NOTE DI ETNOGRAFIA LUNIGIANESE. GLI ANTICHI METODI DI PESCA NEL FIUME MAGRA E NEI SUOI AFFLUENTI

di Germano Cavalli

Fino al 1861, data dell’unificazione nazionale, sulla pesca praticata sul fiume Magra e nei suoi affluenti assai imperfetti e certamente non omogenei erano i regolamenti che, disciplinandone lo svolgimento, indicassero e distinguessero le pratiche ammesse da quelle proibite per cui, in un disordine pressoché totale dovuto soprattutto alla frammentazione politico-territoriale nella quale di trovava la Val di Magra nel periodo preunitario, ciascun pescatore poteva, di fatto, praticare la pesca nel fiume impiegando i metodi e le tecniche che riteneva più adatti a seconda di quanto di volta in volta gli potevano suggerire l’estro e l’inventiva oppure il senso pratico e le contingenti necessità.

In tempi poco precedenti a questi, scorrendo i capitoli di alcuni Statuti che regolavano la vita delle comunità della Lunigiana, ci si imbatte spesso in articoli che fanno riferimento alla pesca, ma mentre in alcuni si affermava che essa si poteva esercitare liberamente “… che tutti possino pescare“, in altri invece era rigorosamente bandita (almeno in certi periodi dell’anno per certe specie di pesce), essendo questa, come la caccia, un privilegio riservato ai soli feudatari. Sotto altri profili sono invece assai interessanti gli “appalti della pesca” attraverso i quali i feudatari mettevano all’incanto un tratto di fiume che veniva così concesso, per un periodo determinato di tempo, in gestione ad una o a più persone che avevano facoltà di subappalto in toto o in parte per cui molto spesso si generavano situazioni confuse per “diritti d’acque” (attingere o sbarrare più a monte) o per ragioni di confini, causa questa, che si riproponeva puntualmente dopo ogni fiumana. Gioverà qui ricordare che i fiumi, sovente, rappresentavano i confini che dividevano i feudi (e successivamente, in qualche caso, anche gli Stati preunitari), per cui poteva accadere che una piena, facendo deviare anche di poco il corso del fiume, stravolgesse e mettesse in discussione non soltanto le linee di confine ma anche le norme e le consuetudini che regolavano la vita delle comunità che si trovavano vicine o sulle opposte sponde e che con il fiume, oltre ad avere il medesimo rapporto, avevano in comune il godimento degli stessi diritti quali per esempio quello di tagliare vetrici, di fare orti, di raccogliere legna (dopo averla “segnata”), di raccogliere more e naturalmente quello di poter pescare(1).

Norme e articoli dunque, che sottolineano spesso e che mettono chiaramente in evidenza come in Lunigiana la pesca fosse considerata non tanto uno svago o un passatempo quanto una utile attività che aiutava ad arrotondare i quasi sempre stentati bilanci familiari per cui, se questa non poté quasi mai assumere la connotazione di una forma economica autosufficiente, è pur vero che molte famiglie, praticandola, potevano ricavarne non trascurabili vantaggi economici che derivavano dalla vendita del pesce alle trattorie, alle taverne, e alle osterie soprattutto in occasione di feste, di fiere e di mercati.

Anche la pesca, dunque, al pari di tante altre attività, deve essere inquadrata in questo contesto tipico e molto diffuso in Lunigiana che consisteva nel cercare di procacciarsi redditi svolgendo contemporaneamente le più svariate attività, per cui, se la sopravvivenza era quasi sempre garantita, ciascuna di queste attività, considerata singolarmente, ben di rado poteva assurgere ad una forma economica autonoma e autosufficiente. Ma è soprattutto sotto il profilo etnografico (che in questa ricerca intendiamo privilegiare) che dal mondo della cultura del fiume emerge una miriade di informazioni a testimonianza di quanto ricco e variegato sia il patrimonio che da quel mondo proviene patrimonio fatto di usi e consuetudini, di tecniche e di astuzie, di invenzioni e di proverbi, di nomi strani e quasi impronunciabili, di arnesi e di attrezzi (e di attrezzi per costruire gli attrezzi) che non deve essere assolutamente disperso.

L’Associazione “Manfredo Giuliani”, a partire da questa ricerca e nel ripercorrere un solco ormai da anni tracciato, si impegna affinché questo patrimonio possa trovare giusta collocazione nel Museo Etnografico della Lunigiana a documentare e a tramandare uno degli aspetti più peculiari del modo di vivere di gran parte delle popolazioni della Lunigiana.

TASTAMANO. (tastaman/mantastar.)

Pesca di abilità fatta con le sole mani. Si praticava solitamente in estate quando il fiume era in regime di secca. Il pescatore risaliva la corrente mettendo le mani sotto i sassi alla ricerca delle trote e dei barbi. I barbi usavano riunirsi in colonie e se ne potevano trovare fino a trenta esemplari insieme. Le loro “tane” erano facilmente individuabili dal pescatore esperto perché nelle loro vicinanze o addirittura all’imbocco si notava la ghiaia molto pulita e senza la Kerpia. Introdotta la mano nella tana, il pescatore, immerso nell’acqua anche fino alla cintura, tirava fuori un pesce alla volta, lo addentava alla testa e lo buttava a “sbarbatlar” sulla riva. Per evitare che i pesci potessero uscire dalla tana e fuggire si metteva il piede contro l’apertura e quindi si ricominciava l’operazione.

Accadeva spesso che sotto i sassi sommersi o a filo d’acqua si trovassero più tane tra loro comunicanti: in questo caso il pescatore, se era accorto, si premuniva di chiudere con cotiche e con frasche tutte le possibili vie d’uscita, lasciandone aperta solo una, nella quale introduceva le mani. Questo tipo di pesca era riservato a pscatori molto abili che dovevano prima di tutto individuare i “sassi giusti”. Era poi necessaria una prontezza di riflessi notevole e non si doveva aver paura della “biscia d’acqua” o “motro”, che poteva qualche volta finire tra le mani al posto del pesce. Si racconta di attese estenuanti e di vere competizioni tra pesce, generalmente trota, e pescatore soprattutto quando il pesce si “intanava” in pertugi dove a malapena entravano le dita. In questo caso il pescatore accarezzava la pancia del pesce anche per un quarto d’ora, fino a quando questo finiva per farsi catturare. Estate: Trote – Barbi – Cavedani – Scaglioni.

SMAZZARE

Era la pesca praticata in estate da chi non era capace di pescare in altri modi (grande era l’avversione dei veri pescatori nei confronti di coloro che la praticavano, perché sconvolgeva il letto del fiume) e certamente era uno dei giochi preferiti dai ragazzi che vivevano sul fiume gran parte della giornata. Consisteva nel battere con un mazza (o con un altro sasso) il sasso affiorante dall’acqua sotto il quale si presumeva si nascondesse il pesce (generalmente lo scaglione), il quale morto o stordito veniva raccolto in superficie.

Estate: Scaglioni – Barbi – Cavedani.

CON LA FIOCINA A DENTI DRITTI

(oppure con una comune forchetta da cucina)

Sistema di pesca alle anguille praticata in estate, nelle “pare” ghiaiose, con poca acqua. Quando la giornata non era ventosa (il vento avrebbe increspato la superficie dell’acqua rendendo vana la pesca) e dopo aver convenientemente affilato su di una pietra i denti di una forchetta che doveva essere di ferro, si individuava una “para” dove l’acqua era calma e poco profonda non più di dieci o venti centimetri e quindi si cominciava a pescare spostando lentamente le pietre senza intorbidire l’acqua. L’anguilla, scovata e disturbata o guadagnava subito la corrente e allora poteva considerarsi perduta, (molto arduo era infatti colpirle “al volo”) oppure cercava di “inghiaiarsi” e allora diventava un più comodo bersaglio ed era molto più facile catturarla. Era una pesca tollerata anche se veniva in parte alterato il letto del fiume (a causa dello spostamento delle pietre in quel luogo per qualche tempo non si sarebbero più trovate le esche). La quantità del pescato era relativamente modesta, venti o trenta anguille, tutte adulte perché i “vermetti” passavano tra i denti della forchetta.

Estate: Anguille.

IN SECCA

Era il tipo di pesca più comune e più praticato e, per evidenti motivi, non sempre tollerato. Consisteva nel deviare un ramo del fiume o una parte di esso mediante sbarramenti artificiali tali da provocare il prosciugamento di una parte del corso d’acqua. Era una pesca che si praticava soprattutto d’estate quando l’acqua era bassa. Con sassi, muschio, cotiche, frasche e, ultimamente con teli, si costruiva uno sbarramento deviando temporaneamente il corso del fiume. Si facevano le tese contro o nel senso della corrente (a montare o a calare) a seconda della luna. Se la luna era nuova il pesce montava se invece la luna era vecchia il pesce calava. Nel primo caso si tendeva il bertadello, nel secondo la nassa.

Naturalmente si pescava di tutto, dalle anguille alle trote. Il periodo delle secche coincideva con quello in cui si svolgevano le sagre o le frascate nella quali i pesci venivano fritti in grande quantità.

Estate: tutti i tipi di pesce.

NICCIALE

Era un tipo di pesca non improvvisata ma programmata ed effettuata dai soli pescatori professionisti. A maggio si cominciavano a tagliare nei boschi le bacchette di castagno o di nocciolo e si cominciava ad intrecciarle fino ad ottenere una griglia (il nicciale), larga fino a tre metri e lunga anche sei o sette. (Fig. 1) L’operazione di intreccio veniva generalmente eseguita in prossimità del luogo nel quale sarebbe poi stata montata la tesa, conficcando verticalmente nel terreno i pali portanti sui quali veniva poi ordito l’intreccio disponendo orizzontalmente le bacchette. Era questa un’operazione lunga e veniva effettuata un “po’ per sera” per essere almeno pronti a settembre per il passaggio delle “passarine”. Si doveva infatti di volta in volta andare nei boschi a rifornirsi di bacchette e portarle poi a spalla fino al fiume dove il lavoro proseguiva lentamente.

Naturalmente era già stato individuato il sito dove il “nicciale” sarebbe stato collocato e questo era generalmente un tratto di fiume a scorrimento non troppo veloce, per esempio all’uscita dei laghi o in fondo alle “pare”. L’operazione di posa della griglia era una vera e propria opera di carpenteria. A circa metà della distanza tra una riva e il filo della corrente venivano disposti in fila grossi massi in modo da ottenere due spallette sulle quali venivano disposti trasversalmente grossi pali in numero di sei o sette sui quali veniva poi sistemata la griglia (il nicciale). Mediante la costruzio-ne di una “masera” che poteva essere lunga anche cento metri, si orientava la corrente del fiume sulla griglia sulla quale, nella parte estrema, veniva tesa la nassa.

La pesca con il “nicciale” era soprattutto una pesca alle “passerine”, grosse anguille che ai primi temporali di settembre, quando i fiumi si ingrossano dopo le secche estive, si dirigono verso il mare. Se ne pescavano grosse quantità, a decine di chili alla volta e il pescatore che doveva, nella notte durante il temporale, stare “attento” al nicciale (affinché la piena non trascinasse via la nassa, oppure che le frasche non ne ostruissero l’imbocco, o ancora, per vuotare la nassa quando era colma), si riparava alla meglio dentro il capanno di frasche che si era preventivamente costruito nelle vicinanze. Sussistevano in questo tipo di pesca molti pericoli dovuti alle piene improvvise che portavano via nasse e nicciali mettendo spesso a repentaglio la vita del pescatore che fino all’ultimo tentava di salvare il salvabile.

Lungo un tratto di fiume lungo quattro o cinque chilometri si potevano vedere fino a sei o sette nicciali di ognuno dei quali era noto il nome di chi l’aveva costruito e ne aveva quindi diritto all’uso.

Non era raro il caso di nicciali “fatti a mezzo” o in società.

Vigevano regole non scritte che imponevano il rispetto della distanza. Sarebbe stato considerato un dispetto infatti, costruire un nicciale appena sopra un altro già costruito o peggio ancora rubarsi le nasse l’un l’altro. Liti furibonde nascevano tra persone e tra gruppi di persone per l’uso dell’acqua non solo per l’irrigazione ma anche per la pesca, soprattutto nei tempi passati quando il fiume Magra segnava il confine non solo tra le comunità ma addirittura tra stati diversi. Sono ancora vivi negli anziani ricordi delle furibonde risse che scoppiavano sul fiume tra quelli di Mulazzo e quelli di Filattiera per “ragioni di pesca e di confini”.

Antunno: Anguille.

Naturalmente, trascorsa la stagione della pesca alle anguille, il nicciale veniva disarmato e se aveva avuto la ventura di passare indenne attraverso le piene del fiume, convenientemente riassestato poteva venire utilizzato anche per l’anno successivo.

Una consuetudine abbastanza diffusa era quella che una stessa persona (o una stessa famiglia) soprattutto quelle dei contadini che abitavano in prossimità della Magra, avesse il diritto di continuare a costruire o a mantenere il nicciale nello stesso luogo al punto che alcuni tratti di fiume prendevano addirittura il nome del proprietario del nicciale stesso.

LA PESCA DELLE “CHEPPIE” E LA PESCA DELLE TROTE IN “FREGA” CON IL NICCIALE

Durante l’estate, in regime di secca, il nicciale rimaneva all’asciutto e quindi inservibile, ma durante l’inverno e durante la primavera, anche senza le nasse, assolveva ancora alle sue funzioni di “attrezzo” da pesca in almeno due modi assai singolari.

a) in primavera le cheppie risalivano il corso del fiume Magra (i pescatori dicevano che venivano a “spidocchiarsi”, cioè a togliere i parassiti del mare), e stanziavano di preferenza nelle rade dove l’acqua era poco profonda. I pescatori dicevano che le cheppie “avevano paura dell’ombra” per cui bastava gettare frasche e ramaglie nell’acqua per spaventarle e indirizzarle, con la corrente, sulla griglia del nicciale sulla quale rimanevano in secco.

Primavera: cheppie.

b) un altro tipo di pesca quasi universalmente proibito, era quello di utilizzare il nicciale quando le trote vanno in “frega”. Durante il periodo degli accoppiamenti, nel periodo invernale, le trote sono in continuo movimento lungo il fiume, e, nei loro spostamenti sono spesso impedite dagli sbarramenti di pietre che si trovano lungo il corso del fiume, rappresentati dalle masére dei nicciali. Il pescatore bracconiere provvedeva a praticare una bocca (apertura di non più di mezzo metro) nella maséra stessa per facilitare la risalita delle trote che però si imbattevano subito nella corrente che le sospingeva sulla griglia, sulla quale rimanevano in secco. Sul nicciale potevano finire anche tre o quattro trote per volta; il bracconiere si recava al nicciale prima che si levasse il sole e poteva tornarci anche per due o tre volte nel corso della giornata.

Inverno: Trote.

BERTADELLO

È una specie di nassa che anziché essere costruita con rete metallica e con i vimini è costruita con una rete fatta di fili di lino.

In Lunigiana molte persone, soprattutto quelle che più specificatamente si dedicavano alla pesca, erano capaci di costruirsi i bertadelli nelle forme e nelle misure più adatte al tipo di pesca, e al tratto di fiume nel quale sarebbero stati tesi. Dopo aver intrecciato i fili in modo da ottenere una rete, questa veniva avvolta intorno a tre cerchi di diverso diametro ottenuti con bacchette di kraussìn che venivano posti tra loro alla distanza di venticinque, quaranta centimetri, in modo da ottenere un cono come illustrato nel disegno (fig. 2).

I bertadelli potevano essere di diverse misure, da ottanta cm a un metro e mezzo di lunghezza, con rete a maglie del 10 fino al 25 dove le cifre stanno ad indicare il numero dei millimetri del lato della maglia. A detta dei pescatori più esperti il filo più adatto era quello di lino e in second’ordine quello di cotone, molto fine e del tipo “del 100” (ci sfugge il senso di questa misura che potrebbe forse aver riferimento, più che con il sistema metrico, con il sistema di misura inglese).

La pesca con il bertadello è una pesca “a montare”, cioè contro corrente, ed era quindi praticata a luna nuova. Il periodo più adatto era quello fra maggio e giugno, quando barbi e scaglioni erano in “frega”. L’attrezzo veniva teso e tenuto fermo sul fondo da pietre, con la bocca rivolta verso la foce, dopo aver convenientemente spianato la ghiaia di fronte ad essa in modo da ricavarne un invito.

Maggio/Giugno: Barbi – Scaglioni.

Dicembre/Gennaio: Trote.

RAZZÓLO

Pesca praticata nelle rade e anche in corrente (razzàl) alla trota, al barbo e allo scaglione in tutti i periodi dell’anno.

L’attrezzo (razzól) era costituito da una rete a maglia fine, a forma di sacco (con piombi) che, sostenuto e tenuto aperto da due pali impugnati uno per mano, veniva trascinato sul fondo nel senso contrario alla corrente. Questa pesca era praticata da due persone: una impugnava l’attrezzo mentre l’altra la precedeva di poco smuo-vendo i sassi.

Tutti i periodi dell’anno: Barbi e Scaglioni

Soprattutto a Gennaio: Trote “in frega”.

FIOCINA E “CÓRMO”

(divenuto in seguito “tenaglia e pila elettrica)

Pesca notturna per abbagliamento praticata nelle “pare” in corrente (comunque in acque non molto profonde) a tutte le specie di pesci ma soprattutto alle anguille. In presenza di una fonte luminosa il pesce si arrestava e il pescatore con prontezza cercava di catturarlo con una fiocina o con lunghe tenaglie a ganasce dentellate. Fino al secolo scorso la fonte luminosa era rappresentata dal “còrmo”, covone di paglia di segale che veniva usato come torcia e che era preferita al covone di paglia di grano perché questo aveva una combustione più rapida.

Varie e di diverso tipo erano le fiocine a quattro o cinque denti fitti costruite in acciaio e temprate da fabbri ferrai del luogo; venivano infisse su manici di legno di lunghezza variabile da cinquanta centimetri a un metro. Esistevano anche fiocine di legno ricavate da rami di legno biforcuti di essenze dure come il carpino o il bosso, ma potevano essere usate anche forchette di ferro che venivano fissate sul manico mediante legatura. In questo tipo di pesca si faceva largo uso anche delle tenaglie a ganasce dentellate che richiedevano però una diversa abilità poiché si doveva usarle con una sola mano in quanto l’altra era occupata dal “lume”. Con il passare del tempo il “cormo” venne sostituito con il lume a carburo (acetilene) e questo, a sua volta dalla pila elettrica.

Soprattutto periodo estivo: Anguille ed altri pesci.

MAZZACRA E OMBRELLO

Pesca di abilità praticata ad acqua torbida durante il periodo delle piene nelle risacche dove l’acqua fa “mulinello”. La mazzacra consisteva in un filo resistente di canapa o di cotone sul quale venivano infilati, uno di seguito all’altro, lombrichi di terra. Il filo (la mazzacra) era attaccato ad un bastone della lunghezza di un metro e mezzo circa che fungeva da manico. Il pescatore, dopo aver immerso la “mazzacra” nell’acqua apriva e teneva rovesciato presso di sé un grosso ombrello (erano preferiti quelli verdi da pastore). Quando l’anguilla addentava l’esca, il pescatore, con un rapido strattone l’estraeva dall’acqua con l’anguilla ancora attaccata. L’abilità stava nell’avvertire in tempo quando l’anguilla abboccava e naturalmente nel farla cadere nell’ombrello aperto. Sbagliare la mira significava perdere la preda.

Durante le piene primaverili e autunnali: Anguille.

SPINELLO (sogalo)

Pesca notturna delle anguille, praticata nel periodo estivo sul fondo dei laghi, nelle rade, nei canali e nelle botrie. Ad un pezzo di corda lungo da uno a due metri vengono legati perpendicolarmente, alla distanza di venticinque-trenta-centimetri, altri spaghi più sottili alle cui estremità vengono legati gli “spinelli”, piccoli rami biforcuti di biancospino sui quali viene sistemata l’esca, costituita generalmente la un lombrico di terra.

Per la posa sul fondo si legano alla corda due pietre, una ad ogni estremità. La tesa viene effettuata all’imbrunire e la levata al sorgere del sole e non dopo poiché con la luce del giorno le anguille, cercando di rientrare nelle tane, si attorcigliano e spesso riescono a sganciarsi. Per ritrovare i luoghi dove ha posto gli “spinelli” il pescatore li “segna” con pietre o segnali che solo lui sa riconoscere e che non devono “dare nell’occhio” agli altri.

Da aprile a settembre: Anguille.

CANNA CON L’AMO

È certamente il tipo di pesca più tradizionale (oggi nel fiume Magra è largamente praticata), ma nel secolo scorso non godeva di molta considerazione poiché, dati i tempi “morti” relativamente lunghi in proporzione al pesce che si poteva pescare era considerata più uno svago che un’attività utile.

All’estremità di un bastone, meglio se di una canna e meglio ancora se la canna era di Groppoli (le canne d’India molto diffuse nei possessi dei Brignole Sale), si legava un filo sottile di cotone o di lino sul quale venivano convenientemente sistemati piombo, tappo di sughero e amo. L’abilità del pescatore con l’amo stava tutta nel saper scegliere il tipo di esca più adatto al tipo di pesce che si voleva pescare, di saper interpretare le condizioni meteorologiche (giornate serene, nuvolose o ventose) e di scegliere, nell’arco della giornata, le ore più adatte alla pesca, all’alba o al tramonto, nelle quali i pesci “escono e abboccano”. Anche la “pasturazione” nella pesca con l’amo aveva grande importanza. Consisteva nell’abituare il pesce ad un certo tipo di cibo. Il pescatore per tre o quattro sere consecutive si portava nel luogo sul quale poi avrebbe pescato, saltava una sera e poi in quella successiva andava a pescare impiegando naturalmente un’esca uguale alla “pastura”.

Le esche per la pesca con l’amo erano:

le verdine (scaglioni)

le perline (barbi)

i tubetti (trote e barbi)

le mosche (trote)

i “bigattei” vermi della carne (tutti i tipi di pesce)

i “zuanei” vermi delle castagne (tutti i tipi di pesce, specie la trota)

i bachi da seta (barbi)

i grilli e altri piccoli insetti (trote)

i vermi di terra (tutti i tipi di pesce)

mollica di pane (cavedano)

lampredine (anguille e cavedani)

zavri (piccoli scaglioni, trote)

NASSINI

In maggio, quando fioriscono le ginestre, gli steli di queste piante si riempiono di piccole lumache e poiché esse rappresentano un’esca straordinaria per le anguille, in questo mese si pratica la pesca con i nassini.

Come indica la parola, i nassini erano piccole nasse della lunghezza di venticinque-trentacinque centimetri, con un diametro massimo di circa quindici, chiusi in fondo da un tappo d’erba.

Venivano costruiti intrecciando il vimine di fiume da chi generalmente costruiva canestri e “cavagni” ma, molto spesso erano i pescatori stessi a costruirli nella forma e nelle misure che ritenevano più adatte. La tesa si faceva all’imbrunire. Dopo aver messo una manciata di lumachine nel nassino questo veniva sistemato sul fondo e ivi trattenuto da pietre; quindi veniva opportunamente “segnato” per poterlo ritrovare la mattina successiva. All’alba si faceva la levata e in ogni nassino si potevano trovare da venti a trenta anguille. Si tendevano in media da sette a dieci nassini per volta.

Maggio/Giugno: Anguille.

BILANCINO

Pesca ad acqua torbida, più raramente ad acqua chiara. È una rete di forma quadrata (m. 1,5×1,5) legata per i capi a due aste incrociate e flessibili di giunco (in seguito di acciaio), con un piombo al centro per favorire l’immersione. Il bilancino legato ad un lungo palo mediante una fune, veniva immerso e quindi abbassato e rialzato ripetutamente. Questo attrezzo veniva spesse volte usato come un razzolo (vedi).

LA NECCIA

A dir dei pescatori, era il sistema di pesca che dava maggior soddisfazione e guadagno perché, pur essendo molto faticoso, finiva sempre per assumere la connotazione di una festa. Accadeva spesso in Lunigiana che, in occasione di fiere, di sagre e di feste, occorresse nelle osterie, nelle taverne e nelle frascate una grande quantità di pesce, ed era appunto alla vigilia di queste occasioni che i pescatori davano inizio alla costruzione della “neccia”. All’uscita di un lago, nel punto dove l’acqua comincia a incresparsi per ritornare corrente si costruiva uno sbarramento di sassi (maséra) che tagliava il corso del fiume in modo da convogliare l’acqua verso la riva e più propriamente dentro una buca (la neccia), che era stata precedentemente scavata in prossimità di essa. La buca poteva avere anche una lunghezza di due o tre metri, una larghezza di due e la profondità di uno e per scavarla occorrevano anche due o tre giorni. Naturalmente questi a preparativi partecipavano molte persone (la neccia era una pesca di gruppo), dirette dal pescatore più esperto che, quando i lavori erano ultimati, dava inizio alla pesca vera e propria. Venivano reclutati tutti i ragazzi che si trovavano nei dintorni a fare il bagno e tutti venivano opportunamente istruiti. Alcuni dovevano con frasche e con pali, rimuovere il fondale, altri dovevano schiamazzare e far rumore nell’acqua, mentre una rete sostenuta da tre o quattro uomini, partendo più a monte, veniva trascinata verso lo sbarramento impedendo in tal modo ai pesci spaventati di poter risalire. Per stanare le trote e i barbi dal fondo del lago entravano in funzione “quelli che resistevano di più sott’acqua”, quei giovani cioè capaci di fare i sotcò (immersioni più o meno prolungate fino a cinque o sei metri di profondità), i quali, muniti di pali, frugavano sul fondale e negli anfratti per spaventare i pesci e per dirigerli dentro la “neccia”. Il bello veniva quando, dopo due o tre ore di lavoro, veniva “sbancata la masera” e, mentre l’acqua riprendeva il suo corso, la “neccia”, non più alimentata si prosciugava rapidamente e i pesci che vi si trovavano rimanevano all’asciutto. Si potevano pescare in questo modo da ottanta a centocinquanta chili di trote e di barbi per volta che venivano destinati soprattutto alle trattorie di Pontremoli e di Bagnone nei giorni di mercato. (fig. 3)

TRAGGIÒNE (tragiòn)

Nel medio corso del fiume Magra, dalle parti di Aulla, era in uso un particolare modo di pescare che aveva molte analogie con quello della neccia, perché, anche in questo caso, lo scopo era quello di stanare il pesce (questa volta però non nei laghi ma nelle “pare”), per indirizzarlo verso le tese che potevano essere indifferentemente le reti, le nasse, i bertadelli e la “neccia” stessa.

La parola “traggione” deriva da traggia, slitta rudimentale usata fino a qualche anno fa in Lunigiana, che in questo caso veniva però trascinata lungo il fiume nel senso della corrente. Il “traggione” veniva costruito con due stanghe lunghe anche tre metri (potevano essere addirittura usati due alberi con i loro rami), tenute unite da assi trasversali; su di esso venivano poi fissate frasche, ramaglie, fascine imbottite di pietre (per tenerle a fondo) e vi salivano a turno (per riposarsi e per far peso) i giovani che lo trascinavano lungo il fiume.

Questa pesca era praticata soprattutto durante il periodo estivo.

Si pescava qualsiasi tipo di pesce, ma soprattutto le “gorpine”.

RETE (rèda)

“Pescare con la rete non era da tutti anche perché costruirla era difficile e non tutti avevano i soldi per poterla comprare”.

La rete rappresentava infatti, il raro se non unico caso in Lunigiana di un attrezzo da pesca che non veniva direttamente costruito dal pescatore. Molti avevano tentato, ma “mentre per fare la rete dei retini, delle bilance e dei bertadelli era facile”, molto più complicato era “combinare le maglie con le borse, i tiranti dei sugheri con quelli dei piombi per cui venivano quasi sempre storte e inutilizzabili e, dal momento che in Lunigiana quelli che sapevano fare le reti erano veramente pochi, quelli che potevano le ordinavano a Brescia dalla ditta Archetti”.

La rete quindi era l’attrezzo che distingueva il pescatore occasionale (in Lunigiana lo erano un po’ tutti), dal pescatore di professione. La pesca con la rete poteva essere fatta sia nei laghi che nelle “pare” in quasi tutti i periodi dell’anno ma, soprattutto, da aprile a ottobre. Sul fiume Magra si pescava con reti della lunghezza di circa dodici metri per un’altezza di novanta centimetri, ma se il guado lo permetteva, si potevano unire anche due reti insieme. In base al tipo di pesca che si faceva cambiavano naturalmente le misure delle maglie e se per gli scaglioni poteva bastare una rete con maglie del dieci, per barbi e cavedani occorreva quella del quattordici, mentre per le trote ci voleva quella del diciotto. Con la rete si poteva pescare in due modi: a tesa e a strascico. Nel primo caso la rete veniva stesa nel lago la sera e la levata si faceva all’alba della mattina successiva; nel secondo almeno tre uomini (uno da una parte, uno dall’altra e uno nel mezzo per “guidare” la rete e fare in modo che non si impigliasse nei sassi), la trascinavano per un lungo tratto del fiume, concludendo la pesca con lo “skap ed man” che consisteva nel chiudere a cerchio la rete in modo da creare una sacca dalla quale i pesci non potevano uscire. Si potevano pescare trote, barbi e cavedani fino a un peso di trenta, quaranta chili per volta.

Da aprile a ottobre: Trote, Barbi, Cavedani, Scaglioni.

RETINO (rèzzin)

Mentre nella rete i pesci dovevano “imborsarsi”, nel retino era sufficiente che ci si impigliassero per le branche o per i denti e quindi questo attrezzo era molto più facile da costruire e molti pescatori della Lunigiana se lo costruivano nelle misure che ritenevano più adatte al tipo di pesca che volevano praticare (da quattro a sei metri per la pesca nei torrenti, fino a dieci se nella Magra).

Con il retino si faceva soprattutto una pesca di lago (o di “bozzo”); veniva disteso la sera e tenuto a fondo da una fila di pietre poste alla distanza di cinquanta centimetri l’una dall’altra. La levata veniva fatta al mattino presto del giorno dopo. Si pescavano scaglioni, barbi e anche trote.

LA PANIERA

La pesca con la paniera era il modo di pescare più comune e più diffuso di tutto il corso della Magra, ma i “veri maestri erano quelli di Groppoli e di Filattiera”. Il tratto di fiume che divide i territori di questi due comuni della Lunigiana è tra i più ricchi di vegetazione fluviale e i cespugli di vetrice e ontano si trovano in grande quantità sulle rive e anche nel mezzo del fiume.

Le radici di queste piante, che si trovano sott’acqua, offrono un fitto e intricato rifugio alle colonie di barbi e di scaglioni. Il pescatore, usando una comune paniera a due manici (di vimine o di scozzi), si immergeva nell’acqua anche fino alla cintola frugando con una mano fra le radici (ravison) e con l’altra tenendo immersa la paniera (nella quale erano state prima messe frasche e ramaglie per mascherarla), facendo in modo che i pesci, spaventati, vi finissero dentro.

PESCA ALLA LAMPREDA CON IL FAZZOLETTO

Quando maturavano i piselli, tra il mese di maggio e quello di giugno, in Lunigiana si andava a pesca di lamprede. È infatti questo il periodo nel quale questi strani animali vanno “in frega” e risalendo dal mare arrivano nella Magra e deporre le uova. Per chi era pratico del fiume non era difficile individuare lo spiazzo con il letto di ghiaia pulito che, tra l’altro, ben contrastava con il colore più scuro del fondo, nel quale le lamprede a coppie o in gruppo si riunivano. La pesca era oltremodo semplice: il pescatore per non essere visto si poneva alle spalle delle lamprede e con una mano avvolta in un fazzoletto o in una calza da donna per aumentare la presa, le tirava fuori dall’acqua una alla volta facendo però attenzione che durante questa manovra le altre non si spaventassero e fuggissero. Se il pescatore era abile poteva catturare anche tutto il gruppo, formato anche da sette o otto esemplari, ciascuno dei quali poteva arrivare al peso di un chilogrammo.

LA PASTURAZIONE CON LE BACCHE DI COCA

Fino agli anni Quaranta, per pochi centesimi si poteva acquistare in farmacia una manciata di bacche di coca, la cui vendita, vietata per tutti gli altri usi, era invece ammessa se usata come veleno per i topi. Si trattava sempre di una pesca con il veleno, ma la modica quantità di pesce che veniva pescato (ovviamente solo quello che abboccava), faceva sì che questa pratica abbastanza diffusa in tutta la Val di Magra, se non proprio ammessa, fosse tacita-mente tollerata. La bacche di coca venivano sgusciate e successivamente pestate dentro un mortaio fino ad ottenere una polvere che veniva mescolata con un po’ di farina di grano e un bianco d’uovo che serviva da collante. Veniva quindi arrotolata fino ad ottenere un filo simile ad uno spaghetto che, dopo essere stato convenientemente messo ad essiccare al sole, veniva ridotto in pezzettini di circa due centimetri, ciascuno dei quali veniva poi introdotto dentro un lombrico di terra. Ottenuto con questo procedimento circa un centinaio di esche, il pescatore le lanciava, di sera, in un tratto di fiume per la lunghezza di ottanta/cento metri e la mattina successiva andava a raccogliere le anguille e gli scaglioni che avevano abboccato.

Naturalmente ogni bracconiere era depositario di formule svariate che elaborava e sperimentava personalmente. Alcuni aggiungevano alla mistura anche il pepe e altre spezie; altri preferivano usare nell’impasto la farina di castagne, altri ancora, anziché “imbottire” i lombrichi usavano la sola pasta che poi gettavano sbriciolata nel lago per raccogliere, dopo un’ora, i pesci storditi che venivano a riva.

Anguille e scaglioni.

PESCA ALLE ANGUILLE CON LE FASCINE

Capitava spesso, nel periodo primavera-estate, di vedere lungo il fiume, uomini curvi sotto il peso di una decina di fascine che portavano sulle spalle; sembravano uomini che erano andati per legna, ed erano invece pescatori che andavano “a tendere” alle anguille. Questa pesca, praticata specialmente tra Aulla e S. Stefano, consisteva nell’immergere nelle rade le “sarmente”, fascine fatte con residui della potatura delle viti, che venivano trattenute sul fondo da pietre e qui lasciate qualche giorno.

Scambiate per un sicuro rifugio e attirate dalle lumachine che si mettevano come esca, le anguille vi si annidavano e il pescatore non doveva fare altro che buttare fuori dall’acqua con prontezza le fascine, in ognuna delle quali si potevano trovare anche dieci o dodici anguille.

Primavera/Estate: Anguille

PESCA ALLE ANGUILLE CON IL TUBO DA STUFA

Potevano risultare adatti anche altri tubi, ma quello di stufa, per diametro, leggerezza e maneggevolezza, era il preferito. Se ne prendeva uno spezzone della lunghezza di circa due metri, si schiacciava ad una estremità e vi si praticavano poi dei piccoli fori così da renderlo simile ad un colino. Nel suo interno si mettevano ciuffi d’erba con le lumache o altre esche e quindi, come le fascine, veniva sistemato nelle rade o nei bozzi e trattenuto sul fondo per mezzo di pietre. La levata, che si faceva all’alba, era ancora più semplice di quella della fascine, poiché bastava alzare il tubo dalla parte della bocca e far defluire l’acqua dai piccoli fori. Si potevano pescare fino a dieci, quindici anguille per volta.

Primavera/Estate: Anguille.

PESCA CON IL GIAZ

(Giacchio detto anche rezzaglio o sparviere)

Erano veramente pochi, anche tra i pescatori di professione, coloro che sapevano pescare in Magra con il giacchio, detto anche rezzaglio o sparviere, e da noi in Lunigiana meglio conosciuto con il nome di Giaz. L’uso di questo attrezzo, più adatto alla pesca di mare che non a quella di fiume, partendo dalla foce della Magra si era esteso fino alla Lunigiana interna limitatamente però a quei tratti di fiume larghi e spaziosi e non ingombri di vegetazione.

Il giacchio usato per la pesca nella Magra era del tutto simile a quello usato per la pesca in mare, ma di dimensioni più ridotte (i più grandi potevano coprire una superficie di trentacinque, quaranta metri quadrati), ed era costruito da una rete conica aperta alla base sulla cui circonferenza venivano sistemati dei piombi. In posizione di riposo il giacchio (legato al polso tramite una cordicella lunga sei o sette metri), veniva ripiegato in più mandate e portato sul braccio o sulla spalla. Quando il pescatore individuava quel tratto di rada nel quale voleva pescare, effettuava il lancio roteando in alto l’attrezzo (come se fosse un laccio) per farlo aprire e ricadere come un ombrello nel punto desiderato. A dir dei pescatori questa era una pesca molto faticosa, poiché oltre al continuo movimento lungo il fiume bisognava portare a spalla l’attrezzo (piombi e rete) il quale, dopo i primi lanci, inzuppandosi, diveniva sempre più pesante.

Estate/Autunno: pesca ad acqua chiara ma soprattutto ad acqua torbida.

Trote, Barbi, Scaglioni.

LA PESCA CON I VELENI

Da sempre, tra il pescatore e il fiume è esistito un rapporto di correttezza e di rispetto e, se è vero che gli antichi sistemi di pesca sulla Magra erano tutti o quasi molto prossimi al bracconaggio, è altrettanto vero che questi modi di pescare erano, in fondo, accettati e tollerati dalle comunità, perché appartenevano da tempo immemorabile al loro modo di vivere, erano parte integrante della loro economia, appartenevano in definitiva a quella “cultura” che non ammetteva lo spreco e che imponeva il rispetto del fiume in tutte le sue forme.

Ben comprensibili quindi, erano il disprezzo e l’indignazione che tutti, indistintamente, provavano verso coloro che praticavano nella Magra e nei suoi affluenti la pesca mediante il veleno. Va detto subito che l’avvelenamento o la deossigenazione delle acque usati dall’uomo come mezzo per procurarsi il pesce è vecchio quanto il mondo, ma le sostanze delle quali si poteva disporre fino al secolo scorso, erano di limitata efficacia, poiché la calce fatta sciogliere nell’acqua o i sacchetti di mallo di noce pestato o di verderame legati sui pali per frugare nelle tane, avevano più che altro lo scopo di disturbare il pesce per farlo così dirigere verso le tese.

Questo tipo di pesca era per lo più praticato nelle acque in ristagno, nelle botrie e nei canali, spesso negli affluenti, ma molto più di rado nella Magra che da queste pratiche abusive poteva, allora, uscirne al massimo scalfita.

I primi veri danni al patrimonio ittico e all’ambiente fluviale della Magra si manifestarono a partire dalla fine del secolo scorso allorquando anche la Lunigiana fu interessata dalla presenza di alcune forme di industrializzazione, soprattutto nel settore chimico. Fabbriche, piccole imprese e cantieri misero in circolazione (e alla portata dei bracconieri), sostanze, scorie e sottoprodotti delle lavorazioni chimiche tutti ad alto tasso di tossicità. Si pensi, ad esempio, alla fabbrica di acidi dei fratelli Barbier (poi Sgem-Montecatini), sorta a Villafranca agli inizi del secolo, al dinamitificio di Boceda, al polverificio di Pallerone, alle cartiere della Valle del Lucido, alle numerose ditte che producevano candeggina e altri prodotti similari a base di cloro e, ancora, al prussiato (cianuro), che serviva per cementare le anime dei cannoni e che, dall’ Arsenale della Spezia, veniva di soppiatto portato fuori, come il fosforo, dai numerosi operai della Lunigiana.

Tuttavia, malgrado questi effetti devastanti, considerata anche la grande abbondanza di pesce e, soprattutto, le notevoli condizioni che ne favorivano una rapida riproduzione, la Magra mise in evidenza sorprendenti capacità di tenuta, tanto da meritarsi la fama di essere “tra i fiumi più belli e pescosi d’Italia” e, tutto sommato, neppure metodi di pesca irresponsabili e sciagurati, come il lancio delle bombe nell’immediato dopoguerra e, peggio, l’uso della corrente elettrica in tempi successivi ne sminuirono la fama.

Ma, gradatamente, si assistette ad un preoccupante degrado dell’ambiente fluviale con comprensibili conseguenze anche sul patrimonio ittico. Alcune specie di pesci si sono rarefatte, le anguille “rossine” di ghiaia diventano sempre più rare, i granchi di acqua dolce, fino a qualche anno fa presenti un po’ dovunque, sono scomparsi e non si vedono più quei pesci che, dal mare, risalivano la Magra in certi periodi dell’anno; a poco valse anche la limitazione dei sistemi di pesca, tanto che fra quelli che abbiamo descritto, solo uno è attualmente ammesso.

L’inquinamento, le discariche abusive, le escavazioni, i lavori di arginatura incomprensibili (per non dire irresponsabili), la cementificazione delle sponde sono sicuramente tra le cause che hanno provocato questo depauperamento e degrado, ma, a nostro avviso, altre dovrebbero essere ricercate altrove ed una potrebbe essere individuata nell’essere venuta meno quella “cultura” delle popolazioni della val di Magra che considerava il fiume (così come il bosco), patrimonio della comunità e quindi bene prezioso che doveva, sempre, essere salvaguardato e protetto.

Ringrazio tanti amici che al fiume, al bar oppure in casa, si sono resi disponibili e mi hanno aiutato in questa ricerca. Vecchi pescatori che hanno passato parte della loro vita sul fiume e che, con entusiasmo e con un velo di commozione hanno frugato nei loro ricordi per darmi una mano, così come quei nostalgici bracconieri che con voce a mezzo tono mi hanno confessato i loro piccoli misfatti. Li ringrazio tutti, Magnani, Pirella e tanti altri che mi aspettavano o mi venivano a cercare per raccontarmi un episodio che era tornato in mente e che era sfuggito nel corso della precedente chiacchierata.

Un ringraziamento particolare va a Norino Bragoni della dinastia dei “Baccarini”, che con i “Nanin” di Villafranca sono stati gli ultimi “veri, fantasiosi e romantici” pescatori della Magra. Un commosso ricordo lo rivolgo a mio zio, Giuseppe Simonelli, il più “scientifico” dei pescatori della Magra che, per passione, con il fiume ebbe sempre uno splendido rapporto e che, dando risposta ad alcune mie curiosità, fu il primo ispiratore di questa ricerca.

Un sentito ringraziamento per la collaborazione vada a Rossana Piccioli, Lia Giambutti, Marco Natali e Riccardo Boggi.


GERMANO CAVALLI, Note di etnografia lunigianese. Gli antichi metodi di pesca nel fiume Magra e nei suoi affluenti,pubblicato in Studi Lunigianesi, voll. XVI – XVII – XVIII a. 1986 – 87 – 88, edito dall’Associazione “Manfredo Giuliani” per le ricerche storiche e etnografiche della Lunigiana, Villafranca Lunigiana


(1) A titolo esemplificativo proponiamo la situazione del fiume Magra e l’importanza politica che assumeva, per esempio, nel XVI secolo. Dalle sorgenti fino alla confluenza del Caprio da una parte e del Teglia dall’altra, il corso del fiume apparteneva a Pontremoli, soggetto al Ducato di Milano. Più a valle segnava il confine tra il feudo malaspiniano di Mulazzo e quello di Filattiera, malaspiniano di nome, ma di fatto soggetto alla Toscana. Segnava ancora il confine tra il feudo di Groppoli dei genovesi Brignole-Sale e il marchesato di Malgrate e poi ancora tra il feudo dei Malaspina di Villafranca e quello dei marchesi di Lusuolo fino al guado di Groppofosco appartenente alla comunità di Fornoli soggetta alla Toscana. Ancora confine tra il marchesato di Licciana (Terrarossa) e quello di Tresana e poi tra i Centurione di Aulla e i marchesi di Podenzana. Solo dopo aver superato la “tenaglia” toscana di Albiano e di Caprigliola, dopo Santo Stefano, il Magra poteva scorrere finalmente tra rive amiche, soggette a Genova, nella Lunigiana ligure.

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