di Giuseppe Benelli
Tiziano Mannoni per primo in Italia ha dato alla ricerca archeologica un respiro globale, affermando l’impiego integrato di fonti archeologiche, letterarie, epigrafiche, documentarie, toponomastiche e orali. “Globale” inteso nel senso che nel passato di un territorio non ci sono periodi e prodotti importanti e altri meno rilevanti. «Globale» nel senso che ciò che non si trova nel sottosuolo può essere in superficie o in elevato; ciò che non danno le carte d’archivio e l’archeologia possono darlo le scienze naturali. Con il suo metodo Mannoni ha dato vita ad un nuovo modo di concepire la storiografia, portando un importante contributo di rinnovamento e ampliando notevolmente le conoscenze.
Mannoni, infatti, ha lasciato il segno nell’archeologia della produzione, nella cultura materiale ed esistenziale, nell’archeologia dell’architettura e dell’uomo. Sua è stata l’intuizione dell’impiego dell’archeometria a servizio dell’archeologia, sua la scoperta della mensiocronologia, sue sono state le fondamentali riflessioni sul saper fare e sulla differenza tra l’artigiano e l’artista. Per Mannoni «l’archeologo perlustra passo passo la superficie del territorio e tutto ciò che su di esso è ancora costruito. Registra tutte le informazioni fisiche parlate e scritte, fa fare le opportune prospezioni e quando ne ha tratto un quadro generale abbastanza attendibile decide il minimo di scavi necessari per completare la storia oggettiva di quel territorio». La sua ricerca ha spaziato dalla protostoria all’età medievale e postmedievale, sempre nell’ottica di quell’approccio globale che deve essere alla base del metodo di ricerca di ogni archeologo.
Ricordo il nostro primo incontro nei primi anni Settanta alla Spezia, ad una seduta dell’Istituto di Studi Liguri con Nino Lamboglia e Cesare Augusto Ambrosi. Il dibattito metodologico tra i tre studiosi, con alcune precisazioni richieste da Lamboglia a Mannoni, portava ad un punto comune d’incontro che evidenziava la soddisfazione di Ambrosi, che del lavoro di Mannoni conosceva ogni aspetto e a lui era legato dalle stesse origini lunigianesi. Mannoni, infatti, pur essendo nato a Parma nel 1928, aveva i genitori di Regnano nel comune di Casola dove Ambrosi era nato ed era stato sindaco per tanti anni. Da allora ho seguito con attenzione i lavori scientifici di Tiziano. Lo ricordo, ad un convegno di Studi alla Camera di Commercio di Genova, correggere le bozze del suo lavoro fondamentale sulla ceramica ligure medievale (Ceramica medievale a Genova e in Liguria, Bordighera 1975) che, per la prima volta, offriva una classificazione tipologica di un prodotto fino ad allora ignorato dagli studiosi del nostro paese, attenti solo alla cultura classica.
In Lunigiana fino alla metà degli anni Cinquanta gli studi archeologici si basavano sui ritrovamenti casuali. A partire da tale periodo iniziava da parte del Gruppo Ricerche di Tiziano Mannoni un controllo più attento del territorio lunigianese e, in particolare, l’esplorazione sistematica delle alture caratterizzate dal toponimo «castellaro». Per un certo periodo si è pensato ad una coincidenza sicura tra il toponimo, la morfologia e l’insediamento ligure e, quando i primi due elementi coesistevano, l’eventuale assenza di reperti archeologici veniva attribuita all’erosione della sommità. Si pensava di conseguenza che la voce “castellaro» avesse a che fare con la voce castelum della Tavola di Polcevera. Dopo che Giulia Petracco Sicardi ha messo in dubbio linguisticamente questa derivazione e ha attribuito una origine medievale alla voce “castellano», con il probabile significato di luogo adatto come centro della comunità territoriale, si è cominciato a pensare che il toponimo fosse dovuto al tipo di morfologia.
Nel 1968 Mannoni cominciava la ricerca con il metodo dell’«archeologia globale» del territorio di Zignago, in val di Vara, continuata fino al 1987 dall’Istituto di Storia della Cultura Materiale (Iscum). Il territorio dello Zignago dimostrava una ricchezza di depositi del primo millennio, anteriori alla romanizzazione, con insediamenti più conservati del bronzo finale e con diverse continuità fino al II secolo a.C. L’archeologia globale dello stesso territorio ha in seguito dimostrato che fino al XIV secolo traevano sostentamento dalla stessa superficie due borghi arroccati (Monte Zignago e Serramaggiore) con meno di dieci famiglie ciascuno, alcune delle quali erano però di uomini liberi che effettuavano trasporti e commerci lungo le strade che collegavano i porti di Levanto e di Sestri Levante con Parma. Verificare i processi produttivi del passato e cercare di riprodurne le tecnologie, sperimentando la vita del borgo nelle sue varie età, permetteva a Mannoni di far conoscere la storia e, soprattutto, capire gli usi e i costumi in modo concreto. Dopo lo scavo del borgo medievale di Zignago, negli anni Settanta Tiziano Mannoni individuava in Filattiera il luogo più interessante della val di Magra per approfondire le sue ricerche. Dalla collina di Borgo Vecchio, alla torre di San Giorgio, alla pieve di Sorano, a Monte Castello, in oltre quindici anni di indagini si è riscritta la storia di questo territorio. Gli scavi a Filattiera avevano suscitato in lui un forte impatto emotivo, tanto da fargli esprimere il desiderio che avrebbe voluto fissare lì, nel cimitero di Sorano, la sua ultima dimora, dove dal 2010 riposa.
L’Iscum nel 1990 apriva gli scavi nel comune di Levanto e nel ’91 a Monte Castello, già interessato dalle ricerche di Ubaldo Formentini, Pietro Ferrari e Manfredo Giuliani. Le ricerche di «archeologia globale” venivano condotte a tappeto, con raccolte di superficie e con verifiche particolari delle morfologie che erano caratterizzate da toponimi storici e da possibili funzioni insediative. Mannoni ha avuto la capacità di identificare siti sepolti e le loro antiche interazioni grazie allo studio dei “modelli d’insediamento», intesi come luoghi che hanno attirato l’interesse delle comunità nei vari periodi della preistoria e della storia. Tutti questi dati, integrati fra loro, sono stati messi in relazione con le variazioni d’importanza e di utilizzo che ebbero nel passato le arterie locali e sovraregionali. Attento osservatore, dalla mente straordinariamente aperta, Mannoni sapeva cogliere l’interdipendenza anche tra elementi tra loro apparentemente lontani, e spiegarla con chiarezza esemplare. Si poteva così scoprire un intero universo attraverso un familiare scorcio di paesaggio o un oggetto di vita quotidiana apparentemente banale.
Per illustrare i risultati delle ricerche sue e del gruppo di giovani ricercatori che lo seguivano, Tiziano Mannoni nel 1974 dava vita alla rivista “Archeologia Medievale» e nel 1996 cofondava la rivista «Archeologia dell’Architettura». Le numerose innovazioni teorico-metodologiche e molti dei suoi indirizzi di ricerca hanno trovato spazio negli insegnamenti universitari, ma non gli hanno valso il giusto riconoscimento accademico. Del quale, peraltro, Tiziano non si fece mai un cruccio: l’estraneità alla lotta concorsuale del mondo universitario e il precipuo legame con la società civile erano per lui scelte di vita. Nella motivazione della Laurea Honoris Causa in Architettura, conferitagli il 3 luglio 2001, si legge: «Tiziano Mannoni, laureato in Geologia preso l’Ateneo genovese ed esperto in topografia e sistemi di telecomunicazioni, è dal 1956 archeologo protagonista della ricca stagione di studi e di scavi condotti dall’Istituto Internazionale di Studi Liguri, diretto da Nino Lamboglia, nel quadro di un generale interesse e di una crescente attenzione della comunità scientifica internazionale. Convinto fautore della ricerca pluridisciplinare e protagonista di una visione aperta e profondamente “umanistica” di un sapere umile ma rigoroso ed attento ai segni più minuti e alle tracce più flebili della fatica dei costruttori che hanno preceduto, Egli fonde tra loro quelle “discipline dello spirito” e quelle “scienze della natura” che tanta parte hanno avuto e tuttora hanno nell’ambito degli studi architettonici. Professore associato di “Scienze sussidiarie dell’ Archeologia” è chiamato nel 1983 a ricoprire l’insegnamento di “Rilievo e Analisi Tecnica dei Monumenti Antichi” presso la nostra Facoltà di Architettura dove, con spirito anticipatore e singolare lungimiranza, ha dato vita al “Laboratorio di Archeologia dell’Architettura” che, nel corso degli anni, si è rivelato vivace centro propulsore di ricerca e di innovativa elaborazione culturale. Con una intensa attività didattica e di ricerca, testimoniata da una ampia e diversificata produzione pubblicistica, Tiziano Mannoni ha da allora guadagnato il crescente rispetto che la comunità scientifica nazionale ed internazionale riservano agli studiosi di indiscussa statura insieme al grato ricordo di quanti hanno fruito dei suoi appassionati insegnamenti. La Facoltà, riconoscente a Tiziano Mannoni per le energie, la disponibilità e l’intelligenza profuse in una intensa e generosa azione che ha segnato la sua pur giovane storia, sul piano scientifico e su quello formativo, propone pertanto di conferirgli la “Laurea Honoris Causa” di “Dottore in Architettura”, anche per la costante e rigorosa attenzione che Egli ha sempre riservato al territorio, come fonte primaria di informazione e come “risorsa” irriproducibile per lo studio, la comprensione e la cura del patrimonio architettonico, ma anche per la formazione di architetti responsabili e colti, capaci di progettare “nuovi mondi formali” senza dimenticare o violare i lasciti di una sapienza antica e densa di insegnamenti, seppur non formalizzati secondo i criteri della moderna scienza sperimentale».
Nel 2009 Mannoni pubblicava La rivoluzione mercantile nel Medioevo. Uomini, merci e strutture degli scambi nel Mediterraneo (Casa Editrice II Portolano), un saggio agile e ben scritto che sintetizza mirabilmente la stratificazione di un’intera vita di studi e ricerche. Un commiato con i suoi alunni e i tanti estimatori, in un momento in cui i malanni fisici cominciavano a farsi sentire. Il libro tratta di commerci, strade e insediamenti, manufatti, esaminati attraverso l’archeologia del territorio e le relazioni tra fonti diverse. Già nell’antichità e soprattutto nel medioevo, i mercanti, gli armatori e i viaggiatori erano abituati a ragionare in termini di integrazione dei sistemi di collegamento. Il volume, partendo dai greci e dai fenici e giungendo fino ai comuni italiani del basso medioevo, mette in luce come certe tecniche e certe soluzioni siano state adottate con la consapevolezza di favorire la circolazione dei beni e degli uomini in mercati anche lontani. E siccome il commercio genera ricchezza per chiunque lo pratichi, la rivoluzione mercantile del medioevo viene spiegata alla luce di alcuni fattori materiali che ebbero un ruolo determinante nel favorire lo sviluppo di specifiche culture. “Libro in apparenza di facile lettura – scrive Enrico Giannichedda – ma complesso per tutto ciò a cui rinvia. Nell’opera di Mannoni, per mantenerla viva, si deve ricercare il valore complessivo delle idee e, come di fronte ad un affresco, guardare all’insieme e non alle singole pennellate. Più in generale, bisognerebbe ritornare a ragionare di cultura materiale, che tutto lega, ma anche di politica della ricerca, del rapporto degli archeologi con gli storici, gli storici dell’arte, gli etnografi, e con i molti specialisti che operano sul territorio con approcci parziali».
All’università di Genova pochi docenti hanno seguito il metodo di ricerca di Tiziano Mannoni nel perseguire con coraggio e rigore l’archeologia globale. La scuola universitaria genovese di medievistica, diretta da Geo Pistarino, pur riconoscendo la validità delle ricerche condotte nell’ambito della cultura materiale, non ha ritenuto che questo potesse essere l’intento finale della ricerca storica. La storiografia non può riassumersi esclusivamente nella cultura materiale, poiché quest’ultima ne costituisce soltanto un settore, accanto alla storia delle idee, alla storia dell’arte, alla storia del pensiero scientifico e alla storia del pensiero religioso. I pochi studiosi, che hanno seguito il metodo dell’archeologia globale, sono prevalentemente nel triangolo tra Liguria, basso Piemonte, Emilia occidentale e Toscana settentrionale.
Tuttavia i risultati della ricerca di Tiziano Mannoni, spesso complessa e articolata, le fondamentali scoperte sempre scrupolose e puntuali, la ricostruzione archeologica condotta con acuto spirito critico, testimoniano che la storiografia ligure e, in particolare, quella lunigianese devono riconoscere alla sua scuola di «archeologia globale» un contributo fondamentale per nuovi contenuti e diverse prospettive di studio. Come ha scritto Daniele Manacorda «l’archeologia globale non mira tanto a una comprensione globale delle tracce archeologiche, probabilmente destinata a rimanere illusoria, quanto piuttosto alla globalità dell’approccio, cioè alla raccolta di quegli “insiemi di informazioni” che le diverse fonti, archeologiche e non, mettono a disposizione per rispondere, ciascuna per le proprie possibilità, alle domande dello storico».
In questo mi sembra di poter cogliere in Tiziano la coscienza di un dovere da svolgere, sempre avvertito fin dai primi anni del suo insegnamento, derivato da una concezione aperta della storia, intesa non come arida e nozionistica rassegna di fatti, ma come un susseguirsi di problemi legati alla vita dell’uomo e, per questo, sempre vivi e attuali. Il messaggio di Mannoni è che la storia è la derivata del rapporto fra passato e presente e che solo una familiarità con tale rapporto può conferire al nostro vissuto il suo giusto spessore, sottraendolo all’esperienza ingannevole di un presente piatto. Svelando le tracce di una narrazione condivisa, Tiziano ci faceva entrare nella testa e nel cuore gli ultrasuoni della storia e i suoni della memoria, secondo il principio per cui il passato può parlarci soprattutto se interrogato a partire dai bisogni del presente.
Fino agli ultimi giorno della sua vita s’è posto il problema del metodo storiografico e dell’utilizzo delle varie discipline. Il 10 ottobre 2010, una settimana prima di morire, Tiziano appuntava la seguente riflessione su un foglio che lasciava in vista sul tavolo dello studio: «A questo punto non so più a quale disciplina appartengo, o a quali discipline, a patto che ce ne sia qualcuna che mi accoglierebbe, ne se sia necessario o indispensabile appartenere a qualche disciplina. Se fossi obbligato a scegliere deciderei per l’Antropologia, se non fosse devastata come è un po’ ovunque, perché penso che all’Antropologia dovrebbero fare da contraltare le Scienze naturali, ma dal momento che l’uomo fa parte della Natura l’antropologia dovrebbe essere un filone delle scienze. C’è tuttavia una realtà più profonda, quella cioè che le scienze non sono altro che un sistema umano per conoscere per gradi e a modo loro la natura, e quindi sarebbe l’antropologia che dovrebbe guidare la barca usando nel modo migliore, anche in senso umano, le scienze assieme alle esperienze che l’uomo ha anche di se stesso, studiando il suo passato per fare le scelte migliori nel presente e migliorare quindi il futuro che, per le scienze naturali che abbiamo messo a punto, potrebbe dipendere solo dall’impatto di qualche meteorite o cometa».
Quando, alla fine degli anni ’90, svolgevo la funzione di assessore alla cultura del comune di Pontremoli, gli chiesi aiuto per il Museo delle Statue Stele, che la Sovrintendenza chiedeva di mettere in sicurezza e rinnovare. La sua disponibilità fu totale e il suo impegno fondamentale. Ricordo la generosità e l’energia profuse nelle numerose riunioni con la capacità di condividere il suo sapere e di coinvolgere i suoi interlocutori attraverso la grande passione lunigianese che lo animava. Il territorio della Lunigiana, scrive Mannoni, «è intessuto da una intrigata matassa di fili con colori differenti, ognuno dei quali poteva far percorrere una rete di oggetti, di tracce, di modificazione dell’ambiente, ma anche di manufatti antichi ancora funzionanti, di vocaboli e pronunzie ancora vivi, di tradizioni sentite e trasmesse di cui la gente non conosce l’origine, di arte popolare che sembrava la continuazione di quella del medioevo povero lunigianese o addirittura di quella dei Liguri preistorici».
La grandezza del suo bagaglio di conoscenze era pari alla sua umanità e umiltà. Nei suoi modi di fare si capiva che la divulgazione e il confronto con gli studiosi e il loro modo di vedere le cose erano per lui fondamentali punti di riferimento.
Tiziano, con la sua figura alta e slanciata, l’aspetto sobrio e distinto, il viso affilato con gli occhiali ampi, emanava il fascino dello studioso, curioso e attento alle condizioni di vita, alla maniera di sentire e pensare, alla memoria collettiva e, soprattutto, ai legami tra uomo e uomo esaminati attraverso le testimonianze territoriali. La sua passione per l’insegnamento della storia presupponeva il suo interesse per la vita, in tutte le sue manifestazioni. Il suo umanesimo era espresso dal timbro caldo della voce e dalla chiarezza espositiva che riconduceva sempre l’ascoltatore all’attualità, con la convinzione che l’incomprensione del presente derivasse fatalmente dall’ignoranza del passato. Dalle sue eleganti e piacevoli conversazioni emergeva subito prepotente l’amore per la storia perché, come scrive Gramsci a suo figlio Delio in una delle ultime Lettere, «la storia riguarda gli uomini viventi e tutto ciò che riguarda gli uomini, quanti più uomini è possibile, tutti gli uomini del mondo in quanto si uniscono tra loro in società e lavorano e lottano e migliorano se stessi, non può non piacerti più di ogni altra cosa».
Giuseppe Benelli, L’archeologia globale di Tiziano Mannoni, pubblicato in “Studi Lunigianesi”, voll. XLVI – XLVII, anno 2016-2017, edito da Associazione Manfredo Giuliani, Villafranca Lunigiana
L’immagine di accompagnamento alla pagina rappresenta una ricostruzione del villaggio di Zignago, oggetto di scavi del prof. Mannoni ed è tratta dal museo locale.
L’immagine del prof. Mannoni di introduzione alla pagiona è tratta da Wikipedia