LE ORIGINI DEL C0NVENTO DI S. FRANCESCO IN PONTREMOLI

Interessanti notizie dall’Archicio Vescovile di Brugnato

Il cronista pontremolese Bernardino Campi, frate cappuccino, afferma che nel 1219 “S. Francesco d’Assisi, insigne non men per l’asprezza della vita ed integrità di costumi che per il disprezzo delle mondane ricchezze, portandosi con zelo apostolico per l’Italia predicando a’ popoli la penitenza, passando a Pontremoli, per la fama che volava della di lui santità da’ pontremolesi qual angelo del Cielo incontrato e ricevuto, e dal medesimo ricreati con divina parola, gli concepirono sì affettuosa divozione che a spese pubbliche fabbricarono un convento del suo ordine con cisterna nel piano di Verdeno, poco lungi dalla città, dove mandò poi egli i suoi fratelli ad abitare.”

Da questo passo tratto dalle Memorie storiche del Campi ben traspare l’intento celebrativo del buon frate che attribuisce al santo del quale veste l’abito, l’origine del convento francescano di Pontremoli. Egli per avvalorare la sua ipotesi dice di aver tratto la notizia “Ex antiquissimis annalibus Pontremuli” non meglio precisati, quindi questa sua affermazione non si basa su dati documentari certi, rimane un’ipotesi molto suggestiva. Del resto il più antico cronista pontremolese Gio Rolando Villani è più prudente nei suoi Annales, egli non attribuisce la fondazione del convento a San Francesco ma la fa risalire al 1233, e questa può essere una data più attendibile. Tuttavia, come ebbe a rammentare Pietro Ferrari che al convento pontremolese dedicò un’interessante monografia, “la distruzione di tutti gli archivi pubblici e privati avvenuta nell’incendio di Pontremoli del 1495 e la stessa deplorevole dispersione delle vecchie carte del convento non permettono di avvalorare con prove documentarie certe neppure l’asserzione del cronista Villani”.

Dobbiamo attendere alcune decine d’anni prima di trovare l’attestazione documentaria dell’esistenza della chiesa e del convento di San Francesco a Pontremoli, questa ci viene offerta in una iscrizione sulla campana maggiore ove troviamo scolpito in carattere gotico: “ILARIUS DE PARMA ME FECIT + IN NOIE DNI AMEN + P VOC CIIS HOC SONU FU GITUR DIE MA LI GNUM MCCCXI”, dunque, se nel 1311 i francescani fanno fondere a Parma la campana maggiore, ciò significa che la chiesa conventuale doveva già essere terminata; quindi è plausibile ascrivere l’edificazione del complesso monastico alla seconda metà del Duecento, come sembra suggerire del resto la forma del campanile con le sue caratteristiche trifore in arenaria, che richiamano il gotico degli ordini mendicanti.

Dal più antico registro della curia vescovile di Brugnato (1294-1321) traiamo interessanti notizie sulla presenza dei francescani in Pontremoli agli inizi del secolo XIV. Questa importante fonte compilata dal cancelliere vescovile Francesco condam Simonis Pagani di Pontremoli documenta l’instancabile attività del vescovo Giacomo nel rivendicare i diritti e i beni usurpati alla chiesa brugnatese. Questo prelato, forse di origine pontremolese – alcuni studiosi lo fanno discendere dalla famiglia Manganelli -stabilisce la sua residenza in Pontremoli nel 1313, anno della sua elezione alla cattedra brugnatese, dato che, come egli stesso afferma, “ad ecclesiam de Brugnato adire non valeamus propter guerrarum discrimina”. La sua sede vescovile era infatti occupata da forze ghibelline locali, alleate con il Comune di Genova. Nella guelfa Pontremoli egli può esercitare il suo ministero sia nel settore temporale che spirituale, rivendicando rispettivamente i diritti usurpati alla sua chiesa e provvedendo agli ordini sacri ecclesiastici della zona. Il vescovo Giacomo durante gli anni del suo episcopato (1313-1320) tiene molte ordinazioni nella chiesa pontremolese di San Pietro, praticamente la sua cattedrale, mentre si trasferisce nella chiesa di San Geminiano per ordinare quei chierici che gli sono inviati dal vescovo di Luni Gherardino, che in quel tempo si trovava in esilio. Proprio nella chiesa di San Pietro de Confletu il guardiano dei frati minori di Pontremoli Tommaso da Siena presenta al vescovo Giacomo il 19 settembre 1315 tre suoi confratelli perché ricevano da quel prelato gli ordini sacri; questi sono fra Francesco da Pontremoli, che sarà promosso al suddiaconato, fra Giovanni da Pontremoli e fra Nicolino da Pontremoli i quali riceveranno rispettivamente i primi e i secondi ordini minori. Se ben tre francescani tutti provenienti da Pontremoli ricevono gli ordini sacri nel 1315, come ci attesta inequivocabilmente la nostra fonte, ciò significa che la comunità religiosa doveva godere della stima e della fiducia delle famiglie pontremolesi, le quali favorivano l’ingresso dei propri discendenti in convento. Pertanto questo agli inizi del secolo XIV doveva essere già ben organizzato e godere di ampia autonomia da parte dell’ordine; per poter ricevere gli ordini sacri, infatti, gli aspiranti dovevano dimostrare di possedere un minimo di cultura; dunque nel convento pontremolese doveva già essere attiva nella prima metà del secolo XIV una scuola diretta dagli stessi frati.

La chiesa francescana pontremolese come era già avvenuto per Sarzana, divenne ambito luogo di sepoltura; tuttavia soltanto la classe dirigente locale poteva permettersi la tomba di famiglia nella chiesa conventuale; i primi ad aver il monumento funebre in S. Francesco dovettero essere gli Enrighini, famiglia del ceto magnatizio pontremolese che darà addirittura alla fine del secolo alla chiesa brugnatese il suo pastore: siamo infatti informati dal testamento di Nicoloxia condam domini Tomaxi de Henreghinis, rogato il 15 gennaio 1348, che ella dispose di essere sepolta nella tomba di famiglia nella chiesa di San Francesco: dunque la sepoltura degli Enreghini doveva essere stata ivi edificata da qualche tempo. Un’altra nobile famiglia pontremolese, quella dei Maraffi, aveva anch’essa la tomba nella chiesa conventuale, come apprendiamo da un testamento del 18 novembre 1386. Alcuni anni più tardi anche il vescovo di Brugnato Ludovico Gandolfi sarà anch’egli sepolto nella chiesa francescana di Pontremoli (la cui pietra tombale insieme ad altre è stata collocata dopo i restauri del 1897 all’ingresso della chiesa), nella lastra marmorea è raffigurato il vescovo rivestito del saio francescano, mentre in alto abbiamo la seguente epigrafe: “Hic est sepulcrum ven. viri fratris Ludovici de Gandulphis de Villafranca ordinis minorum et episcopi brugnatensis qui obiit anno Domini 1390 die prima maii, cuius anima requiescat in pace”; l’iscrizione è a sua volta sormontata dallo stemma episcopale, posto in mezzo a due mitre e due pastorali, consistente in uno scudo palato d’azzurro e d’argento traversato da una banda d’oro.

Le fonti non ci permettono di verificare se il vescovo brugnatese Gandolfi fosse appartenuto al convento pontremolese prima della sua elezione episcopale, tuttavia ciò è molto probabile, poiché l’istituzione francescana più vicina a Villafranca, luogo della sua nascita, era appunto a Pontremoli. Tuttavia negli anni del suo episcopato, pur dimorando in Pontremoli, divenuta ormai sede abituale dei vescovi di Brugnato, il Gandolfi non fissò la sua residenza nel convento francescano, ma acquistò una casa nella vicinia di S. Colombano ove abitò. Comunque all’ordine francescano il prelato brugnatese dovette restare fedele sino alla morte, avendo scelto come luogo per la propria sepoltura la chiesa francescana di Pontremoli, inoltre si fece ritrarre nella lastra sepolcrale non con i suoi sontuosi paramenti pontificali, come è consuetudine per i vescovi, ma più modestamente con l’umile saio di San Francesco. I francescani di Pontremoli dovettero considerare un onore poter accogliere le spoglie di un loro confratello, elevato alla dignità episcopale, che aveva preferito essere sepolto nella loro chiesa piuttosto che nella cripta della sua cattedrale insieme con i suoi predecessori.

I francescani di Pontremoli dovettero godere della stima e della fiducia non soltanto dei ceti nobiliari, che manifestarono apertamente la devozione all’ordine con l’innalzare loro monumenti sepolcrali nella chiesa conventuale, ma anche dei ceti professionali. I notai pontremolesi dovettero considerare il convento francescano il luogo più sicuro ed autorevole per conservare i propri atti, i quali erano custoditi in un apposito “scrigno”. Anche quando venne costituito nel 1386 per disposizione del duca di Milano il collegio dei notai pontremolesi, questa consuetudine rimase in vigore: si precisò nell’occasione che i notai avrebbero dovuto depositare nell’archivio presso il convento francescano “le cedole”, cioè del fogli su cui erano annotati gli estremi dei negozi giuridici rogati. Il convento era, dunque, considerato un luogo sicuro al riparo da incursioni di “societates et gentes armigeras”. I frati sono considerati i consiglieri spirituali dell’ordine notarile, infatti il capitolo XXIII dei loro statuti emanati nel 1386 prevede che tutti i notai pontremolesi ascoltino una volta l’anno, riuniti insieme nella chiesa di San Francesco, un sermone tenuto da un frate minore, il quale dovrà esortare “omnes notarios ad bene faciendum et revocantem eos a falsitatibus, malitiis et dolositatibus”. Inoltre tutti i notai congregati insieme dovranno ascoltare la santa Messa nella chiesa di San Francesco “omni anno de mense Augusti”, come dice il capitolo XXIII degli statuti, non è tuttavia precisato il giorno, è probabile che sia il 2 di agosto, data in cui viene celebrato il perdono d’Assisi; in questo giorno infatti chi visita una chiesa francescana e soddisfa alcune condizioni stabilite dalla chiesa ottiene l’indulgenza plenaria. In segno di devozione e di riconoscenza i notai pontremolesi ogni anno devono elargire al convento di San Francesco una elemosina di almeno due soldi. La deplorata mancanza delle fonti dirette non ci permette di documentare, come avremmo voluto, la devozione per il poverello d’Assisi ed il suo ordine che nell’Alta Lunigiana si dovette diffondere ben presto in ogni ceto sociale.

Ciò dovette convincere quei frati che la loro chiesa era ormai inadeguata al ruolo che l’ordine ricopriva nella città dell’Alta Lunigiana: quindi intrapresero la costruzione di un nuovo maestoso tempio, la cui edificazione si protrasse per lungo tempo; grazie alla generosità dei fedeli lunigianesi la nuova chiesa poté essere consacrata nel 1503, quale segno tangibile della grande devozione che i lunigianesi nutrivano verso il poverello d’Assisi ed il suo ordine.

Franco Bonatti, Le origini del convento di S. Francesco in Pontremoli, in Il Corriere Apuano, 8.4.1989

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