NOTE E APPUNTI PER UNA RICERCA SULLA CONDIZIONE FEMMINILE IN LUNIGIANA TRA L’OTTOCENTO E IL NOVECENTO

Non disponiamo di sufficienti conoscenze per tracciare compiutamente il profilo della condizione femminile in Lunigiana anteriormente al XIX secolo, tuttavia, pur essendo mute le fonti si hanno fondati motivi per ritenere che tale condizione non dovesse di molto discostarsi dalle regole che erano comuni a tutte quelle realtà regionali nel cui ambito le strutture socio culturali erano fortemente condizionate da forme di economia rivolte soprattutto al mondo dell’agricoltura. La Lunigiana, priva di un centro capace di rappresentarla unitariamente, se si escludono alcune differenze riscontrabili negli aggregati urbani più importanti, è stata soprattutto una terra di comunità rurali e di questa situazione si dovrà sempre tenere conto ogni qual volta ci si accingerà a tracciare profili storici o ad intraprendere indagini demopsicologiche relative alle vicende e ai comportamenti sociali delle popolazioni della Lunigiana. Fino ad alcuni decenni or sono, come è noto, la condizione della donna è stata una condizione di subalternità alla autorità maschile (dalla potestas paterna si passava alla potestas maritale) che, come nel caso di alcune regioni italiane, assumeva la connotazione di un vero e proprio stato servile.

Chiesa e Diritto, due dei cardini fondamentali sui quali poggiava la società. avevano sancito per lungo tempo lo stato di inferiorità della donna imponendole, di fatto, precisi codici comportamentali. Esclusa dall’amministrazione dei sacramenti, la donna nei tempi passati, fu considerata con sospetto dalla Chiesa e spesso ritenuta oggetto di tentazione e quindi strumento del demonio, fonte di peccato e potenzialmente capace di esercitare malefici e pratiche di stregoneria. La salvezza della sua anima passava attraverso la completa dedizione alla famiglia oppure attraverso il chiostro di un convento. Il Diritto non la considerava un soggetto giuridico e di conseguenza non poteva fare testamento, era esclusa dalle successioni e la sua voce era inascoltata in qualsiasi consesso. Queste precisazioni, per quanto note e qui soltanto sommariamente accennate, dovranno sempre essere tenute in considerazione perché fanno da sfondo allo scenario nel quale si mossero le dinamiche sociali, i ruoli e i comportamenti femminili nell’ambito di una società complessa come è stata, fino all’inizio del secolo scorso, quella lunigianese.

Come abbiamo premesso, le comunità della Lunigiana hanno scandito i loro ritmi soprattutto sulle consuetudini e sulle tradizioni del mondo contadino, mondo che il composito mosaico delle diverse provenienze politiche e amministrative (feudali, granducali, ducali, ecc.) aveva reso ancor più complesso e variegato. Tale situazione, che in Lunigiana si era mantenuta praticamente intatta fino alla Rivoluzione francese e che, di fatto, non aveva subito sostanziali trasformazioni neppure durante il periodo degli stati preunitari (1815/1861) si protrasse fin oltre le soglie dell’unificazione nazionale. Fino a quella data la società lunigianese si presentava come un insieme eterogeneo nel quale persistevano differenze evidenti fra i centri più urbanizzati e la campagna dove assai alta era la percentuale degli analfabeti e dove la debolezza delle strutture economiche non garantiva, a volte, neppure le normali condizioni della sopravvivenza. È in questa società, ossequiente alle regole della religione e degli “Statuti”, conservatrice e gelosa delle proprie tradizioni ed ancora permeata da superstizioni e da pregiudizi, che cercheremo di svolgere la nostra indagine nel tentativo di cogliere, nella loro complessità, sia gli aspetti negativi sia quelli positivi, con particolare riguardo a quelli che ci hanno offerto elementi utili alla riflessione o portato contributi significativi alla ricerca. Le società contadine, nella molteplicità delle loro espressioni, hanno quasi ovunque discriminato e penalizzato il mondo femminile e tutto ciò che ad esso atteneva, anche se dobbiamo riconoscere che, in presenza di circostanze particolari o di fatti straordinari, sapevano attivare meccanismi di protezione che tendevano a salvaguardarlo.

Nel mondo contadino i ruoli delle donne erano precisamente definiti e gli ambiti nei quali essi si svolgevano erano soprattutto quelli domestici. Le cure della casa e della famiglia erano le occupazioni principali, integrate quasi sempre, dalla pratica di altre attività (lavori sussidiari a quelli maschili nella campagna, la cura dell’orto e del cortile, la mungitura, la filatura della lana e della canapa, la tessitura al telaio, ecc.).

Quando la famiglia era troppo numerosa, il capofamiglia provvedeva “a mandare per serva” presso una famiglia di “signori” una delle figlie (i figli maschi erano mandati “per garzone”) e i rapporti intercorrenti tra le parti venivano sanciti da precisi patti attraverso i quali si stabilivano i rispettivi obblighi e doveri. Solo le famiglie più agiate potevano permettersi l’educazione dei figli, e questo privilegio era quasi esclusivamente riservato ai figli maschi che venivano mandati a frequentare le scuole pubbliche quasi tutte attive nella Lunigiana “toscana” (Pontremoli, Bagnone, Fivizzano) mentre negli ex feudi malaspiniani (Mulazzo, Villafranca, Aulla, Licciana, Monti, Podenzana, ecc.) nei quali nessuna istituzione educativa era stata istituita, l’istruzione dei fanciulli era affidata alla cura dei parroci (dietro compenso di alcune secchie di grano o di castagne) che svolgevano le lezioni in modo saltuario (dovevano essere rispettati i cicli delle colture agrarie) e con risultati che sono facilmente immaginabili. Nei centri maggiori della Lunigiana, la presenza di un ceto medio formato prevalentemente da piccoli possidenti, da commercianti e da artigiani, aveva favorito lo sviluppo di piccole attività commerciali e manifatturiere (botteghe, laboratori di sartoria e di tessitura, tintorie, cappellifici, cererie, polverifici, ecc.) presso le quali trovavano occupazione anche maestranze femminili, ma il lavoro svolto dalle donne al di fuori delle mura domestiche era spesso considerato disdicevole e in qualche caso addirittura contrario alla morale. La serietà del comportamento e la verginità erano infatti due delle condizioni fondamentali per poter aspirare ad un buon matrimonio, la terza era rappresentata dalla dote.

Giovanni Antonio da Faie, cronista e speziale lunigianese vissuto nel XV secolo, considerava un miraggio il poter “maritar donzelle senza dote”, e chi ha dimestichezza con gli archivi familiari e con le filze notarili, ben conosce la consistente mole di documenti che riguardano gli strumenti dotali, elenchi dettagliati di beni e di oggetti, di condizioni da rispettare, di possibili restituzioni in caso di inadempienze matrimoniali o di morte della sposa, ecc. Mentre nelle famiglie di semplice condizione, la dote consisteva in poche cose (il classico corredo, al quale provvedeva direttamente la promessa sposa aiutata dalle donne di casa, il rustico cassone nuziale che doveva contenerlo, qualche ornamento, qualche oggetto domestico, ecc.), nelle famiglie dei “signori” il “dotare” le figlie poteva rappresentare, specie se erano numerose, un vero e proprio salasso del patrimonio familiare. É emblematico a questo proposito, il caso del marchese di Mulazzo, Azzone Malaspina, il quale, per dotare convenientemente le sue dieci figlie, rischiò di dissestare le finanze del feudo. Anche per queste ragioni, in famiglia, la nascita di una figlia non era accolta con grande entusiasmo (una bocca di più da sfamare e due braccia di meno per lavorare, si diceva) e il vecchio detto “auguri e figli maschi” che veniva rivolto agli sposi, si basava, tenuto conto dei tempi, tutto sommato, su fondate ragioni.

Come già abbiamo accennato, sebbene in forme più attenuate, anche sulla società lunigianese si erano riverberati, come ovvio, gli atteggiamenti discriminatori sulla condizione femminile da parte delle strutture ecclesiastiche, anche se, in molti casi, la saggezza popolare aveva saputo attenuarne gli effetti. Senza risalire ai tempi nei quali la disparità tra gli uomini e le donne veniva ribadita anche dopo la morte (diversità nelle cerimonie funebri, nel numero delle messe da celebrarsi per la salvezza dell’anima, nelle sepolture all’interno oppure all’esterno delle chiese) nel corso delle nostre purtroppo tardive inchieste (che avevamo condotto sul territorio intorno agli anni Sessanta del secolo scorso) avevamo ancora potuto riscontrare la persistenza di pregiudizi e di usanze che erano ancora diffusi specialmente tra le fasce più anziane delle nostre popolazioni. L’infertilità era ancora considerata da molti una punizione divina e le responsabilità ricadevano esclusivamente sulla donna, l’adulterio era una parola che indicava un peccato che veniva interpretato soltanto al femminile e l’atto di purificazione del peccato originale, la famosa “rinchiesatura”, era una cerimonia che riguardava soltanto la donna. Per quanto la Chiesa attribuisse alla “rinchiesatura” altri significati (Benedictio mulieris post partum, ringraziamento per la maternità e propiziazione della prole) la tradizione popolare continuava a considerare questa cerimonia come l’atto riparatorio del pec-cato del concepimento, attraverso la quale la donna, dopo il parto, veniva riammessa nella comunità ecclesiale. Il rito della “rinchiesatura” si svolgeva, di regola, contemporaneamente al battesimo del neonato, la domenica pomeriggio prima dei vespri. Entravano in chiesa per primi il padrino e la madrina con in braccio il battezzando; seguivano i parenti e per ultima entrava la madre accolta sulla porta della chiesa dal sacerdote che le porgeva un cero acceso e le impartiva la benedizione.

Un altro pregiudizio che penalizzava la donna e che era soprattutto diffuso tra gli abitanti dei villaggi della Lunigiana, pregiudizio che ha resistito fino ad alcuni decenni or sono (le testimonianze che abbiamo raccolto fanno riferimento a episodi accaduti fino all’inizio della 1″Guerra mondiale) era quello relativo al clima di sospetto, di diffidenza e di conseguente emarginazione, che circondava le donne sole perché non maritate o perché rimaste vedove in giovane eta. Esse rappresentavano un potenziale pericolo per il mantenimento dell’equilibrio sociale del gruppo, il quale si basava sull’osservanza di regole morali e comportamentali condivise e rispettate da tutti i nuclei familiari che componevano la comunità.

A proposito di pericoli potenziali, un capitolo a parte meriterebbe di essere dedicato alle donne ritenute capaci di pratiche di stregoneria. A scanso di equivoci sarà subito il caso di dire, e ciò fa onore alla Lunigiana, che roghi e processi alle streghe non hanno mai fatto parte della cultura di questa terra (non conosciamo nessun documento che faccia riferimento a processi istruiti per stregoneria). Certo, diffidenze, paure, sospetti e precauzioni per difendersi dall’influenza malefica delle strie non fecero difetto, ma si tratto, tutto sommato, di uno scontro tutto al femminile tra le opposte forze del bene e del male, la “magia bianca” e la “magia nera” con larga prevalenza della prima, rappresentata dalle “donne dei segni” (Riccardo Boggi) depositarie di antichi saperi, che erano in grado di togliere il malocchio, che conoscevano le proprietà curative delle erbe e che sapevano, all’occorrenza, suggerire formule e rimedi alle malattie.

Un altro elemento da tenere in considerazione è quello relativo al controllo che, in ogni famiglia, si esercitava sul comportamento delle giovani al fine di tutelarne il buon nome e l’onore, controllo che in alcuni casi veniva esercitato in modo cosi severo e rigoroso al punto da limitare i movimenti e condizionarne la vita. Era considerato disdicevole, per esempio, uscire da sole, dare confidenza agli uomini, uscire di notte, frequentare luoghi pubblici, partecipare alle sagre, alle fiere e alle feste da ballo, se non accompagnate dalla scorta delle madri, delle sorelle e delle zie. Le feste da ballo, avversate prima e tollerate poi dalle autorità ecclesiastiche e da quelle civili che le consideravano luoghi di perdizione e di potenziali disordini, nel mondo contadino svolsero invece un ruolo e una funzione sociale di assoluta rilevanza.

Attese con trepidazione dai giovani (si svolgevano soltanto nel periodo del Carnevale ed erano permesse in poche altre particolari ricorrenze) le feste da ballo. oltre ai momenti di svago e di spensieratezza, rappresentarono occasioni di incontri ravvicinati, interruzioni di monotonie quotidiane, luoghi nei quali si realizzavano o si infrangevano sogni, possibilità di mettersi in mostra, di ostentare vanità, eleganze e bravure. Di fatto esse scandirono momenti importanti di intere generazioni di giovani. Questo mondo, che era espressione di una cultura intimamente legata alla società contadina nella quale la figura preminente era ancora rappresentata dal pater familias, cominciò a sgretolarsi nella seconda metà dell’Ottocento allorché nuove forme di economia determinarono, in Lunigiana, profonde trasformazioni nelle strutture economiche e sociali. Nell’ultimo quarto del XIX secolo, la quasi contemporanea apertura dei cantieri per la costruzione della linea ferroviaria Parma-La Spezia e della strada nazionale della Cisa, la Sarzana-Cremona, aveva provocato nelle campagne, una forte riduzione della mano d’opera maschile, come conseguenza dell’assunzione nei cantieri di un gran numero di braccianti e di contadini che erano stati sottratti in tal modo alle loro consuete occupazioni. Ne conseguì una accentuata forma di femminilizzazione del lavoro (nei lavori prima svolti dagli uomini erano subentrate le donne) e ciò aveva comportato, come è facilmente intuibile, non indifferenti trasformazioni nei comportamenti e negli assetti sociali delle comunità. Era, per esempio. aumentato il reddito familiare ma a ciò non aveva fatto riscontro un corrispondente innalzamento della qualità della vita a causa della interminabile lunghezza delle giornate lavorative (dall’alba al tramonto, o come da noi si diceva, da stella a stella) era stato recuperato un ruolo alle persone anziane (responsabilizzazione e svolgimento di lavori leggeri prima svolti dalle donne) ma si era allargata anche la piaga dello sfruttamento del lavoro minorile, si erano aperte nuove prospettive occupazionali, ma nel contempo, si era assistito anche al declino di alcune forme di economia familiare quali la filatura, la tessitura, la coltivazione della canapa, l’allevamento del baco da seta, l’intreccio dei vimini, ecc., alcune delle quali destinate in breve tempo a scomparire.

I riflessi della nuova situazione si riverberarono, naturalmente, sugli andamenti familiari e sugli assetti sociali delle comunità ma, per quanto più da vicino ci riguarda, avevano soprattutto modificato e condizionato il modo di vivere delle donne (e conseguentemente i loro ruoli e i loro comportamenti) le quali, per essersi per così dire “affrancate” da condizioni di subalternità e per essere divenute esse stese fonti di reddito, erano venute a godere, nell’ambito del gruppo, di una diversa considerazione e di una maggiore libertà. Naturalmente questo processo fu lungo e difficile e non fecero certo difetto le diffidenze e i pregiudizi da superare. Nel corso delle nostre ricerche abbiamo avuto modo di riscontrare come, fino ad alcuni anni or sono, in Lunigiana fossero ancora rimarcate le differenze e le disparità tra la condizione maschile e quella femminile, differenze che erano soprattutto evidenti più fra le donne che avevano continuato a svolgere lavori casalinghi o comunque nell’ambito domestico che non tra quelle che, invece lavoravano a “giornata” fuori casa, in campagna, nei cantieri, nelle botteghe e nelle fabbriche, ma si avvertiva netta la sensazione che tale divario fosse ormai prossimo ad essere colmato e che comunque la sua entità non si discostava di molto da quella di analoghe realtà socio culturali che erano tipiche delle altre regioni dell’Italia centro settentrionale. In procinto di uscire dagli schemi tradizionali, sul finire dell’Ottocento, gran parte delle donne lunigianesi si erano dunque “adeguate” ai ruoli che le nuove circostanze avevano loro imposto e se ciò aveva comportato da un lato alti prezzi da pagare in termini di fatiche e di sacrifici, dall’altro, innegabilmente, erano scaturiti fermenti che avevano propiziato sensi di responsabilità, consapevolezze ed esperienze che si riveleranno determinanti nei periodi successivi.

Alla fine del XIX secolo, terminate le grandi opere e smantellati i cantieri, gran parte della mano d’opera maschile era rimasta senza lavoro; una parte tornò a lavoare la terra, un’altra si adattò a svolgere lavori saltuari ed un’altra ancora emigrò nelle Americhe o si sparse in altre parti del mondo in cerca di fortuna. Non era la prima volta che la Lunigiana doveva drammaticamente confrontarsi con i problemi dell’emigrazione. Già nel periodo preunitario la Val di Magra era stata interessata da questo fenomeno ma, in quel caso, si era trattato di flussi migratori stagionali (Aprile-Ottobre) diretti soprattutto nella Bresciana, in Corsica e in Maremma, flussi che si concludevano al sopraggiungere dell’autunno in concomitanza con il periodo della castagnatura. Di ben altro tenore era stato invece il dramma dell’emigrazione che aveva interessato la Val di Magra tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, allorché il fenomeno aveva assunto dimensioni continentali e i periodi di lontananza dalla famiglia non si misuravano più a mesi ma ad anni. Ancora una volta, sulle spalle di molte donne lunigianesi, rimaste sole a fronteggiare i disagi, era ricaduto il peso di accresciute fatiche e delle responsabilità della conduzione familiare e dell’educazione dei figli. Il compito fu duro e difficile ma fu affrontato con dignità, con forza e con abnegazione, qualità che unite alla proverbiale fierezza, permetteranno, in tempi successivi, alle donne di Lunigiana, di partecipare alle lotte sindacali a Carrara, a Sarzana e a Villafranca (Lorenzo Gestri) e di affrontare, da protagoniste, i momenti tragici delle epidemie e delle guerre, che nella prima metà del XX secolo, sconvolsero il mondo.

Anche attraverso queste vicende passò la strada della loro emancipazione.


Germano Cavalli, Note ed appunti sulla condizione femminile in Lunigiana tra l’Ottocento ed il Novecento, pubblicato in “Studi Lunigianesi”, voll. XXXIV – XXXV, a. 2004 – 2005, edito da Associazione “Manfredo Giuliani” per le ricerche storiche e etnografiche della Lunigiana, Villafranca Lunigiana, pp. 141 – 146

La fotografia di introduzione alla pagina rappresenta Palmina Quiligotti in Poli, di Torrano.

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