Raro oggetto utilizzato per contenere l’ago con il quale realizzare maglie e calze di lana

È un’opera d’arte di un anonimo artigiano della Valdantena, scolpita nel bosso, finemente intagliata, e fu un dono d’amore per conquistare il cuore una giovane fanciulla di Bosco di Corniglio. Lo so che è un inizio romantico, ma tutta questa storia lo è, a cominciare dall’oggetto: un rarissimo aguarolo, come chiamavano in dialetto la bacchetta che conteneva l’ago per fare calzini e maglie di lana.
Me lo ha regalato uno zio, Giuseppe Savina del Bosco di Corniglio, che in gioventù aveva fatto il carbonaio sui monti del bagnonese e da anziano aveva sposato mia zia Rosa e sapeva del mio interesse per le cose del passato. Mi raccontò di conservare un oggetto che la nonna aveva ricevuto come dono di fidanzamento, portato dalla Valdantena.
L’aveva custodito sua madre e glielo aveva lasciato come prezioso ricordo, ma non voleva che dopo di lui andasse perduto e me ne fece dono.
Gli aguaroli, con infilato all’estremità un ago di ferro. venivano tenuti sotto l’ascella nell’intrecciare i fili di lana per fare calzini o maglie e il loro utilizzo era noto anche nelle valli di Zeri: al Museo Etnografico della Spezia ne sono custoditi tre esemplari raccolti a Vinca, ma già nel 1911 erano caduti in disuso, come raccontarono gli antropologi Sittoni e Podenzana, che li raccolsero.

L’aguarolo della Valdantena è finemente scolpito a forma di torre coronata a cinque piani in cui tra figure di maschere compaiono gatti: è in legno di bosso e misura 18 centimetri. Ora non è facile decifrare la simbologia, certamente doveva avere un significato beneaugurante.
Il tema della maschera è molto diffuso in tutta la Lunigiana, sui portali i faccion hanno funzione apotropaica, tengono lontano dalla casa gli influssi maligni. Li troviamo nelle case di campagna come nei palazzi signorili di Pontremoli, sono rappresentazioni di volti con sembianze rozze o raffinate, con bocche a volte spalancate e talvolta hanno barbe, baffi e corna, tutti comunque hanno il compito di spaventare e allontanare chi può nuocere.
Nell’aguarolo accanto alla maschera severa che ti guarda indagatrice e a quella a bocca aperta che ti minaccia, ci sono loro, i gatti, che nella simbologia pagana rappresentano l’amore e la fertilità, il simbolo femminile. I gatti sono raffigurati in piedi, in posizione regale, come si addice a un essere ritenuto sacro da tante civiltà.
Nelle tematiche pittoriche cristiane il gatto spesso si vede nelle scene legate alla Natività sacra, all’Annunciazione, ma anche, in modo controverso, nell’Ultima Cena, accanto a Giuda. Un dipinto di Federico Barocci (1535 -1612) è intitolato Madonna della Gatta e la sua presenza in una scena domestica con Gesù e San Giuseppe sembra richiamare, secondo alcuni critici, il ruolo materno della Vergine in un ambiente dove il gatto fa parte della famiglia.
Ma come non ricordare la leggenda tragica e insieme romantica di Monte Lama di Zeri, raccontata da Carlo Caselli che vede protagonisti due fidanzati, un rito magico e un gatto? È la storia di un giovane emigrato in Corsica che, geloso, vuole sapere se la fidanzata lo tradisce e chiede aiuto ad un anziano di Monte Lama, anche lui emigrato, esperto in riti magici. Terminato il rito il giovane è trasformato in gatto e così può tornare a spiare la fidanzata senza farsi riconoscere. La trova ad amoreggiare a lume di candela con un corteggiatore e lui, con una zampa spegne la candela.
Ma la ragazza, irritata, con un coltello, gli taglia una zampa. Dopo mesi il fidanzato torna, si raccontano la vicenda, si perdonano e si sposano: l’amore ha superato gelosie e disavventure.
Maschere e gatti scolpiti su quell’aguarolo della Valdantena hanno portato fortuna alla nonna di mio zio Giuseppe: sono stati una coppia felice, lassù, tra i monti di Bosco di Corniglio.
Riccardo Boggi, Dalla Valdantena un “aguarolo”, prezioso dono di fidanzamento, Il Corriere Apuano, 25.4.2026, p. 6