Nel primo centenario dell’Unità d’Italia, un omaggio partico-lare ai pontremolesi che combatterono nelle file dei Volontari di Garibaldi s’impone. Tale omaggio ci pare che possa essere offerto in misura adeguata dalla parola fervida ed appassionata con cui il compianto concittadino Gen. Pietro Ferrari, medico e storico, rievocava la figura di Garibaldi e dei garibaldini pontremolesi in una conferenza tenuta, in Pontremoli, il 5 Settembre 1933, su iniziativa del Gruppo locale del « Nastro azzurro », e pubblicata, poi, in opuscolo. Dall’eloquente rievocazione stralciamo i brani di più diretto interesse.
…LO SEGUIRONO CANTANDO….
« Ma, questa sera, intorno alla rievocata figura dell’Eroe, io vorrei richiamare e far rivivere, per un istante, anche le varie figure di tutte le Camicie rosse pontremolesi: balda schiera di fanciulli e giovani ardimentosi che accorsero intorno a Lui nelle grandi ore della Patria: che lo seguirono cantando lungo le vie della vittoria; che combatterono con Lui su tutti i campi delle guerre liberatrici. E vor-rei rievocarli ad uno ad uno; e di ciascuno far rivivere un tratto, un gesto, una parola. Ma sono folto manipolo; e tutti egualmente degni, i più noti e i meno noti, gli uccisi dal ferro e gli stroncati dai morbi: quelli che tornarono e quelli che non tornarono. E tutti non è possibile enumerarli in questa rapida rievocazione ».
POMPEO SPAGNOLI

Pompeo Spagnoli, di Giovanni e di Ceppellini Margherita, nato a Pontremoli 18 ottobre 1829, vi mori il 3 dicembre 1897.
« Ma non posso dimenticare te, Pompeo Spagnoli, schietta anima ardente di eroe popolano, ancora viva e presente nel cuore e nel ricordo della tua Pontremoli, rude e generosa. Appena diciannovenne, con un altro animoso pontremolese, Giuseppe Focacci, segui nel 1848 il battaglione dei Volontari Toscani sui campi lombardi, combattè a Curtatone e guadagnò la medaglia al valore. Fatto prigioniero l’anno seguente sotto Mantova e condotto in Austria, ap-pena tornato in Italia con lo scambio dei prigionieri, giunto a Bologna, alla nuova che Garibaldi combatteva a Roma, corse ad arruolarsi tra i difensori della repubblica. Ferito a Porta S. Pancrazio, rimase a combattere fino a che l’oltraggio di Francia non fu compiuto; e quando Garibaldi lasciò la città con i laceri avanzi delle sue epiche schiere, lo Spagnoli col Focacci e con Pietro Dani, pure Pontremolese lo seguì nella tragica ritirata fino a S. Marino.
Da S. Marino, sciolta l’ultima disperata scorta, i tre Pontremolesi, nuovi moschettieri della libertà, scampando miracolosamente alla caccia feroce che le popolazioni reazionarie davano agli sbandati Garibaldini, e feriti a sangue il Focacci, il Dani, raggiunsero a stento Arezzo, e si costituirono al Governatore della città, – che era il poeta Antonio Guadagnoli un poco veggente poeta istrionico e cortigiano che non seppe vedere più in là del… suo naso! e che fattili arrestare, come volgari malfattori, li rimandò ammanettati a Pontremoli. E qui lo Spagnoli, costretto a servire come soldato di leva nella artiglieria del piccolo esercito del Duca di Parma, da cui dipendeva allora Pon-tremoli, vi rimase fino alla tragica morte del tirannello; ma tornato a Pontremoli e perseguitato dalla polizia borbonica per le sue idee patriottiche, dovette allontanarsi e trasferirsi alla Spezia, dove riprese la sua professione di barbiere. E anche per lui come per il suo Eroe, esule e lontano, seguirono allora anni di ansia e di attesa. Custoza, Novara, Roma, attendevano di essere vendicate. Ma quanto sacrificio restava ancora da compiere! E quanta gloria c’era ancora da conquistare!
Ed ecco il ’59 e il ’60. Squilli di guerra dal Po: squilli di guerra dall’ultimo mare, dove la bella isola frente ed attende! Squilli di guerra! Squilli di vittoria!
Pompeo Spagnoli chiude ancora la sua bottega di barbiere, e, con altri Pontremolesi, va ad arruolarsi nei Cacciatori delle Alpi. Poi, l’anno dopo, all’annunzio improvviso che Garibaldi è salpato da Quarto, lo raggiunge con la seconda spedizione condotta da Medici: e, con le Guide a cavallo, segue l’Eroe attraverso il fulmineo succedersi di vittorie e di glorie, che costellò la marcia prodigiosa dalla Sicilia fin sotto le mura di Capua.
Svestita ancora la camicia rossa, ritorna a Pontremoli, ormai fatta libera e italiana. Ma non fu piena la sua gioia! Venezia e Roma aspettano ancora. Ecco Aspromonte! Spagnoli corre a Genova per imbarcarsi: ma, arrestato dalla polizia italiana, deve mordersi nel cruccio di non aver potuto raggiungere l’Eroe laggiů. E freme, sapendolo ferito e prigioniero, mentre più che mai premono intorno schiavi e tiranni. Quanto dolore sulla via di Roma!
Nel ’66, eccolo ancora con Garibaldi nel Trentino; e, nel 167, a Mentana. Mentana!».
ENRICO BUTTINI

Enrico Buttini nacque a Pontremoli da Giuseppe e da Vernetta Luigia il 29 luglio 1830. Vi moriva il 31 luglio 1859.
Dopo l’eroe popolano, dopo il fiero soldato di tutte le battaglie da Curtatone a Mentana, un’altra meravigliosa figura di patriota. di cospiratore, di esule, di combattente per la libertà: Enrico Buttini! Studente diciassettenne dopo la disfatta di Novara, mentre gli Austriaci si avvicinano a Pontremoli per andare a rioccupare la Toscana, abbandona gli agi della sua casa, va ad arruolarsi a Lucca in un battaglione di volontari, e, sciolto questo, prosegue per Bologna, vi combatte valorosamente contro gli Austriaci, raggiunge Ancona e vi riprende le armi contro il nemico d’Italia. Ultime disperate resistenze, ultimi aneliti della libertà! Ma a Roma, duce Garibaldi, si combatte ancora; e Buttini corre laggiů, in tempo per combattere e per seguire con gli ultimi legionari l’epica ritirata. Rimasto disperso presso Arezzo, e vista impossibile la via del ritorno, prosegue fino alla costa adriatica, s’imbarca per Corfù, da dove passa a Costantinopoli. Pochi mesi: un’epopea!
Dopo quasi due anni di esilio, lo riafferra la nostalgia della Patria lontana, ritorna in Italia, sbarca ad Ancona, viene carcerato come sospetto; e, come sospetto, è respinto anche dalla Toscana. Per gli esuli della libertà non c’è rifugio che in Piemonte; e Buttini si porta a Genova; e poichè non c’è più da combattere, riprende gli studi e frequenta l’Università.
Ma a Pontremoli non può tornare: o meglio vi ritorna qualche tempo dopo, quando, per le istanze della famiglia il governo Borbonico di Parma gli revoca il divieto.
Studente all’Università di Parma si fa ancora banditore d’italianità tra studenti e popolani. Arrestato dopo l’uccisione di quel Duca. prova per oltre due mesi i rigori delle carceri borboniche.
Rimesso in libertà, partecipa attivamente alla sommossa del luglio di quell’anno; finchè, terminati gli studi ritorna a Pontremoli.
Ma quella agitata e tumultuosa vita d’eroica avventura aveva spezzato la sua giovinezza esuberante senza fiaccarne l’energia, senza intiepidirne la fede. E così, a Pontremoli, continuò febbrilmente la sua attività di cospiratore e di agitatore. In relazione con La Farina fu l’anima a Pontremoli di un Comitato nazionale, che agiva d’intesa con quello di Sarzana. Nell’effimero movimento del 2 Maggio 1859, subito troncato dalle milizie borboniche, fece parte del governo provvisorio di Pontremoli: costretto a rifugiarsi a Sarzana vi continuò la sua opera rivoluzionaria. Ma ecco le prime fanfare, annunziatrici della guerra! Buttini può tornare a Pontremoli: Ma, consumato dalla malattia, non può seguire gli altri volontari, che partono per combattere. Il giovane ardente ed eroico, sente che tutto è finito per lui; e che, dopo aver dato tutto alla patria, non riuscirà a vederla libera e una!
E il 31 luglio 1859, a soli 29 anni, egli chiude per sempre i suor occhi anelanti nella visione suprema dell’Italia; mentre Pontremoli esultante, sventola tutte le sue bandiere all’annunzio delle vittorie della guerra liberatrice.
Gloria a lui!
Chi, in quei giorni, ne esalto, con commosse parole, la vita breve e tutta fiammante di fede italiana, disse di lui: “L’età futura lo ram mentera”!».
GIUSEPPE FOCACCI
Focacci Giuseppe era figlio di G. Battista e di Tassi Angela Maria. Nacque a Pontremoli il 17 ottobre 1829; pure a Pontremoli mori il 25 marzo 1904.
PIETRO DANI
Dani Pietro, figlio di Carlo e di Savani Domenica Maria, nato a Pontremoli il 25 marzo 1825, vi morì il 22 giugno 1852.
ARMANDO TASSI
Il garibaldino Tassi Armando, figlio di Francesco, comandò la spedizione dei volontari pontremolesi che era stata sussidiata e organizzata per il Piemonte dall’altro garibaldino Enrico Buttini, impossibilitato per la malattia ormai mortale a parteciparvi. Ne facevano parte Venti Gaetano, Bocconi Enrico, Bonzani Giuseppe. Tassi Armando mori a Pontremoli il 1 luglio 1916.
GUGLIELMO GIUMELLI
Nato a Pontremoli il 15 agosto 1848, da Domenico Giumelli e da Bonzani Maddalena, Guglielmo Giumelli vi mori il 7 maggio 1932.
L’ultima camicia rossa di Pontremoli fu Guglielmo Giumelli. Carattere fiero e sdegnoso, scontroso qualche volta, conservò intatta nel suo cuore, fino all’ultimo, la sua fede garibaldina. Volontario nella campagna del 66, combattente a Bezzecca, nelle file di quell’e-roico 5 Reggimento che ebbe il suo Colonnello morto sul campo e che subì le perdite più gravi, prigioniero dell’Austria, noi lo vedemmo scomparire, tra noi, quasi silenziosamente, nei primi giorni dello scorso anno, mentre l’Italia si apprestava alla celebrazione del primo cinquantenario della morte dell’Eroe. Ma il suo ultimo gesto fu degno dei primi entusiasmi della sua balda giovinezza. Egli volle che, sulla bara, fiammeggiasse, ancora una volta, la sua fedele camicia rossa e che nel momento che la terra avrebbe accolto per sempre la sua spoglia mortale, squillassero ai venti le magiche note dell’inno della risurrezione. Così, quando in quella sera chiara di maggio, tra la commozione del numeroso popolo accorso, si levarono improvvisi, nell’azzurrită del cielo, i fatidici squilli, parve veramente che, dal lungo sonno, si ridestassero i morti e tornassero, all’appello, tutte le camicie rosse di questa nostra Pontremoli, quasi a muovere incontro all’ultimo garibaldino rimasto tra noi ».
PIETRO FERRARI
VINCENZO FERRETTI
Vincenzo Ferretti nacque a Pontremoli il 9 dicembre 1842, da Domenico e da Cinquanta Maria Antonietta. Ferito il 2 ottobre 1860 al Volturno, mori a Napoli nel febbraio 1861. Riportiamo, qui, il racconto che Amilcare Lauria, col titolo Un ragazzo dei Mille », pubblica nel suo volume Le Garibaldine », Editore Streglia, To-rino, 1904. Il racconto raccoglie gli avvenimenti dalla viva voce della madre del Lauria, una gentildonna napoletana che prestò la sua pietosa opera d’infermiera ai feriti garibaldini, tra cui il diciassettenne pontremolese Vincenzo Ferretti, nell’ospedale dei Santi Apostoli, di Napoli. In un carteggio epistolare successivo intercorso tra la Signora Lauria ed il fratello di Vincenzo, Francesco, venne ulteriormente precisato che la famiglia Ferretti è di Pontremoli, che ivi nacque Vincenzo e che il giovane, prima di arruolarsi con i garibaldini, si trovava a Livorno come apprendista in un pastificio.
… Guardai i nuovi feriti, ed uno stupore grande mi prese, nel fissarne uno.
E’ una donna? domandai al chirurgo che li accompagnava.
No, è un ragazzo di 17 anni.
Disteso nella barella, col capo abbandonato, inerte, pareva un cadavere. Bianchissima la pelle; cerea nel viso, quella figura di madonnina aveva risalto dai fiotti di capelli rossi che gli si sparpagliavano per la testa e lungo il collo. Anche le ciglia eran rosse, e nessuna peluria gli si vedeva sul labbro e sul mento.
Mentre il dottore mi parlava dello stato gravissimo di quel ragazzo e dell’impossibilità di amputargli la gamba destra, da cui la palla non s’era potuta estrarre, sia perchè penetrata nell’inguine, sia pel suo temperamento linfatico, il ferito apri gli occhi azzurri come quelli d’una bambina.
lo mostrai il desiderio di portarmelo a casa, ma il chirurgo me lo sconsiglio energicamente, assicurandomi che il resto della vita di quel disgraziato sarebbe stata un’agonia lunghissima.
Ella sarà ugualmente pietosa avendone cura qui.
Dovetti cedere, e, presto incominciai a vigilare il ragazzo, aiutata dalle suore di carità, alcune delle quali erano già state mie maestre, quando ero nell’Educatorio.
Non appena lo potette, il ferito principio a parlare, con una voce esile, di bambina.
Era di Pontremoli, figlio d’un negoziante ricco e si chiamava Vincenzo Ferretti. Aveva voluto arruolarsi per vedere il Generale, e moriva senza averlo visto; ne era inconsolabile…
… Sa, signora? ho fatto anch’io il mio dovere come gli altri. Ero tra i primi, avanti, avanti a tutti… e il Generale non l’ho visto. A casa, ho le sorelline piccole… oh, se babbo me ne volesse mandare almeno una!… Ma gia! egli non mi perdonerà neppure adesso!…
E piangeva, piangeva in uno stato d’indebolimento che faceva male a vedersi mentre gli altri lo guardavano con un senso d’antipatia, che egli non sapeva trovar coraggio nelle ultime sofferenze; ne aveva avuto quanto gli altri un momento solo, è vero, ma il più utile.
Il giorno seguente, gli portai certe camicie di tela finissima, perchè quella sua pelle bianca e levigata mal sopportava la tela da strofinacci dell’ospedale, e misi nel mio sacchetto tante altre cosucce che egli mi aveva chieste.
Ferretti se ne mostró contento come un fanciullo, c. con la mia mano fra le sue, riprese a raccontarmi di Pontremoli e della famiglia.
Scrissi al padre, narrandogli a lungo del figlio, ed il padre mi rispose addolorato per le notizie, mandando del denaro ed il perdono per Vincenzo.
Il povero ferito fu cosi contento quando gli portai la lettera!
Nel di appresso, le trovai in una ben triste condizione. Tutti i feriti intorno al suo letto, brontolavano perchè Ferretti non sapeva star tranquillo ed incomodava i vicini.
E’ un guaio ‘sto ragazzo! si lamenta di giorno e di notte come un pulcino bagnato, nè si risolve a morire!
E qui un diluvio di parolacce, io gridai perchè non lo maltrattassero, feci il possibile per impietosirli, ma vi riuscii poco.
-Van via tutti! mi diceva lui, con voce più fievole del consueto. Tutti se ne vanno, o guariti, o morti. Quanti ne muoiono!… Quanti!… All’alba viene il carrettone, e ve li gettano dentro alla rinfusa come bestie!… senza casse !… senz’altro!… Ma io, li dentro, non ci voglio andare, a quel modo… Me lo promette? Mi promette che mi farà costruire…
Avevo un bel ripetergli che guarirebbe.
Pochi giorni dopo, fra gli inservienti e le suore era un grande affaccendarsi per rendere pulite le corsie, per metter ordine ai letti. affinchè nell’ospedale tutto avesse un aspetto meno squallido.
Ai pochissimi feriti rimasti, s’eran mutate le lenzuola, le camice, pareva li avessero apparecchiati per una festa. Avevan lustrato, financo, il pancito di marmo.
Due chirurghi andavano su e giù, impartendo ordini.
Che cosa avveniva?
Avrei dovuto comprenderlo dalle fisionomie raggianti dei feriti, da quella vita nuova che li aveva animati subitamente.
Ferretti medesimo pareva rinato, gli brillavano straordinariamente gli occhi ed un po’ di roseo gli era comparso sulle guancie smagrite.
-Signora!… signora, lo vedrò finalmente! era da tanto che non lo speravo più… esclamò, con una strana animazione nella voce.
-Ma chi… chi vedrete?
-Il Generale!
Garibaldi aveva voluto visitare SS. Apostoli.
Da li a poco, fuori, risonarono rumori di sciabole e voci concitate, rispettose, mentre, nella via, si sentiva l’eterno grido della folla entusiasta che sempre accompagnava il Generale.
Una suora mi fece entrare in un camerino posto di fronte al letto del mio ferito d’onde, inosservata, avrei vista tutta la scena.
Difatti, Garibaldi, accompagnato dal suo Stato maggiore, incominciò la visita negli ultimi letti che erano rimasti abitati. Ma finchè non giunse a Ferretti, io non potei discernerlo bene; vedevo grande scintillio d’armi sul rosso vivo delle camicie e sul bianco dei mantelli: nient’altro.
Finalmente, dopo che si fu trattenuto a parlare a lungo con ciascun ferito, arrivò al capezzale di Ferretti. Allora potei veder Garibaldi, per non dimenticarlo più mai.
Quella sua stupenda figura m’è rimasta impressa nell’anima, e di là l’evoca la mia memoria. Adesso è come l’apparizione in un sogno: i tratti del viso di quell’eroe quasi leggendario, mi tornano alla mente per commuovermi. Per me, la splendida aureola circondante quella testa bellissima di belva generosa, è inseparabile dall’immagine dell’eroico condottiero.
Egli s’avvicina, pietosamente benevolo, parla; io tendo l’orecchio, guardo, e… miracolo! è un miracolo: Ferretti si leva a sedere (d’onde ne ha trovata la forza?) e si preme sulle labbra la mano di Giuseppe Garibaldi che la ritira presto.
-Son giovane, son tanto giovane, e debbo morire! gli dice. Ieri, me ne addoloravo, oggi non più, perchè l’ho vista! Ero fra i primi, sa, Generale? fra i primi e son caduto innanzi a tutti, gridando il suo nome!… Mi vuol bene, Generale?…
-Si, si, figlio mio… E la voce armoniosa di Garibaldi tremava, nel domandargli poi: Come ti chiami?
-Vincenzo Ferretti, e son nato a Pontremoli.
-Dimmi, Ferretti mio, che cosa potrei fare per te? Chiedimi qualche cosa, figlio ripetè, sedendoglisi al capezzale.
-Vo’ morire con la sua sciabola accanto.
-Si, figlio mio, eccotela. E se la tolse per mettergliela allato sulla coltre.
Ferretti pareva trasfigurato, e volgeva gli occhi intorno, per convincersi che non sognava.
-Oh, veh? chi t’ha dato la bella camicia che indossi; e questo fazzoletto coi ricami? gli domandò, sorridendo, Garibaldi.
-La mia mamma, quella che qui è la mia mamma, una signora… se vedesse !…
-La vo’ vedere per ringraziarla.
-Non c’è più, è andata via. Credo che avesse paura di lei.
-Orsù, coraggio, Ferretti mio, coraggio che guarirai!
-Eh, no che non guarirò!
-Si, figlio mio, ti leverai… Ma chiedimi qualche altra cosa… chiedila al tuo Generale, che gli farai piacere.
-Ebbene… voglio un bacio da lei.
II Generale si curvo, e strinse lungamente Ferretti fra le braccia,baciandolo, chiamandolo «figlio suo », e quando si rizzò – lo attesterei davanti a Dio, perchè lo vidi coi miei propri occhi – Garibaldi aveva pianto!
Egli, nell’allontanarsi, si volse per additare ad uno del suo seguito il letto del mio ferito, e gli disse:
-Coloro che succederanno a noi, potran mai immaginare quanto ne costasse la redenzione del nostro paese?
E si rivolse per guardare anco una volta Ferretti, che giaceva supino, privo di sensi, con la sciabola del suo Generale fra le braccia…
Tratto da Il Campanone, Almanacco Pontremolese, 1961 – 1962, Edizione Città del Libro, pp. 52 – 61