L’occasione per questo studio sulla figura e l’opera di Arturo Salucci è offerta da alcune lettere inedite che lo scrittore e giornalista ha inviato da Genova all’amico Manfredo Giuliani (1). La corrispondenza ritrovata, che comprende tre lettere del 1906 e una del 1908, integra lo scambio epistolare già noto e in parte pubblicato (2). La grande amicizia e la stima tra i due lunigianesi è testimoniata dall’articolo Per la storia del socialismo in Lunigiana. Arturo Salucci e la sua opera, che il Giuliani pubblica nel 1956 sul «Giornale storico della Lunigiana».
I ricordi personali, frutto di affettuose frequentazioni, le numerose citazioni tratte dalla corrispondenza intercorsa e, soprattutto, la partecipazione alla vicenda umana e al percorso intellettuale del Salucci rivelano l’intimo coinvolgimento dello studioso pontremolese(3). In particolare, per la qualità dell’amicizia e la comune adesione a movimenti politici e culturali, il contenuto delle lettere richiama argomenti e temi che consentono una riflessione critica sul “socialismo eretico” di Salucci(4),
Nelle lettere di quegli anni, infatti, cogliamo i germi della sua critica al “socialismo economicistico e dottrinario» che, sotto l’influenza del «carsismo mazziniano», porta Salucci a pubblicare nel 1910 Il crepuscolo del Socialismo e nel 1915 Il tradimento di Marx. Lo evidenzia con chiarezza Alceste De Ambris, rievocando quel periodo: «Ma quando il socialismo nel quale avevamo riposto la nostra fede si preparò alle realizzazioni sue, non fu possibile nasconderci che la materialità della conquista economica non bastava a riempire il vuoto del nostro spirito. Ed allora cercammo affannosamente quello di cui sentivamo la mancanza. La fede che ci bruciava l’anima non poteva innalzare i suoi altari sui ventri soddisfatti. Più in alto e più oltre volevamo portare la fiaccola della vita. Aride formule, pure negazioni, postulati d’una scienza, divenivano limitazioni intollerabili del nostro orizzonte spirituale. Sentivamo d’istinto che il mero utilitarismo economico riduceva noi tutti uomini e collettività alle bassure dell’egoismo cieco ed antirivoluzionario. Occorreva uno sforzo di liberazione. Il Sindacalismo, che ha le sue radici sul terreno della realtà e stende i suoi rami nel cielo ideale dello sforzo volontario, ci apparve come la salvazione. Senza accorgercene e senza volerlo eravamo già entrati nella sfera morale di Mazzini»(6)
Nato a Firenze nel 1879 da Carlo e Adele Gasperini, Arturo Salucci rimane orfano del padre all’età di tre anni con un fratellino più piccolo. La vedova, di famiglia aullese, torna al paese natio coi due figli ed aiuta il padre nella conduzione dell’albergo Europa, rinomato in tutta la Lunigiana. Gli studi nelle Scuole Tecniche e la licenza alla Spezia nella sezione fisico-matematica gli aprono la strada alla facoltà universitaria d’ingegneria. «Da studente – scrive con ironia Salucci nel 1925 (lo dico non so se con orgoglio o con rossore) ero veramente studioso e alquanto sgobbone: niente enfant prodige o genio precoce. Avevo molta disposizione per le matematiche e le scienze positive; ma le circostanze della vita m’hanno invece costretto a lavorare nelle scienze… negative (7).
Nell’ambiente spezzino il giovane Salucci diventa mazziniano. La Spezia, prima della fine del secolo, è una delle roccheforti nazionali del repubblicanesimo e per un certo periodo il partito repubblicano ha proprio nella città ligure la sede nazionale. Mazziniano fervente è uno degli insegnanti di Salucci, il professor Del Balzo, che crea con gli allievi un rapporto di grande amicizia. «Fu così che dalle scuole tecniche presero ad uscire giornaletti poligrafati, stampati in poco più di un centinaio di copie e diffusi tra gli studenti che entravano in un circuito culturale e politico irrorato di mazzinianesimo» (8). Salucci scrive su questi giornali e si deve a questa esperienza la sua vocazione al giornalismo.
«Un repubblicanesimo, quello del Circondario del Levante, particolarmente “estremizzato”, che precocemente abbandona il tema della “rivoluzione nazionale” e che precocemente fa proprio quello della “rivoluzione sociale”; che ha nella rete delle Società di mutuo soccorso e di resistenza la sua base organizzativa principale; che acquista, attraverso campagne politiche per l’instaurazione del suffragio universale, per la riduzione ad otto ore dell’orario di lavoro e gli aumenti salariali, un ampio consenso popolare ed operaio assieme ad una più tradizionale accentuazione antimonarchica ed anticlericale, particolarmente significativa in una zona dove il clericalismo “di minoranza” si presenta, ancora all’inizio del secolo, con una netta accentuazione “antinazionale” […] e nettamente antioperaia» (9).
In seguito Arturo Salucci viene attratto dal socialismo, che nel cuore dei giovani sembra sostituirsi agli ideali risorgimentali. Si tratta di un socialismo che emerge con fatica dalla babele dei linguaggi, con una fisionomia dove restano forti tracce d’influenza repubblicana e anarchica. Scrive il lunigianese Gerolamo Lazzeri nel 1911 su «L’Unità»: «Un gruppo di giovani, quasi tutti studenti, cominciarono a fare attiva propaganda tra il 1894 e il ’95. Tra questi sono da ricordare Luigi Campolonghi, Alceste De Ambris, il dott. Piero Ferrari, ora ufficiale medico nell’esercito, l’avv. Vittorio Carloni, Giacinto Giromini dell’Aulla, Arturo Salucci, ora redattore del Lavoro, e vari altri» (10). Questo periodo, «sano, vitale, d’intenso idealismo», dura fino al 1898, anno in cui si ha il nuovo scioglimento del partito, con vari arresti. Luigi Campolonghi ed Alceste De Ambris devono riparare all’estero dove vivono vario tempo tra le maggiori ristrettezze; a Pontremoli è arrestato l’avvocato Pietro Bologna, ad Aulla Giacinto Giromini, Ettore Baracchini ed Elia Ferrarini.(11)
Anche Salucci viene travolto dalle vicende politiche del 1898 ed è costretto a prendere la via dell’esilio in Francia per non farsi arrestare coi compaesani Giromini, Baracchini e Ferrarini (12). Col pontremolese Luigi Campolonghi e altri profughi italiani, Arturo Salucci si ritrova a Marsiglia a dover affrontare dure prove, strappato alla famiglia e agli studi. La reazione del ’98 rappresenta una cesura nelle vicende del socialismo lunigianese: “non solo scompaginò le file, portò con sé arresti clamorosi e clamorosi procedimenti giudiziari magari per l’esito di segno opposto ma intervenne soprattutto a provocare la diaspora degli intellettuali socialisti della Lunigiana interna, forse inevitabile data la levatura di alcuni fra questi, ma almeno anticipata e che certo impoverì il movimento (13). Tuttavia l’esperienza francese è determinante nella formazione culturale di Salucci: non solo gli fa conoscere i classici della letteratura francese e le opere dei socialisti d’oltralpe, ma a lui, mente meditabonda e analitica, la cultura della clarté, della netteté, del razionalismo critico conferisce chiarezza e duttilità di espressione che, come osserva Giuliani, danno «al suo stile, immune da impacci scolastici e accademici, atteggiamenti spontanei di argutezza attica” (14).
Sempre con Campolonghi, Salucci si ritrova a Genova a vivere l’avventura del «Lavoro», il giornale cooperativo, socialista riformista, che nasce nel 1903 per iniziativa degli scaricatori di carbone del porto. Il quotidiano non sorge come organo di un movimento politico e non si preoccupa di richiamare sotto il titolo il partito socialista, per il quale i suoi fondatori simpatizzano e nel quale militano. Il titolo intende evidenziare lo stretto legame col mondo della produzione, prima ancora che col partito. Del resto, in questo periodo nel Partito Socialista Italiano stanno prevalendo i massimalisti, per i quali il gruppo genovese dei fondatori del «Lavoro» non ha tenerezze.
L’ultimo decennio dell’Ottocento ha rappresentato per la città di Genova una fase di ristagno e di crisi dello sviluppo, con provvedimenti di licenziamento che pongono in primo piano la questione sociale e coinvolgono vasti settori della società genovese nell’opposizione alla politica del Crispi (15). Questa opposizione è sostenuta soprattutto dal giornale «Caffaro», portavoce della democrazia borghese, radicale e repubblicana, e dal quotidiano cattolico «Il Cittadino» che, sotto la direzione di Ernesto Callegari, assume dure posizioni contro il capitalismo genovese e la cattiva amministrazione della finanza comunale (16). Il Corriere mercantile», invece, insiste sulla necessità di costituire un partito conservatore che aggreghi cattolici e liberali in funzione antisocialista (17).
Il socialismo genovese, organizzato in partito dal 1894, con il primo congresso della federazione ligure e la fondazione del proprio organo d’informazione, l’«Era nuova», si trova ad agire all’interno di una struttura di potere molto stabile, in cui sono presenti «forme di organizzazione consolidate nelle loro scelte ideologiche, cattoliche o repubblicane ma lontane dal marxismo, e un disperso e disomogeneo universo di mestieri in cui predomina una classe di lavoratori (i portuali) nei cui confronti il socialismo non ha pratica organizzativa (18). In linea con le linee nazionali del partito, la federazione genovese ribadisce la lotta di classe per modificare la struttura del potere ed esprime la più rigida intransigenza verso le altre forze politiche, eccetto i repubblicani collettivisti. Tuttavia l’«Era nuova» insiste, soprattutto con gli articoli del positivista Alfonso Asturano, sulla gradualità del processo storico e sui tempi lunghi di modifica della mentalità, aprendo la strada all’ipotesi riformista (19).
Culla del «Lavoro» sono i carbonai genovesi, i più numerosi e organizzati dei portuali. Infatti, per il porto di Genova, primo scalo d’Italia e serbatoio della grande industria del nord, il carbone rappresenta il 70% del volume del traffico portuale. I carbonai, oltre tremila sui seimila lavoratori del porto, non tardano a prendere coscienza del loro ruolo-chiave. Proprio da Genova prende le mosse, nel dicembre 1900, il primo sciopero generale della storia italiana, causato dallo scioglimento della locale Camera del Lavoro. Il prefetto Garroni, per compiacere gli ambienti mercantili, ostili alla diffusione di accordi arbitrali tra i carbonai e i “commercianti” (come con francesismo improprio sono detti gli agenti marittimi e i grandi spedizionieri), scioglie la Camera del Lavoro e ottiene la revoca del provvedimento dal governo presieduto da Giuseppe Saracco (20). Lo sciopero mette in evidenza la crescita dell’organizzazione socialista genovese, che insidia ormai quella ben radicata dei repubblicani. Intanto, nel 1900, la componente riformista determina l’accordo vincente tra democratici e socialisti per le elezioni politiche, quando i socialisti appoggiano a Genova l’elezione del radicale Antonio Pellegrini, mentre la democrazia non presenta propri candidati a Sampierdarena per favorire Pietro Chiesa.
Dopo il successo dello sciopero generale, commentato con attenta partecipazione sul «Corriere della Sera» dal giovane Luigi Einaudi, le leghe dei lavoratori subiscono delle sconfitte negli scioperi del 1901 e del 1902, con la stampa cittadina molto ostile ai carbonai. Nell’organizzazione socialista la spaccatura tra riformisti e intransigenti è ormai evidente, anche se i contrasti si ricompongono momentaneamente sulla scelta dell’intransigenza per le elezioni amministrative del 1902, le prime a cui i socialisti genovesi prendono parte. Proprio nel 1902 le leghe dei lavoratori vedono di fatto riconosciuto l’accordo di gestire l’organizzazione e il monopolio della forza lavoro, in cambio della rinuncia a ogni forma di sciopero e al versamento di una cauzione per gli eventuali danni arrecati all’attività.
Nel 1902 Arturo Salucci pubblica a Genova, edito dalla Libreria Moderna di galleria Mazzini, il volume La teoria dello sciopero, in cui analizza le varie interpretazioni dell’astensione dal lavoro, studia con ricchezza di riferimenti storici i vari tipi di sciopero ed ne esamina con l’aiuto di tabelle statistiche la partecipazione nelle varie regioni d’Italia. Gina Lombroso sulla «Critica sociale» di Milano, in un articolo del 1897, ha tentato di spiegare lo scarso numero degli scioperi in Liguria per il clima di «un paese quasi meridionale» e per il carattere dei liguri «che sono sospettosi e diffidenti un dell’altro, onde poco si prestano all’unione; senza contare che, per la facilità dell’emigrazione, la Liguria è continuamente spopolata dei suoi caratteri più energici e avventurosi da una vera selezione alla rovescia; onde il carattere conservativo e docile di quel proletariato (21). Salucci ribatte la spiegazione del clima, anzi «il clima caldo dovrebbe avere una influenza stimolatrice per gli scioperi” mentre concorda che le ragioni si debbano cercare “nel carattere calmo, equilibrato e riflessivo del popolo ligure (22). Ma questa teoria, scrive con soddisfazione Salucci, è stata distrutta dai lavoratori genovesi nel dicembre 1900 col trionfale sciopero politico: «nell’anno testé trascorso, la Liguria passò di sbalzo dal 9° al 3º posto nella scala degli scioperi, anzi addirittura al primo se si considera il numero degli scioperi stessi relativamente alla cifra della popolazione»(23).
Tuttavia la conclusione dello studio, attento e documentato, è che «lo scopo delle organizzazioni operaie non è già quello di promuovere degli scioperi, ma bensì di prevenirli e di renderli meno frequenti che sia possibile» (24). Secondo Salucci, infatti, «tutti i socialisti si trovano d’accordo, salvo lievi sfumature d’idee, nel ritenere: che lo sciopero è un’arma pericolosa, a doppio taglio»; che, per riuscire efficace, «deve tener conto delle condizioni generali dell’industria nella quale si manifesta»; che, ad ogni modo, «quando uno sciopero, per qualsiasi ragione, è scoppiato, è dovere imprescindibile dei socialisti di aiutarlo con ogni mezzo» (25). Ne deriva che, per lo studioso lunigianese, la funzione del partito socialista è duplice: «da un lato spingere gli operai alla organizzazione e alla conquista graduale di condizioni più elevate di vita, combattendo tutti coloro i quali per interesse personale o per misoneismo si oppongono a questa marcia ascendente del proletariato, e vedono in ogni sciopero ed in ogni agitazio-ne operaia un fatto dannoso per la società; dall’altro quello di moderarne e di guidarne il cammino, rischiarandogli la via colla fiaccola della scienza, affinché siano ad esso risparmiati, per quanto è possibile, i mali e i dolori derivati dalle delusioni e dalle sconfitte» (26)
Anche il panorama politico genovese, infatti, va rapidamente mutando: la democrazia borghese aumenta la sua capacità di aggregazione, penetrando nel mondo dei medi e piccoli imprenditori e commercianti, poco rappresentati dalla Federazione degli esercenti, industriali, negozianti, in cui dominano le grandi famiglie (27). Negli ultimi scioperi la stampa cittadina è duramente ostile ai carbonai, in prima linea il «Caffaro» e appena più moderato il «Secolo XIX», di Ferdinando Maria Perrone, proprietario dell’Ansaldo. II «Lavoro» esce proprio nel momento più opportuno per la difesa delle leghe dei portuali e in particolare dei carbonai. Ed esce il 7 giugno 1903 perché i commercianti di carbone hanno da poco annunciato la disdetta dell’accordo in scadenza il 30 giugno. Negli stessi mesi il Parlamento sta discutendo l’istituzione del CAP di Genova, che le leghe e la loro controparte, i “commercianti”, in gara tra loro, sperano di far approvare a proprio vantaggio.
Privilegiando lo sviluppo del potere economico, più che le possibilità di strumento della lotta di classe, il movimento socialista genovese acquista una grande capacità di diffusione nell’ambito industriale e di aggregazione delle associazioni repubblicane. L’idea di creare il «Lavoro» nasce all’interno di un gruppetto di militanti socialisti, dove Murialdi, un piemontese approdato al socialismo durante gli studi universitari a Genova, «è forse il vero ideatore del giornale, anche se, uomo di conti più che di penna, lascia la direzione a Giuseppe Canepa, l’intellettuale dianese di tradizioni liberali» (28). Murialdi è uno dei dirigenti socialisti genovesi più attenti al settore delle cooperative, con spiccate capacità imprenditoriali che dispiega prima a beneficio del giornale e, dopo l’uscita dal partito nel 1908, a beneficio proprio diventando un grande imprenditore (29). Attorno a Murialdi si forma un gruppo dirigente socialista riformista, composto, oltre che da Canepa, dal deputato Chiesa, da Lodovico Calda, tipografo, segretario della Camera del lavoro di Genova dal 1900, “un altro figlio o preteso tale della Lunigiana interna» (30). Compatto fino al 1908, il gruppo resterà solidale anche dopo l’abbandono di Murialdi; in particolare Canepa e Calda saranno per decenni le colonne del giornale.
Giuseppe Canepa, discendente da una famiglia agiata di Diano Marina, diventa socialista non solo per un trasporto deamicisiano, ma spinto anche da una fervida convinzione, maturata attraverso vasti studi e attente letture, oltre che dalle lezioni di Antonio Labriola all’università di Roma. «Temperamento mirabilmente dotato per l’azione politica, era convinto che il socialismo dovesse cominciare ad attuarsi subito, e proprio attraverso l’azione sindacale e cooperativa; egli era infatti un riformista, un gradualista, un possibilista nato» (31). Messo alla testa del «Lavoro», Canepa si rivela, come scrive Giovanni Ansaldo, giornalista principe, provveduto come pochi della capacità di semplificare e del dono di persuadere». Ben presto egli domina nell’ambiente operaio genovese e Canepa, anzi «Canapone», come viene scherzosamente chiamato a Genova, viene eletto deputato in Parlamento nel 1909. «Certo il suo marxismo, in quel periodo, s’era molto evoluto; e l’esempio di taluni uomini francesi di parte socialista cimentatisi al governo, aveva molto influito su di lui, legato alla Francia dalla cultura e dalla simpatia. Egli vedeva Marx soprattutto attraverso Jaurès. E certo, ancora, il suo socialismo pratico, era il tipo stesso del socialismo cooperativistico, prefettizio, “giolittiano”, allora battuto in breccia dall’aspra, accesa critica del Salvemini, sull’Unità” (32).
Accanto a Canepa la redazione comprende cinque o sei giornalisti in tutto, spalleggiati da collaboratori e corrispondenti. Mario Malfettani, figura di giornalista bohémien, già redattore capo dell’«Era nuova», segue la cronaca con articoli spesso aspri e polemici. Malfettani si mette in luce come poeta d’impegno sociale, prima di togliersi la vita il 1° aprile 1911) (33). Accanto a lui, compare nel primo numero come redattore responsabile Luigi Campolonghi, cognato del leader riformista Leonida Bissolati. Campolonghi, rientrato dalla Francia come grande firma del «Secolo», il quotidiano radicale di Milano, nel 1904 diventa redattore capo del «Lavoro», per passare nel 1906 a dirigere il “Nuovo Giornale” di Firenze, organo della democrazia radicale fiorentina (34). Fa parte della redazione anche il toscano Alessandro Sacheri, poeta legato al gruppo degli intellettuali che si ritrovano in galleria Mazzini, nonché autore di un volume sui chiaroscuri genovesi. Con loro c’è Arturo Salucci che «ha interessi più prettamente politici ed esprime opinioni inizialmente più radicali di quelle dei colleghi di redazione (35). Corrispondente da Roma e collaboratore per la cronaca politica e parlamentare è Garzia Cassola, l’ex redattore dell’Avanti», anche lui cognato di Bissolati che, proprio nel 1903, ha lasciato la direzione dell’«Avanti» a Enrico Ferri (36).
Arturo Salucci fa parte della schiera dei giornalisti del «Lavoro” e partecipa alla vita del giornalismo del caffè Roma, del Pippo, del Gambrinus: «il giornalismo dei poeti, degli artisti, dei vecchi garibaldini superstiti e dei giovani garibaldinamente volontari» (37). «Una Genova – scrive Cavassa nel 1949 – che a ricordarla adesso sembra un sogno: su al “Lavoro” rifugiatosi nell’alto di Salita Di Negro come in un’acropoli, Alessandro Sacheri cui tutto riusciva facile e bello, la cronaca e i versi, la critica e la politica; e Arturo Salucci scrittore lindo e spirito delicatissimo, e Malfettani poeta in minore e Ceccardo poeta maggiore e Pietro Gaudenzi e Cirillo e Pierangelo Baratono: un clima letterario e artistico, bizzarro, liberty: un po’ carducciano e un po’ innovatore; un pochino d’annunziano e anche simbolista, anche futurista, anche decadente che rispecchiava, del resto, il travaglio spirituale del secolo che si chiudeva. Genova d’allora: Alessandro Varaldo e Antonio Pastore, Flavia Steno e Carlo Panseri, Giovanni Monleone e Amedeo Pescio, De Albertis scultore e Sacheri pittore; Gustavino del “Caffaro” conservatore duro a morire e Becherucci liberale duellista; Callegari avvocato ciceroniano dalla testa fumante nella foga oratoria e Plinio Nomellini chiuso a dipingere le luci del cielo e del mare nella antichissima Torre di San Nazzaro; Bettòlo ammiraglio d’Italia e Stefano Canzio generale in capo del Porto; Imperiali di Sant’Angelo e Mikros; la Camera del Lavoro e il Prefetto Garroni; e qui le polite poesie eburnee di De Paoli e di Martini e là Pietro Chiesa che spennella di vernice un piroscafo, e Villa lo mette in caricatura nel “Successo” aiutato da Craffonara e da Maragliano. I giuristi avevano un Nume ed era Paolo Emilio Bensa. Gli oratori si chiamavano Pellegrini e Callegari, Caveri e Macaggi, Erizzo e Claudio Carcassi, Raimondo e Coda, Francesco Rossi e D’Andrea, e la politica riassumeva nella ricca eloquenza i fastigi, le poesie, le speranze – illuminate e cieche – del popolo italiano. Su questa Genova sentimentale, come Alessandro Varaldo l’aveva chiamata, calò la terribile bufera della prima grande guerra) (38).
Cavassa ricorda con affetto e nostalgia i giornalisti stretti attorno a Canepa, “i bravi soldati del bravo generale». «Il mazziniano Alessandro Sacheri, uno degli uomini più candidi che abbiano onorato il giornalismo; Arturo Salucci il più puro dei socialisti apuani; e se apro l’uscio di una stanza dove dieci voci urlano in un’aspra tenzone politica, vedo Federico Striglia seduto, indifferente, che scrive tranquillo le sue ‘peripatetiche’ linde, garbate, acute, saggiamente manzoniane; e se sento una specie di flauto che zufola a perfezione un motivo di Beethoven è Claudio Miotti dalla bella barba e dal caratteristico pipistrello, il più amabile signore dell’Ottocento e il più fine umorista dell’Ottocento; e se una battuta mordace mi raggiunge è certo di Arturo Ginatta, satirico all’acido prussico, eppure colmo di misteriosi sogni e di celati abbandoni; e qui c’è la criniera bianca e la penna instancabile di Guarino, e qui l’ottuagenario Augusto Mombello, sempre giovane, diritto, sempre garibaldino scrive le sue lucide note di finanza e i suoi appunti di storia; e se una dolce voce di donna mi chiama è certo quella di Camilla Bisi che ancora adesso non mi sembra morta; e se un collaboratore s’affaccia da una porta educato e sorridente con la paglietta in mano nell’eleganza tipica del vecchio seduttore di fantasie in Piazza De Ferrari, non può essere che Francesco Ernesto Morando, genovesissimo, studioso di religioni comparate ma che scriveva soltanto di mazziniani e garibaldini genovesi, e cioè di democrazia e di libertà» (39).
La borghesia genovese, «la classe dell’immagine, dell’apparenza, delle celebrazioni», scrive Giuseppe Marcenaro, si alimentava dei suoi giornali ed anche dei suoi letterati, in cui si riconosceva». Alla fine dell’Ottocento e ai primi del Novecento «il poeta Giuseppe De Paoli scriveva versi parnassiani e il “noto” romanziere Guglielmo Anastasi godeva di alte tirature Treves, tessendo le sue storie attorno ai pinnacoli eclettici dei fiammanti palazzi, alla gloria illusoria e monumentale della città rinnovata». Altri letterati «risultavano “strani” perché si barcamenavano tra miseria e letture sofisticate». «Si trattava di “macchiette” come Ceccardo Roccatagliata Ceccardi o di “sconosciuti” come Camillo Sbarbaro. Più tardi Eugenio Montale, esule. Paul Valery capitava a Genova, abitava dagli zii Cabella, in salita San Francesco di Castelletto. Aveva le sue notti di terrore e fuggiva via, senza incontrare nessuno. Così Julian Green, giovanetto, ospite della sorella nella casa supercolorata che prospetta la stazione del trenino di Casella. E chi altro? I pochi letterati stavano in galleria Mazzini, dove sognavano, oltre le corrusche porte del caffè Roma, l’illusione della fuga, il mito di Parigi nei rari libri che di là arrivavano, rinvenuti sui banchi della Libreria Moderna di Giovanni Ricci» (40).
In questo clima culturale di crisi spirituale, le inquietudini e ribellioni delle nuove generazioni rappresentano la confusa espressione del comune sentimento che non si sarebbe compiuto il moto del Risorgimento senza mantenere vivo quell’alito ideale, di fondo etico religioso», e che «gli ideali realizzati avrebbero perduto lo slancio costruttivo se non fossero stati rianimati col più vivo elemento di ispirazione sociale che allora urgeva nella suscitata vita nazionale (41). Arturo Salucci, sebbene avesse dato al socialismo la sua attività di generoso e impetuoso combattente, di giornalista e di studioso, «non si adattò mai a quelle ubbidienze dottrinali e di azione, imposte ai partiti dalle necessità della pratica quotidiana, che potessero menomare il contenuto di umanità e di universalità di pensiero, derivato a lui dalla idealità del Risorgimento, nel cui spirito appassionatamente egli visse, per ragioni prima di tradizione, e più tardi di studi, rivolti specialmente alla illustrazione della grande figura di Mazzini” (42).
Le lettere del 1906 sono importanti per chiarire la crisi degli ideali socialisti che portano Salucci a scrivere il Crepuscolo del socialismo. Secondo Umberto Sereni, si può stabilire intorno al 1906 «l’inizio di un rapido logoramento del rapporto tra Salucci e il movimento socialista», poco dopo la crisi della situazione aullese, per lo scontro tra Enrico Rossi e Ubaldo Formentini, «una vicenda lacerante ed amara che lascia il segno in tutta la gioventù socialista, in Manfredo Giuliani, e nel loro gruppo (43). Si fa riferimento alle elezioni provinciali del 1905, quando la sezione del partito socialista di Aulla ha ritenuto di appoggiare la candidatura dell’avvocato aullese Enrico Rossi contro Ubaldo Formentini, candidato ufficiale del collegio dei comuni di Aulla e Licciana, «Su queste elezioni e sulle vicende che le hanno accompagnate e seguite scrive Giulivo Ricci abbiamo, tra le altre, una testimonianza significativa, un numero unico intitolato “La Luce”, uscito a Genova per le cure di Arturo Salucci, che vi incluse due suoi articoli già apparsi, l’uno sul quotidiano “Il Lavoro”, l’altro sul periodico socialista genovese “L’era nuova”. Il primo articolo difendeva la posizione ufficiale assunta dalla sezione, capeggiata da Giacinto Giromini, contro il quale si era schierato il ragioniere Ettore Baracchini, arguto e mordace nei suoi strali contro il Giromini e, particolar-mente, il Salucci, apparsi sulla “Libera Parola” della Spezia; ma egli sta per porsi ai margini del partito per gravi divergenze con il Giromini» (45).
Nel febbraio del 1906 Salucci scrive al Giuliani: «Nelle attuali condizioni del socialismo italiano – che è la più allegra mascherata rivoluzionaria che ricordi la storia – è giunto alfine il momento di levare una voce che affermi quella che parve sino ad oggi l’utopia di pochi malinconici, sospesi fra i ricordi di un passato glorioso e le aspirazioni confuse dell’avvenire: la necessità, cioè, di una scuola italiana di socialismo, la quale si differenzi tanto dal socialismo eunuco e ciabattone dei riformisti, quanto dalle fanfaronate del rivoluzionarismo verbale di ferriana invenzione, come pure dalle plagiarie imitazioni franciose di un Sindacalismo… senza sindacati. Il socialismo italiano dev’essere prima di tutto e sopra tutto repubblicano, e deve – a parer mio – innestare sul vigoroso tronco marxista i germogli del pensiero mazziniano, in quella parte, s’intende, che ancora è viva e vitale “ (46).
La proposta di una scuola italiana di socialismo» va inserita nella confusione ideologica che caratterizza il variegato mondo socialista dopo lo sciopero generale del settembre 1904. Quello sciopero, in cui il sindacalismo rivoluzionario mostra il suo vero volto, crea scompiglio nelle file socialiste e causa momenti di grande confusione e forte conflittualità. In particolare, il settore radicale della cultura, su posizioni in gran parte liberiste, cessa di ricercare un accordo di fondo con il socialismo riformista della «Critica sociale di Filippo Turati, confrontandosi piuttosto con la tematica del sindacalismo rivoluzionario. C’è la tendenza a creare un partito degli intellettuali, che non si inserisce all’interno del sistema giolittiano, accusato di mediocrità e trasformismo, ma che finisce per investire il movimento socialista, specialmente nelle sue organizzazioni di massa: le cooperative e le strutture sindacali (47).
Per quanto riguarda il socialismo spezzino, il riformismo non è mai riuscito ad affermare pienamente la propria leadership, ma solo a testimoniare. attraverso personalità quali quelle di Ubaldo Formentini e Alfredo Poggi, una propria costante presenza» (48). «Stretto tra il riformismo imperante a Genova e il sindacalismo rivoluzionario a lungo egemone a Parma, senza schierarsi mai del tutto né con l’uno né con l’altro, attraverso crisi ricorrenti ed equilibri interni sempre precari, il socialismo spezzino assume, infatti, mantenendola assai al di là della breve parentesi nazionale, una coloritura che potremo definire “ferriana”. (49) Proprio contro le «fanfaronate del rivoluzionarismo verbale di ferriana invenzione» si scaglia Arturo Salucci: contro quell’Enrico Ferri che alla Spezia ha dato impulso alla fondazione della sezione del partito socialista e che con la sua campagna anti “succhioni” di Stato ha conferito una fisionomia particolare alla politica socialista del circondario. Il socialismo spezzino, infatti, trova nell’”integrismo ferriano”, restio a farsi incanalare pienamente nell’ alveo del sindacalismo rivoluzionario, con la sua duttilità a piegarsi alla politica del caso per caso, l’”unica possibile sintesi per un movimento che resta fragile e a lungo minoritario fra le forze della sinistra locale” (50).
Quindi, – scrive Salucci nella lettera al Giuliani – guerra a tutti i partiti, a tutte le sette, a tutte le “tendenze” – forme transitorie di aggruppumenti del pensiero umano, destinate a scomparire per lasciare il posto agli aggruppamenti reali e durevoli, cioè alle “classi” operanti nelle profondità della storia, e alle “scuole” religiose, filosofiche, scientifiche od estetiche, spumeggianti alla superficie, nella zona dell’alta cultura che comprende, teorizza, sistema e pre-corre gli avvenimenti sociali! Guerra ai rigattieri del vecchio idealismo e ai cerretani del positivismo agonizzante!” (51).
Salucci auspica «una scuola italiana di socialismo che si differenzi dal socialismo dei riformisti e dalle «imitazioni franciose»: il socialismo italiano dev’essere “ prima di tutto e sopra tutto repubblicano», secondo le linee di pensiero che nel 1905, centenario della nascita di Mazzini, sono state evidenziate da numerosi studiosi. «La critica del marxismo – scrive Giuliani – era scaturita spontanea in lui, oltre che da una acuta analisi delle esperienze della vita politica e sindacale che egli aveva vissuto e viveva a fondo, e dalle sue osservazioni di sociologo e dalle sue accurate indagini statistiche ed economiche. proprio dalla sua intima fede di socialista.
Non era una critica teorica quale si andava contemporaneamente elaborando in alcuni gruppi di studiosi, ma una critica che proveniva, come insegnamento d’azione, dal seno stesso del socialismo militante, in un grande centro economico e industriale, per opera di uno spirito vigile e penetrante, che ne coglieva la decadenza morale per il sovrapporsi materialistico degli interessi economici sui moventi spirituali iniziali” (52).
“In quest’epoca crepuscolare della filosofia, – continua la lettera di Salucci – occorre alzare il vessillo di un nuovo idealismo, quasi direi di un ideismo, che, come tu ben dici, deve scendere non già dal cielo, ma salire dal fondo delle cose e della vita. La “Giovine Italia” dovrebb’essere – come s’intitola orgogliosamente il “Leonardo”- una “Rivista di Idee”, che potrebbe anche assumer per motto la vecchia formula mazziniana: Educazione e Insurrezione! Due parole, queste, assai più chiare e meno ipocrite del binomio “evoluzione e rivoluzione” col quale ci ha deliziato per mezzo secolo l’italico positivismo…” (53).
Il positivismo italiano, agli inizi del secolo, viene da più parti accusato di essersi chiuso in una ristretta visione dell’esperienza, in una sempre più povera contraffazione metafisica del naturalismo, in una mutilazione dell’uomo. Sempre più si evidenzia come il problema della conoscenza non si risolva nella semplice raccolta di dati empirici o nella loro generalizzazione, ma vada oltre, fino ad investire l’intera realtà. La rivista «Leonardo», che nasce nel 1903, per opera di Giuseppe Prezzolini e Giovanni Papini, intende difendere la vita spirituale dell’uomo e le sue iniziative, contro le posizione culturali che vedono la realtà costretta in strutture rigide, in una fissità definita da sempre e per sempre.
Contro il positivismo il «Leonardo» sceglie l’individualismo esasperandolo fino alle sue conseguenze estreme, a raggiungere le quali giovano D’Annunzio, Stirner, Bergson e i critici dello scientismo. Papini e Prezzolini hanno chiaro fin da principio che l’uomo è un punto di assoluta libertà, ossia rischio totale e possibilità infinita. (54).
La rivista «Giovine Italia», cui fa riferimento Salucci nella lettera, è un’iniziativa che Manfredo Giuliani, in quel periodo a Napoli, va proponendo agli amici. «La Rivista – secondo Salucci – dovrebb’essere aristocraticamente compilata, seria, elegante in tutto, e almeno pei primi numeri una specie di “orto concluso” nel quale potessero… seminare soltanto i “giovini” del cenacolo apuano…” (55). Salucci fa riferimento agli amici Ubaldo Formentini, Luigi Campolonghi, Giuseppe Buttini, Luigi Cocchi, che la sera del 17 dicembre 1905 hanno invitato Ceccardo Roccatagliata Ceccardi a rievocare nel Teatro della Rosa di Pontremoli l’epopea dei liguri Apuani. Ceccardo, presentato al popolo dell’alta val di Magra come «poeta di Apua», recita l’ode Per un brindisi di Guglielmo Imperatore e i sonetti di Apua Mater.
Per applaudire l’amico poeta arrivano da Genova Salucci, Vico Fiaschi e Plinio Nomellini.(56) Questi stessi amici sono i protagonisti della cosiddetta Repubblica d’Apua, costituita in forma roboante da Ceccardo nel 1906: “Manfredo “filosofo e pur generale de’ frombolieri della morte”, Ubaldo “avvocato ed ammiraglio”, Peppino “chimico ed aereo titano” e Luigi Cocchi “cacciatore e capitano”». A questo primo gruppo, che si ritrova «in allegre cene risonanti di favole eroiche… sotto l’insegna di messer Savani “oste e gran vivandiere”», si aggiungono presto Giuseppe Ungaretti «console d’Egitto», Lorenzo Viani «grande aiutante», Enrico Pea «sacerdote degli scongiuri», Luigi Campolonghi «grande console di Francia», Alceste De Ambris “condottiero», Italo Sottini «sergente dei Fucilieri», Luigi Salvatori «grande cancelliere», Mario Bacchini «difensore delle colline Cerbaie», Torquato Pocai «cavaliere della gloria», Moses Levy «console di Tunisi», Giorgio Brissimisakis “console dell’isola di Creta, Spartaco Carlini «duce del manipolo pisano» e Vico Fiaschi «investito dei pieni poteri per tutto il Carrarese (57).
Accanto agli amici apuani, Salucci inserisce «grandi uomini come collaboratori della nuova rivista. «Arturo Labriola, se saprà vincere la sua filosofica indolenza, potrebb’essere per noi un magnifico segnacolo. Posso assicurarti anche la collaborazione gratuita del dott. Giuseppe Rensi, ministro della Repubblica italiana… del Canton Ticino, il quale è perfettamente nel nostro ordine di idee e che in una visita ch’io gli feci nella scorsa estate a Bellinzona mi manifestò gli stessi propositi da cui noi siamo animati. Tu saresti naturalmente il Direttore della nuova Rivista, la quale dovrebbe avere un Comitato di redazione ristrettissimo (tre o quattro persone al massimo, residenti in diverse città) incaricato della revisione e della selezione dei manoscritti. Ho qualche dubbio intorno alla forma della Rivista, la quale secondo te e se non ho male inteso dovrebb’essere in gran parte una raccolta di monografie regionali, mentre a me pare che dovrebbe avere un carattere e un’intonazione, dirò così, più generale. Ma questa ed altre questioni secondarie si risolveranno strada facendo» (58)
Salucci ritorna sull’argomento con una lettera al Giuliani del 23 febbraio del 1906 e ribadisce il pieno accordo con l’intellettuale pontremolese. «Tu hai hegelianamente capovolto il mio concetto, esprimendolo in forma più felice. Siamo perfettamente d’accordo: si tratta appunto di innestare sul tronco mazziniano (o meglio repubblicano, poiché comprende anche parte delle dottrine di Ferrari, Cattaneo, Bovio, ecc…) i germogli del marxismo (o meglio del socialismo, poiché né tu né io, né forse nessun italiano ha mai potuto essere, nell’ anima, marxista puro e Labriola meno che altri). Noi dobbiamo anche rinnovare la vecchia fraseologia dei partiti e delle scuole, riportandoci per quant’è possibile alle pure fonti italiche, e sventolando il grande principio della “Associazione” che è termine più ampio, più geniale, più umano dell’abusato vocabolo di “organizzazione”, pur esprimendo, in sostanza, lo stesso fatto e lo stesso ideale. Ma di tutte queste cose discorreremo più comodamente… nella futura Rivista» (59).
Importante è il dibattito culturale che si svolge in Italia su Marx ed Engels, la filosofia della prassi, la critica dell’economia politica, Il Capitale, il materialismo storico, il marxismo. Vi prendono parte filosofi ed economisti: Antonio e Arturo Labriola, Croce, Gentile, Pareto, Del Vecchio, Mondolfo, Loria, Prato, Michels, Poggi, Baratono) (60). Il dibattito trova il suo punto di riferimento nell’insegnamento e nell’opera di Antonio Labriola, professore di filosofia morale all’università di Roma, non legato da rapporti di parentela con Arturo. Proprio Antonio Labriola all’inizio del Novecento apre la questione della cosiddetta «crisi del marxismo», nella persuasione che la discussione possa risultare utile alla cultura socialista italiana. Labriola non solo avverte che gli intellettuali borghesi, che si sono avvicinati al movimento operaio e al marxismo, rivelano un orientamento completamente opposto, ma in particolare ritiene che si debba affrontare una nuova interpretazione della società capitalistica, perché ci si trova di fronte ad una situazione diversa da quella conosciuta da Marx. Il marxismo deve dare risposte nuove a situazioni nuove, altrimenti la discussione, portata in una situazione già tanto priva di presupposti politici e teorici come in Italia, può accentuare ancora di più la subordinazione del movimento operaio a una direzione borghese. (61)
La revisione del marxismo è condotta sostanzialmente secondo alcune diretrici. Il pensiero neoidealista tenta una parziale utilizzazione di Marx con Benedetto Croce e una critica radicale con Giovanni Gentile. Se Gentile è mosso dall’intento di evidenziare le intime contraddizioni del marxismo per il suo completo superamento, Croce vede tramontata la parte politica del marxismo, poiché il mito della classe eroica, protagonista del nuovo secolo, è superato. Ma questo non impedisce al filosofo napoletano di vedere «i doni» che il socialismo ha fatto alla società moderna: «l’abbandono definitivo del socialismo egalitario e ottimistico, che è diventato ridicolo; l’aiuto che il moderno e storico socialismo ha dato e dà contro ogni conato di reazione; l’impedimento che ha contribuito a porre, per parecchi decenni, alle guerre europee; la legislazione del lavoro, i miglioramenti prodotti nella vita della classe operaia e un certo elevamento intellettuale di questa: un senso più concreto, che si è diffuso dappertutto, della realtà sociale e, nel campo dell’intelligenza, l’aver contribuito al risveglio filosofico e alla eliminazione del goffo positivismo, l’avere intensificato gli studi e la cultura economica e guardato in modo nuovo alcune parti della storia»(62).
Le altre correnti filosofiche che esercitano maggiore influenza sono il pragmatismo e il bergsonismo, in parte filtrato attraverso Georges Sorel. Ai margini dei progetti di democrazia sociale emerge sempre più una forte vena antiideologica, nella quale le preoccupazioni revisionistiche del marxismo assumono i caratteri di una sostanziale indifferenza o addirittura ostilità nei confronti del dibattito teorico. Maffeo Pantaleoni e Vilfredo Pareto formulano una proposta di teoria economica alternativa, che si collega agli importanti contributi della «scuola austriaca». Nel campo del pensiero democratico abbiamo il riformismo di Turati, il cui ideologo più rappresentativo è Ivanoe Bonomi, e l’opera di Enrico Leone e Arturo Labriola.
Proprio Arturo Labriola, amico di Salucci, più volte citato nella corrispondenza, autore dell’opera La teoria del valore di Carlo Marx. Studio sul III libro del “Capitale” (1899), si fa promotore dell’anarco-sindacalismo di Georges Sorel e fonda l’«Avanguardia socialista» che per quattro anni, dal dicembre 1902 all’ottobre 1906, è l’organo teorico della corrente rivoluzionaria. Salucci, alla fine del 1904, recensisce sulla rivista «Socialismo» il libro di Labriola, Riforme e rivoluzione sociale, concordando sulla prospettiva di una rivoluzione «politica» più che «sociale», data l’arretratezza economica dell’Italia, fatta da un partito socialista rinnovato e «fieramente repubblicano” (63). Anche il sindacalismo rivoluzionario di Labriola rientra nella «crisi del marxismo», poiché è una forma di revisionismo di sinistra. I suoi capisaldi sono: la contrapposizione di una concezione volontaristica, di cui è elemento essenziale «l’azione diretta del proletariato, alla concezione economicistica e meccanica del marxismo; la lotta contro lo Stato svolta dal proletariato anche mediante il conseguimento di riforme che indeboliscano sempre più lo Stato stesso; la funzione preminente attribuita al sindacato che deve essere il nucleo propulsivo della nuova organizzazione della società, mentre al partito è attribuita solo la funzione di strumento elettorale dei sindacati. Dopo il fallito sciopero generale del 1904, proclamato dalla Camera del Lavoro di Milano da lui diretta, l’influenza del Labriola nel partito socialista viene meno: nel 1907 abbandona il partito e nel 1908 pubblica Marx nell’economia e come teorico del socialismo (64).
Il moto di rinnovamento culturale si svolge in gran parte al di fuori degli ambienti accademici e s’intreccia strettamente al dibattito sui temi politici, filosofici e artistici. Lo stesso Antonio Labriola riconosce l’urgenza di una riflessione teorica sul marxismo, quando evidenzia che non tutte le sovrastrutture rispecchiano direttamente la realtà economica e sociale o ne sono condizionate. L’uomo, infatti, vivendo in rapporto con la natura, trae da essa «occasioni e materia alla curiosità e al fantasticare», da cui derivano l’arte, la religione e la scienza che, benché siano fatti storici, non si riducono a semplici riflessi della realtà economica e sociale; anzi è proprio la loro autonomia che consente loro di rinnovarsi continuamente (65). Per questo motivo nella nuova rivista proposta dal Giuliani bisogna dare gran spazio all’arte e alla filosofia. Scrive Salucci: “Per quel che riguarda la parte più propriamente letteraria, artistica, estetica, la Giovane Italia dovrà esser l’arena degli ingegni apuani (Ceccardo e Campolonghi potranno in essa far meglio valere le loro doti); per la parte politico-filosofica noi dovremmo chiamarvi a collaborare soltanto quei giovini scrittori che sono nel nostro ordine di idee, con esclusione dei letterati puri, vuoti ed inconcludenti, e degli uomini avariés di tutti i partiti. Ti cito qualche nome che mi vien sulla penna: Arturo Labriola, Giuseppe Rensi (per l’indirizzo basta: Bellinzona), Felice Momigliano, Carlo Cantimori ecc…” (66).
Tutto ciò non impedisce di dare alla rivista «l’intonazione apuana». «Per esempio – continua la lettera di Salucci – non sarebbe fuor di luogo un bello e originale studio su Giovanni Fantoni, poeta che non ha la fama che merita. E chi ricorda, per esempio, l’opera scientifica di Pellegrino Rossi, il quale parte il suo codinismo politico (per questo approvo… il ritornello cantato dai romani della Repubblica quarantanovesca: “benedetta quella mano – che Rossi pugnalò”…) – fu pure un grande e valoroso economista?». Inoltre «sarebbe un’occasione grandiosa dedicare un numero della Giovane Italia alla celebrazione del centenario del viaggio di Dante in Lunigiana anche per “lanciare” la rivista nella terra lunica ed etrusca. E chissà che Apua mater non diventi, per L’Italia intera, un focolare di energie rinnovatrici, come già l’Abruzzo “forte e gentile”!…(67).
Proprio con tale spirito di rinnovato entusiasmo, il 23 settembre 1906, si celebra a Mulazzo il sesto centenario del soggiorno di Dante in Lunigiana. Oratore ufficiale della cerimonia è Ceccardo Roccatagliata Ceccardi che pronuncia un elevato discorso e declama l’ode Dalla torre di Mulazzo, da lui composta per la circostanza. La commemorazione dantesca si chiude con la lettura del canto VIII del Purgatorio, fatta da Manfredo Giuliani ai piedi della torre medievale, Ceccardo, il cantore della «grande e antica anima della Lunigiana», si fa interprete dei nuovi ideali che, legati al profondo amore per la terra, gli consentono di indicare nell’ombra pellegrina de l’Alighieri» il simbolo della rinascita (68).
Nel novembre del 1906 esce la nuova rivista, non col titolo di “Giovane Italia”, ma con la denominazione più limitata di “Apua Giovane. Rassegna di Arte, Storia e Filosofia”, direttore Ceccardo Roccatagliata Ceccardi e redattore capo Manfredo Giuliani. Sulla prima pagina figura la dedica: «Questo fascicolo è consacrato all’ombra di Dante Alighieri». La rivista, che rimane un numero unico, annuncia vasti programmi con studi dedicati a Shelley, al mito dei Sepolcri, a Michelangelo. In particolare “Apua Giovane” si fa promotrice di un movimento di risveglio regionale con il bando La Giovane Apua (per un’associazione di giovani), pervaso di ideali mazziniani, che ha lo scopo di «chiarir qualche pagina oscura di lor gente, riesaltarne qualche bel mito» e combattere contro gli anti-militaristi moderni, nemici della patria e dell’eroico» (69). «Vero manifesto di rivendicazione nazionale scriverà più tardi Giuliani dove quelle complesse aspirazioni tendevano ad esprimersi in una sintesi ideale di antico e di nuovo, in quanto la prolungata unificazione del diviso territorio della scomparsa Luni, che aveva fuso vinti e vincitori, assumeva il significato di una restaurazione ligure-romana e l’auspicato riconoscimento della nuova metropoli regionale. La Spezia, schietta creazione della nuova Italia, rappresenta la vittoria del Risorgimento contro le superstiti tracce delle divisioni dei vecchi Stati (70). Sulla rivista, infatti, compare un articolo fondamentale di Ubaldo Formentini, dal titolo La Metropoli apuana, in cui la nuova Spezia, erede della vecchia Luni, viene prospettata come centro d’attrazione dei territori dell’antica Lunigiana (71).
“Apua Giovane” riflette le tensioni di una generazione che, con un rinnovato idealismo filosofico, si propone la difesa delle dimensioni dell’uomo e della vita spirituale. In un clima di complesse e intricate aspirazioni, la rivista è l’espressione di quello spirito tra romantico e mistico che, da un lato, rende “intollerabile il grossolano semplicismo positivistico, particolarmente nelle cose delicate dell’arte, della religione e della coscienza morale», e dall’altro lato rappresenta la dissoluzione degli ideali del marxismo (72). I temi comparsi in “Apua Giovane» vengono ripresi dal periodico «Lunigiana», fondato e diretto da Giuliani, che esce all’inizio del 1910 in un contesto più critico e meno scapigliato, in cui la più attenta adesione alla lezione crociana e l’uscita dalle tentazioni irrazionalistiche operano una precisa scelta d’impegno culturale. La rivista intende esaminare l’unità etnografica, linguistica, economica della Lunigiana e promuoverla in campo amministrativo con la creazione di una nuova provincia. Per ottenere questo Giuliani rivendica il disimpegno del periodico di fronte ai partiti politici e il ruolo di organizzatore del consenso culturale a un livello superiore. «Lunigiana – scrive Ai lettori Giuliani – vuol essere espressione di un momento di rinnovamento spirituale che precede la divisione dei partiti e che prepari una viva e varia materia per veri partiti» (73).
Tanto fervore d’iniziative mostra che la cultura liberale è in piena ripresa e si presenta ormai lontana dai miti del proletariato. Tra intellettuali e marxismo si va aprendo un fossato che le riflessioni teoriche accentuano sempre più: il convincimento che il movimento operaio «non possa fare il passo più lungo della gamba» e che non possa esserci progresso là dove le condizioni oggettive non lo consentano, è oggetto di elaborazione culturale e teorica del socialismo riformista. Il filosofo Giuseppe Rensi, citato più volte con affetto nelle lettere del Salucci, nell’articolo La rinascita dell’ idealismo, apparso sulla «Critica sociale del 1905, affronta il nodo dei rapporti tra idealismo e socialismo e spiega le vicende interne della cultura socialista attraverso la scissione fra teoria e prassi. Per Rensi il socialismo è indipendente da qualsiasi sistema filosofico, rappresenta anzi, si può dire, per le classi lavoratrici, quel vivere che sta in antitesi e in precedenza al philosophari e quindi si regge, permane e procede qualunque sia il sistema filosofico dominante e senza neppure aver bisogno di curarsi di sapere quale questo sia». Ancor più, dal momento che il materialismo storico ha portato il movimento socialista nel vicolo cieco di un determinismo senza speranze, per Renzi «la critica idealista al materialismo storico ci dà modo di spezzare questo fatale cerchio incantato»(74).
Prodotto della temperie culturale e politica, che fa da sfondo a questo atteggiamento fortemente critico nei confronti del marxismo, è il libro di Arturo Salucci Il crepuscolo del Socialismo (Critica delle tendenze e delle soluzioni), pubblicato a Genova nel 1910 (75). Nella lettera al Giuliani del 19 febbraio 1906, Salucci scrive: «Per conto mio ho in gestazione – anzi in celebrazione – parecchi lavori: uno studio su “Mazzini e il Socialismo”, un libro dal titolo merliniano: “Pro e contro il Sindacalismo”, una “Vita e dottrina di Carlo Pisacane” (con documenti inediti), e parecchia altre roba. Ma sono quasi certo, data la mia spaventosa indolenza, che non ne farò proprio nulla; ed è quindi assai più facile che mi decida a trattare questi soggetti sotto forma d’articoli per una Rivista» (76). Il crepuscolo del Socialismo è probabilmente «il libro dal titolo merliniano», di cui scrive Salucci riferendosi a Saverio Francesco Merlino, autore dell’opera Pro e contro il Socialismo. Merlino, arrivato al socialismo dall’anarchismo, contrario alla corrente riformista, rifiuta la concezione marxista della lotta di classe e la teorizzazione della dittatura del proletariato, proponendo un socialismo umanistico e ammantato di utopismo (77). Nel libro di Salucci gli scritti revisionistici di Merlino sono ben presenti, attentamente esaminati e, in gran parte, condivisi.
«Questo libro – scrive Salucci nella “prefazione autocritica” – è frutto di alcuni anni di raccoglimento, di meditazioni e di osservazioni intorno ai fenomeni del movimento operaio e socialista in mezzo al quale ho vissuto. […] Ma quante contraddizioni, quanti dubbi, quante incertezze, quasi ad ogni pagina! Che farci, se la contraddizione è nella vita degli uomini e, più ancora, in quella delle folle?». Salucci propone una concezione del socialismo «che, pur vantando la sua origine sperimentale, si allontana dai criteri fatalisti, meccanicisti, empirici del riformismo dominante, e fa gran parte, nel moto di redenzione sociale, all’influenza della volontà individuale, al desiderio di “voler potere”, a tutti gli elementi spirituali a cui annette la più grande importanza; volontà, sentimento, passione, amore della teoria, desiderio dell’illusione, ricerca dell’utopia, aspirazioni religiose dell’anima umana». Una simile concezione «non confonde il movimento operaio con tutto il socialismo; […] assegna al problema economico un posto di grande importanza, ma lo coordina e fors’anche lo subordina a grandi e tormentosi problemi morali, estetici, spirituali” (78).
Salucci si richiama esplicitamente al «socialismo integrale di Benoît Malon. «Il socialismo di Malon – scrive – fu la creazione di uno spirito pratico e indipendente, sinceramente rivoluzionario fu un socialismo anti-marxista o amarxista, antitedesco, schiettamente francese e latino, spiritualista per eccellenza, che identificò quasi il socialismo coll’opera di infinita bontà necessaria in quell’immane groviglio di dolori ch’è il mondo….” (79). Per Malon, l’autore del Socialismo integrale, occorre che i lavoratori non facciano più affidamento su un ipotetico «grande giorno», ma sul progresso, lento ma sicuro, che può essere loro offerto dalla diffusione della istruzione, dallo sviluppo delle cooperative e delle camere sindacali, nel quadro del rispetto delle istituzioni. Per l’operaio tintore francese, il socialismo è soprattutto un problema morale e il progresso etico è ineluttabile e non serve a nulla stimolarlo con la forza. Contro le nefaste teorie socialiste tedesche, Malon definisce un‘utopia il marxismo politico, la presa del potere con l’insurrezione, la dittatura del proletariato, mentre sostiene che il socialismo francese, sintesi di Fourier, Louis Blanc, Proudhon e altri, sia insieme una scienza politica positiva e un’arte del possibile (80).
Secondo questa linea di pensiero, il libro di Salucci intende essere «semplicemente un libro di critica, anzi d’autocritica, di polemica e di passione: pone dei problemi e non li risolve, solleva dei dubbi, respinge tutte le soluzioni, ripone in circolazione idee e problemi che sembravano superati, e ne solleva dei nuovi». «Per concludere – si legge al termine della prefazione autocritica, datata “dicembre 1909” – il volume, con tutte le sue imperfezioni e le sue incertezze, rappresenta nel suo complesso il pensiero e lo stato d’animo dell’autore nel periodo in cui fu scritto. E’ un tentativo, direi, di critica dal di dentro” (81).
Tuttavia fin dal primo capitolo, intitolato «La catastrofe del marxismo», Salucci ha ben chiara un’idea: «Liberiamoci da Carlo Marx». Le teorie del plusvalore, della miseria crescente come conseguenza dell’accentramento del capitale, del materialismo storico e della stessa rivoluzione, sono troppo schematiche per essere prese sul serio», non sono fondate su una corretta analisi della realtà e, comunque, sono state definitivamente smentite dalla storia. Inoltre, le classi esistenti all’interno della società capitalistica non sono, per Salucci, soltanto due: oltre che in proletariato e borghesia, che sono i poli della lotta di classe secondo Marx, «la società è divisa in un gran numero di classi, sottoclassi, categorie, ceti e gruppi che non possono, nemmeno schematicamente, ridursi a due tipi. La grande maggioranza della popolazione è costituita dalle cosiddette classi medie, che sono veramente il tessuto connettivo della società e insieme la maggior forza d’ogni nazione. Queste classi medie non diminuiscono, ma tendono piuttosto ad aumentare». Ne deriva che «classe è piuttosto un concetto politico che economico “ (82). Per tutto questo, scrive Salucci, il marxismo che sembrò un giorno la parola ultima e definitiva della scienza rivoluzionaria, appare oggi come una concezione intermedia, transitoria ed effimera, del movimento socialista internazionale». Anzi, ancor di più, “la catastrofe che il marxismo previde nel mondo circostante, era invece dentro di sé, nelle sue premesse, nella sua dialettica, nel seno stesso della dottrina che doveva fatalmente e irreparabilmente dissolversi, davanti a più serene visioni della storia…»(83).
La tesi che il socialismo come ideale e azione politica di classe attraversi una crisi, che a molti appare irrimediabile, coincide dunque con il progressivo spostamento dell’asse dell’azione socialista dal partito alle organizzazioni economiche e cooperative. Tuttavia, anche per quanto concerne la teoria dello sciopero, Salucci ha cambiato in senso antiriformistico le sue posizione rispetto a quello che ha scritto nella Teoria dello sciopero del 1902 (84). Nell’articolo Lo Zarathustra del proletariato. Il fenomeno Sorel, apparso sulla «Critica sociale>> del 1909, Salucci scrive con asprezza polemica: «La violenza predicata da Sorel è quella del nevrastenico che ha soltanto l’illusione della forza e che lancia terribili minacce in bella forma letteraria. Per questo essa piace agli esteti ed ai giornalisti jeune siècle. Il suo vangelo potrebbe trovarsi, non già nel Manifesto dei Comunisti, ma nel manifesto dei futuristi […] Federico Nietzsche e George Sorel appaiono chiaramente come due consanguinei: sono due fiori del male sbocciati nella serra calda della cultura contemporanea” (85).
Salucci segue attentamente lo svolgersi dello sciopero di Parma del 1908, che vede il conterraneo Alceste De Ambris come protagonista principale. Da alcuni anni De Ambris avverte i sintomi dell’esaurimento della stagione sindacalista all’interno del partito socialista e matura un giudizio negativo nei confronti dello strumento politico, tanto che alla fine del 1906, senza clamori, non rinnova la sua adesione al partito socialista italiano (86). Proprio al partito De Ambris fa risalire la responsabilità della degenerazione della coscienza di classe, che invece va salvaguardata e sviluppata con la pratica dell’azione diretta da parte delle organizzazioni operaie. «Il nostro sindacalismo -scrive nell’opera L’azione diretta del 1907- non deriva da una logica astratta, ma dall’insegnamento pratico dei fatti. Esso sorse come una necessità allorquando il socialismo parlamentare venne meno alle sue promesse, mentre per converso un’energia nuova si rivelava attraverso gli episodi dell’azione diretta esperita dalla organizzazione operaia (87). Per De Ambris, il sindacalismo è il «vero socialismo» e la sua ragion d’essere sta proprio nel recupero del movimento socialista alle sue origini puramente proletarie», che sono andate perdute per essersi impaludato «in un legalitarismo languidamente democratico ed in uno smidollato umanitarismo piccolo borghese (88).
La sconfitta dello sciopero di Parma e il «disastro sindacalista» assumono proporzioni drammatiche per tutto il movimento socialista. Gli effetti non si limitano ad influire sull’andamento dello scontro fra le varie componenti operaie, ma soprattutto incidono sull’opinione pubblica con l’immagine di una borghesia ancora vigorosa ed anzi capace di riscossa. Non solo quell’enorme dispiego di energie e quell’impressionante spreco di ricchezze appaiono a Salucci la conferma della sua teoria dell’inutilità degli scioperi, ma dagli avvenimenti di Parma ricava un insegnamento ben più pesante d’implicazioni per il movimento socialista: «la borghesia, che parve uscire affranta dal travaglio della rivoluzione francese e delle rivoluzioni nazionali e patriottiche, dà oggi prova […] di una ripresa mirabile di forze, di un vigore di vita insospettato». Nello sciopero agrario di Parma – che fu la più aspra battaglia di classe combattuta in Italia – la sconfitta proletaria non fu dovuta all’intervento oppressore dei poteri pubblici, rappresentati da un prefetto che non nascose certe sue simpatie per la Camera del Lavoro, né alla brutalità dei soldati, che spararono diecimila colpi di fucile senza neanche ferire un gatto sulle grondaie. Chi fiaccò lo sciopero, oltre l’audacia teppistica delle bande armate dei “liberi lavoratori”, fu la resistenza della Associazione Agraria: fu, in altre parole, l’azione diretta della classe borghese. Ormai è provato che, quando occorre, i signori si rimboccano le maniche, afferrano gli strumenti di fatica, agguantano i bastoni, impugnano le rivoltelle. E un uomo vale un altro…»(89).
Il quadro che Salucci ha di fronte è desolante: la previsione che ha sorretto il movimento socialista di una imminente fine del dominio della borghesia è del tutto sbagliata. «Non soltanto la borghesia è la classe che può vantare i maggiori meriti per la civiltà passata, non soltanto deve compiere ancora la sua parabola, ma essa dà prova di rafforzarsi, di ringiovanirsi, di diventare ogni giorno più vigorosa. […] Cieco chi non vede, ai nostri giorni, quanta forza di resistenza e di conquista animi ancora il capitalismo. Dopo una breve eclissi, noi assistiamo ad una meravigliosa rinascita della borghesia» (90). Anzi, a ben guardare, per Salucci, il sindacalismo è figlio più dell’ideologia borghese che di quella proletaria ed è strettamente legato a quei movimenti di pensiero che proprio in quegli anni si vanno affermando. «In realtà scrive Salucci il sindacalismo ha stretta parentela con tante altre manifestazioni “d’eccezione” dello spirito contemporaneo: filosofia della contingenza, imperialismo, apologia della violenza, filosofia nietzschiana, culto della “volontà creatrice”, concezione aristocratica della storia, neo-idealismo, ecc. […] La teoria sindacalista è, insieme, l’estremo sforzo e l’ultima espressione della filosofia borghese»).(91)
Ma una volta negato Marx, demolito il concetto di lotta di classe, rifiutata la rivoluzione, criticato il sindacalismo, giudicato negativamente il marxismo e il suo revisionismo, che cosa resta del socialismo? «Cessando di essere partito come cessò d’essere setta, scrive Salucci il Socialismo è oggi lo spirito nuovo che imbeve tutta quanta la società democratica nella sua più rapida fase di trasformazione. […] Il marxismo, il riformismo, il sindacalismo: tutti i tentativi di definizione precise e ristrette, miranti a farne la filosofia di una classe, sono falliti. […] Nella sua parte dottrinaria, il Socialismo, ancora legato alla vecchia filosofia materialistica o positivistica, appare singolarmente invecchiato di fronte al rifiorire dell’idealismo in tutti i campi dello spirito umano. Inquadrare la nostra dottrina nel grande movimento di rinascita spirituale a cui assistiamo, è compito urgente» (92). Per Salucci il socialismo è soprattutto «una dottrina etica e uno “stato d’animo”», è «il partito dei poveri e degli idealisti(93).
Il socialismo diventa, dunque, una «invincibile utopia», una sorta di «spirito immanente alla realtà, che si dispiega attraverso strade misteriose, raccogliendo in sé le tendenze più diverse della società. Una dottrina morale di redenzione della società che trova «nella formula Libertà e Associazione» di Carlo Pisacane e nel ritorno a Mazzini» i punti di riferimento fondamentali. «Poiché occorre affermare altamente che il socialismo non è, come un tempo si sostenne da molti, una dottrina di importazione teutonica estranea al nostro temperamento mentale; essa trovasi invece in germe, anzi forma l’anima e la fiamma ideale, di tanti pensatori italiani da Tommaso Campanella a Filippo Buonarrotti, ai gloriosi campioni dell’idea nazionale repubblicana da cui è uscita, deformata ed incompleta, la terza Italia” (94). In particolare è la figura di Giuseppe Mazzini che col passare degli anni «sempre si irradia di luce nuova e più ardente». «L’apostolo genovese affermava che nessuna rivoluzione può e deve essere esclusivamente politica, e che non vale la pena di mutare soltanto l’etichetta di governo, se non si chiama a partecipare ai benefizi della rivoluzione un numero sempre maggiore di appartenenti alle classi diseredate. Egli auspicava infine “l’unione del capitalismo e del lavoro nelle stesse mani”. Non consiste appunto nella realizzazione di questo ideale la essenza intima e fondamentale del socialismo?” (95).
Le conclusioni dello studio di Salucci portano a delineare un «socialismo italiano» e a indicarne in Mazzini «il padre fondatore». «L’Italia è destinata a camminare alla testa delle nazioni civili, verso il Socialismo. Le ragioni della nostra superiorità sono molte. Il socialismo italiano è più idealistico e meno dottrinario, più agile ed aperto di quello degli altri paesi. Non parliamo del socialismo inglese, americano od australiano, che appartengono ancora al regno dei miti. Il socialismo tedesco colle sue forze numericamente formidabili appare lento, pesante, privo d’ogni lievito rivoluzionario. Il socialismo francese, per quanto più imbevuto di spirito ribelle, è, purtroppo, vacuo, parolaio, stupidamente rumoroso e blagueur. Con tutte le sue deficienze, il socialismo italiano è ancora la cosa più seria del movimento operaio internazionale. Esso risente sempre delle sue origini idealistiche e, nonostante l’aspra lotta di separazione dalla vecchia scuola repubblicana, ad essa si ricollega e ama giustamente ricordare in Giuseppe Garibaldi il suo primo glorioso difensore “ (96). In questo modo troviamo nelle ultime pagine le linee di una ricostruzione del concetto di «classe» in quello più ampio e solenne di «popolo» e il movimento operaio rianimato dall’idealismo mazziniano.
Nell’opera di Salucci appaiono alcuni temi, «l’Italia rurale», «la superiorità dello spirito italiano», «il popolo», che negli anni immediatamente successivi avranno grande sviluppo. Non a caso Salucci nel 1913 curerà l’inchiesta Il nazionalismo giudicato da letterati, artisti, scienziati, uomini politici e giornalisti italiani e tornerà a trattare il fallimento del marxismo nel libro Il tradimento di Marx (97). Tuttavia, al di là delle tante critiche sul Crepuscolo del Socialismo, espresse in varie recensioni ed articoli apparsi su quotidiani e riviste, è necessario riconoscere che l’ulteriore svolgimento del pensiero di Salucci ha evidenziato lo spirito prevalentemente etico della sua opera: un’appassionata ricerca della verità per un intransigente bisogno di chiarificazione interiore. Per questo, scrive Mario Silvestri sull’”Avanti» del 29 settembre 1910, «il Crepuscolo del Socialismo è il libro di un uomo di fede, che ha delle idee che possono non essere divise, o anche riprovate, ma che egli espone con coraggio, portando così un magnifico contributo di fede e di battaglia alla non lieve fatica che compiono quegli uomini che, insofferenti di qualsiasi giogo dogmatico, provenga esso da un’autorità spirituale o scientifica, cercano, discutono, criticano, demoliscono e ricostruiscono, non curanti se la loro opera viene più o meno compresa ed accettata per buona” (98).
GIUSEPPE BENELLI, Arturo Salucci e il “crepuscolo del socialismo”, pubblicato in “Studi Lunigianesi”, Edito dall’Associazione Manfredo Giuliani per le ricerche storiche e etnografiche della Lunigiana, Voll. XIX-XX-XXI, anno 1989-90-91, Villafranca Lunigiana, pagg. 147 – 183
Appendice
Su carta intestata, “Il lavoro” Giornale Politico Quotidiano, Arturo Salucci scrive a Manfredo Giuliani da Genova il 19 febbraio 1906.
Carissimo,
rispondo immediatamente alla tua lettera. Approvo con entusiasmo l’idea della Rivista, della quale già ebbi occasione di parlare con Formentini. E sono pienamente d’accordo circa il programma della “Giovane Italia”. Nelle attuali condizioni del socialismo italiano – che è la più allegra mascherata rivoluzionaria che ricordi la storia – è giunto alfine il momento di levare una voce che affermi quella che parve sino ad oggi l’utopia di pochi malinconici, sospesi fra i ricordi di un passato glorioso e le aspirazioni confuse dell’avvenire: la necessità, cioè, di una scuola italiana di socialismo, la quale si differenzi tanto dal socialismo eunuco e ciabattone dei riformisti, quanto dalle fanfaronate del rivoluzionarismo verbale di ferriana invenzione, come pure dalle plagiarie imitazioni franciose di un Sindacalismo… senza sindacati. Il socialismo italiano dev’essere prima di tutto e sopra tutto repubblicano, e deve a parer mio innestare sul vigoroso tronco marxista i germogli del pensiero mazziniano, in quella parte, s’intende, che ancora è viva e vitale.
Quindi, guerra a tutti i partiti, a tutte le sette, a tutte le “tendenze” – forme transitorie di aggruppamenti del pensiero umano, destinate a scomparire per lasciare il posto agli aggruppamenti reali e durevoli cioè alle “classi” operanti nelle profondità della storia, e alle “scuole” religiose, filosofiche, scientifiche od estetiche, spumeggianti alla superficie, nella zona dell’alta cultura che comprende, teorizza, sistema e precorre gli avvenimenti sociali! Guerra ai rigattieri del vecchio idealismo e ai cerretani del positivismo agonizzante!
In quest’epoca crepuscolare della filosofia, occorre alzare il vessillo di un nuovo idealismo quasi direi di un ideismo che, come tu ben dici, deve scendere non già dal cielo, ma salire dal fondo delle cose e della vita. La “Giovine Italia” dovrebb’essere -come s’intitola orgogliosamente il “Leonardo” una “Rivista di Idee”, che potrebbe anche assumer per motto la vecchia formula mazziniana: Educazione e Insurrezione! Due parole, queste, assai più chiare e meno ipocrite del binomio “evoluzione e rivoluzione” col quale ci ha deliziato per mezzo secolo l’italico positivismo… Ma io m’accorgo che in forma sconnessa e frammentaria – stavo quasi per scrivere un articolo, e faccio punto alle mie elucubrazioni.
lo credo che sarebbe opportuno (poiché lo scrivere ci trarrebbe troppo per le lunghe) uno scambio d’idee fra i promotori di questa rivista. Se tu avessi occasione di fare un passo in qualunque giorno a Pontremoli, potremmo trovarci là io, Formentini e gli altri amici che aderiscono con entusiasmo alla tua iniziativa, fra i quali vi sarà senza dubbio Gigetto Campolonghi (che, tra parentesi, mi saluterai di tutto cuore). Discorrendo, si potrebbe chiarire meglio le idee e gettare le basi della spirituale impresa.
Secondo il mio modo di vedere, la Rivista dovrebb’essere aristocraticamente compilata, seria, elegante in tutto, e almeno pei primi numeri una specie di “orto concluso” nel quale potessero… seminare soltanto i “giovini” del cenacolo apuano… In seguito potrebbero venire i collaboratori grandi uomini. Arturo Labriola, se saprà vincere la sua filosofica indolenza, potrebb’essere per noi un magnifico segnacolo. Posso assicurarti anche la collaborazione gratuita del dott. Giuseppe Rensi, ministro della Repubblica italiana… del Canton Ticino, il quale è perfettamente nel nostro ordine di idee e che in una visita ch’io gli feci nella scorsa estate a Bellinzona mi manifestò gli stessi propositi da cui noi siamo animati.
Tu saresti naturalmente il Direttore della nuova Rivista, la quale dovrebbe avere un Comitato di redazione ristrettissimo (tre o quattro persone al massimo, residenti in diverse città) incaricato della revisione e della selezione dei manoscritti. Ho qualche dubbio intorno alla forma della Rivista, la quale secondo te – e se non ho male inteso -dovrebb’essere in gran parte una raccolta di monografie regionali, mentre a me pare che dovrebbe avere un carattere e un’intonazione, dirò così, più generale. Ma questa ed altre questioni secondarie si risolveranno strada facendo.
Per conto mio ho in gestazione – anzi in celebrazione parecchi lavori: uno studio su “Mazzini e il Socialismo”, un libro dal titolo merliniano: “Pro e contro il Sindacalismo”, una “Vita e dottrina di Carlo Pisacane” (con documenti inediti), e parecchia altre roba. Ma sono quasi certo, data la mia spaventosa indolenza, che non ne farò proprio nulla; ed è quindi assai più facile che mi decida a trattare questi soggetti sotto forma d’articoli per una Rivista.
Concludendo: do alla tua iniziativa la mia piena ed intera adesione, e m’impegno non soltanto a collaborare alla “Giovine Italia”, ma anche a curarne la diffusione in Liguria e a farvi, a mezzo del giornale, la massima réclame. Appena potrò vedere Silvio Pellegrini, m’intenderò con lui.
Ti accludo un biglietto per Labriolino, ma non so dov’egli si trovi presentemente, dopo la sua tournée triestina. Il suo indirizzo più probabile è a Milano, presso l’Avanguardia.
Quanto alle schede di Ceccardo, me ne sono occupato e me ne occuperò. So che ne sono andate parecchie in Lunigiana: ma il prezzo di cinque lire è per molte borse (la mia compresa!) un po’ troppo alto. Ad ogni modo ripeto -m’interesserò dell’affare. Scrivimi, dandomi qualche indicazione precisa sul tuo progetto. E abbiti intanto i miei più affettuosi e fraterni saluti.
tuo A. Salucci
Sempre su carta intestata, “Il Lavoro” Giornale Politico Quotidiano, Salucci scrive al Giuliani, datando “Genova, 23-2-1906”.
Carissimo,
non ho ancora potuto vedere Silvio Pellegrini, ma ho parlato col fratello Cesare, il quale è informato della cosa, e m’ha assicurato della sua adesione.
Tu hai hegelianamente capovolto il mio concetto, esprimendolo in forma più felice. Siamo perfettamente d’accordo: si tratta appunto di innestare sul tronco mazziniano (o meglio repubblicano, poiché comprende anche parte delle dottrine di Ferrari, Cattaneo, Bovio, ecc…) i germogli del marxismo (o meglio del socialismo, poiché né tu né io, né forse nessun italiano ha mai potuto essere, nell’anima, marxista puro – e Labriola meno che altri). Noi dobbiamo anche rinnovare la vecchia fraseologia dei partiti e delle scuole, riportandoci per quant’è possibile alle pure fonti italiche, e sventolando il grande principio della “Associazione” – che è termine più ampio, più geniale, più umano dell’abusato vocabolo di “organizzazione”, pur esprimendo, in sostanza, lo stesso fatto e lo stesso ideale. Ma di tutte queste cose discorreremo più comodamente… nella futura Rivista.
Per quel che riguarda la parte più propriamente letteraria, artistica, estetica, la Giovane Italia dovrà esser l’arena degli ingegni apuani (Ceccardo e Campolonghi potranno in essa far meglio valere le loro doti); per la parte politico-filosofica noi dovremmo chiamarvi a collaborare soltanto quei giovini scrittori che sono nel nostro ordine di idee, con esclusione dei letterati puri, vuoti ed inconcludenti, e degli uomini avariés di tutti i partiti. Ti cito qualche nome che mi vien sulla penna: Arturo Labriola, Giuseppe Rensi (per l’indirizzo basta: Bellinzona), Felice Momigliano, Carlo Cantimori ecc…
La rivista dovrebbe avere l’intonazione apuana, occupandosi in ogni suo numero di studi, dirò così, locali, per far conoscere agli italiani molte glorie ignorate della nostra terra. Per esempio, non sarebbe fuor di luogo un bello e originale studio su Giovanni Fantoni, poeta che non ha la fama che merita. E chi ricorda, per esempio, l’opera scientifica di Pellegrino Rossi, il quale – a parte il suo codinismo politico (per questo approvo… il ritornello cantato dai romani della Repubblica quarantanovesca: “benedetta quella mano che Rossi pugnalò”…) fu pure un grande e valoroso economista?
Sarebbe un’occasione grandiosa dedicare un numero della Giovane Italia alla celebrazione del centenario del viaggio di Dante in Lunigiana – anche per “lanciare” la rivista nella terra lunica ed etrusca. E chissà che Apua mater non diventi, per l’Italia intera, un focolare di energie rinnovatrici, come già l’Abruzzo “forte e gentile”!…
Quanto al mio studio su Pisacane, non credo che potrò per ora completarlo. D’altronde si tratta d’un lavoro puramente storico, pel quale sono necessarie molte altre ricerche nell’Archivio di Stato e altrove. Piuttosto mi occuperò volentieri, pei primi numeri della Rivista, di altri studi mazziniani, di filosofia, di sociologia, ecc…
Qui al giornale devo sgobbare enormemente, poiché siamo pochi e … mal pagati, e nei ritagli di tempo scrivo dei noiosissimi articoli, irti di cifre statistiche, per la Riforma Sociale, tanto per arrotondare il magro budget.
Chiudo la lettera perché scocca l’ora di un appuntamento. Riscrivimi appena puoi, ed abbiti intanto i miei più affettuosi saluti.
Tuo A. Salucci
P.S. Mi dimenticavo: non abbiamo in redazione nessun semita… Manda pure l’articolo annunziato, che pubblicheremo molto volentieri.
Sempre su carta intestata, “Il Lavoro” Giornale Politico Quotidiano, datata “Genova, 2 Marzo 1906”.
Carissimo,
ho ricevuto il tuo articolo, che ho già passato in tipografia. Dovrà forse fare un po’… d’anticamera, perché tutti gli scritti dei nostri collaboratori subiscono il ritardo forzato di qualche giorno, per la tirannia zaresca dello spazio. A questo inconveniente rimedieremo appena avremo il giornale di sei pagine, cioè nel prossimo mese d’Aprile. Appena l’articolo sarà pubblicato, te ne invierò alcune copie.
- Non so l’indirizzo di Momigliano e credo che non ci sia bisogno di presentazione. Ad ogni modo, io lo conobbi e gli parlai l’anno scorso al Lavoro, in occasione del centenario mazziniano, e se credi puoi scrivergli anche a nome mio.
- Labriola è partito ieri da Trieste per recarsi a Napoli. Non so il suo recapito preciso, ma credo che basti il suo nome per trovarlo.
- Quanto a Ubaldo, ahimè! la sua abulia è incurabile… Passando dalla Spezia lo avevo incaricato di un affare giornalistico. Ha promesso, assicurato, garantito, giurato e ha ancora da farsi vivo! Comunque, gli scriverò per sapere qualcosa.
Ma non c’è da perdersi d’animo per questo. La nostra idea è buona e non può “fallire a glorioso porto”. Ci vuole un uomo à poigne (e puoi esser tu quel desso) che getti le basi, audacemente. Il seguito verrà….
Ciao, per ora. Riscrivimi. E credimi tuo
aff.mo A. Salucci
Lettera scritta sopra una striscia di carta, che sembra essere la carta intestata a II Lavoro, senza la dicitura del giornale e con la data “Genova, 11-10-1908”.
Carissimo,
pare impossibile: ma, per quanto abbia cercato, non son riuscito a trovare una cartolina o una fotografia riproducenti lavori di Cambiaso. M’hanno detto che ce ne sono in un negozio di Via Balbi. Oggi, Domenica, è chiuso: domani andrò a vedere, e se troverò qualcosa di buono, te lo spedirò.
Non saprei indicarti monografie sul Cambiaso. La bibliografia generale riguardante i pittori che scarabocchiarono a Genova è assai vasta: ricordo, fra le altre, queste opere:
Alizeri- “Guida artistica di Genova”
Canale e Serra – “Storia della Liguria”
Ratti – “Vie des peintres génois” – oltre ai grandi lavori di Muntz (“II Rinascimento”) ecc…ecc…
Ma son tutte opere che ho visto in Biblioteca, e non saprei dove si possono avere.
lo ho, su questa materia, un solo volume recentissimo (Jean de Foville – “Gênes”), dal quale taglio quattro pagine contenenti dati ed illustrazioni d’opere del Cambiaso, e te le spedisco. Potrai ritornarmele con tutto tuo comodo.
I lavori, dirò così, tipici del Cambiaso – quelli cioè che caratterizzano le tre fasi della sua arte, a cui accennasti nella tua lettera – sono i seguenti:
1a maniera: San Giorgio (nella Chiesa omonima);
2a maniera: Deposizione dalla Croce o la Pietà (nella Chiesa di Carignano – ripro-dotta nel foglio che ti accludo);
3a maniera: Il Ratto delle Sabine (nel palazzo di P. Campetto).
Aggiungo questo: il Cambiaso ebbe a maestro, e poi a compagno di lavoro, il pit-tore bergamasco Castello del quale sono forse molte opere attribuite frettolosamente al Cambiaso, perché (dice un critico) “a fatica discernevasi una mano dall’altra”.
Non so se questi pochi dati ti serviranno. Se avrò di meglio, te lo comunicherò.
Quanto all’alpinismo, sto lavorando con gli amici per gettare le basi di un Club Alpino Popolare (come a Milano) e ti farò sapere qualcosa.
Tanti saluti affettuosi dal tuo
A. Salucci
(1) Ringrazio l’avvocato Andrea Baldini che mi consente la pubblicazione di questo epistolario, da lui rinvenuto tra le carte dell’archivio Giuliani.
(2) Il Giuliani fa riferimento alla corrispondenza col Salucci nello studio Per la storia del socialismo in Lunigiana. Arturo Salucci e la sua opera, «Giornale storico della Lunigiana», n. s., VII (1956), 3-4, ristampa in Saggi di storia lunigianese, introduzione e bibliografia a cura di G. Benelli, Pontremoli 1982, p. 147-161. Alcune lettere del Salucci al Giuliani, una del 1907, due del 28 e una del ’33, sono pubblicate nell’appendice dell’articolo di G. Ricci, Arturo Salucci nell’ Aulla e nella Lunigiana tra ‘800 e ‘900, in AA.VV., Un lunigianese illustre. Arturo Salucci uomo politico, giornalista e scrittore aullese, a cura di G. Ricci, Quaderni della Biblioteca e degli Archivi Storico e Notarile del Comune di Aulla, VIII, Aulla 1991, p. 42-47.
(3) M. Giuliani, op. cit., p. 154.
(4) La definizione di “socialismo eretico” la usa Ubaldo Formentini nel 1910, in occasione dell’uscita del libro di Arturo Salucci, Il crepuscolo del socialismo(Critica delle tendenze e delle soluzioni), Genova 1910. Cfr. U. Formentini, Note di letteratura. Eretici del socialismo in Lunigiana, «Lunigiana», I (1910), n. 5.
(5) Cfr. A. Salucci, Il crepuscolo del Socialismo, cit., idem, Il tradimento di Marx, Milano 1915.
(6) A. De Ambris, L’ombra sua torna, «L’Internazionale, 10 marzo 1922. Cfr. U. Sereni, Il Prometeo apuano (A proposito di Alceste De Ambris), in Alceste De Ambris, Lettere dall’ esilio. a cura di V. Cervetti e U. Sereni, Biblioteca «Umberto Balestrazzi», Studi e ricerche, n. 6, Parma 1989, pp. 36-37.
(7) A. Salucci, L’uomo che non è niente, «Lavoro», 5 giugno 1925.
(8) U. Sereni, L’aullese Arturo Salucci: un apuano nella storia del socialismo, in AA.VV., Un lunigianese illustre. Arturo Salucci uomo politico, giornalista e scrittore aullese, cit., p. 53.
(9) F. Taddei, Repubblicanesimo, anarchismo, socialismo nel Circondario del Levante. 1860-1900, in AA.VV., Mondo operaio e politica nell’ Ottocento ligure, a cura di E. Costa e G. Fiaschini, Savona 1996, p.107. «Frequenti scrive la Taddei sono nella zona i casi di parroci che si rifiutano di celebrare funerali religiosi perché i defunti “sono accompagnati dalla bandiera unitaria”».
(10) G. Lazzeri, Il socialismo nell’ Alta Lunigiana, «L’Unità», 1, 49, 16 novembre 1911. Cfr. G. Ricci, Dalla Lunigiana all’Italia: due socialisti dimenticati. Gerolamo Lazzeri e Alberto Malatesta, in AA.VV., Movimento socialista in Lunigiana tra la fine dell’ Ottocento e il Novecento, a cura di O. Pugliese, C. Rapetti, G. Ricci, Pontremoli 1990, pp. 283-321; D. Manfredi, Una corrispondenza tra Gerolamo Lazzeri e Manfredo Giuliani, in AA.VV., Movimento socialista in Lunigiana tra la fine dell’ Ottocento e il Novecento, cit., pp. 323-337; N. Michelotti, Gli anni milanesi di Alberto Malatesta e Gerolamo Lazzeri,, in AA.VV., Movimento socialista in Lunigiana tra la fine dell’Ottocento e il Novecento, cit., pp. 339-349.
(11) G. Lazzeri, cit.
(12) G. Ricci, cit., p. 20.
(13) L. Gestri, Socialismo e società in val di Magra tra Ottocento e Novecento, in AA.VV.. Movimento socialista in Lunigiana tra la fine dell Ottocento e il Novecento, cit., p. 85.
(14) M. Giuliani, cit., pp. 148-149.
(15) Cfr. Doria, Investimenti e sviluppo economico a Genova (1883-1914), II, Milano 1973, p. 95; G. Giacchero, Genova e la Liguria in età contemporanea (1815-1969), 1, Genova 1980, pp. 419 sg.
(16) Cfr. B. Montale, I democratici in Liguria (1876-1892), in AA.VV., Sinistra costituzionale. correnti democratiche e società italiana dal 1870 al 1892, Atti del XXVII congresso storico toscano, Firenze 1988, pp. 109-121; L. Garibbo, Conservatori cattolici e democratici cristiani a Genova (1895-1898), in AA.VV., Dalla prima democrazia cristiana al sindacalismo bianco, Roma 1983, pp. 77-168.
(17) Cfr. G. Ratti, Il Corriere Mercantile di Genova dall’ Unità al fascismo (1861-1925), Parma 1973, pp. 157-164: L. Garibbo, I ceti dirigenti tra età liberale e fascismo, in AA.VV., Storia d’Italia. Le regioni dall’ Unità a oggi. La Liguria, a cura di A. Gibelli e P. Rugafiori, Torino 1994, pp. 233-234. Con questo compromesso i cattolici diventano la componente di maggior consenso sociale e cresce la presenza nella vita economica della città di imprenditori cattolici come Bagnara, Costa, Rivara, Dufour, Romanengo, Cauvin, Cerruti.
(18) Ibidem, pp. 235-236. Cfr. M. Bettinotti, Vent’anni di movimento operaio. Pietro Chiesa, Giuseppe Canepa, Lodovico Calda, Milano 1932; G. Perillo, Socialismo e classe operaia nel genovesato dallo sciopero del 1900 alla scissione sindacalista, «Il movimento operaio e socia-lista in Liguria», 1960, 6, pp. 201 e sgg.; G. Perillo e C. Gibelli, Storia della Camera del lavoro di Genova dalle origini alla seconda guerra mondiale, Roma 1980.
(19) Cfr. L. Battaglia, La sociologia morale di Alfonso Asturano, in AA.VV., Filosofia e politica a Genova nell’ età del positivismo, Atti del convegno dell’ Associazione Filosofica Ligure, a cura di D. Cofrancesco, 1, Genova 1988, pp. 97-117.
(20) Cfr. F. Gaeta, La crisi di fine secolo e l’ età giolittiana, «Storia d’Italia», XXI, diretta da G. Galasso, Torino, 1982 р. 105.
(21) G. Lombroso, I coefficienti della vittoria negli scioperi, estratto dalla «Critica Sociale», VII (1897), nn. 8-9, pp. 17-19.
(22) A. Salucci, La teoria dello Sciopero, Genova 1902, pp. 67-68.
(23) Ibidem, pp. 68-69.
(24) Ibidem, p. 166.
(25) Ibidem, p. 168.
(26) Ibidem, p. 167.
(27) Cfr. L. Garibbo, I ceti dirigenti tra età liberale e fascismo, cit., p. 237.
(28) C. Bitossi, Novant ‘anni con il Lavoro voce di Genova dal 1903, editoriale «la Repubblica» e «Il Lavoro, giugno 1993, p. 4.
(29) Ibidem, p. 19.
(30) L. Gestri, cit., p. 110. Sul foglio socialista pontremolese «La Terra», del 27 settembre 1908. compare in grande evidenza il testo di una conferenza tenuta a Fivizzano da Lodovico Calda. Questi, che certo non era uno sconosciuto, essendo da anni segretario della Camera del lavoro di Genova-Sampierdarena, nonché dirigente nazionale della CGL, sostiene in tale occasione le più prette tesi del sindacalismo confederale, pronunciando il De profundis sullo sciopero generale come arma di lotta per le masse e sul sindacalismo d’azione diretta come tendenza». Ibidem.
(31) Cfr. G. Ansaldo, Vecchie zie e altri mostri, a cura di G. Marcenaro, Genova 1990, p. 389.
(32) Ibidem, p. 390. Cfr. G. Perillo, Canepa Giuseppe, in F. Andreucci T. Detti, Il movimento operaio italiano. Dizionario biografico. 1853-1943, 1, Roma 1975, pp. 486-489.
(33) Il libro in cui Malfettani si rivela poeta sociale e al quale vuole legare il suo messaggio è Fiori vermigli, stampato a Genova dalla Libreria Moderna nel 1906. Nella prefazione Arturo Salucci scrive che si può essere rivoluzionari fieri ed aperti, senza possedere la collezione dei fulmini di Ezechiello, delle lamentazioni di Giobbe, delle imprecazioni colleriche di Elia profeta”. Malfettani, “ in molti casi ancora attardato su ideali risorgimentali e mazziniani», con «la sua insubordinazione, che spesso nelle prose giornalistiche assume il carattere dell’invettiva». con le sue crisi di salute, nella progressiva emarginazione dal partito, conclude la sua esistenza gettandosi dalla finestra della propria abitazione. Cfr. P. Boero, Tra Otto e Novecento, in AA.VV., La letteratura ligure. Il Novecento, 1, Genova 1992, pp. 24-27. La morte dell’amico colpisce duramente la sensibilità di Salucci, che più volte ricorda la bella figura del poeta e giornalista. Anche Salucci, dopo anni di crisi e angoscia profonde, si toglie la vita il 1° aprile 1936.
(34) Campolonghi firma speso i propri articoli sul «Lavoro con lo pseudonimo La Farandola. Tra il 1905 e il 1906 inizia il progressivo distacco dal movimento socialista organizzato, che lo porta a rassegnare le proprie dimissioni dalla redazione del «Lavoro» (cui peraltro continua a collaborare fino al 1909). Nel febbraio del 1906 si trasferisce a Firenze come redattore capo del “Nuovo Giornale», ne assume praticamente la direzione a maggio, in seguito alle dimissioni di G. Bistolfi, per dimettersi nel dicembre dello stesso anno a causa delle polemiche sorte nell’ambito della democrazia costituzionale fiorentina. Cfr. A. Landuyt, Campolonghi Luigi, in F. Andreucci-T. Detti, cit., pp. 478-479.
(35) C. Bitossi, cit., p.20.
(36) Bissolati e Campolonghi, infatti, hanno sposato rispettivamente le sorelle Carolina e Ernesta Cassola. Garzia Cassola, che ha collaborato con Campolonghi a Marsiglia all’organizzazione del partito socialista, gli presenta la sorella Ernesta al VI congresso socialista di Roma, nel 1901. dove il giovane pontremolese rappresenta la sezione socialista di Marsiglia. Cfr. A. Landuyt, cit.. pp. 477-478; R. Merolla, Cassola, Carlo, in AA.VV., Dizionario biografico degli italiani, 21. Roma 1978, pp. 514-517; N. Michelotti, Luigi e Leonida Campolonghi, “Cronaca e storia di val di Magra”, XVI-XVII (1987-88), Centro Aullese di Ricerche e Studi Lunigianesi, Aulla, 1988, p. 168.
(37) U. V. Cavassa, Ombre amiche, Genova, s. d., pp. 40-41. Le pagine, scritte in occasione della morte di Angiolini, portano la data 30 maggio 1959.
(38) Ibidem, pp. 116-117. Commemorazione di Giuseppe Canepa, tenuta da Cavassa il 12 maggio 1949 all’Associazione Ligure dei Giornalisti.
(39) Ibidem, pp. 129-130.
(40) G. Marcenaro, L’ovrar di Giovanni Ansaldo, in G. Ansaldo, Vecchie zie e altri mostri, a cura di G. Marcenaro, Genova 1990, pp. 28-29.
(41) M. Giuliani, cit., p. 149.
(42) Ibidem. Alla figura e all’opera di Giuseppe Mazzini, Salucci si avvicina «con molta indipendenza di giudizio, con studi condotti con buon metodo critico, con un ripensamento personale dovuto alle sue esperienze politiche e sociali». Cfr. A. Salucci, Amori mazziniani, Firenze, 1928.
(43) U. Sereni, cit., p. 55.
(44) G. Ricci, cit., p. 39. Il “famoso numero unico”, «La Luce», edito dalla Sezione Aullese del Partito Socialista Italiano, è stampato a Genova nell’agosto del 1905 ed è redatto in gran parte da Salucci, Cfr. M. Bertozzi, La stampa periodica in Provincia di Massa Carrara (1860-1970), Pisa 1979, pp. 113-114.
(45) G. Ricci, cit., p. 39. Sul settimanale «La Terra», che dopo l’eroica stagione del 1898 riprende a uscire a Pontremoli proprio nel febbraio 1906, leggiamo che il parroco di Terrarossa, nell’agosto 1906 disturba, suonando a stormo le campane, una conferenza di Salucci sull’organizzazione sindacale nella sezione socialista appena costituitasi; «La Terra», 19 agosto 1906. Lo stesso Salucci nell’inverno del 1908 tiene una conferenza nelle campagne di Aulla sul tema del “libero amore”, scandalizzando il parroco del luogo, «La Terra», 26 gennaio 1908. Cfr. L. Gestri, cit., pp. 107-108.
(46) Lettera del 19 febbraio 1906, in Appendice.
(47) Cfr. M. Degl’Innocenti, Storia del socialismo italiano. Volume secondo. L’età gioliziana (1900-1914), diretta da G. Sabbatucci, Roma 1980, pp. 307-308.
(48) F. Taddei, cit., p. 108. Cfr. M. Giuliani, Ricordo di Ubaldo Formentini, “Giornale Storico della Lunigiana”, X, (1959), nn. 3-4, pp. 121-128; E. Collotti, Poggi Alfredo, in F. Andreucci -T. Detti, cit., IV, Roma 1978, pp. 195-199. (49) Ibidem, p.108.
(50) Ibidem, p.108.
(51) Lettera del 19 febbraio 1906, in Appendice.
(52) M. Giuliani, cit., p. 150.
(53) Lettera del 19 febbraio 1906, in Appendice.
(54) Cfr. E. Garin, Cronache di filosofia italiana. 1990/1943, 1, Bari 1966, pp. 21-23. Nello stesso anno in cui esce il «Leonardo», iniziano le pubblicazioni «La Critica» di Benedetto Croce, «Il Regno di Enrico Corradini, organo del nazionalismo; «Hermes» di Giuseppe Antonio Borgese inizia nel 1904. Cfr. D. Frigessi, Introduzione, in La cultura italiana del ‘900 attraverso le riviste: «Leonardo», «Hermes», «Il Regno», a cura di D. Castelnuovo Frigessi, I, Torino, 1960, pp. 12-46.
(55) Lettera del 19 febbraio 1906, in Appendice.
(56) E. Pistelli Rinaldi, Ceccardo Roccatagliata Ceccardi tra Ottocento e Novecento, Savona 1978, pp. 192-193. «Арuа commosse tutti, Liguri e Lunigianesi, e creò un orientamento regionalistico, come apparve chiaro la sera del 17-12-1905 nel teatro di Pontremoli, dove, ad ascoltare questa novità ed insieme un alato discorso di Ceccardo, di scarso valore letterario, ma per noi di importanza rilevante, sia ai fini biografici sia a quelli storici, relativamente a certe presenze ideologiche di quel particolare momento, convenne, quasi a manifestare la risposta della stirpe, la gioventù di tutti i paesi vicini […]». Questo discorso, di tono elevato e piuttosto enfatico, che termina con la lettura del sonetto del Carducci a Giuseppe Mazzini, chiarisce le condizioni del l’ambiente locale, i suoi spiriti regionali, le istanze ideologiche del momento, per cui Ceccardo può sentirsi il cantore di “madre Apua”», Ibidem, p. 193. Cfr. M. Giuliani, La rivendicazione ligure della Lunigiana nell’ opera di C. Roccatagliata Ceccardi (Il discorso di Pontremoli del 1905), “Giornale storico della Lunigiana”, n.s., 1 (1950), 3-4, pp. 25-29; V. Bianchi, La poesia del Novecento in Lunigiana. Ceccardo e la «Giovane Apua», “Studi Lunigianesi”, vol. III, anno 3º, 1973, Villafranca L., Associazione “M. Giuliani”, pp. 69-98.
(57) Cfr. P. A. Balli, La vita, in C. Roccatagliata Ceccardi, Tutte le opere, Carrara 1969. pp. 26-27: U. Clades, Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, Firenze 1969, p. 110. Cfr. N. Michelotti, cit., p. 170.
(58) Lettera del 19 febbraio 1906, in Appendice.
(59) Lettera del 23 febbraio 1906, in Appendice.
(60) Anche il revisionismo marxista di Adelchi Baratono, alunno di Alfonso Asturaro ed Enrico Morselli, che condivide la bohème artistico-letteraria genovese, nasce da un sentimento che ha alla base il vivere in una città come Genova. Cfr. U. Silva, Adelchi Baratono e il “personalmente sofferto“, “Atti dell’ Accademia Ligure di Scienze e Lettere”, XLIX (1992), Genova 1993, pp. 451-470, F. Pastore, Il revisionismo a Genova nell’ età del positivismo. Arturo Salucci e Adelchi Baratono, in AA.VV., Filosofia e politica a Genova nell ‘età del positivismo, cit., pp. 230-240 Gramsci constata la fine del dibattito culturale per la pressione del fascismo, annotando la deviazione della corrente Croce-Gentile verso l’area dell’idealismo, il ritrarsi nel silenzio della “maggioranza ortodossa” del marxismo, il rientro di Baratono e di Poggi entrambi genovesi nell’alveo del neokantismo delle scuole germaniche di Baden e di Marburgo. Cfr. A. Gramsci, materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce, Roma 1971, pp. 94-95.
(61) Cfr. A. Labriola, Discorrendo di socialismo e di filosofia, Roma 1898; V. Gerretana, Introduzione, in A. Labriola, Scritti politici 1886-1904, Bari, 1970, pp. 89-101. La morte di Antonio Labriola, avvenuta nel 1904, lascia il movimento socialista privo di un autorevole riferimento ideologico.
(62) B Croce, La morte del socialismo, in Cultura e vita morale. Intermezzi polemici, Bari 1955. pp. 158-159. Cfr. M. Abbate, La filosofia di Benedetto Croce e la crisi della società italiana, Torino 1967, pp. 154-159.
(63) L. Gestri, Salucci Arturo, in F. Andreucci T. Detti, cit., IV, Roma 1978, p. 469. Cfr. A. Salucci, Riforme e rivoluzione sociale, Milano, 1904.
(64) Cfr. E. Ragionieri, La storia politica e sociale, in AA.VV., Storia d’Italia, Volume quarto. Dall’ Unità a oggi, Torino vol. IV, Einaudi, 1976, pp. 1914-1915; D. Marucco, Labriola Arturo. in F. Andreucci – T. Detti, cit., III, Roma 1977, pp. 39-51; G. Candeloro, Storia dell’ Italia moderna. VII. La crisi di fine secolo e l’età giolittiana, Milano 1978, pp. 174-177. Arturo Labriola, tuttavia, rimane legato al partito e come indipendente viene eletto deputato nel 1913.
(65) A. Labriola, La concezione materialistica della storia, a cura di E. Garin, Bari 1965, p. 237. Cfr. B. Croce, Come nacque e come mori il marxismo teorico in Italia (1895-1900). Da lettere e ricordi personali, in Materialismo storico ed economia marxistica, Bari 1973, pp. 253-294.
(66) Lettera del 23 febbraio 1906, in Appendice. Dei rapporti con Artuto Labriola e Giuseppe Renzi, figure di primo piano del dibattito socialista di quegli anni, se ne parla più avanti, di Felice Momigliano, autore del saggio Giuseppe Mazzini e le idealità moderne, Milano 1905, esponente del socialismo mazziniano, si veda I. Monti Ottolenghi, Momigliano Felice, in F. Andreucci -T. Detti, cit., III, Roma 1977, pp. 516-518; di Carlo Cantomori, insegnante e preside, repubblicano fervente, autore di scritti su Mazzini, padre dello storico Delio, si veda P. Craveri. Cantimori Delio, AA.VV., Dizionario biografico degli italiani, 18, Roma 1975, p. 283.
(67) Ibidem.
(68) Cfr. P. A. Balli, cit., pp. 24-27; C. Roccatagliata Ceccardi, Dalla torre di Mulazzo, in Tutte le poesie, a cura di B. Cicchetti ed E. Imarisio, Genova, 1982, p.294.
(69) Cfr. «Apua Giovane, Rassegna di Arte, Storia e Filosofia», Pontremoli 1906, n. 1. La rivista esprime toni polemici e irrazionalistici: oltre ad affermare che gli uomini di «Apua Giovane amano tanto la penna quanto la spada, una nota in calce avverte che “Apua Giovane” non acquetta recensioni e rifiuta la collaborazione femminile».
(70) M. Giuliani, Come nacque l’ Apua di Ceccardo, «Il Telegrafo», 30 novembre 1933, p. 3. Cfr. P. Ferrari, Ceccardo, la Giovane Apua» e «Apua Giovane», “Campanone. Almanacco Pontremolese”, 1 (1940), pp. 177-184; G. Benelli, L’antropologia culturale nell’opera di Manfredo Giuliani, “Studi Lunigianesi”, voll. VIII-IX anno 7-8 (1978-1979), Associazione “M. Giuliani” Villafranca L., pp. 18-20.
(71) Cfr. U. Formentini, La Metropoli apuana, in “Apua Giovane. Rassegna di Arte, Storia e Filosofia”, cit. Sulla rivista Giuliani pubblica una parte del suo racconto Novella di Val di Magra. dal titolo Il Dio Termine, datato «Napoli, aprile 1906»; Luigi Poletti presenta la poesia dialettale Al Lupomanajo. Leggenda pontremolese, col commento di Paride Chistoni. (72) B. Croce, Storia d’Italia dal 1871 al 1915, Bari 1967, p. 226.
(73) M. Giuliani, Ai lettori, «Lunigiana», II (1911), 1, p. 1. Per questo aspetto «Lunigiana» ha una precisa fisionomia nel panorama dei periodici lunigianesi e si differenzia in particolar modo dalle pubblicazioni pontremolesi: «La Terra», «A noi!» e «II Corriere Apuano». Cfr. M. Giuliani, I partiti politici in Val di Magra, «Lunigiana», II (1911), 1. pp. 1-3; G. Benelli, cit., pp. 20-24.
(74) G. Rensi, La rinascita dell’ idealismo, «Critica sociale», XV (1905), in Critica sociale, a cura di M. Spinella, A. Caracciolo, R. Amaduzzi, G. Petronio, II, Milano 1959. pp. 629-643. Giuseppe Petronio, che è uno dei curatori dell’antologia della «Critica sociale», osserva che i direttori Turati e la Kuliscioff, che avevano l’abitudine di accompagnare assai spesso di premesse o note editoriali gli articoli che pubblicavano, quando non concordassero con le tesi degli autori, questa volta tacciono. Ibidem, p. CXLVII. Rensi abbandona decisamente il marxismo nel 1903, come attestano i suoi articoli: La nuova orientazione del socialismo, «Il Dovere», 14 luglio 1903 e Il neo-liberismo socialista, «Il Dovere», 16 luglio 1903. Nello scritto Mazzini e socialismo (Conferenza), Genova 1906, Renzi considera Mazzini un precursore del socialismo in Italia. Cfr. P. G. Nonis, T. Merlin, Bibliografia rensiana, in AA.VV., Giuseppe Rensi. Atti della Giornata rensiana» (30 aprile 1966), a cura di M. F. Sciacca, Milano 1967, pp. 192, 215, 218; P. Pirovano, Rensi Giuseppe, in F. Andreucci, T. Detti, cit., IV, Roma, 1978, pp. 327-332.
(75) A. Salucci, Il crepuscolo del Socialismo, cit. Nella seconda edizione del 1925, che esce a Milano nelle Edizioni “Corbaccio”, il libro «riappare tale e quale, “né riveduto, né corretto”». Scrive Salucci nell’avvertenza: «Non ho aggiunto né modificato nulla. Mi sono limitato a togliere (e l’ho fatto a malincuore) molte pagine di cifre e dati statistici che, allora, costituivano forse la parte più importante del lavoro, ma che oggi sarebbero come elegantemente si dice “superati” e riuscirebbero ingombranti». A. Salucci, Il crepuscolo del Socialismo (Critica delle tendenze e delle soluzioni), Milano 1925, p. 7. Da questa seconda edizione sono tratte le citazioni. Cfr. F. Pastore, cit., pp. 219-230. Il libro di Salucci va inserito nel contesto del dibattito sul marxismo che, oltre al saggio di Arturo Labriola Marx nell’economia e come teorico del socialismo (Lugano 1908), annovera i due volumi di Roberto Michels, Il proletariato e la borghesia nel movimento socialista (Torino 1908) e Storia del marxismo in Italia (Roma 1909), e il libro di Enrico Leone La revisione del marxismo (Roma 1909). Cfr. M. Degl’Innocenti, cit.. pp. 310-311.
(76) Lettera del 23 febbraio 1906, in Appendice.
(77) G. M. Bravo, Merlino Francesco Saverio, in F. Andreucci, T. Detti, op. cit., III, Roma 1977, pp. 429-438
(78) Salucci, Il crepuscolo del Socialismo, cit., pp. 11-12.
(79) Ibidem, p. 13.
(80) Cfr. D. Lindenberg. Il marxismo introvabile. Filosofia e ideologia in Francia dal 1880 a oggi, trad. S.S. Caruso, Torino, 1978, pp. 68-70.
(81) A. Salucci, Il crepuscolo del Socialismo, cit., pp. 14-15.
(82) Ibidem, pp. 67-68.
(83) Ibidem, pp. 48-49.
(84) Salucci analizza gli scioperi italiani del 1904, del 1905 e del 1906, in tre articoli (i primi due apparsi, per i rispettivi anni, nella «Riforma sociale», il terzo nella «Critica sociale»), dove asserva come, per la debolezza dell’industria e per la nuova aggressività padronale, lo sciopero sia ormai divenuto «un’arma ogni giorno più difficile e pericola». Cfr. L. Gestri, Salucci Arturo, in F. Andreucci, T. Detti, cit., IV, Roma 1978, p. 469.
(85) A. Salucci, Lo Zarathustra del proletariato. Il fenomeno Sorel, «Critica sociale», 1909, p. 283. Cfr. E. Garin, cit., II, p. 380. Questo tema è ripreso fedelmente nel Crepuscolo del Socialismo, pp. 146-162.
(86) Su «La Soffitta del 17 dicembre 1911, De Ambris scrive, rispondendo ad Arturo Vella: «Ho appartenuto al partito socialista fin dal 1892 e ne sono uscito alla fine del 1906. Cfr. U. Sereni. Lo sciopero di Parma del 1908: un episodio della lotta di classe, in AA.VV., Lo sciopero agra-rio del 1908: un problema storico, Atti del Convegno tenuto a Parma 11 e 2 dicembre 1978, a cura di Valerio Cervetti, Parma 1984, pp. 82-83. (87) A. De Ambris, L’azione diretta, Parma 1907, p. 3.
(88) Ibidem, pp. 6-7.
(89) A. Salucci, II crepuscolo del Socialismo, cit., pp. 195-196.
(90) Ibidem, p. 175. A queste stesse conclusioni è giunto anche G. Prezzolini nello scritto La teoria sindacalista (Napoli 1909), che Salucci riprende ampiamente.
(91) A. Salucci, Il crepuscolo del Socialismo, cit., p. 145. In uno studio, apparso sulla «Riforma sociale del 1910, Salucci torna a trattare della «industria dello sciopero», per giungere alle conclusioni che «lo sciopero appare un’industria passiva, disastrosa, speculazione sbagliata, arma economicamente dannosa»: «lo sciopero è, per la classe lavoratrice, un’impresa in pura perdita, sempre sconsigliabile, salvo casi eccezionalissimi». A. Salucci, La industria dello sciopero. Estratto dalla «Riforma sociale», XVII (1910), 4. p. 28.
(92) Ibidem, pp. 274-275.
(93) Ibidem, p. 276.
(94) Ibidem, pp. 282. Proprio ai suoi studi su Pisacane e Mazzini, Salucci fa riferimento nella lettera del 23 febbraio 1906: «Quanto al mio studio su Pisacane, non credo che potrò per ora completarlo. D’altronde si tratta d’un lavoro puramente storico, pel quale sono necessarie molte altre ricerche nell’ Archivio di Stato e altrove. Piuttosto mi occuperò volentieri, pei primi numeri della Rivista, di altri studi mazziniani, di filosofia, di sociologia, ecc…».
(95) Ibidem, p. 283.
(96) Ibidem, p. 304.
(97) Cfr. A. Salucci, II nazionalismo giudicato, Genova 1913; idem, Il tradimento di Marx, cit.
(98) Giudizi della stampa sulla prima edizione del «Crepuscolo del Socialismo», in A. Salucci, Il crepuscolo del Socialismo, cit., p. 317.
L’immagine di introduzione alla pagina è tratta dal volume Antonio Salucci, un lunigianese illustre, uomo politico, giornalista e scrittore aullese, edito da Quaderni della biblioteca e Archivi storico e notarile nel Comune di Aulla VIII