IL CAPITALE COMMERCIALE: DALLA COMPAGNIA COMMERCIALE ALLA SOCIETA’ IN ACCOMANDITA. IL CASO DEI DOSI A PONTREMOLI

di Roberto Musetti

Le arterie stradali, che dall’Italia Settentrionale erano dirette verso il centro della penisola e puntavano verso il mare, avevano in Pontremoli il punto di confluenza obbligato.

Oltre alla Via Francigena che oltrepassava l’Appennino nel valico della Cisa, un’altra strada, praticata quasi quanto la prima, dalla Lobardia (conduceva) a Pontremoli ».

Questa arteria aveva in Piacenza, Sporzana Terentio, Cassio e Berceto, le tappe intermedie, prima di toccare il borgo (176).

Un sistema stradale così strutturato consentiva l’arrivo nel borgo di mercanti, vetturali e mulattieri, che si spostavano da un mercato all’altro della penisola.

In effetti ricevevano impulso dal flusso commerciale proveniente dall’esterno la maggior parte delle attività artigianali di Pontremoli.

Nel 1650 nel borgo era un fitto succedersi di osterie, di botteghe artigiane, e di negozi:” 5 o 6 (erano le) botteghe di pannaioli, e altre tante di speziali» (177).

Quasi tutte aprivano nella Piazza del Podestà, nella vicinia di S. Pietro e nel borgo dell’Annunziata.

Il piccolo commercio dava lavoro agli artigiani e ai bottegai al minuto. Nei due mercati settimanali, che si tenevano il mercoledì e il sabato (178), le contrattazioni ricevevano un notevole impulso, per la gente che affluiva dai vicini Marchesati e dai villaggi del territorio.

Non è escluso che sul mercato fossero realizzati, il più delle volte, scambi in natura, specialmente tra contadini che acquistavano una merce, in cambio di prodotti della propria terra; ma i rapporti tra uomini della giurisdizione e i forestieri erano regolati in base a una delle tante monete che circolavano nel territorio pontremolese (179).

Accanto alle monete auree delle « Doppie delle 5 Stampe di Venezia, Spagna, Napoli e Genova » equivalenti a 20 lire di Firenze e a 40 lire di Pontremoli (180), quelle maggiormente diffuse erano le monete argentee, e soprattutto quelle di rame (181).

Ma era lo scudo pontremolese nei due tagli: da 7 lire o da 14 Giuli, la moneta base di ogni compravendita.

In certi periodi di crisi agricole particolarmente intense, le monete estere avevano un potere d’acquisto superiore allo scudo pontremolese. Da qui forti svantaggi per i rivenditori locali (182),

Nei due giorni di mercato, molti acquirenti entravano nelle botteghe, ben fornite di “tela lombarda, tela di caneppa nostrana (prodotta a Pontremoli), di lino, peppe in grana “ (183) e di molte altre spezie e aromi.

Ma il giro degli affari si allargava enormemente per tutti: bottegai, artigiani e osti, solo in occasione delle tre fiere annuali.

La prima si teneva il 4 Novembre, per S. Carlo; un’altra il secondo giorno di Pentecoste; e la terza per S. Rocco (184).

Il borgo, allora, era invaso dagli abitatori delle montagne della Lombardia e del Genovesato, e quelli dei feudi confinanti e della Lunigiana (185); molti anche quelli provenienti dalla Garfagnana, giunti fin qui a vendere e ad acquistare nuovi capi di bestiame: buoi, mucche, cavalli, pecore e maiali.

Tuttavia si era in presenza, di un’attività commerciale ancora troppo ristretta, legata all’affluenza di compratori delle terre vicine, e basata sull’occasionale « transito delle mercanzie “(186).

Per questo bastava una sensibile riduzione del numero di mulattieri e di mercanti forestieri, per gettare in crisi i piccoli artigiani, come i bottegai al minuto: « Li Panattieri non vendevano pane, Li osti, e Bettole non vendono cos’alcuna e non alloggiano, Li Pizzicagnoli, che son molti che campano su quest’arte per la Copia de Salami, e Mortadelle, che si fabbricano cessano à fatto; Li Marescalchi, Li Fabbri, Li Bottegai de Panni quasi tutti serrano le botteghe perché tutti si mantengono su l’arti loro mediante il Passo de Vetturali Mulattieri e Forestieri, che son quelli, che tengono anche abbondante il Luogo di robbe di Lombardia di olio di Massa e di Pietra Santa, che ora è carissimo: e le robbe del paese senza prezzo, che non vi è chi passi lo compri e consumi » (187), denunciava allarmata una supplica al Granduca.

All’interno del borgo lavoravano alcuni artigiani, non riuniti, però, in corporazioni (188). Le loro attività professionali erano legate, in maggior parte, alla domanda dei mulattieri e dei mercanti di passaggio.

Il mercato del lavoro che si era creato appariva, perciò, artificioso, legato, sostanzialmente, ad acquirenti occasionali. Per questo, bastava una leggera flessione nella presenza di mercanti o mulattieri di passaggio per fare insorgere disagi e il principio di crisi fra gli artigiani.

Del resto, il mercato interno non stimolava molto la loro produzione; mentre mancavano del tutto gli sbocchi sui mercati esteri.

In sostanza, a Pontremoli non si era sviluppata una solida struttura corporativa (189), ma solo deboli attività artigianali.

Una certa accortezza manifestavano “ quei negozianti (Pontremolesi) che, tenendo in casa le tante mercanzie (portate dai mercanti di Chiavari) si fanno poi pagare la pigione e provvigione, e perché all’incontro ne vengono di Lombardia Garfagnana et altrove portano mercanzie e fanno l’istesso» (190).

La loro era un’azione che non si limitava alla riscossione dell’affitto; dato che sovente venivano condotte contrattazioni sulla merce altrui.

Non senza una punta di ammirazione il Podestà granducale Marchetti rilevava che, agendo in tal modo, “ a capo alla sera (detti negozianti pontremolesi) si trovano haver guadagnato molte doble senza il capitale di un soldo, ma solo con le mercanzie de forestieri» (191).

Ma la politica commerciale fiorentina, vigile e attenta com’era a contrastare i rapporti commerciali che Genova manteneva con i marchesi della Lunigiana, e con Pontremoli in particolare, emanava tutta una serie di disposizioni che, gradualmente, avevano infierito un duro colpo alle speculazioni locali (192).

Di conseguenza, ai Genovesi risultò sempre più arduo portare merci nel borgo.

Il bottegaio pontremolese dalla metà del XVII secolo iniziò a perseguire una nuova strategia commerciale, non più strettamente dipendente dall’arrivo di acquirenti stranieri e occasionali.

Non più un commercio ristretto alla cerchia dei clienti della bottega; ma qualcosa che gli consentisse di essere presente anche in altre città. fuori dell’ambito territoriale, alla ricerca di nuovi mercati.

Lentamente, adeguandosi alla mutata realtà economica, il bottegaio pontremolese si trasformava in mercante, favorito non poco dall’esenzione del pagamento di dazi e gabelle (199).

Gli affari della bottega non occupavano più, cosi esclusivamente, tutti i suoi risparmi e le sue fatiche.

Affidata la conduzione della vendita al dettaglio a qualche stretto parente, nei giorni della sua assenza dal borgo egli iniziava a muoversi anche su altri mercati.

Unendo i suoi capitali con quelli di altri bottegai pontremolesi, egli avvio delle compagnie commerciali.

“L’Università (dei) Mercanti e bottegai di Pontremoli “(194) rappresentava la comune strategia economica del bottegaio e del mercante. Per quasi tutti i bottegai pontremolesi, la vendita al dettaglio nella bottega in Pontremoli manteneva sempre una precisa funzione.

Il primo esempio di unione di capitali tra mercanti e bottegai è rappresentato dall’attività commerciale svolta dalla famiglia Dosi con quella Pavesi.

<< Per vero si rappresenta come circa l’anno 1650 negotiando tanto in Pontremoli che fuori li Dottori Nicolò e Giovanni Simone Dosi ammessero per loro compagno detto Dottor Gerolamo Pavesi » (195).

Con l’apporto di più capitali, la compagnia di nuova costituzione poteva puntare su un’azione commerciale a vasto raggio.

Pur ignorando le quote di partecipazione, come la divisione degli utili tra i vari soci; questa compagnia rappresentava l’esordio della nuova strategia commerciale dei bottegai e mercanti pontremolesi.

Successivamente entrarono a far parte della compagnia altri mercanti pontremolesi, fino a comprendere un massimo di cinque persone.

La presente compagnia opererà soprattutto in Lombardia e in Toscana per oltre venticinque anni.

Già nel 1650, l’ingresso dei Pavesi nella compagnia, aveva consentito « di meter casa e negotio a Piacenza “(196).

Accanto all’attività commerciale, anche nella città emiliana era stata aperta una bottega in cui si vendeva al dettaglio.

Ma, nel Marzo del 1676, si scioglieva il rapporto tra i due mercanti, per l’insorgere di contrasti.

Ritirandosi dalla compagnia, Giovanni Simone Dosi «fa negotio da per lui, et detti Pavesi, Bertolini e Camisani continuarono la compagnia tra di loro “(197).

Il dissidio era sorto perché il 2 Gennaio 1671, « in tempo che vegliava detta ragione, Gerolamo Pavesi contravvenne ai suoi obblighi, chiamando Pier Giovanni Cabrini di Pontremoli a negoziare (a suo favore) tanto in Pontremoli quanto altrove dove porterà il bisogno del negotio di detto Pavesi, con che detto Cabrini non possa negotiare del proprio né havere parte in qualsivoglia altro negotio ma solo debba in tutto e per tutto accudire et operare per detto Pavesi » (198).

Gerolamo Pavesi, con i suoi interventi arbitrari, trasformò considerevolmente l’organizzazione interna della compagnia commerciale pontremolese.

In particolare egli considerò la figura dell’agente come la prima garanzia degli interessi del mercante troppo preso dal giro delle contrattazioni. L’agente doveva dare celerità agli scambi commerciali: consentendo alla compagnia di essere presente su più mercati (198).

In effetti, i Dosi, consci del ruolo svolto dal Cabrini, « con maggior salario “ lo assunsero alle proprie dipendenze (200).

Nei primissimi anni del 1650 si formava un’altra compagnia commerciale, anche questa nata dall’unione di più capitali, investiti da persone che erano già ben avviate nella vendita di merci al dettaglio.

Nel Febbraio del 1663 si chiudeva la prima fase di attività di questa compagnia che” curava il commercio di diverse sorte di robbe » (201).

Dopo aver “calcolato et inventariate tutte le robbe crediti, debiti e denari in contanti che al presente si ritrovano in detta Mercanzia detratti li debiti si è trovato esservi in tutto Lire 36.260 moneta di Pontremoli nelle quali il Signor Cosimo (Damiani) vi ha di Capitale (lire) 17.338. Camisani (lire) 4.346, Vallenti et Calcagni (202) (lire) 6.828 (insieme) et d’utile comune o sia guadagno (lire) 7.748 » (203).

I quattro consoci avevano contribuito a formare il capitale sociale con tre diverse quote (204) di capitali: ricavandone tre diversi utili.

Desiderando “tirare avanti detto loro negocio nel modo e forma, che sin hora hanno fatto» (205), essi reinvestirono le suddette lire 7.748 da loro guadagnate », oltre ai capitali precedentemente descritti.

Per Statuto si decretava, inoltre, “di dividere comunemente il guadagno che in essa hauranno fatto» (206).

Allo stesso modo, però, il Camisani, il Vallenti e il Calcagni dovettero sborsare « scudi 1843 e soldi 13: e uguagliare cosi il capitale investito nella compagnia dal Damiani, che fino a quel momento era stato il maggior socio.

Nel ventennio 1650-1670, nella compagnia commerciale pontremolese vennero investiti i capitali provenienti da precedenti forme di commercio. Una tendenza questa al di fuori dell’andamento generale della economia toscana, dove già negli anni intorno al 1630, cominciavano a verificarsi (da parte della famiglia dei Riccardi) i primi disinvestimenti dal settore dei commerci e della industria » (207).

Nicolò Dosi e Gerolamo Pavesi si spinsero oltre: investendo capitali non solo nella loro compagnia commerciale, ma chiedendo al Consiglio Generale, nel Dicembre del 1666, il permesso a “d’introdurre un edificio filattoio de seta » (208) a Pontremoli.

La richiesta, una volta votata, fu approvata all’unanimità: si venne incontro agli interessi dei due mercati “ prohibendo ad altri termine di 20 anni dal di che detto edificio cominciava a lavorare l’introdurre e fabbricare e far fare altro edificio con patto però che detti Sig. Dosi e Pavesi siano obbligati far lavorare il detto edificio oltre tanto tempo d’anni 20» (209).

Una volta ammessa la concessione della privativa sulla filatura della seta, non è possibile, purtroppo, garantire sulla avvenuta erezione della manifattura.

Di certo comunque c’è che la famiglia Dosi (210) avviò un analogo filatoio di seta a Piacenza, verso il 1680.

Senza dubbio, a spingere il Dosi e il Pavesi sulla via di un investimento in un’attività manifatturiera era stata la facilità e il prezzo relativamente basso con cui essi avrebbero potuto provvedere alle scorte di materia prima: essendo mercanti fornitori di se stessi (211).

La manodopera locale, reperibile a prezzi bassissimi, la privativa per un ventennio, sicuri mercati (212) su cui vendere il prodotto finito, invitavano all’attuazione del progetto.

Col trascorrere degli anni, si moltiplicarono da parte di alcuni mercanti, diverse iniziative, rivolte alla lavorazione del cuoio, « corame e vacchetta», abbondanti sul mercato di Pontremoli, dato l’elevato numero di bovini.

Nel 1674, furono Giacinto Romani e Giulio Bertinelli che diedero << principio ad un negotio di coio vacchetta e scarpe » (213).

Tre anni dopo Cosimo Damiani (214) si impegnava a fornire ad Andrea Frasinelli« corame e vacchette del valore di 200 scudi (da lire 7) per la lavorazione di scarpe à mezo quadrato “(215).

Un accordo, sempre relativo ad un « negotio di scarpe », fu raggiunto, nel Novembre del 1677 (216) da altri due pontremolesi.

Dall’intensificarsi dei traffici delle compagnie commerciali, prendevano vita tentativi di investimenti seppur limitati, nel settore manifatturiero.

<<Madonna Maddalena madre (di) Andrea (Frasanelli) e moglie del quondam Miser Nicolò Frasanelli” a garanzia della lavorazione di scarpe, iniziata dal figlio, impegnava i capitali avuti in eredità dal marito, per molti anni bottegaio di stoffe e spezie nella Piazza del Podestà (217) a Pontremoli.

Ma non era da queste attività manifatturiere che provenivano le merci che le compagnie commerciali pontremolesi si incaricavano di vendere.

Il mercante pontremolese si limiterà esclusivamente a fare da intermediario tra un mercato e un altro di prodotti finiti, così come di spezie, e merci che arrivavano nel porto di Livorno.

La sua azione economica non investì la “produzione stessa (né tantomeno sottomise ai suoi poteri) interi rami di produzione” (218).

Nel contempo, il mercante pontremolese (salvo una o due eccezioni, di cui, fra l’altro, non siamo in grado di fornire esaurienti testimonianze) non « si impadron(i) direttamente della produzione », magari ponendo sotto il suo controllo (219) una determinata corporazione (220).

Il problema che investe, da vicino, la nostra analisi dell’economia del borgo, nella seconda metà del XVII secolo, è quello di sapere fino a che punto la mancanza di corporazioni può avere condizionato l’azione economica del mercante, rimasto al livello di semplice intermediario. Sotto questo profilo, acquista un significato particolare il tentativo che i Dosi e il Pavesi cercarono di concretare, erigendo una manifattura: trasformando, in tal modo, loro stessi in imprenditori interessati sia a reclutare manodopera, così come ad eseguire direttamente ogni fase della produzione. Si cercava di superare in questo modo la figura del mercante che forniva materia prima per riprendere poi il prodotto alla fine del ciclo produttivo (221), del resto mai apparsa nell’economia del borgo.

Tra il 1650 e il 1675, il raggio di azione della compagnia commerciale pontremolese comprendeva i circuiti commerciali dell’Italia centro-settentrionale: Piacenza-Pontremoli-Livorno e, forse, Pisa.

Dopo questo periodo, importanti trasformazioni interessarono direttamente la strategia del capitale commerciale pontremolese, che si consolidava sui mercati di queste città.

A Piacenza, l’attività commerciale conservava, nel 1670, una certa vitalità. Proprio su questo mercato la famiglia pontremolese dei Dosi, da venti anni, vi esercitava la mercatura all’ingrosso, oltre alla vendita al dettaglio nella bottega, con tale profitto che, nel 1676, « Joanes Simon de Dosijs>> si collocava tra i « Domini Consiliares >> del Collegio della Mercanzia di (222) quella città.

Non esiste miglior prova per dimostrare la consistenza patrimoniale e il prestigio sociale raggiunti da questa famiglia di mercanti di Pontremoli.

Basti pensare che potevano accedere al Collegio della Mercanzia (prima Magistratura di Piacenza) (223), in veste di Consiglieri, solo quei mercanti (banchieri, orafi e argentieri) che fossero reputati i più ricchi della città (224).

Qui come a Pontremoli, i commerci o ogni altro intervento economico dei mercanti pontremolesi si intrecciavano e si confondevano con le iniziative e le vicende patrimoniali della famiglia Dosi.

Se alcuni membri di questa famiglia si erano radicati stabilmente a Piacenza, a Pontremoli Nicolò Dosi sedeva nel Consiglio oppidano (225), partecipando ai dibattiti politici; oltre ad amministrare le terre e il capitale mobiliare della famiglia (226).

Ma i Dosi non trascurarono di intraprendere nuove iniziative di carattere commerciale, orientate, questa volta, in maniera specifica verso il porto di Livorno.

Il 4 Febbraio 1676, la famiglia gettò le basi del primo contratto costitutivo di una società in accomandita da esercitarsi (nella) città e porto di Livorno » (227).

I soci dell’accomandita, oltre a Niccolò Dosi, erano il fratello Carlo il figlio Francesco e Lazzaro Damiani (228), anch’egli pontremolese, da anni residente nel porto toscano.

Livorno, dichiarata porto-franco nel 1675, attirava, attraverso la veste dell’accomandita, nuovi capitali commerciali. Si disperdeva la compagnia commerciale, per lasciare il posto all’accomandita (229) che, nella seconda metà del XVII secolo, « permetteva (nell’economia del Granducato di Toscana) il finanziamento dei settori industriale e commerciale » (220).

II 7 Settembre 1677 iniziava ad operare la nuova società in accomandita, costituita dai detti mercanti pontremolesi.

La sua durata era prevista in sette anni, “a più li soliti mesi per lo stralcio, con patto che non disdicendosi da alcuna delle parti havanti la fine di detti anni 7 debba seguitare per altri 2 anni e così andare seguitando di anno in anno sino alla disdetta » (251).

Il capitale impegnato nella presente accomandita ammontava a 18 mila pezzi (da otto reali l’uno), ed era cosi ripartito: i « Sig.ri Dosi devino mantenere et asporre in detta società un corpo di pezze 12000 a detto Sig. Damiani altre prezze 6000 simili e per quello che riguarda il corpo delle pezze 12000 da esporsi da detti Sig.ri Dosi devino questi godere il benefitio dell’Accomandita in ordine allo Statuto di Mercanzia della città di Firenze » (232).

A dirigere tutte le operazioni della nuova società, o come si usava allora, a governare l’accomandita era stato posto Lazzaro Damiani, col consenso di «detto Francesco Dosi che, per il ruolo che teneva, era denominato « complimentario ».

La famiglia Dosi, in effetti, aveva investito 12 mila scudi in questa società in accomandita senza che ne curasse direttamente la conduzione. Questo farebbe pensare ai Dosi come maggiori finanziatori di questa accomandita.

Solo il Damiani risiedeva a Livorno; dal canto suo il Dosi faceva la spola tra la città e Pontremoli (233); in sua assenza un agente avrebbe seguito l’andamento di tutte le operazioni (234).

Dando uno sguardo alle clausole del contratto, la libertà di manovra del Damiani era totale, « secondo l’uso de buoni e Reali negozianti » (235).

Infatti egli, ritenendolo opportuno, poteva « esercitarsi in ogni sorta di negotio, Mercantia, Cambi “(256): con la presente accomandita i mercanti pontremolesi intervenivano sia sul mercato commerciale che su quello finanziario.

Per quanto riguarda l’attività commerciale dell’accomandita, la merce trasportata veniva assicurata per un massimo di « pezze 200 da otto reali (sia per) Risichi di mare e di Terra “(236).

Puntualmente, prima della scadenza del patto societario, il Damiani e i fratelli Dosi provvedevano al rinnovo del contratto. L’accomandita, di ratifica in ratifica, era ancora costituita agli inizi del XVIII secolo (237).

La sua organizzazione interna si basava sulle più aggiornate tecniche commerciali del tempo.

I registri di commercio (o della contabilità) erano molto ben ordinati.

In genere ogni « registro » si suddivideva in due parti. Nella prima, alla voce << debitori » venivano elencati i mercanti che acquistavano la merce, la città di provenienza e l’ammontare del loro debito complessivo; nella seconda parte compariva, invece, l’elenco dei “creditori »; si specificava cioè da quali mercati la società avesse comprato la merce, oltre alla spesa totale suddivisa a seconda dei diversi prodotti (238).

La merce poteva essere venduta direttamente a Livorno a quei mercanti che avessero provveduto da soli al trasporto; oppure pensavano i mulattieri dei Dosi (239) a recapitarla direttamente all’acquirente.

Alla vendita era prestata una particolare attenzione.

Alcuni agenti, o comunque persone di fiducia, vennero inviati in alcuni dei principali mercati italiani.

Notizie, seppur frammentarie, giungono talvolta da Firenze, Genova, Piacenza, Milano, Parma.

E’ possibile tracciare, con una certa approssimazione, il raggio di azione dell’accomandita, e sapere con quali aree fossero più intensi i contatti commerciali.

Va premesso, però, che i « Registri “di cui abbiamo potuto prendere visione non compaiono in ordine e con una certa sistematicità.

Quei pochi visionati e relativi al periodo 1677-1700, nella maggior parte dei casi, si riferiscono ad un dato mese dell’anno e solo per alcuni anni.

Si tratta, quindi, di spezzoni, di quadri diversi limitati a brevi periodi.

Il movimento di affari dell’accomandita, che ne deriva, immancabilmente risulta incompleto. Tuttavia, qualche cosa di definito possiamo dirlo.

L’attività commerciale dell’accomandita si basava sulla vendita di << lane e peli di cammelli, incensi e gomme, pepi, cotoni, zuccheri, indachi, garofani e nocemosche, cannelle, vacchette, stagni e piombi” (240): una vasta gamma di prodotti orientali.

I dati in nostro possesso iniziano con il « Bilancio rosso segnato di lettera B della Ragione Cantante in Livorno ne S. Lazzaro Damiani per tutto 31 Dicembre 1683 ».

I « Debitori » erano oltre 150 mercanti, provenienti per la maggior parte da città dell’Italia centro-settentrionale.

Accanto ad un tale Antonio Giovanni Bonelli di Venezia, con un debito di « pezze 600,10”, compaiono altri di Torino, Roma, Milano, Fucecchio, Napoli.

Non compaiono, invece, acquirenti di Piacenza.

Con ciò non si vuol arguire che l’accomandita non avesse rapporti commerciali con la città emiliana; in quanto si può pensare ad un’ampia e diretta azione di vendita da parte della Bottega dei Dosi, che operava in questa città.

In questo elenco di debitori, figurano tutti o quasi tutti i bottegai di Pontremoli, i quali facevano capo, per i prodotti che vendevano, all’accomandita dei Dosi e del Damiani di Livorno.

Ritroviamo Niccolo Zambeccari con pezze 42, Carlo Pizzati con pezze 3. Frasanelli e Gilardini con pezze 5, Francesco Maraffi pezze 1. e Giulio Bertinelli, Giuseppe Orefici, Zucchi e Pizzati: quelli maggiormente indebitati, avevano un debito di 362 pezze; l’elenco si chiudeva con Giovanni Simone Camisani (241).

Non mancava qualche acquirente di Sarzana: Raffaele ed Emanuele Voielli per pezze 212, oltre a Gaspare Salemi e fratelli, Giovanni Francesco Viani di La Spezia per pezze 191 (242).

La società in accomandita operava nell’area dell’Italia Settentrionale: Piemonte, Lombardia, bassa Emilia, e Lunigiana.

Agire nell’ambito dei traffici dei commerci del porto di Livorno, attorno al 1680, immancabilmente voleva dire avviare contatti e rapporti con la potente colonia di mercanti ebraici.

Puntualmente, infatti, tra i maggiori creditori si distingueva un gruppetto di mercanti, il cui nome chiaramente faceva trasparire l’origine ebraica dei suoi componenti:” Mordacai Aronne e Abramo di Soria >>> (con) oltre 2 mila pezze (243), Giacobbe e Davide Francia, con più di mille pezze (244).

Nei due successivi registri da noi esaminati: il primo « Bilancio del libro B per tutto li 7 Settembre 1684 “(245), l’altro « Bilancio della Ragione Cantante in Livorno da SS.ri Lazzaro Damiani e cavato dal Libbro segnato C per tutto Novembre 1685” (246) sostanzialmente, l’azione dell’accomandita non muta.

I mercanti sono sempre quelli originari delle città del Nord; anche se si registra una sensibile riduzione del loro numero, e alcuni vengono sostituiti da mercanti napoletani.

Che la società in accomandita Dosi-Damiani fosse in continua espansione lo dimostra un contratto, stipulato il 19 Dicembre 1690, in base al quale «li SS.ri Niccolò Dosi e fratelli e Sig. Lazzaro Damiani tutti di Pontremoli in nome della loro Ragione Cantante in Livorno Lazzaro Damiani e Compagni sono convenuti con il Sig. Annibale Damiani di Pontremoli di creare l’infrascritta Compagnia e Ragione di Drogheria da esercitarsi in Livorno con l’assistenza, firma e complimento di suddetto Lazzaro Damiani, e con il beneffittio dell’accomandita » (247).

Intorno al 1690, alcuni indizi ci consentono di individuare anche a Piacenza una colonia di mercanti pontremolesi, attiva su questo mercato, già da alcuni decenni.

E’ del 1681 una lettera di Niccolò Dosi, in cui si parla della « Terminazione dei Negozi fatti in passato con li SS.ri Zucchi e Pizzati >». e della conseguente « divisione delle mercanzie » (248).

Oltre a vendere al dettaglio nelle loro botteghe, questi mercanti pontremolesi provvedevano a rifornire altri mercanti, e a partecipare loro stessi alle varie fiere delle « mercanzie », che si tenevano nella città.

Pietro Giovanni Bertolini di Pontremoli, a suo nome, come « à nome delli SS.ri Girolamo Pavesi e Compagni comparisce avanti l’illustrissimo Magistrato di Piacenza contro Gasparo Albini della terra di Codogno “(249).

Sia il Bertolini che i consoci avevano un credito di 4915 lire verso il mercante, per una certa quantità di merce che gli avevano consegnato nella Fiera di Aprile del 1689 (250).

Nella nota dei mercanti aventi bottega nella vicinia di Santa Maria Sofrina, compilata il 12 Dicembre 1694 da un ufficiale « Giovanni Simone quondam Francesco Dosi (viene definito) Mercante da Seta et altro» (251).

E Francesco Dosi, allorché dovette dichiarare nel 1694 il valore complessivo della merce contenuta nelle botteghe della famiglia, arrivò a denunciare la somma di 38 mila lire (una cifra elevata).

Anche nella città emiliana i commerci dei Dosi, con il passare del tempo si erano intensificati notevolmente, e Francesco Cabrini (252), nei primi anni del 1680, aveva sostituito Pier Giovanni Cabrini (253), come << Agente Universale del Sig. Francesco Dosi ».

Quando anche Marc’Antonio Zucchi e Carlo Pizzati, entrambi di Pontremoli, e aventi bottega nella Vicinia di S. Maria de’ Speroni, denunciarono il « capitale di seta et altro (contenuto nei loro) negozi (254) arrivarono a dichiarare « lire 28 milla “(255).

Ma, per alcuni dei più grossi mercanti pontremolesi, si erano aperte possibilità di commercio anche al di fuori della compagnia commerciale e dell’accomandita.

Coloro che operavano nel commercio dei grani erano gli stessi che avevamo rintracciato sui mercati di Livorno e Piacenza: nelle società in accomandita o nelle compagnie commerciali. Essi seppero cogliere anche i bisogni urgenti e le esigenze particolari dei mercati interni della Toscana e di Pontremoli, in particolare.

In una lettera del 6 Agosto 1678, il Granduca Cosimo III, intercedeva presso il Duca di Parma, affinché questi consentisse a << Niccolò Dosi e fratelli negozianti in Pontremoli che hanno pur casa mercantile a Piacenza di poter estrarre qualche buona partita di grani e biade da codesto Stato, per potergli introdurre et esitare à Livorno » (256).

In questa loro azione i Dosi sapevano bene di poter contare sull’appoggio granducale: proprio perché i raccolti del 1678 facevano temere anche per quell’anno «i disastri della carestia” (257); da qui la necessità di far affluire sui mercati toscani grano proveniente da altri Stati.

Questo fa pensare ai Dosi, importatori di grano sul mercato di Livorno, nelle annate di ricorrenti carestie per il Granducato.

Parimenti, l’approvvigionamento di grano e di altri cereali del mercato interno di Pontremoli avveniva attraverso l’intervento ora di Carlo Dosi, ora di Gerolamo Pavesi; anche se, spesso, la maggior convenienza faceva rivolgere i Magistrati delle comunità “alli SS.ri Rossi di Sarzana” (258).

Nel Marzo del 1693, la comunità acquistava ottocento uno quartari di mistura da Gerolamo Pavesi e, sempre in quello stesso anno, « li SS.ri Deputati della Comunità comprarono dal Sig. Carlo Dosi a conto di detta Comunità quartari 787/½ di grano », per complessive 4.671 lire (259).

Ma non tutti i bottegai di Pontremoli ebbero capitale commerciale da investire, e arditezza sufficiente da partecipare a compagnie commerciali o a società in accomandita.

Quei pochi rimasti nelle botteghe come semplici venditori al minuto, economicamente, dipendevano, ora più di prima, dai mercanti pontremolesi, in continua ascesa economica. Per il mercante si aprivano nuove prospettive economiche; nel contempo cessava il suo rapporto di unione con il bottegaio del borgo. Egli ormai era portato a distaccarsi definitivamente da Pontremoli: anche la sua era, in definitiva, una sorta di emigrazione.

Il suo rientro, infatti, apparirà improbabile. Pur mantenendo stretti legami con la patria, egli investirà a Piacenza e a Livorno i capitali commerciali; mentre in Pontremoli egli allargherà il patrimonio fondiario della famiglia, o costruirà palazzi e ville per i giorni della sua « villeg. giatura» (260).

Se il capitale commerciale consentì a determinate famiglie di allargare il proprio portafoglio; l’incremento dei traffici e dei commerci non creo, nel borgo, un effettivo sviluppo economico.

Per cogliere l’incremento dei redditi o l’allargamento dei patrimoni immobiliari bisogna limitarsi alla sola ricchezza mobiliare o immobiliare di poche famiglie; poiché la società pontremolese, vista nelle sue classi rurali e artigiane, sulla soglia del XVIII secolo, resta sostanzialmente povera.

Roberto Musetti, Il capitale commerciale: dalla compagnia commerciale alla società in accomandita. Il caso dei Dosi di Pontremoli, in Economia e Società a Pontremoli nel XVII secolo, Associazione Culturale Pontremolese, Tip. SEA Carrara, 1981

(176) Lettera del Delegato Speciale a Pontremoli Jacinto Coppi del 26 Settembre 1671, cit. A.S.F., Mediceo del Principato, f. 2758, c. 413.La Fornovo-Berceto-Pontremoli era infatti la strada solitamente seguita dai mulattieri e dai mercanti. I commerci che i Pontremolesi avvieranno poggiavano proprio sull’asse Berceto-Fornovo-Piacenza, come ci ricorda anche un episodio curioso, accaduto a Francesco Dosi di Pontremoli. “Giunto à Fornovo (siamo nel Gennaio del 1682) detto Sig. Dosi disse al Hoste della posta di detto luogo che non facesse credenza (credito) alcuna à suoi mulattieri, similmente disse all’Hoste della Sporzana, Terentio, Cassio e Berceto che si facessero pagare e che non facessero credenza alcuna a suddetti mulattieri». Il Dosi aveva fatto tappa ad ogni posta che si incontrava lungo la strada, consentendoci in tal modo di sapere con esattezza le tappe che seguivano i mulattieri; A.N.P., atto Giulio Ferrari, del 5 Gennaio 1682, Protocollo 28, c. 14.

(177) “Relatione della Terra e Stato di Pontremoli del Commissario Agnolo Acciaioli”, cit., A.S.F., Mediceo del Principato, f. 2717, сс. 1032-1037.

(178) “Relatione della Terra e Stato, cit.”, A.S.F., Mediceo del Principato, f. 2717, cc. 1032-1037.

(179) Il 6 Agosto 1692 un Bando Granducale proibiva «il tenere, ricevere e pagare monete d’Argento e di Rame Lucchesi di qualsiasi sorte, eccetto che nelle provincie di Valdinievole, Lunigiana, Pietrasanta, Barga e loro territori, nei quali luoghi come confinanti con lo Stato Lucchese vien permesso il potervi correre, volare, e spendere le monete d’argento Lucchesi solamente», S.S.P., Suppliche al Granduca 1655-1682, Bando doc. cit. Pontremoli più di ogni altro dominio del Granducato aveva da sempre, subito una vera e propria invasione di monete straniere, portate dai molti mercanti di passaggio, ma soprattutto dalle compravendite che si registravano sui due mercati settimanali. Un documento contenuto in A.D.D., riporta la “tariffa del prezzo e valuta delle monete che devono correre nella terra di Pontremoli e sua Giurisditione”, dove compaiono tantissimi tipi di monete.

(180) Ibidem.

(181) Circolavano le Piastre di Firenze uguagliate a 14 lire di Pontremoli, ibidem.

(182) Nell’estate del 1654, i Sindaci della comunità indirizzarono al Senatore A. Vettori una dettagliata denuncia, esponendo i gravi danni cui va incontro Pontremoli, a causa dell’ “Augmento quotidiano che fanno le monete nel Stato di Pontremoli per il quale i sudditi di S.A.S. impoveriscono”, A.S.F., Pratica Segreta, f. 83, lettera del 28 Agosto 1654.

(183) “Divisio” del 7 Luglio 1664, atto G. Ferrari, Protocollo I, c. 239, doc. cit., A.N.P., Inventario dei prodotti rinvenuti nella bottega di Andrea Andriani.

(184) Queste ultime due si svolgevano nel Borgo della SS. Annunziata », mentre la prima nelle terre di Pontremoli, P.V.F., Relazione cit. di G. Pelli, 11-199 (Nelli 199/255/).

185) Ibidem.

(186) Sappiamo come il sistema tributario pontremolese prevedesse l’imposta indiretta sulle merci che i forestieri introducevano e esportavano dal territorio pontremolese. Le entrate annuali consistevano proprio nei due tipi di gabelle: la « gabelletta” (o gabella piccola) e la gabella grossa.

(187) “Motivi e ragioni mediante la Verità e sussistenza de quali spera la Comunità di Pontremoli e sua Jurisdizione riportare la dimandata gratia del transito delle mercanzie anche per quella Provincia o almeno l’allegerimento delle spese», documento non datato, ma quasi certamente del 1657, A.S.F., Pratica Segreta, f. 83, сс. 532-533

(188) Gli Statuti del borgo del 1571 sono un esempio molto eloquente della mancanza di corporazioni, eccettuata quella cui si è fatto riferimento, B.N.F., Catalogo Magliabechiano, 5.3.454, «Pontremuli statutorum… doc. cit. ».

(189) A. GRAMSCI, Quaderni del carcere, (questa volta si cita l’Edizione critica dell’Istituto Gramsci a cura di Valentino Gerratana), Torino, 1975, vol. I.

(190) A.S.F., Pratica Segreta, f. 83, c. 149, Lettera del Podestà C. Marchetti dell’11 Novembre 1656, indirizzata ad A. Vettori. Numerosi contratti vengono stipulati, attorno all’affitto di “apotheca” magazzino, in cui mettere la merce, sito, di solito, sulla strada.

(191) A.S.F., Pratica Segreta, f. 83, lettera dell’11 Novembre 1656, doc. cit. c. 149.

(192) Le precedenti informazioni sui mercanti di Chiavari sono dovute al Podestà Marchetti, incaricato di seguire i movimenti commerciali della Repubblica ligure. La sua indagine aveva scoperto questa consuetudine dei negozianti locali di tenere in affitto nei loro magazzini le merci dei forestieri, A.S.F., Pratica Segreta, f. 83, let-era dell’11 Novembre 1656, cit.

(193) Nella “Copia di una Supplica fatta dai Pontremolesi al Granduca Ferdinando II del 1651 colla resoluzione di essa», B.N.F., 11-199. Nelli 199 (255), il borgo di Pontremoli, per mano dei suoi Magistrati, faceva presente come gli Sudditi e Giurisdizionari di detta terra (beneficiano) di ogni libertà e franchigia circa le cose commestibili e vino, che dalla giurisdizione di Pontremoli e d’altrove s’introducono e si vendono e comprano, in particolare si veda il capitolo V. In effetti l’esenzione del pagamento delle gabelle interessava qualsiasi tipo di merce che un mercante pontremolese avesse intenzione di esportare dal territorio.

(194) Non siamo in grado di stabilire con precisione l’anno della costituzione di questa “Università”, né tantomeno siamo in grado di sapere quali fossero i suo ordinamenti interni. Di certo si sa che a metà del XVII secolo essa era già molto attiva sul mercato interno di Pontremoli, e iniziava, allora, ad affacciarsi sui mercati esteri.

(195) A.D.D., Cartella 1, Carlo di Niccolò di Carlo (n. 1647-m. 1724), «Coram III. Sen. Ruberto Pandolfini. Per il Sig. Carlo del qu. Sig. Niccolò Dosi et Giovanni Cabrini di Pontremoli. Contro il Sig. Girolamo Pavesi pure di Pontremoli». Memoriale dell’11 Marzo 1676.

(196) E’ l’inizio di una proficua attività commerciale nella città emiliana. Supplica di G. Simone Dosi e Gerolamo Pavesi, del 25 febbraio 1674 al Granduca di Parma e Piacenza, A.D.D., Cartella 6 (Giovanni Simone di Carlo di Giovanni Battista, n. 1624, m. 1696).

(197) Si tratta di Stefano Bertolini, mercante e bottegaio pontremolese, nonno di Stefano Bertolini funzionario toscano nel periodo delle riforme leopoldine; cfr. G. GIORGETTI, Stefano Bertolini: l’attività e la cultura di un funzionario toscano del sec. XVIII (1711-1792) in Capitalismo e Agricoltura in Italia, Roma 1977, pp. 51-85.

(198) Il Pavesi avrebbe dovuto corrispondere “ et realmente sborsare à detto mastro P.G. Cabrini pezze 360 (di lire 7 l’una) ogni anno durante il termine di anni 8 continui a partire dal 1 Gennaio da finire il 1º Gennaio 1679», A.D.D., Cartel-la 6, doc. cit. (199) Ibidem.

(200) “P.G. Cabrini serviva per fattore alla detta Compagnia, quel Cabrini era mandato fuori à negotiare tanto in Toscana che in Lombardia quanto nella Lunigiana da suddetti compagni», Ibidem.

(201) Ibidem.

(202) La data precisa purtroppo ci sfugge.

(203) “Conventio et Transatio” del 4 Febbraio 1663, atto Carlo Ferrari, Protocollo E.E. 27, cc. 50-51, A.N.P.; ma non è ancora possibile conoscere, con esattezza, quali fossero gli utili, anche se possiamo intuirlo, sulla base di indicazioni che ver-ranno fuori nel corso dello studio delle compagnie commerciali.

(204) Tutti e quattro i fondatori della presente Compagnia Commerciale erano di Pontremoli. “Signor Cosimo Damiani e Sig. Steffano del quondam Sig. Francesco Camisani di Pontremoli ad una parte ed i Sigg. Michel Angelo Vallenti e Giovanni Calcagni di detto loco dall’altra parte», ibidem.

(205) Si presume che il Vallenti e il Calcagni, che parteciparono con capitale in comune, abbiano ricavato poi dai loro utili una quota pari al 50% per ciascuno. (206) Α.Ν.Ρ., «Conventio et Transatio», atto C. Ferrari, doc. cit.

(207) P. MALANIMA, I Riccardi di Firenze. Una famiglia e un patrimonio nella Toscana dei Medici, Firenze, 1977, p. 165.

Questa ricerca, pur essendo centrata sulle vicende patrimoniali della famiglia fiorentina dei Riccardi, è piena di spunti illuminanti sull’economia dell’intera Toscana, nei secoli XVI e XVII.

(208) S.S.P., Consilia, f. 22, cc. 123-124, Consiglio Generale del 27 Dicembre 1666.

 (209) Ibidem. Questo progetto non viene a scontrarsi del tutto con la congiuntura economica generale del Granducato.

Nonostante una flessione degli investimenti nell’industria, specie attorno agli anni 60, c’è da rilevare che l’industria della seta, costituiva (ora) il settore di maggior rilievo nella vita economica fiorentina, cfr. P. MALANIMA, op. cit., pp. 180-194; in particolare pp. 181-182.

(210) Pochi fogli ripescati nell’A.D.D., riportano frammentarie notizie di un << filattoio», eretto in una non ben precisata villa della campagna piacentina. Per la precisione, si tratta di una Copertina del Gennaio 1681 relativa al Libro de tintori e Tessitori di Seta», e del « Libro delle maestranze di seta de’ SS.ri Niccolò Dosi e fratelli di Piacenza», cartella 5. Niccolò di Carlo di G. Battista (n. 1619 m. 1669).

(211) La seta, che veniva filata nell’industria toscana, era prodotta quasi completamente nel Granducato cfr. P. MALANIMA, op. cit., pag. 180; non si esclude tuttavia che i due mercanti pontremolesi anziché rivolgersi a Pisa o Livorno potessero direttamente rivolgersi ai mercati settentrionali. Per loro, ovviamente, non esistevano le spese di mercato, né di intermediari atti al trasporto della merce fino a Pontremoli.

(212) Non si deve dimenticare che la compagnia Dosi-Pavesi aveva messo su « casa e negotio” anche a Piacenza oltre che a Pontremoli. Sul mercato della città emiliana, era possibile vendere il prodotto finito a prezzi di assoluta concorrenza, dati i risparmi dovuti alle suddette condizioni, di bassi costi della manodopera e di una posizione di effettiva esclusiva.

(213) A.N.P., atto G. Ferrari del 13 Settembre 1665, Protocollo 15, c. 182.

(214) Si tratta della stessa persona che abbiamo trovato compartecipe, assieme ad altri, in una compagnia commerciale di mercanti pontremolesi.

(215) A.N.P., atto G. Ferrari, <<Societas Negotii >> del 31 Agosto 1677, Proto-collo 19, c. 228.

(216) “Societas” del 2 Novembre 1677, atto G. Ferrari, Protocollo 19, Α.Ν.Ρ.

(217)” Societas », doc. cit.

(218) K. MARX, Il Capitale, op. cit., vol. III, Capitolo XX «Cenni storici sul capitale commerciale », in particolare p. 395.

(219) Ibidem, p. 399.

(220) Sul mercante di Amiens, e sui suoi rapporti con le corporazioni, cfr P. Deyon, Amiens capitale provinciale étude sur la societé urbaine au XVII siècle, Mouton, Paris 1967; cfr. lo stesso Marx, op. cit. ricorda l’esempio del <<< clothier >>>inglese del XVIII secolo e del controllo che esercita sui tessitori, p. 399.

(221) Nella Lucca del Cinquecento, questo rapporto di produzione tra mercante e varie corporazioni è considerevolmente sviluppato, cfr. M. BERENGO, Nobili, op. cit. pp. 64-82.

(222) A.S.Pc., Collegio dei Mercanti, Ordinazioni, filza 1671-1680, с. 19 «1676 Ind.ne 14 die 28 Augusti, Convocati et Congregati infrascripti per Domini Consules Venerandi Collegij nuxy et mercature Placentie, et cum eijs etiam infrascripti Domini Electi super nova edificatione ejuidem venerandi Collegij ».

(223) Sulle funzioni di questa prima Magistratura nel XVII secolo si rinvia agli AA.VV., Le corti fornesiane di Parma e Piacenza (1545-1622). Vol. I: Potere e società nello Stato farnesiano, a cura di Marzio A. Romani, Roma, Bulzoni, 1978, (Centro studi <«Europa delle corti», Biblioteca del Cinquecento).

Alla fine di ogni anno, i vari mercanti compilavano una «Notificazione», in base alla quale essi dovevano denunciare la merce al momento posseduta nella bottega, e il reddito complessivo relativo all’anno in corso.

A controllare, poi, l’esattezza di ogni «Notificazione», venivano inviati i consoli delle varie vicinie in cui era divisa Piacenza.

Complessivamente i Consiglieri del Collegio della Mercanzia erano 50.

(224) A.D.D., Cartella 6 (Giovanni Simone di Carlo di G. Battista, nato nel 1624, morto nel 1696), «Supplica di G. Simone Dosi e Gerolamo Pavesi», cit.

(225) Il Consiglio oppidano unitamente al Consiglio rurale formava il Consiglio Generale del borgo, composto di 80 Consiglieri: 40 residenti in Pontremoli, aventi titolo di Pontremolese; 40 residenti nei villaggi del contado, A.S.F., Mediceo del Principato, filza 2717, “Relatione della Terra» doc. cit. (226) Su alcune operazioni creditizie svolte dai Dosi, nel decennio 1670, in unione con Gerolamo Pavesi, si è già detto nell’ultima parte del paragrafo relativo al “ Capitale usurario ».

(228) A.D.D., filza Damiani, Dosi, Ricci, Livorno 1650-1700, Cartella Dosi-Ricci-Damiani, Livorno, Adi 4 Febbraio 1676 Livorno, di Lazzaro Damiani».

Lazzaro Damiani, anch’egli di Pontremoli, già in precedenza, forse nel 1660, aveva operato nella città di Livorno, fondando una compagnia commerciale, di cui risultava socio Pietro Paolo Vacca, e con l’interesse dei Dosi e Pavesi di Pontremoli”. A.D.D., filza Damiani, Dosi, Ricci, Livorno

(229) Sul significato del patto in accomandita, cfr. G. Fierli, Della società detta in accomandita, in Opere Complete, Firenze 1803, VI. Inoltre, cfr. P. Malanima, I Riccardi di Firenze. Una famiglia e un patrimonio nella Toscana dei Medici, in particolare, pp. 132-136.

(230) Cfr. P. MALANIMA, op. cit. sulle, società in accomandita nel Granducato, fr. J. GENTIL DA SILVA, Au XVII siècle: la strategie du capital florentin, in Annales E.C.C., 1964, n. 3, pp. 480-491, fanno risalire al decennio 1671-1680 il sensibile aumento del numero delle società in accomandita. A questo articolo del Da Silva, si veda l’obiezione, più che altro metodologica, mossagli da P. Malanima, op. cit., p. 186, nota 44. Il patto in accomandita era caratterizzato dalla limitatezza dei rischi in caso di fallimento della società costituita. Per questo trovò un notevole sviluppo. (231) A.D.D., filza Damiani, Dosi, Ricci, Livorno 1650-1700, Cart. Dosi-Ricci-Damiani, Livorno, Adi 4 Settembre 1677, si veda la prima clausola del contratto.

(232) Clausola 16 del contratto di accomandita.

(233) Ibidem, si trattava di una persona che 2da medesimi SS.ri Dosi qui sarà mandata”. Si trattava di Gemignano Cabrini, figlio di Pietro Cabrini di Pontremoli.

(234) Ibidem, clausola III.

(235) Ibidem.

(236) Ibidem, clausola VI.

(237) “Adi 8 Settembre 1684, Livorno. Conventioni fatte per mezzo del Sig.Carlo Alessandro Galli per la rinovatione che si dovrà fare li 7 Settembre prossimo al negozio e ragione, contante SS.ri Lazzaro Damiani con interesse di Niccolò Dosi e fratelli ». A.D.D., Dosi-Ricci-Damiani, Livorno. Ci fu poi il successivo rinnovo, nel 1684, per altri tre anni con l’istessi patti. Quindi arriviamo al 12 Aprile 1695. quando gli interessati manifestarono, ancora una volta, l’intenzione di mantenere in piedi l’accomandita. Si tenga presente che il capitale dell’accomandita restò immutato sempre sulle 12000 pezze.

(238) Per Amiens, solo alla fine del XVII secolo si registrarono dei progressi” dans les réglements et la tenue des livres de commerce”, P. Deyon, Amiens capitale provinciale (Etude su la societé urbaine au XVII siècle), Mouton, Paris, 1967, pp. 101-102.

(239) Sui mulattieri dei Dosi si è rinvenuto un solo documento, A.N.P., atto Giulio Ferrari del 5 Gennaio 1682, Protocollo 28, с. 14.

“Devono li Siggri Francesco e Alessandro Botti di Parma 1676 a 10 Febbraio per condotta a Colli banane da Livorno a Parma lire 52, vacchette e filati lire 78, becolari e mandorli lire 104 1677 a 11 Gennaio e 2 Botte aringhe lire 55, botti arenghe lire 55, peppe 52, zucero 104, tanina lire 38,” A.D.D., f. Dosi-Damiani-Ricci-Livorno 1650-1750.

(240) Tra gli altri prodotti, si ricordano botti di arringhe. Si vedano le « Spese di mercantie “relative ai pochi «Bilanci” esaminati, contenuti in A.D.D., filza Damiani-Dosi-Ricci-Livorno 1650-1750.

241) A.D.D.,” Bilancio del libbro rosso”, doc. cit., filza, Damiani-Dosi-Ricci-Livorno 1650-1750.

(242) Ibidem, mancano invece mercanti genovesi, tranne un tal Emanuele Po nero (forse ebreo) con pezze 266.

(243) A.D.D., “Bilancio del Libbro rosso”, doc. cit. », filza, Damiani-Dosi-Ricci Livorno 1650-1750.

(244) Le somme qui riportate sono arrotondate per difetto, perché rendono bene l’idea dell’entità monetaria.

(245) A.D.D., filza, Damiani-Dosi-Ricci-Livorno, 1650-1750.

(246) Ibidem.

(247) A.D.D., filza, Damiani-Dosi-Ricci-Livorno 1650-1750. La prima clausola prevedeva una durata di cinque anni. Al secondo capitolo si legge che “il corpo di detta Compagnia e Ragione sia di 12000 pezze da 8 reali e quello deve stare sempre fermo da mettersi e cavarsi delli utili già fatti dalla soprascritta compagnia di Lazzaro Damiani e con il benefitio dell’accomandita, e detti corpi devino essere o in denaro contantio in mercantie e droghe a proposito per la suddetta Drogheria a prezzi giusti e correnti della Piazza sino alla suddetta somma di pezze 12000».

(248) A.D.D., G. Simone di Carlo, cit., Cartella 5, lettera scritta da Nicolò Dosi, Piacenza 3 Gennaio 1681».

(249) Ibidem.

(250) A.S.Pc., Fiere delle Mercanzie, Processi contro Commercianti, Nume ro 7 25 Aprile 1690.

(251) Ibidem.

(252) Si veda Compartito dell’Estimo mercantile (civile) del 1694 suddiviso per parrocchie, alla voce S. Maria Sofrina, A.S.Pc.

(253) A.D.D., filza, Zibello, “Ricevuta di atto notarile del notaio Giacomo Fe lice Prati, in data 21 Agosto 1676 a Piacenza».

In questo caso specifico, l’Agente Universale esprimeva ai Padri del Convento di S. Francesco di Piacenza, l’intenzione del Dosi di acquistare una casa murata di proprietà del Convento per 4500 lire imperiali.

(254) A.S.Pc., Vicinia di S. Maria de’ Speroni, Compartito dell’Estimo mercan-tile (civile) del 1694.

(255) Ibidem.

(256) A.D.D., filza Farnesi, Malaspina, Medici, Gonzaga. Lettere varie dal 1646 al 1716, Corrispondenze con case Farnese e Medici, carte varie 1678-1732», «Lettera scritta al Granduca Cosimo III Granduca di Parma, Firenze 6 Agosto 1678».

(257) Ibidem.

(258) Α.Ν.Ρ., “Bilancio e Calcoli Conto di me Francesco Maria Bologna del’amministrazione da me prestata d’ottobre 1692 e tanto per tutto Giugno 1694, sopra le misture, grani e denari della Comunità di Pontremoli e rispettivamente del monte con esistenza del Sig. Giovanni Falaschi sopra di ciò eletto dal General Consiglio”, Protocollo 44 di ser Giulio Ferrari, inserto di alcune pagine compreso tra cc. 39-40.

(259) A.N.P., ser Giulio Ferrari, Protocollo 44, inserto di alcune pagine, cit., cc.39-40, si veda anche f. 8 “conto de danari».

Da rilevarsi tuttavia che la comunità, tra il 1692 e il 1694, si era rivolta per acquisti ai fratelli Rossi di Sarzana.

Nell’Ottobre del 1692, scrive Francesco Maria Bologna: <«mi furono inviati in di verse volte da SSri. Rossi di Sarzana quartari tremila 291 nostra misura e tanto riuscirono giunti in Pontremoli ».

Nell’Aprile del 1694, “da SSri Deputati furono provisti in Pisa sacchi 546 1/3 di mistura quale prima che fisse dalli SSri Rossi di Sarzana qui mandati” due sacchi caddero in mare.

(260) Nella seconda metà del XVII secolo, Pontremoli fu abbellito con palazzi. e qualche villa: si registrò un vero e proprio sviluppo urbanistico, frutto delle suaccennate trasformazioni economiche e sociali.

L’immagine di introduzione alla pagiona è tratta dalla pagina Facebook Villa Dosi Delfini

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