geologica sono stati u sati anche per lo studio dell ‘uomo preistorico, ed in seguito estesi anche all ‘archeologia del periodo storico, in quanto anche i resti fisici dell ‘uomo stesso e quelli dei suoi prodotti non distruggibili sono stati conservati in sedimenti naturali e artificiali accumulatisi stratigraficamente nel tempo.

L ‘ antropologia fisica studia l ‘evoluzione delle forme e dimensioni scheletriche e quindi del corpo umano, mentre l’ archeologia ha ricostruito una successione nella tipologia dei manufatti prodotti dall ‘uomo con tecniche via via differenziati per far fronte ai bisogni quotidiani della vita materiale. Tecniche, che sono in relazione ai materiali naturali che l’ uomo preistorico ha a disposizione o che scopre per fabbricare utensili e suppellettili, ma anche al tipo di economia che adotta in relazione all ‘ambiente vegetale ed animale che lo circonda o che intende modificare (alimentazione: caccia, raccolta, allevamento, agricoltura).

Un interesse non minore della ricerca preistorica è legato a quelle manifestazioni che, anche se legate ai modi della sopravvivenza, provengono da attività spirituali come le varie forme di arte, figurata e ornamentale, riti e credenze inerenti alla forma sociale di vita e alla morte;  manifestazioni che, assieme a quelle tecnologiche ed economiche, dimostrano le capacità creative e di decisione dell ‘uomo anche nelle sue fasi primitive, quando cioè era maggiormente condizionato dall’ ambiente naturale, e che nel complesso, in base a criteri spaziali e temporali, vengono chiamate “culture” .

La specificità dell’ intervento dell ‘uomo nell’ambiente naturale, obbliga gli storici della natura a tenere conto di tali caratteristiche, che diventano sempre più anomale rispetto al determinismo naturalistico, e devono perciò, per lo studio dei periodi più recenti della Terra, collaborare con i preistorici, cosi come questi devono collaborare con essi per conoscere l’ambiente naturale nel quale l’ uomo doveva operare e scegliere.

La storia più antica dell ‘uomo è legata ad imponenti mutamenti climatici e geografici verificatisi nella più recente era terrestre, il quaternario, a causa dell’ alternarsi ciclico di periodi freddi—secchi ad altri temperati—umidi e caldi—secchi. L’enorme quantità d’acqua impegnata e poi liberata dalle calotte glaciali ha prodotto oscillazioni del livello marino di più o meno cento metri circa rispetto al livello attuale, modificando I ‘ampiezza e la forma delle coste e dei corsi d’acqua.

Perciò anche nella nostra Provincia per rintracciare sistematicamente gli eventuali resti dell ‘uomo paleolitico, cioè di quelle specie umane che hanno fatto uso più di un milione di anni di strumenti fabbricati con pietre dure scheggiate, dobbiamo tenere conto di tali variazioni. Ad esempio i terreni depositati durante i periodi caldi (interglaciali) possono essere a discrete altezze, come i terrazzi marini tra Sarzanello e Caniparola, o il fondo ghiaiose di un grande lago nella Valle del Magra, a nord dl Aulla, che raggiunge all ‘Olivola mt.477 sul livello attuale del mare, e dove finora sono stati trovati solo resti di fauna degli inizi dell ‘era quaternaria: molluschi lacustri (Unio, Planorbis), proboscidati (Mastodon avernensis), Rinocerus etruscus, Bos etruscus, Equus stenonis, Sus strozzii, Cervus, Hjena, ecc.

Al contrario i terreni costieri dei periodi freddi (glaciali) si trovano a quote più basse dell ‘attuale livello marino e solo in certi casi è possibile recuperarli, come nelle cave di sabbia di Massaciuccoli che hanno resistito abbondanti resti botanici ( che meglio si conservano negli ambienti palustri) e strumenti litici del paleolitico medio e superiore (in parte esposti nel Castello di Massa). Durante le ultime glaciazioni il limite delle nevi perenni nelle Apuane scese ai 1225 mt. perciò si formarono piccoli ghiacciai che hanno lasciato accumuli morenici e rocce arrotondate, ad esempio a Orto di Donna nel versante settentrionale; l ‘abete, il pino, mugo e il pino silvestre scendevano a coprire la pianura costiera.

Le foreste erano ricche di selvaggina di grande e piccola taglia, e l’ uomo preistorico si spostava continuamente in esse per esercitare la caccia, che costituiva il suo sostentamento. Piccoli gruppi si insediavano sui crinali e le foci attendendo il passo della selvaggina in movimento o levata da altri uomini del clan sociale nomade. Questi piccoli stanziamenti temporanei forse protetti da pelli e frasche, sono documentati dai resti di lavorazione delle pietre dure raccolte nei Fiumi attraversati durante gli spostamenti tra Apuane e Appennino e viceversa (Piana, Pinaccia, Carpena, Reusa, Regnano, nella Valle dell’ Aulella, Passo del Bratello, dei Due Santi, territorio di Massa, ecc.). Queste “stazioni di caccia all’ aperto” si possono attribuire per i tipi di “industria litica” (punte di frecce e coltellini ricavati da lamelle, piccoli raschiatoi tondeggianti) all “Homo Sapiens” del Paleolitico superiore (comparso circa 45 .000 anni fa); ma in un ambiente di foresta montana tale tipo di economia può essere continuata anche dopo l’ introduzione dell ‘agricoltura, come dimostrano le belle cuspidi di freccia con peduncolo, ottenute da schegge finemente ritoccate, che si trovano nelle stesse stazioni.

Un pò diversa sembra invece nel nostro territorio la tecnica di caccia condotta dall ‘ “Uomo di Neanderthal’t (specie più primitiva, che si è estinta con il periodo Paleolitico Medio, 30.000 anni fa, durante l ‘ultima glaciazione). rari e sparsi sono infatti i prodotti della sua industria trovati all’ aperto, mentre stanziamenti sono stati trovati nelle caverne scavate dalle acque nelle rocce calcaree delle Apuane. Tipica fra queste è la Tecchia di Equi, dove stratificati assieme ai detriti derivati dalla disgregazione della volta, erano alcuni focolari con punte triangolari e raschiatoi di varia forma, ricavati da schegge di medie dimensioni, più spesso con bordi a sega (tipici della fine del Paleolitico Medio ed appartenenti ad una tecnica detta “musteriano denticolato” o di tipo alpino). Ma il fatto più importante è che la caverna nello stesso periodo era frequentata da grandi quantità di animali di clima freddo, alcuni appartenenti a specie in via di estinzione: orsi, delle caverne (sono stati trovati ca 800 individui in gran parte affetti da gravi malattie), leoni e leopardi delle caverne, iene, cervi, stambecchi, lepri bianche, ermellini’ ed altri animali di clima temperato. Et probabile quindi che I ‘uomo di Neandethal sfruttasse questi rifugi naturali della selvaggina di grande taglia per procacciarsi il cibo, mentre di essa non si hanno più tracce nelle caverne per i periodi successivi.

Non sono venuti in luce finora nella nostra Regione testimonianze delle culture prodotte da razze umane più antiche, quelle cioè del periodo paleolitico Inferiore, che sarebbe più facile trovare, come si è già detto, nei terrazzi fluviali e marini formatisi nelle fasi calde (interglaciali) di tale periodo, mancano 1 corrispondenti depositi di caverna.

Un altro “buco” nella successione delle culture preistoriche si deve registrare con la fine del periodo Paleolitico. Se si escludono infatti la “stazione di caccia all ‘aperto” di Isola Santa in Garfagnana, attribuita al Mesolitico (periodo ancora basato sull ‘economia di caccia e raccolta, ma di selvaggina minore, con lo sviluppo di utensili litici di piccole dimensioni, 8.000 anni fa), e gli insediamenti del Neolitico medio in diverse caverne della parte meridionale delle Apuane, le uniche tracce di insediamento preistorico del periodo postglaciale (olocene) nella nostra Provincia sono quelle della Tecchia di Tenerano, costituenti anche l ‘unico deposito di ceramiche neolitiche (circa 6.000 anni fa).

E’ difficile e arbitrario trarre conseguenze dal silenzio delle informazioni, ma così come si presentano finora i fatti, sia nelle serie stratigrafiche delle caverne, sia nei trovamenti casuali all’ aperto, non sembra d ‘altra parte che la rivoluzione neolitica, costituita soprattutto dall’ avere permesso all ‘uomo di divenire agricoltore con una vita sedentaria organizzata socialmente, abbia profondamente trasformato il nostro territorio, e sembra piuttosto che, tranne l’ introduzione della ceramica e l’ allevamento di qualche specie domestica, la caccia e la raccolta abbiano continuato a costituire una base economica importante, in un ambiente che poteva ancora essere completamente coperto di foreste abitate da selvaggina (purtroppo studi su resti botanici e ambienti di questo periodo non sono ancora stati fatti). Forse la pianura costiera, in questo periodo più ampia dell’ attuale, potrebbe celare un altro tipo di civiltà materiale e spirituale senza rapporti con quella montana.

Più numerosi e significativi sono i reperti rinvenuti per quanto riguarda il periodo successivo a quello neolitico e che viene comunemente denominato Eneolitico in quanto segna in altre Regioni l’introduzione dei primi metalli (circa 4.500 anni Fa). Essi sono costituiti: da resti ceramici e litici dovuti alla continuazione della frequenza delle caverne Apuane, tra le quali quella della Gabellaccia ci interessa da vicino; da sepolture rituali effettuate nella Tecchia di Equi e in grotticelle a puro uso sepolcrale come la Tana della Volpe, sempre ad Equi, dove si possono ammirare i corredi personali, senza dubbio di arcieri per le belle punte di freccia in pietra dura; le stazioni di caccia all ‘aperto, che me si è già detto, ricalcano le tecniche di caccia del Paleolitico superiore. Il prevalere ancora della caccia, integrata dall ‘allevamento transumante, sull ‘ agricoltura stanziale può essere di conforto a quanto si è già ipotizzato circa il Neolitico nella nostra area.

Bisogna quindi giungere almeno all ‘Età del Bronzo (circa 3.500 anni fa) per trovare prove materiali di una vera e propria colonizzazione del nostro territorio, in tutti gli aspetti che tale termine significa: villaggi stabili, probabilmente organizzati su base tribale con proprie manifestazioni religiose, basati su una economia agricola e di allevamento con scambi commerciali ed uso effettivo dei metalli, e quindi con notevoli opere di disboscamento. Anche se l’ archeologia e le scienze della Terra hanno ancora molto da dire come fonti di informazioni su questo nuovo periodo della storia umana, siamo ormai alle soglie della storia raccontata e scritta, cioè quel tempo di transizione che viene chiamato “Protostoria” , di modo che la Preistoria vera e propria viene a cessare, restando ancora avvolta per quanto riguarda il nostro territorio da numerose oscurità.

Tiziano Mannoni, L’uomo nella Preistoria Lunigianese, Istituto Lunigianese dei Castelli – Rocca dei Malaspina, Massa

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