Giovanni La Cecilia scrive nelle proprie Memorie:
Nominato Segretario dell’Ambasciata Toscana presso il Governo della Repubblica Francese a Parigi, partii per la mia cara Parigi, via di Genova. Ebbi pure l’incarico di recare l’autorizzazione al generale La Marmora di attraversare il territorio toscano per occupare Parma con la sua Divisione di soldati delle riserve piemontesi. Trovai, La Marmora nella città di Sarzana e sul punto di’ montare a cavallo per gli esercizi a fuoco della sua Divisione. -Consegnai al generale il dispaccio del Governo Toscano, aggiungendo a voce:
“Generale, questa volta i soldati della monarchia avranno al loro fianco quelli delle Repubbliche Romana e Toscana (1); ben presto un grosso contingente di truppe dei due Stati raggiungeranno l’esercito sabaudo sul Po”.
La Marmora non rispose verbo, ma s’inchinò profondamente in atto d’assentire; a me parve che la parola Repubblica gli avesse tolto la favella, che trovò, dopo breve silenzio, per invitarmi ad assistere ad una finta battaglia della sua Divisione. Vedrà (soggiunse) come sieno addestrate queste antiche “milizie in congedo”. Seguii il generale nel campo di esercitazione e viddi, ahimè! soldati con vecchi berretti sulla testa, coperti da un lungo cappotto, senza calze, senza uose, e pantaloni di tela, non brio militare, non disinvoltura, non impeto nelle cariche alla baionetta. Sembravano più teutoni che italiani… Terminala l’esercitazione, presi commiato dal generale La Marmora e rientrai all’albergo, ove scrissi una lunga lettera al Prefetto di Massa l’egregio conte Del Medico, che all’ingegno accoppiava il più sentito patriottismo. Nella narrazione di quanto avevo fatto in Sarzana aggiungevo : « Ho visto i soldati della: Divisione piemontese: sembravano tanti frati. Se sono cosi tutti, Dio salvi l’Italia ! » Dopo pochi giorni si apprese il disastro di Novara (2).
Il La Cecilia, che poi finì obbrobriosamente la vita giornalista prezzolato de’ Borboni di Napoli, era allora uno de’ repubblicani più ardenti, e nel dipingere la 6a Divisione, per odio e passione di parte, annerisce le tinte. Si componeva di dodici battaglioni di fanteria delle riserve, formanti quattro reggimenti e due brigate; in tutto settemila uomini ; di due batterie di artiglieria, composte di otto pezzi l’una; di due squadroni di cavalleria, dugento uomini in tutto ; di una compagnia di zappatori del genio, di centocinquanta uomini ; di un distaccamento del corpo degli infermieri, di trenta uomini. Aveva con sè un piccolo parco di campagna per le batterie e per le munizioni di riserva alla fanteria, i carri necessari all’amministrazione per le sussistenze e per le ambulanze, il tesoro e gli oggetti di vestiario ; in parte, condotti dalla provianda militare, in parte; da una provianda provvisoria ; formanti una colonna di centoventi carri. A Sarzana, vi era una brigata di fanteria, una batteria d’artiglieria, uno squadrone di cavalleria, una compagnia del genio e una compagnia di bersaglieri; alla Spezia, una brigata di fanteria, una batteria d’artiglieria, uno squadrone di cavalleria e un parco di campagna.
Il quartier generale era a Sarzana, e il La Marmora iniziò « varie pratiche per ottenere, in caso di guerra, il concorso delle truppe toscane, nonchè dei ,reggimenti svizzeri che stavano nelle Legazioni ». Spedì appositamente a Bologna e ad Ancona il capitano Giuseppe Govone (3). “Chi mi ha più degli altri contrariato in questo mio tentativo » (confessa con dolore il La Marmora) fu il partito avanzato, il quale mentre spingeva il Governo a rompere. le ostilità, si adoperava a tutta possa perchè non si vincesse.(4) Tant’è che durante il mio soggiorno in Sarzana, un giorno essendo corsa -la voce che « una colonna austriaca da Modena si avanzava verso Fornovo, aderendo alle preghiere di alcuni capi delle ‘truppe toscane, che colà si trovavano, spinsi io stesso una riconoscenza da quelle parti colla «mia cavalleria, pronto naturalmente a portare tutte le truppe, di cui disponevo, alla difesa di quei passi, se la notizia fosse stata vera. Verificato che quell’allarme era falso, me ne ritornai a Sarzana. Si andò tant’oltre nel recriminare quella mia esplorazione, da farne un’interpellanza alla Camera. Brofferio, che la promoveva, declamò una delle sue solite filippiche contro il despotismo militare (6), accusandomi di aver violato il territorio toscano (ove regnava Guerrazzi, capo legittimo di quella contrada), e poco mancò che per quella mia temeraria violazione non mi venisse tolto il comando. Così s’intendeva dai Mazziniani preparare la seconda riscossa per l’indipendenza e l’unità d’Italia (7).
Di li a pochi giorni dal Ministero fu denunziato l’armistizio; e a farsi un’idea della leggerezza di chi reggeva in que’ momenti le sorti del Piemonte, basti dire che la dichiarazione di guerra venne annunziata al maresciallo Radetzky dodici ore prima che ne fosse avvertito il generale maggiore Ghzarnowsky, comandante supremo dell’esercito sardo. Esso ne diede l’avviso al La Marmora con questa lettera, scritta dal capo dei suo stato maggiore :
COMANDO GENERALE DELL’ARMATA.
Dal Quartiere generale principale in Alessandria; 13 marzo 1849.
Dietro gli ordini del General Maggiore dell’esercito, ho l’onore di annunziare confidenzialmente alla S. V. Ill.ma essersi denunciato ieri l’armistizio. Conseguentemente egli mi commette di prescriverle di occupare le posizioni di Ceserano, Fivizzano e Pontremoli, ecc:’ nel modo statole indicato e pel giorno 19 corrente.
Nell’entrare sul territorio Toscano, Ella dichiarerà ch’egli s’avanza in amico, senza la minima pretenzione a conquista, ed anzi per proteggere le popolazioni.
Con ulteriore avviso le sarà comunicato il giorno preciso in cui si riprenderanno le ostilità.
Il Generale Maggiore si propone di forzare il Ticino col grosso dell’esercito in un punto solo, mentre Io attaccherebbe in molti altri, quindi dirigersi sopra il grosso dell’armata austriaca ovunque egli sia.
La Brigata provvisoria del generale Solaroli coprirà la sinistra, appoggiandosi ai monti.
La Divisione Lombarda coprirà la destra, appoggiandosi al Po, la così detta Vanguardia, sotto il comando del colonnello Belvedere, si terrà difensivamente fra Stradella e Piacenza.
Supposto un primo successo favorevole alle nostre armi, se Piacenza verrà evacuata dagli Austriaci, la Vanguardia ha, ordine d’inseguirli sulla destra del Po e quindi porsi ai, comandi di V. Ill.ma, unendosi alla sua Divisione. Se invece Piacenza resiste, la Divisione Lombarda unitamente all’Avanguardia agiranno contro la medesima.
ln quanto alla S. V. Ella, dovrà, in primo luogo, tenersi il più possibile al corrente delle mosse e forze Austriache nei Ducati di Parma e Modena, che Ella è incaricata di tenere a bada.
Se sin d’ora queste forze diminuiscono, per accrescere le truppe che sono in Lombardia, e che le sappia inferiori alle sue, non dovrà esitare di attaccarle il giorno stesso che sul Ticino si riprenderanno le ostilità, senza però troppo azzardarsi. Nel caso contrario, Ella si contenterà di minacciarle, aspettando l’esito mosse.
La circostanza più favorevole per la S. V, Ill.ma sarebbe che gli Austriaci, che sono nei Ducati, fossero obbligati per gli eventi della Lombardia a ritirarsi nanti’ le sue truppe; alle quali non resterebbe altro che inseguirli vigorosamente e portare la confusione nelle loro file.
Ella ben che vede la missione principale si è di fare sgombrare tutta la destra del Po, senza curarsi però di Piacenza. Quando questa Piazza sia sgombra l’Avanguardia si unirà alla sua Divisione. Questa Avanguardia è seguita da quattro dei quarti battaglioni destinati a riserva della medesima, ed in caso di buon successo a stabilirsi di presidio nelle principali Piazze, quali sarebbero Pavia, Piacenza, Parma e Modena,
Il Generale Maggiore si limita ad indicarle il ruolo principale che dovrà conseguire per il principio dello ostilità, fidandosi sul suo zelo e sua capacità pel migliore esito della causa.
Il Capo dello Stato Maggiore generale
La Marmora Alessandro
Al Comandante la 6° Divisione – Sarzana
II Comandante la (6a Divisione cosi rispondeva, da Sarzana, il I18 di marzo :
All’Ill.mo sig. Maggiore Generale dell’Esercito – Novara
L’avviso di sboccare il 20 su Parma ci pervenne appena oggi. -Siccome non dovevamo muovere fino al 19, così io non aveva ancora incominciato il mio movimento verso Pontremoli, ed avrei aspettato ad intraprenderlo domani. Però, appena ricevuto il detto foglio, incamminai una Brigata. L’altra terrà dietro domani, sicchè tutta la Divisione sarà in movimento. Ma egli èimpossibile che io il 20 sia Parma, imperocchè domani 19 sarò a Pontremoli se il 20 a Berceto, Potrò esservi il 21 colla sola cavalleria, ma la fanteria non vi giungerà che il 22, e ancora una sola Brigata;- dacchè la Brigata in coda non vi giungerà che il 23.
Il Generate Comandante
La Marmora Alfonso
A seconda degli ordini ricevuti, si affrettò a dare avviso del suo passaggio per il territorio toscano al Delegato Governativo di Massa, conte Andrea Del Medico Staffetti, Ecco quanto gli scrisse :
STATO MAGGIORE DELLA PRIMA DIVISIONE PROVVISORIA,
Quartiere generale Sarzana addì 15 marzo 1849.
L’armistizio con l’Austria ‘essendo stato denunziato e le ostilità essendo prossime a ricominciare, io ebbi l’ordine di occupare la Lunigiana in modo a potere sboccare al di là dell’Appennino da quella parte che mli sarà in seguito determinata. Avverto pertanto V, S. Ill.ma, che domani mi muoverò per occupare i due paesi di Pontremoli e Fivizzano, Per questo fine io dovrò occupare tutti paesi che mi parranno convenienti nelle due valli della Magra superiore e dell’Aulella. Non è d’uopo che io insista molto per persuaderla che il nostro Governo, e per lui la mia Divisione, nell’entrare in Toscana, non vuole intromettersi negli affari interni della Toscana; la nostra occupazione è puramente militare, col santo scopo di prepararsi ad intraprendere guerra contro il comune nemico.
Io prego V. S. Ill.ma di volere avvertire di questa cosa il di lei Governo e di volerne anche avvertire le Autorità di Pontremoli e Fivizzano, non che l’autorità militare delle Truppe Toscane che stanno a difesa di quei confini.
Sarà nostra cura di usare con quelle popolazioni del massimo riguardo; e non dubito che quelle popolazioni medesime ci accoglieranno cordialmente e si ‘presteranno a quei lievi sacrifizi, come faranno pure quelle somministrazioni che possono essere necessarie per l’alloggiamento delle Compagnie ; ben inteso che queste truppe verranno mantenute per cura e conto nostro.
Nel comunicarle due copie del Proclama del Ministro Sig. Buffa, con cui è annunziata la denunzia dell’armistizio, passo a ripeterle i sensi della singolare mia devozione.
Il Maggior Generale comandante
La Marmora
All’Ill.mo Sig. Delegato Governativo di Massa.
La risposta del Delegato Governativo di Massa fu questa :
Ill.mo Sig. Generale,
A quest’ora Ella sarà già stato informata da Firenze come il mio Governo abbia di buon grado consentito all’entrata del Corpo d’armata, ch’Ella comanda, in Lunigiana, per occupare quelle posizioni militari e sboccare quindi in Lombardia.
È soltanto per esser coerente alla mia promessa, o signor Generale, che io le ne do avviso con queste due righe.
Ed ho l’onore di essere con distinto ossequio sella S. V. Ill.ma
Massa, dalla Delegazione governativa, li 17 marzo 18490,
Dev.mo obbl.mo servitore DEL MEDICO-STAPFETTI
Sig. Generale La Marmora
Comandante la 1a Divisione provvisoria a Sarzana
L’autorizzazione richiesta venne concessa dal Governo Toscano, ma di mal animo e con cattivo garbo, come sta lì a provarlo questa lettera del Guerrazzi al Ministro plenipotenziario del Re di Sardegna a Firenze, marchese Salvatore Pes di Villamarina :
Dalla Residenza del Governo Provvisorio Toscano, li 17 marzo1849.
(Confidenziale)
Signor Ministro,
Appoggiandosi sul fatto dell’armistizio prosciolto, e delle ostilità riprese, il generale La Marmora ha dichiarato d’occupare Pontremoli e Fivizzano sotto colore di essere spedito a scendere dall’Appennino in Lombardia.
Io e il Governo Provvisorio abbiamo sentito la triste nuova della prepotenza che il Piemonte così stranamente ci arreca, e, sebbene con animo conturbatissimo, pure abbiamo dato ordine rapidamente alle nostre Truppe di lasciar passare le Truppe sarde, perchè la guerra ripresa non corresse l’orribile rischio di cominciare con un’avvisaglia fra Piemontesi e Toscani.
Questo contegno del Governo Sardo è per me inesplicabile ; mi affretto però a chiedere confidenzialmente tutte quelle spiegazioni che reputerete più opportune a togliere di mezzo i dubbi, che la condotta del vostro Generale insinua gravissimi nell’animo mio.
Avvezzo a conoscere le tergiversazioni e gl’indugi coi quali il Governo Piemontese ci ha condotti e tenuti sospesi sulle cose di Lunigiana, io non posso infatti considerare come un semplice avvenimento di guerra quello della occupazione di Pontremoli e Fivizzano, e credo quindi di avere il diritto di ottenere convenevoli spiegazioni.
Per ciò che riguarda poi il Piemonte io non penso che Egli farebbe opera utile a se stesso incominciando con tali atti la guerra, e non correggendoli con le spiegazioni opportune. Non penso neppure che il Governo siasi portato convenientemente coll’istesso Valerio, che di tutte cose va ignaro, e al quale abbiamo resa testimonianza di tutta fiducia e dei diritti d’un’antica personale amicizia, e più per quelli della rappresentanza d’un popolo fratello.
Che anzi in questo stesso momento mi giunge notizia che la presenza di truppe sarde in Lunigiana abbia già .suscitalo serie di atti di rivolta, contro i quali io v’invito a protestare energicamente, dichiarando lo scopo dello stanziamento delle dette truppe, e invitando quelle popolazioni alla più severa osservanza degli ordini stabiliti. Che se il Governo Piemontese poi non volesse aderire a queste mie giustissime richieste, io sento il dovere d’ammonirvi delle tristissime conseguenze d’un simil contegno; e di farvi noto che dove per voi si tenti di rompere guerra alla Toscana, menomando il suo territorio, o fomentando la ribellione, la Toscana potrebbe bene accettarla, e farvi proclamare la Repubblica a Genova, e sostenere con altri mezzi un’ostilità sconsigliata, colla quale dareste principio a una serie forse infinita di errori e di colpe, e dalla quale penso che aborrirete, come ogni generoso Italiano.
Qui dunque è necessario che il Governo Piemontese dichiari apertamente i suoi intendimenti, e corregga l’odiosità delle apparenze colle prove più amichevoli verso di noi.
lo e il Governo che rappresento non abbiamo che una via, e la percorreremo (e il proclama che vi accludo, o la Legge sull’imprestito coatto vi faanno fede di ciò). Ma se le nostre relazioni non sono accompagnate dalla più illimitata fiducia, noi non potremo percorrerla più, e su voi ricadrà tutta l’odiosità della vostra impotenza. Si tolga dunque di mezzo ogni causa che spenga l’entusiasmo e l’amore che deve congiungere i due popoli e i due Governi, e speditemi quanto prima potete le spiegazioni che chieggo.
GUERRAZZi.
Oggi ho visto le risposte del Governo Sardo a Mellana, e Brofferio, che colle loro interpellazioni vi hanno dato occasione di faro le opportune dichiarazioni. Non restano meno veri però i fatti di rivolta all’Aulla o non restano meno giuste le mie considerazioni in proposito.
GUERRAZZI
Il maresciallo Luigi Bellini, che comandava il picchetto della Guardia municipale distaccato a Fosdinovo, scriveva a’ propri superiori il 15 di marzo : «Nello scorso giorno, circa le ore quattro pomeridiane, una carrozza di posta con entro tre individui, vestiti alla borghese, ma con segni militari del Piemonte, transitava da « questo paese per la via sottostante, dalla parte di ponente, esi si dirigeva verso Aulla. Senza domandare chi essi si fossero, potei con delle verificazioni in proposito sapere che i detti individui erano uno il Duca di Genova, l’altro il generale La -Marmora, ed il terzo si dubitò essere un aiutante di campo. Seppi inoltre che si erano « inoltrati nell’altura di alcuni monti, facendo travedere l’ operazione strategica di punti interessanti”. Se realmente uno de’ tre fosse il La Marmora, lo ignoro. Il prode Duca di Genova. non si era mosso dal Piemonte. Più serio è il rapporto del Baldini, comandante piazza dell’Aulla, che la data del giorno stesso « In questo momento ha attraversato l’Aulla un uffiziale piemontese, accompagnato « da cinque giandarmi ed altri militari, fra i quali un commissario; questi ultimi vestiti alla borghese. II popolo ha allora applaudito, si sono uniti Sindaco ed Anziani, si sono riuniti ed hanno deliberato la dedizione al Piemonte, inviandovi (si dice) un espresso.- Ad Albiano accadde Io stesso. Si parla in paese che domani transiterà un corpo di Piemontesi, dicono, per andare a fornire quei casolari che si sono dedicati al Piemonte, Mi dia delle istruzioni. generale [Domenico] D’Apice [comandante generale dell’esercito toscano] mi ordinò di non permettere nè passaggio d’armi, nè di armati, quando superassero i tre o quattro individui. Tanto le dichiaro per avere degli ordini in proposito”. Che cosa gli rispondesse il tenente colonnello Bartolommeo Fortini, comandante il corpo d’osservazione in Lunigiana, che aveva il suo quartier generale a Fivizzano, non è a mia notizia. Il Fortini mandò questo e l’altro rapporto al D’Apice : il quale, alla sua solta, rimise ogni cosa al Governo Provvisorio, scrivendo: « Considero il loro contenuto di tale interesse che credo « dover domandarvi norma di condotta. Intanto ho ordinato « che le Autorità di Aulla, etc. che hanno fatte delle dimostrazioni « per rendersi al Piemonte sieno arrestate e qui tradotte sotto scorta”.
Nel « corpo d’osservazione in Lunigiana » le diserzioni erano frequenti, e i disertori trovavano uno scampo e un rifugio ne’ vicini Stati Sardi. Il Guerrazzi, indispettito, così ne moveva lagnanza al Ministro plenipotenziario del Re Carlo Alberto a Firenze
Confidenziale.
Dalla residenza del Governo Provvisorio, li 18 marzo 1849
Signor Ministro,
Credo scusabile che si dica che il Governo Piemontese ha ritenuto alcuni soldati toscani per pietà di non farli cadere nelle pene in cui sarebbero incorsi tornando in Toscana ; sebbene sia vero che il Piemonte non abbia nessun diritto d’interrompere il corso della giustizia in Toscana.
Non trovo però credibile che il Piemonte possa ritenere le armi, i bagagli e i cavalli, che questi traditori hanno rubato alla Toscana, e però v’ invito colla massima premura a volerci restituire tutto ciò che è nostro.
Confido dunque nella vostra lealtà, e spero che mi darete subito la prova,
GUERRAZZI
Il generale La Marmora attraversò finalmente la Valdimagra con la sua Divisione, e nel mettere piede nelle terre soggette alla Toscana, pubblicò questo proclama :
Abitanti della Lunigiana !
Il Piemonte ha tenute le sue promesse. Spese l’ intervallo della tregua a rinforzare e migliorare l’armata, senza perdonare a sacrifizio di sorta; accresciutene le file di ben 40.000 uomini, ecco che dichiara la guerra, ed il Re si pone alla testa della magnanima impresa. Per cooperarvi ho ordine di passare fra voi ; ma la mia momentanea occupazione di coteste valli non è che militare, ed affatto estranea alla vostra interna politica. Qualche incomodo vi recherà forse il nostro passaggio. Ogni cosa però sarà pagata esattamente, nè d’alcuna molestia v’avrete a lamentare. Noi non vi chiediamo che momentaneo ricovero; e ben ‘lo speriamo nella qualità di fratelli vostri e per la missione nostra di liberare altri comuni infelici fratelli. E siccome la santa causa che siamo chiamati a sostenere vi desta nell’animo quegli stessi generosi sentimenti che noi nutriamo, il comune entusiasmo si confonda col solo grido di: Viva l’indipendenza d’Italia.
Il generale
Alfonso La Marmora
Il Monitore Toscano col marzo annunziava il passaggio con le seguenti parole : Il generale La Marmora, alla testa di un numero considerevole di Piemontesi, è entrato in Lunigiana; e in forza di « alcune disposizioni che il Governo Sardo aveva preventivamente concordato col Governo Toscano, per causa della guerra, è da sperarsi che nulla conterberà il momentaneo ricovero richiesto e ottenuto dalle truppe piemontesi nel suo passaggio”. Il Guerrazzi nella propria Apologia mena vanto di queste parole come d’un atto generoso, trattandosi di « fratelli che « mostravano volerci dare il pane colla balestra”. Il passaggio de’ Piemontesi per la Valdimagra venne cosi descritto dal capitano A. Brignone, comandante del genio :
La prima operazione cui venne destinata la 6a Divisione fu di occupare i Ducati, percorrendo la strada che rimonta la Magra fino a Pontremoli, valica gli Appennini al passo della Cisa e riscende la valle del Taro fino a Fornovo Parma. Per agevolare gli alloggiamenti e la sussistenza alle truppe in queste valli, povere ed incolte, il generale La Marmora avanzò in due colonne, che camminarono ad un giorno di distanza, e la compagnia Zappatori venne divisa in due pellottoni per marciare ciascuno colla avanguardia delle colonne. Il giorno 18 marzo, verso le ore due pomeridiane, partiva da Sarzana la prima colonna e con essa il sottoscritto col comando del 1 pellottone di Zappatori, mentre il 2, sotto gli ordini del sottotenente Besagno, recasi a ricostruire sulla Magra/ presso Fornolo, un ponte di gabbioni, già altra volta eseguito dall’intera compagnia per una manovra militare. Sino ad Aulla la fanteria camminò isolatamente per sentieri in riva alla Magra, mentre tutti i carri seguirono la gran strada per Fosdinovo, In seguito le colonne seguirono l’ordine naturale di marcia, ovunque salutate ed accolte coi più affettuosi segni di simpatia.
Questa strada, attraverso gli Appennini, incominciata sotto l’Impero Francese, è un vero capo d’opera dell’arte dell’ ingegnere; considerata sotto l’aspetto militare, ella offre ad un esercito in ritirata molte risorse di difesa ; il passo della Cisa soprattutto, che trovasi alla sommità della catena, è importantissimo, Esistevi una barricata di lieve momento. Le truppe soffrirono un freddo rigoroso, malgrado il bel tempo.
Il generale La Marmora con le sue truppe giunse a Parma il 22 di marzo. Pensò subito di pigliar Piacenza per sorpresa ; e per meglio riuscire nell’intento, decise di fare « una dimostrazione offensiva » su Brescello. « Già aveva preparato all’uopo molte fascine per incendiare tutta la palizzata che circondava quel forte, di pochissima importanza, nel quale si era racchiuso il Duca di Modena con poche sue truppe e pochissimi austriaci », quando il giorno 25 ricevette l’infausta notizia della disfatta di Novara.
GIOVANNE SFORZA, Alfonso La Marmora in Val di Magra nel marzo del 1849. Estratto dalla Rassegna Storica del Risorgimento, anno V, Fasc. II, anno 1918, Roma, Tip. Della Camera dei Deputati. Fote: http://www.internetculturale.it
1) Il marchese Salvatore Pes di Villamarina, ministro residente del Re di Sardegna presso il Governo Toscano, scriveva da Firenze il 21 di marzo al ministro segretario di Stato per gli affari esteri, avv. Domenico De Ferrari: “Tutta la forza che questo Governo potrà raggranellare per la guerra si riduce ad un battaglione Lombardo di 400 uomini; ad un altro Polacco di 200, colla speranza di aggiungervene ancora un centinaio; agli antichi Carabinieri, ora chiamati Veliti, la miglior truppa, secondo me, che abbia mai avuto la Toscana, i quali ascendono in totalità a 1300; però non credo siano tutti disponibili, avendone anche bisogno per il servizio interno, onde agire, all’uopo, di concerto con la Guardia Municipale, così che crederei che si potrà, all’occorrenza, calcolare sopra un sette o ottocento di questi; un 1000 o al più 1500 uomini di truppa di linea, ma sopra questa non si può assolutamente contare, perché indisciplinata, ignorante, vigliacca ed animata da uno spirito più austriaco che italiano. Infine qualche batteria di artiglieria, raccozzata alla meglio; il tutto però con pochissimo materiale, poche armi e poche munizioni……Mi si assicura che il generale D’Aspice non vuole in verun modo sentir parlare di volontari e dice apertamente che ove possa formarsi un nucleo di forza regolare egli intende riunirsi al generale La Marmora. Questo generale D’Apice mi viene indicato siccome uomo risoluto e fermo, severo mantenitore della disciplina. Dicesi che sia desso che abbia voluto le dimissioni del Pigli e la promozione del Righini a generale, in soddisfazione degli insulti fatti a questo ultimo dal popolo livornese nello stesso “palazzo governativo”.
2) La Cecilia G, Memorie storico-politiche dal 1820 al 1876, Roma, Tip. Artero e compagni, 1878, vol. V, pp. 302/304
3) Intorno a Giuseppe Govone, nato ad Isola d’Asti il 19 novembre del 1825, morto ad Alba il 25 gennaio 1872 è da consultarsi Umberto Govoni, Il generale Giuseppe Govoni, frammenti di memorie, Torino Casanova, 1911; in 16 di pagine xxxii-588
4) Che il partito avanzato spingesse alla guerra è un fatto; che si “adoperasse a tutta possa perché non si vincesse non ha fondamento nel vero.
5) Il Monitore Toscano pubblicò la seguente lettera indirizzatagli dal generale Domenico D’Apice, comandante supremo dell’esercito toscano, scritta da Pontremoli il 6 di marzo: “ Nel n. 60, 4 marzo, del suo giornale leggesi: Sarzana, 1 marzo. Ieri il generale La Marmora si spinse3 con uno squadrone di cavalleria in ricognizione verso Fosdinovo, essendosi sparso che gli Austriaci con gli Estensi dovessero entrare”. E’ esatto, ma ciò ebbe luogo senza mia saputa. Ecco la lettera che a tal proposito io diressi al signor generale La Marmora; e stabilii un posto al Portone di Caniparola per impedire la ripetizione di simil fatto, perché nonostante la poca nostra forza e il valido aiuto che il Piemonte potrebbe prestarci in un momento di crisi, non permetterò mai, finchè io abbia l’onorevole incarico del comando delle truppe, che forze non toscane si permettano di penetrare nel nostro territorio, senza previo consentimento del nostro governo.
Lettera inviata al signor generale La Marmora per mezzo del tenente Carchidio, mio aiutante di campo. Fosdinovo, 1 marzo 1849. Signor Generale, ho sentito con sorpresa che uno squadrone di cavalleria delle truppe sotto i di lei ordini, passando dal Portone di Caniparola, siasi inoltrato oltre la foce di Fosdinovo. Credo mio dovere doverla prevenire, signor Generale, che nonostante le amichevoli relazioni che esistono fra il mio Governo e il Piemonte, non sono autorizzato a permettere a qualunque truppa non toscana, d’oltrepassare le frontiere senza una abilitazione del mio Governo. Un mio aiutante di campo avrà l’onore di recarle la presente. Colga questa circo9stanza per assicurarla della mia distinta stima e considerazione. D’Apice”.
Il generale La Marmora rispose: la missiva, la risposta ed il rapporto del mio aiutante di campo furono da me inviate al Governo Provvisorio”.
“Credo signor Direttore essere nel momento attuale del più grande interesse per la libertà della nostra Patria che la stampa si occupi il meno possibile di ciò che è relativo al campo, eccettuato di procurare i mezzi onde il Governo possa essere in grado di supplire ai bisogni delle truppe. D’Apice generale”.
Di lì a pochi giorni, con la data di Genova 13 marzo, il Conciliatore di Firenze dichiarava: “Alcuni giornali toscani stamparono la lettera del generale D’Apice al generale La Marmora e la risposta di quest’ultimo. La prima fu pubblicata nella sua forma genuina, non così la seconda. Pertanto a rettificare quella erronea pubblicazione, ristampiamo qui la vera lettera del generale La Marmora, non senza meraviglia di vederci costretti a simil cosa. Ecco la lettera: Sarzana, 1 marzo. Signor Generale. La Nota rimessami in questo momento da uno dei suoi aiutanti di campo mi ha recato grande sorpresa. Informato da ogni parte dello spavento che aveva cagionato nella Lunigiana la voce parsasi di un intervento austro-estense, e richiesto dalle autorità di Fivizzano e di Massa stessa di condurmivi in soccorso, aveva ieri mattina disposta la mia truppa per aderirvi , quantunque conoscessi quale grave responsabilità peserebbe sopra di me per un tale fatto. Prima però d’intraprendere un simile intervento, ho creduto di mio dovere condurmi in persona sui luoghi, onde riconoscere la vera condizione delle cose e le posizioni militari che mi avrebbe giovato occupare in tal caso. Era, mi pare, assai naturale che in questa riconoscenza io traessi meco una scorta. Dal procedere di lei sembrami poter dedurre non esistere costì accordo fra le autorità civili e militari, della qual cosa renderò immediatamente avvisato il Governo, e ne terrò conto per mia norma, nella condotta avvenire. Ho l’onore, ecc. Il maggior generale La Marmora.”
6) L’interpellanza ebbe luogo nella seduta del 13 marzo. Aprì il fuoco il deputato Mellana, dicendo: “ Giornali e lettere di Toscana, giunte questa mattina, narrano che il nostro generale La Marmora abbia fatto passare sul territorio toscano, senza previ intelligenza di quel Governo, un corpo delle nostre truppe; narrano pure come da noi s’incitono alla diserzione soldati toscani e che i disertori giunti sul nostro suolo siano festeggiati ed incorporati alla nostra armata che ha stanza a Sarzana, non a minaccia contro l’amico Governo della Toscana, ma a sicurezza della Italiana indipendenza; e tutto ciò si narra considerandolo quale corollario della politica giobertiana, dal Ministero, da noi e dal paese condannata. Io non credo che i Ministri, i quali ebbero la lealtà e il coraggio di separarsi da un loro amicissimo e potente collega, per far trionfare a rispetto della consorella Toscana una nazionale e giusta politica, possano mai farsi rei di quelle accuse che loro vengono fatte da quei giornali. Ma reputo che i Ministri, per l’onore del paese, devo rettificare quelle voci, onde sia palese in Piemonte, palese in Toscana, che le italiane armi nostre non saranno mai impiegate che a difesa degli Italiani; che devono porre ogni studio onde da nessuno possa essere operata cosa alcuna che possa anche a torto compromettere la leale nostra politica”. L’avv. Urbano Rattazzi, ministro di Grazia e Giustizia, gli rispose: “ Le interpellanze dirette al Ministero dall’onorevole deputato Mellana mi porgono occasione di smentire le voci che si vanno spargendo, a questo riguardo. Io posso assicurare che è assolutamente non vero che il generale La Marmora abbai oltrepassato il confine. Il Ministero diede ordini precisi fino dai primi di marzo perché non si oltrepassassero i confini. Il generale La Marmora rispose che si era attenuto rigorosamente agli ordini del Ministero. Quanto alla seconda parte delle interpellanze, cioè alle diserzioni, essa è così grave che noi non vorremmo neanche smentirla. Si diedero ordini al generale La Marmora perché procurasse che i disertori ritornassero alle loro bandiere. Questi ordini furono eseguiti. Quando però, fra questi, qualcuno si fosse trovato dei compromessi, ai quali sarebbe stato pericoloso il ritorno in Toscana, l’umanità chiedeva di non rimandarli, per cui si diede or5tdine che fossero internati nel nostro Stato. Tali furono gli ordini emanati ed eseguiti”. Sorse allora il deputato Brofferio che prese a dire: “ E’ deplorabile che in questi gravi momenti insorgano delle differenze fra il governo Toscano e quello del Piemonte; non sarà quindi fuor di proposito che le cose siano di fatto bene rettificate, acciocché le voci che partono da questa Camera possano illuminare il pubblico sulla condizione attuale. Sono dieci giorni e più che io riceveva una lettera da un membro del Governo Provvisorio Toscano, in cui mi faceva querele perché sulla frontiera si festeggiasse in singolar modo il generale De Laugier e si ricevessero con grande dimostrazione di esultanza i soldati disertori dalla frontiera toscana. Io non volendo recare imbarazzo al Ministero, rimetteva quella prima lettera al sig. Ministro dell’Interno, il quale mi rispose che già si erano dati ordini opportuni, perché, nel caso fossero veri tali disordini, avessero a cessare immediatamente. Dopo cinque giorni un altro membro del Governo Toscano mi scrisse un’altra lettera, più forte ancora, in cui mi diceva che le diserzioni andavano crescendo; aggiungeva che anzi uno dei nostri generali doveva essersi recato fino alla Cisa, travestito, ove venne poi riconosciuto. Questa stessa lettera io rimetteva al Ministro degli Interni, il quale mi rispose che si erano dati i provvedimenti in proposito e che d’altronde i fatti erano in parte esagerati. Un ordine del giorno del generale D’Apice dice che uno squadrone di cavalleria passò il confine e fece perlustrazioni; il generale D’Apice protesta che se ciò si facesse una seconda volta, egli opporrebbe la forza. Ora, questi fatti, moltiplicandosi in tal modo, non può ammettersi che siano falsi; per lo meno essi giungeranno a mettere in diffidenza questi due popoli, quando appunto avremmo bisogno della concordia. Certamente sarebbe stato contro il diritto delle genti il ricacciare i disertori al di là dei nostri confini; ma non vuolsi però festeggiarli. Per me io penso che chi abbandona una bandiera italiana sia un pessimo soldato e un pessimo cittadino. Io non faccio imputazioni al Governo, mi basta avvertirlo perché abbia gli occhi aperti su quelle persone che si trovano da quella parte della frontiera, se per avventura non corrispondessero alle intenzioni del Ministero”. Al Brofferio fu così risposto dall’avv. Sebastiano Tecchio, ministro dei lavori pubblici: “Quanto all’asserzione relativa al generale De Langier, il Governo risponde che questi ben lungi dall’essere stato festeggiato, ebbe anzi l’ordine di partire dai nostri Stati, e che anzi il Ministero ha scritto al generale La Marmora che se mail il generale De Langier si trovasse sprovveduto di mezzi, egli stesso li fornisse. Quanto all’asserzione che alcuni dei nostri cavalieri abbiano passato il confine, non è vero; anzi furono dati ordini positivi il 1 e 3 marzo al La Marmora che non dovesse passare i confini ; ma se per necessità di difesa de’ nostri stessi confini dovesse fare un passo in là, lo dovesse annunziare con un proclama, da cui risultasse che quel passaggio non avrebbe nessuna mira politica, ma solo strategica e militare. Quanto poi a ciò che si dice di questo ordine del giorno del generale D’Apice, può essere che il generale D’Apice sia stato male informato”. A difesa del La Marmora si levò il generale Giuseppe Da Bormida. “Io protesto” (esclamò) “contro all’interpretazione che si potrebbe dare alle parole dell’avv. Brofferio, che cioè il Governo debba guardare bene a chi fida la guardia delle nostre frontiere. Io rispondo del generale La Marmora come di me stesso, e dico che le frontiere non possono essere meglio difese e che il generale La Marmora per la sua lealtà non può generare sospetto alcuno”. Lesse quindi un brano d’una lettera di La Marmora alla propria sorella, nella quale si parla d’una piccola spedizione operata con uno squadrone di cavalleria, per ricacciare gli austro-estensi, che si dicevano entrati nel territorio toscano; e si parla dello sgomento che si era messo nell’animo de’ repubblicani alla notizia della nemica invasione, per cui si erano volti in fuga. Il ministro Tecchio, dopo quella lettura, soggiunse: “In effetto il generale La Marmora tenne informato il Ministero di tutte le preghiere fattegli perché passasse il confine, e che anzi egli ci ha spedito un’autografa-supplica di un Gonfaloniere perché passasse il confine e andasse in soccorso della popolazione”. L’avv. Brofferio replicò: “Io so buon grado al generale Da Bormida di aver protestato, non già contro le mie parole, sibbene contro l’interpretazione che si sarebbe potuto dare alle mie parole. Non è d’uopo dichiarare che io non intesi accusare il generale La Marmora. Intendo soltanto che il Governo spieghi la più grandi vigilanza su qualunque persona che si trovi alle frontiere, affinchè non agisca in senso contrario a quello del Governo. Che ci sia qualcuno che faccia richiesta al nostro Governo perché passi dall’altra parte è probabile, ma io dimanderò se sia il Governo Provvisorio che chiede quell’intervento. Quando mi si risponda affermativamente, io dirò che sta bene che i nostri soldati passino. Ma quando non siano che inviti di cittadini o di qualche autorità, dirò che non vuolsi violare i confini se non per ragioni di guerra, e con un ordine del giorno che spieghi le intenzioni di quel passaggio, che indichi perché si passi, quando si passi e come si passi. Quanto poi allo spavento, alle lacrime, agli affanni dei repubblicani di Toscana, di cui è discorso nella lettera del generale, io dichiaro che non credo punto che i repubblicani abbiano poi tanto affanno e tanto spavento; io li credo italiani e credo che sapranno mostrare anch’essi i loro petti alle palle nemiche quando ne sarà il giorno”. Nella temuta e non avvenuta invasione degli austro-estensi in Lunigiana, un principio di vero vi fu.Le milizie di Francesco V dal Cerreto accennarono a voler far un colpo di mano nel Fivizzanese. Non solo i repubblicani ( pochi e senza seguito, ne credito) ma l’intera popolazione venne assalita dallo sgomento. Il Gonfaloniere chiese allora l’aiuto del La Marmora, il quale si mostrò pronto a snudare la spada e pigliarne le difese. Né bella né generosa fu la tempestiva e ingiusta levata di scudi contro di lui del Mellana e del Brofferio.
7) La Marmora A., Un episodio del Risorgimento Italiano, Firenze, Barbera, 1875, pp. 18-19
L’immagine – del Gen. Alfonso La Marmora – di introduzione alla pagina è tratta da Wikipedia