LA LUNIGIANA DURANTE LA DOMINAZIONE FRANCESE

di Giulivo Ricci

Il titolo di questa mia lezione — « La Lunigiana durante la dominazione francese. Testi e documenti del periodo francese » — può far sorgere una grossa attesa, che non è modestia premettere che andrebbe delusa se mi si domandasse di riuscire a dare quell’affresco sul periodo del predominio francese dal 1797 al 1814 nella nostra terra quale da tempo è richiesto, tanto più, poi, se la richiesta dovesse essere soddisfatta attraverso una nuova compiuta documentazione, frutto di una ricerca approfondita negli archivi locali e non locali o, in ogni modo, attraverso una originale ricostruzione di un evento così importante, ricostruzione esaustiva e onnicomprensiva.

Una lezione, un intervento, come quello che ci è dato oggi di presentare, s’inserisce, io credo, nei tentativi in corso da qualche anno da parte di uomini di diversa formazione ed esperienza di sollecitare studiosi e docenti a guardare con occhio nuovo ai processi storici attraverso i quali l’uomo delle nostre valli si è formato, ha acquisito una sua indole, ha partecipato, rimanendone generalmente condizionato ma esprimendo, quando è stato possibile, una sua resistenza, attiva o passiva, allo svolgersi dei grandi avvenimenti regionali, nazionali e internazionali, di sollecitarli altresì a rendere partecipi delle loro ricerche  e dei risultati dei loro studi, da una parte, per un’opera, se vogliamo, di educazione permanente e ricorrente, per la stessa civica educazione, i cittadini più pensosi dei problemi del presente, insolubili senza una conoscenza del passato, dall’altra i ragazzi, i giovani delle scuole, già lasciati ignari, secondo vecchi, astratti schemi pedagogici, didattici e filosofici, della pregnanza educativa e dell’importanza formativa dell’ormai non più negato apporto offerto dal legame tra storia locale e storia nazionale.

E questa, mi sembra, proprio per come l’iniziativa di questo corso è nata, è un’occasione che ci è offerta per affrontare ancora insieme, in umiltà e senza presunzioni, il tema di quel discorso, relativamente a un momento della storia di Lunigiana (e preciso subito che mi riferisco e mi riferirò sempre alla Lunigiana interna) che, come dicevo, non ha avuto nel passato e non ha nel presente un’illustrazione, un quadro d’insieme, anche se i contributi sono stati molteplici, riferiti però, sempre, a particolari aspetti e a spazi ambientali o temporali limitati.

Chi avrà la bontà di rileggere le lezioni di questo corso, che l’Istituto Lunigianese dei Castelli si propone di stampare, d’intesa e con la collaborazione del Comune di Massa e dell’Amministrazione Provinciale, troverà una nota bibliografica, certamente incompleta ma sufficientemente rappresentativa dei contributi meno recenti e più recenti sul periodo della dominazione francese in Lunigiana, generalmente indicato, e io direi non impropriamente, come periodo napoleonico.

Tra i più recenti non posso qui non ricordare quello di Manlio Erta, « Aulla e la media Val di Magra nel periodo napoleonico » e i due di Giuliano Adorni: « Contributo per una storia della Lunigiana nel periodo napoleonico: Licciana » e « Giovanni Battista Cocchi, ‘maire’ di Terrarossa negli anni della dominazione napoleonica in Lunigiana », apparsi nella miscellanea annuale del Centro Aullese di Ricerche e di Studi Lunigianesi « Cronaca e Storia di Val di Magra » e derivanti da puntuali e precise ricerche d’archivio, tanto più preziosi perché, riferiti a piccoli universi, ne hanno messo in luce anche gli aspetti più inediti e minuti e, nello stesso tempo, più significativi.

Aggiungerei, per l’ottica e l’approccio particolari e senza voler far torto ad altri pregevoli, il lavoro di Gian Carlo Mori, pubblicato nell’« Archivio Storico per le Province Parmensi », « Il Clero in Lunigiana nel periodo napoleonico », fondato principalmente sull’assai interessante materiale inedito dell’Archivio Vescovile di Sarzana, che peraltro offre il campo per nuovi approfondimenti in una materia, come quella ecclesiastica, assai indicativa in riferimento alle innovazioni introdotte dai francesi nella materia stessa e alle reazioni conseguenti tra il clero e le popolazioni e, quindi, nel costume, negli atteggiamenti politici e nei riflessi medesimi di ordine sociale.

Gli archivi dei Comuni di Lunigiana, l’Archivio di Stato di Massa, quelli di Modena, di Parma, di Reggio Emilia, di Firenze e di Genova — lasciando a parte archivi privati e pubblici minori, l’Archivio Centrale dello Stato e l’Archivio di Stato di Torino, che pur offrirebbero indubbio materiale di non secondario interesse sono ancora fruibili da parte di studiosi volenterosi sia per ricerche volte ad aspetti particolari sia per il più ambizioso disegno di convogliare ogni sparso elemento alla composizione di un compiuto ed integrale mosaico.

Ora, alla migliore intelligenza di ciò che è occorso nelle nostre terre in quel periodo, non sarà inutile, forse, riandare alle linee di penetrazione e di diffusione delle idee illuministiche in Italia intese, queste, non tanto in sé stesse quanto nel limitato campo della loro applicazione attraverso le riforme dei principi italiani e, naturalmente, tratteggiare l’intervento in Italia delle armate francesi e la dominazione napoleonica.

Poiché la maggior porzione del territorio lunigianese alla metà del ‘700 apparteneva alla Toscana, sembra giustificato soffermarsi anzitutto, anche se brevemente, sul riformismo toscano che acquista particolari caratteri di originalità con l’avvento, nel 1765, di Pietro Leopoldo d’Asburgo, un riformismo che forse non coglie ma io direi non intende cogliere appieno e nelle sue implicazioni le linee di fondo e le conseguenze pratiche dell’accettazione del moto riformatore. Se è vero che Leopoldo sovrastava, non solo perché investito del potere reale, ma anche per l’ampiezza della sua preparazione e la volontà di realizzazione, tutti i suoi collaboratori e i collaboratori dei suoi predecessori, costoro, da Pompeo Neri ad Angelo Tavanti, a Francesco Maria Gianni soprattutto, intesi sì all’affermazione delle teorie fisiocratiche, ma, rappresentanti, il Gianni in particolare, dei grandi proprietari terrieri, tendevano all’unico mercato interno proprio di quelle teorie, ma per l’esterno non mancavano di premunirsi con prezzi protettivi. Leopoldo di Asburgo non nascondeva di voler riconoscere i loro meriti e le esigenze, diciamo gli interessi di quei proprietari, e si riprometteva di averne riguardo; non era però d’accordo di favorirli sino in fondo, in pregiudizio dei consumatori, rivelando, in tal modo, il suo spirito equilibrato. Dieci anni dopo, nel 1775, approderà ad una politica fisiocratica di completa libertà di esportazione dei grani, d’intesa con i grossi proprietari, quando da alcuni anni era stato approvato il principio della libera importazione e mentre le riforme procedevano in altri campi e in settori paralleli, con la soppressione delle corporazioni e la libertà di lavoro, nell’economia in generale, nell’amministrazione, nelle finanze. A questo punto avrebbe voluto favorire il miglioramento delle masse mezzadrili, ma l’intervento fu bloccato dai grandi proprietari terrieri, che avevano sopravanzato i ceti nobiliari e che, ora, dimostravano al principe riformatore come, avendo egli scelto il principio della libertà, non poteva contraddirvi togliendola loro.

Nello stato modenese, cui dai primi del ‘400 era soggetto Varano con l’Apella, Ripola, Taponecco e Tavernelle, col 1780 l’opera del duca Ercole III e principalmente del suo primo ministro Lodovico Ricci imprime un impulso alle riforme, particolarmente significative, anche se non profonde, nell’economia agraria, con varie realizzazioni, ad esempio il nuovo catasto, mentre ostacoli insormontabili sono incontrati nel campo del commercio. Aggredì pure il pauperismo, gravissimo soprattutto nel reggiano, anche attraverso interventi, parzialmente riusciti, di utilizzazione di numerosi mendicanti nelle industrie, che prime ebbero uno sviluppo. Certo, se è vero che gli estensi risentirono, per attinenze e parentele, dell’influenza del riformismo asburgico e non difettò l’introduzione di riforme secondo le idee degli enciclopedisti e dei fisiocratici, mancava un principe come Leopoldo di Toscana e le resistenze limitarono assai il moto riformatore.

Il dispotismo illuminato, in ogni modo, si era diffuso ovunque e problemi sociali come quello del pauperismo, come abbiamo accennato a proposito del modenese, venivano in qualche modo alleggeriti del loro carico d’oppressione con la nascita o lo sviluppo delle industrie, specie tessili.

In Piemonte, nelle Venezie, a Genova, a Parma, seppure le nuove idee vennero dibattute, nella pratica non trovarono che scarsissima attuazione e quando sembrava che stesse per aprirsi un nuovo corso, la paura della rivoluzione bloccò anche l’applicazione delle poche riforme deliberate.

ln sostanza, al momento dell’arrivo in Italia delle truppe francesi, nei vari stati l’illuminismo aveva avuto diffusione, sviluppo e applicazione, entro limiti diversi, e lo stesso giacobinismo aveva fatto proseliti.

Nel 1796 le truppe francesi avevano occupato l’Italia settentrionale ed era nata la Repubblica Cispadana e, poi, la Cisalpina. Trattati di pace venivano stipulati col Re di Napoli, con il Granduca di Toscana, col Papa, tra la fine del ’96 e i primi del ’97. Napoleone Bonaparte che pure aveva dimostrato sincere simpatie verso i patrioti italiani, non aveva potuto sottrarsi alle esigenze strategiche e politiche che lo avevano spinto a privare dell’indipendenza e a vendere Venezia all’Austria con la pace di Campoformio del 18 ottobre 1797. Le armate repubblicane, fedeli al còrso, non potevano non ricorrere a esazioni e a requisizioni, suscitando ovunque malcontento. Intanto, nel febbraio del 1798, nasceva la repubblica romana, nel gennaio del 1799 la repubblica partenopea, nel marzo dello stesso anno Ferdinando III era cacciato dalla Toscana, ma già dal dicembre del 1798 Carlo Emanuele IV era stato costretto ad abbandonare il Piemonte.

Nell’aprile del 1799, però, gli austrorussi avevano invaso la pianura padana, cadeva la repubblica partenopea e i francesi erano costretti ad abbandonare l’Italia, dopo che anche la repubblica romana era crollata. Il triennio giacobino si chiudeva in Italia in un rigurgito di sentimenti antifrancesi, espressi anche attraverso rivolte contadine che celavano motivazioni profonde di malcontento. Prima queste rivolte, per esempio quella della vicina Garfagnana, sobillata dal clero e dai signorotti locali, si erano presentate come episodi isolati: durante la ritirata delle truppe francesi l’ostilità delle popolazioni divenne generale. A Roma, a Napoli, soprattutto in Toscana, qui al grido di « Viva Maria », i contadini insorgono nel nome dei valori tradizionali e in odio ai grossi proprietari terrieri ritenuti responsabili delle riforme non comprese e sovente risoltesi in danno di coloro dei quali si predicava la liberazione.

Il lunigianese Giovanni Fantoni, fervente fautore delle nuove idee, come altri, tra i quali Ugo Foscolo, non celava le sue delusioni. A Grenoble pubblicava l’opuscolo « Le cri d’Italie » e accusava del crollo i moderati italiani ma anche i francesi per il parziale tradimento delle loro promesse.

Col ritorno in scena di Napoleone, la battaglia di Marengo e la pace di Luneville, gli Asburgo abbandonano la Toscana, che diviene regno di Etruria, la Cisalpina diviene Repubblica Italiana, con una sua seppur limitata autonomia nell’attesa di diventare, nel 1805, dopo che Napoleone s’è fatto imperatore, regno d’Italia, mentre già tre anni prima il Piemonte era stato annesso alla Francia.

Nel 1805 anche la Repubblica Ligure era stata costretta a votare l’annessione alla Francia; Parma, con Reggio e Guastalla, va a Paolina Bonaparte; Venezia, come poi le Marche, è annessa al Regno italico; l’ex-Repubblica di Lucca è data al principe Felice Bacciocchi, marito di Elisa Bonaparte, cui è conferito il principato di Piombino. Napoli andrà a Giuseppe Buonaparte e, successivamente, a Gioacchino Murat. Anche lo Stato Pontificio è occupato nel 1808 e l’anno dopo, come già prima il regno d’Etruria, annesso all’impero, diviso, quest’ultimo, in 130 dipartimenti.

I Savoia si erano rifugiati in Sardegna, e i Borboni di Napoli in Sicilia, protetti dalla flotta inglese.

In sostanza, con la pace di Luneville del 1801, erano tramontate le aspirazioni unitarie dei patrioti italiani e morivano le speranze dei giacobini. Il nuovo regime sembrava riesumare molti dei vecchi valori, la rivoluzione risultava come incorporata in un manto di conservatorismo, anche se non mancò l’introduzione di riforme in vari campi e settori, con un’applicazione alla situazione italiana che sovente suscitò malcontento e sconcerti.

Tipico rappresentante del nuovo regime può considerarsi Francesco Melzi d’Eril, vice presidente della Repubblica Italiana, la quale fu la sola, tra i vari stati, a godere di una certa autonomia, mentre col Regno Italico il controllo francese divenne più diretto, poiché Napoleone pensava che tutte le leggi e i provvedimenti idonei per la Francia potessero esserlo per l’Italia e, così, estese la legislazione gallica a tutto l’impero, compresa la porzione italica.

Certo, le leggi d’oltr’Alpe erano migliori, ma a prescindere dal fatto che talora, come s’è accennato, non s’adattavano alla situazione italiana, anche il personale deputato ad applicarle era inadeguato.

E così che pure sotto l’impero sommosse e rivolte popolari scoppiano ovunque, specie nel sud, dove il 2 agosto 1806 erano state emanate le cosiddette leggi eversive di Napoli.

Le rivolte erano dirette contro le tasse, specie contro la imposta personale ma anche contro la coscrizione militare, cioè contro provvedimenti sconosciuti nel preesistente ordinamento, e ne erano sobillatori il clero, i briganti, agenti austriaci e inglesi.

Particolarmente tra il 1810 e il 1811 una recrudescenza del pauperismo e una crisi economica furono alla base di nuove rivolte, che, però, mai assunsero come in Spagna dimensioni e carattere di moti nazionalistici. Ciò non significa che in Italia nulla si muovesse in direzione dell’indipendenza, anche se questo avveniva attraverso società segrete, la massoneria soprattutto, la cui attività clandestina si confondeva e s’intrecciava con le iniziative di sette cattoliche e sanfediste, orientate contro i francesi. Le sette liberali erano influenzate dai superstiti giacobini, particolarmente numerosi nell’esercito, ma non mancavano società segrete d’orientamento democratico, come la « Filadelfia » e l’« Adelfia ». La « Guelfa », diffusa specialmente in Emilia, appariva invece più moderata.

Mentre rivolte, società segrete e malcontento minavano la stabilità della dominazione francese in Italia, la sconfitta di Lipsia segnava l’inizio della restaurazione. Per quanto più da vicino c’interessa, Ferdinando III tornava in Toscana, Francesco IV a Modena: a quest’ultimo, che prima della Rivoluzione aveva posseduto soltanto Varano, furono attribuiti gli ex-feudi imperiali di Lunigiana.

Ma in questa Lunigiana, prima della Rivoluzione o, se vogliamo, prima del 2 luglio 1797, quando fu decretata l’abolizione dei feudi, erano in qualche modo penetrate le nuove idee, avevano fatto proseliti, quali e quanti?

Certo, altra situazione era esistita nella Lunigiana Toscana, soprattutto in Pontremoli e in Fivizzano e anche in Bagnone, che non nei vari feudi imperiali, fossero essi o non fossero rimasti ai Malaspina.

Nella Lunigiana Toscana avevano, anche se non profondamente, inciso le riforme del granduca Pietro Leopoldo, che aveva visitato la nostra terra, così come aveva visitato tutto il territorio del suo stato, e ne aveva fissato le sue impressioni in relazioni assai interessanti, alcuni anni or sono ritrovate e pubblicate.

Nella Firenze leopoldina e post-leopoldina era vissuto e aveva operato un prete giacobino e giansenista lunigianese, l’aullese Francesco Cristani, il cui fratello don Luigi Cristani, rimasto in Aulla, può essere considerato una delle espressioni più significative del lunigianese colto che abbraccia le nuove idee e le metterà in pratica durante la dominazione francese soprattutto nell’intrapresa privata, quale borghese teso a rompere le pastoie feudali e a progredire economicamente e socialmente, in un’interpretazione, in fondo, correttamente e, insieme, spregiudicatamente liberale.

Un altro giacobino lunigianese, ecclesiastico e letterato, oriundo di Fivizzano, Luigi Bononi, eserciterà un ruolo non secondario sia alla Spezia sia a Genova, legandosi ai preti nazionali di Eustachio Degola.

Un marchese, Azzo Giacinto, signore di Mulazzo, nel 1777 si era recato a visitare a Ferney in Svizzera il grande Voltaire, aveva avuto contatti con Pietro Leopoldo e col vescovo Scipione de’ Ricci e aveva cercato d’introdurre nel suo feudo riforme simili a quelle leopoldine: per esempio, il catasto toscano, l’archivio notarile, il regolamento per gli ospedali. Aveva parzialmente abolito il foro ecclesiastico e restituito nel 1785 ai mulazzesi l’antico diritto di eleggere i propri parroci.

Quando scoppierà la Rivoluzione in Francia, manifesterà apertamente i suoi convincimenti, fossero essi sinceri e sentiti ovvero suscitati dalla speranza di poter ottenere dai francesi liberatori concreti riconoscimenti della sua opera di pioniere delle nuove idee.

Idee repubblicane erano state nel 1794 professate confusamente a Castevoli, feudo distinto da Mulazzo, ove in odio al marchese Tommaso era stato alzato l’albero della libertà, si portava il berretto frigio e si distruggevano gli stemmi gentilizi. Sembra peraltro che del moto locale fosse sobillatore Giovanni, fratello del marchese padrone, da alcuni creduto giacobino, da altri accusato di aver agito esclusivamente per motivi di interesse personale.

A questo punto, mi sembra opportuno ricordare la suddivisione politica della Lunigiana alla vigilia della Rivoluzione, della quale, del resto, abbiamo già fatto cenno.

La Lunigiana toscana, la più vasta, era distribuita nei tre vicariati di Pontremoli, Fivizzano e Bagnone, non aveva una piena continuità territoriale, poiché feudi malaspiniani e non malaspiniani si frapponevano, ed era possesso separato, cioè distaccato e lontano dagli altri territori del granducato.

Esistevano feudi non malaspiniani: quello di Groppoli di Mulazzo, con capoluogo Gavedo, era feudo granducale investito ai Brignole Sale di Genova. Un feudo, quello di Treschietto (con Vico e Corlaga), nel 1769 era passato a Carlo Emanuele conte di Nay e Richefort, che era morto prima ancora di godere del possesso e ne era amministratore imperiale il marchese di Villafranca. Il 7 dicembre 1789 il feudo era andato al granduca di Toscana, Pietro Leopoldo.

Il feudo di Malgrate, con Orturano, Irola, Mocrone e Filetto, apparteneva agli Ariberti Freganeschi.

Il feudo di Tresana, abbastanza vasto, da tempo era stato acquistato dai Corsini di Firenze, che vi avevano introdotto riforme simili a quelle fiorentine, incontrando molti ostacoli.

Tutti gli altri erano feudi imperiali malaspiniani, generalmente angusti e poveri, così come poveri apparivano i loro marchesi padroni, costretti, per campar la vita, a mettersi al servizio di altri più potenti signori e, in qualche caso, ad esercitare le cosiddette professioni liberali, come, anche dopo la restaurazione, rimarrà tradizione tra i Malaspina di Villafranca.

Nel 1795 i marchesi Malaspina, oppressi dal peso di tanti problemi e spauriti all’udire del propagarsi dalla Francia in Europa, non solo delle idee, ma anche delle armate francesi, si riuniscono in Pallerone, divenuta sede del Marchese di Olivola, e rivolgono all’imperatore la ben nota petizione, con la quale chiedono di essere liberati di ogni gravame economico, in considerazione della miseranda condizione in cui s’erano ridotti. Nella petizione tra l’altro si legge: « Infierisce e si sparge un contagio orribile, ed in tante parti l’Europa è già guasta. Li uomini invasi da uno spirito di vertigine si alzano forsennati contro Dio, contro i Regi, nonché contro i Nobili possessori di Terre… ».

Nel 1796 il Marchese Azzo Giacinto di Mulazzo, il marchese Corsini di Tresana, il marchese Carlo Emmanuele di Fosdinovo favorevoli ai principi rivoluzionari, spediscono una deputazione a Napoleone Bonaparte, che è in Italia. Il marchese di Mulazzo innalza il tricolore sulla sua rocca.

Carlo Emmanuele di Fosdinovo era stato nel Collegio Nazzareno di Roma insieme con il fivizzanese, futuro arcade e poeta, Giovanni Fantoni (Labindo) e insieme avevano commesso giovanili follie. Il Fantoni dedica liriche al marchese, che è con lui prodigo e lo accoglierà nella splendida villa di Caniparola.

Si verificherà poi tra di loro un disaccordo, ma lo scoppio della Rivoluzione francese li troverà uniti nel riconoscerla giustificata.

Alla metà del 1796 i francesi, che già l’anno precedente avevano stipulato una pace separata col granduca di Toscana Ferdinando III, succeduto sei anni prima a Pietro Leopoldo d’Asburgo, divenuto imperatore d’Austria, occuparono Livorno e il 3 luglio da questa città, in nome della Repubblica Cisalpina, partono per occupare Massa e Carrara, escludendo i tre marchesi loro simpatizzanti dal giuramento e dalle contribuzioni, conoscendo peraltro come gli altri marchesi nutrissero ben diversi sentimenti e come i loro sudditi, gli abitanti cioè della Lunigiana, soggiacessero al persistente feudalesimo per inveterata consuetudine, privi per necessità di aspirazioni profonde e chiare al nuovo che si stava diffondendo.

Il 2 gennaio 1797, cinque giorni dopo la giornata del tricolore a Reggio Emilia, i tre marchesi progressisti inviarono una lettera al Bonaparte, pregandolo d’intervenire per mettere fine all’anarchia incombente e dichiarando di essere pronti a rinunciare ai loro diritti feudali.

Il generale Chabot il 2 luglio 1797 col noto editto dichiarerà l’abolizione dei feudi e ne aggregherà il territorio alla Cispadana, mentre ai tre marchesi sarà assicurata la proprietà dei loro beni privati.

Questo accadeva per la Lunigiana ex-feudale, mentre le truppe francesi abbandonavano i possessi toscani, rimasti dipendenti dal granduca Ferdinando III, che col pagamento di una grossa indennità ne aveva ottenuto il ritiro anche da tutti gli altri suoi territori.

La Lunigiana toscana sopravviverà fino al 27 marzo 1799 quando Ferdinando III lascerà Firenze.

Il marchese Carlo Malaspina di Olivola si ritirerà a Sarzana. La sorte dei tre marchesi filofrancesi sarà diversa. Tommaso Corsini di Tresana andrà a Firenze ma, nonostante le sue idee, è soggetto a minacce, quale appartenente a vecchia e potente famiglia aristocratica, e ritiene opportuno rifugiarsi in Sicilia. Tornerà nel 1803, ben accolto dal re d’Etruria e, quando il regno d’Etruria passerà all’Impero, sarà chiamato a Parigi al Senato.

Azzo Giacinto di Mulazzo andrà ad abitare a Massa, nella sua villa denominata « La Madonna delle Grazie ». Si recherà poi a Montebello ove Napoleone lo riceverà con freddezza e, quando nel 1799 si avrà il temporaneo ritorno degli austrorussi, inspiegabilmente il 7 luglio a Firenze. Qui, riconosciuto da una sua vecchia amante, additato come giacobino dagli aretini e dagli inglesi, è arrestato e incarcerato nella Fortezza Da Basso col vescovo Scipione de’ Ricci. Liberato, persiste a rimanere a Firenze, fino a che è imprigionato dagli austriaci ancora nella Fortezza Da Basso, poi a Mantova, a Verona, infine a Venezia, da dove il 5 settembre 1800 scrive la sua ultima lettera: sulla sua fine sono fiorite varie congetture.

Il marchese Carlo Emmanuele di Fosdinovo, quando arriveranno gli austriaci, mostrerà di avvicinarsi a loro, di modo che al ritorno dei francesi, nel 1800, sarà spiccato contro di lui un mandato di arresto, che però non sarà mai eseguito.

Questa fu la loro sorte.

Intanto il 24 ottobre 1797 la Repubblica Cisalpina incorporava la Cispadana: la Lunigiana ex-feudale, esclusa quella toscana, veniva a far parte del Dipartimento delle Alpi Apuane, mentre il rimanente territorio restava unito alla Toscana sotto il granduca Ferdinando III.

Nel 1799, come sappiamo, Napoleone è impegnato nella spedizione d’Egitto, la Francia attraversa un momento di crisi e gli austrorussi invadono l’Italia settentrionale, mentre i francesi, che avevano cacciato il 27 marzo Ferdinando da Firenze, ai primi dell’aprile occupano Pontremoli, ove s’installa un « governo democratico » e viene piantato l’albero della libertà.

Dalla pianura padana, però, un distaccamento delle truppe austriache comandate dal generale Ott dopo pochi giorni sopraffà il presidio francese e dilaga lungo la valle fino ad Aulla.

Dal passo dell’Ospedalaccio, allora più importante del vicino valico del Cerreto, un altro distaccamento scende a Sassalbo e poi a Fivizzano, terra toscana come Pontremoli, da dove è costretto a fuggire Giovanni Fantoni, filofrancese ma fautore dell’indipendenza italiana. Arrestato, è incarcerato a Modena, poi a Milano e, infine, confinato a Grenoble, ove già l’abbiamo veduto lanciare « Le cri d’Italie ».

Il 27 maggio i francesi riprendono Pontremoli, importante centro viario e strategico ai piedi dell’Appennino; ed è di quei giorni l’episodio dello scontro vittorioso degli zeraschi contro contingenti dell’esercito francese in movimento tra la val di Magra e la val di Vara, episodio peraltro di non grande rilievo, che non arreca danni di qualche consistenza alla strategia dei francesi, in quella che fu detta la guerra degli Appennini, anche se a buon diritto è ricordato come una delle poche espressioni significative della fierezza delle nostre genti.

In seguito all’esito della battaglia della Trebbia del 17-19 giugno i francesi saranno costretti a rivalicare l’Appennino e ad abbandonare le nostre terre. Il 4 luglio gli abitanti di Firenze cacciano la guarnigione francese e verso la fine di luglio gli austriaci torneranno in Lunigiana.

Le popolazioni di Lunigiana durante ed a causa di tutti questi rivolgimenti politici e, soprattutto, delle scorrerie continue degli eserciti sono sottoposte a disagi inenarrabili. Si aggiunga la caccia al giacobino, promossa dagli austriaci e dai locali elementi reazionari: soltanto a Pontremoli furono arrestate diciotto persone, tra le quali tre preti, Antonio Taddei, Carlo Bologna, che intratteneva rapporti con i giacobini liguri, e Ottavio Ricci, ritenuto giansenista.

Da una « Cronaca di Fivizzano dal 1799 al 1833 », lasciata da Maria Felice Adami-Tenderini, appartenente a illustre famiglia fivizzanese, pubblicata nel 1880 a Lucca da Giovanni Sforza, nell’occasione delle nozze di Girolamo Gaggioli con Iole Furia, apprendiamo interessanti particolari sugli avvenimenti occorsi nella stessa Fivizzano in quel periodo.

Mentre il Granduca di Toscana partiva per Vienna in seguito all’invasione del suo stato, duecentocinquanta soldati francesi dell’esercito cisalpino il primo aprile 1799 entrarono in Fivizzano. Il giorno 5 veniva eretto l’albero della libertà ed era tutta una festa, con balli e luminarie. Il 6 il grosso delle truppe abbandonò il paese, nel quale restò soltanto un picchetto di venticinque uomini per altri otto giorni. Per quindici giorni non vi fu più presidio, fino a che il 21 giunse un contingente militare di liguri e cisalpini diretti a Castelnuovo Monti. Sul posto rimasero pochi soldati, ma il 7 maggio i francesi rivalicarono l’Appennino, dopo aver subito perdite inflitte loro dai castelnuovesi, per rafforzarsi e riportarsi nel reggiano. In Fivizzano furono lasciati soltanto sedici uomini, agli ordini di un corso di nome Riccardi, ma poiché la popolazione aveva dato segni di malcontento l’8 maggio furono inviati venticinque uomini del corpo dei cacciatori. Il giorno dopo un migliaio di contadini s’impadronì del paese, costrinse il presidio francese alla resa e fece prigioniero il comandante. I Francesi ebbero salva la vita per l’intervento dei « Signori » del luogo, mentre l’albero della libertà era abbattuto e si alternavano le grida di gioia al suono delle campane a martello.

II giorno undici, che era vigilia di Pentecoste, arrivarono duecento « lombardi » capeggiati da una ventina di cavalleggeri ungheresi per mettere ordine e impedire che la furia del popolo degenerasse vieppiù e si estendesse ai ceti abbienti. Da queste affermazioni della cronista si può arguire che questa specie di rivolta popolare, certamente scomposta e senza precisi obbiettivi, era diretta contemporaneamente contro i francesi, contro i grossi proprietari, gli intellettuali, i liberi professionisti. Ricollegandoci alle considerazioni accennate più addietro e riferite alla intera Italia, potremmo inferire che si tratti di un moto spontaneo, o sobillato dal clero, di reazione alle « novità » demolitrici d’inveterati valori religiosi e spirituali, d’un costume di vita radicato, insomma, e insieme alle iniziate o ventilate trasformazioni e riforme nell’economia e nei traffici, che apparivano contrastare con gli interessi delle plebi o che non apportavano un frutto immediato, di modo che si presentavano come ulteriore gravame in una situazione economica e sociale, la loro, già tanto disperata. Sentimenti che potremmo classificare di pura e, vorremmo aggiungere, disinteressata reazione, nella quale avrebbero potuto avere e avranno avuto, come alleati rimasti nell’ombra, fuori del pericolo dell’esporsi, una parte del clero e della locale aristocrazia, si legano, come altrove è accaduto, ad una manifestazione d’insofferenza, d’insoddisfazione per le disagiatissime condizioni di vita e di lavoro, insorgenza consistente quantitativamente oltre un migliaio di uomini, numero indubbiamente elevato per i tempi ma priva di possibilità di sbocco positivo e innovatore, comunque significativa perché accomuna la Lunigiana alla Garfagnana, altra area conservativa, e alle altre terre d’ogni parte d’Italia, specialmente toscane.

Il tumulto gioioso e truce si mutò in trepidazione per tutti nel giorno stesso della Pentecoste alla notizia che nella notte nuclei di contadini armati avevano sparato contro i soldati di una divisione francese in movimento: i francesi intendevano assicurarsi il possesso dei paesi e, intanto, per rappresaglia avevano saccheggiato il vicino borgo di Moncigoli.

Dopo un timido tentativo da parte del presidio tedesco, coadiuvato dai contadini, di opporsi, Fivizzano fu abbandonata a sé stessa, e così fu evitato il saccheggio, anche per l’equilibrio dimostrato dal comandante del battaglione di 700 effettivi inviato ad occuparla. Quattro giorni dopo tornarono in forze i tedeschi che intimarono la resa ai francesi acquartierati in paese. Costoro la respinsero e, ottenuti rinforzi nella notte, costrinsero a rivalicare l’Appennino (badate: « a tornare in Lombardia » ) i tedeschi, che perdettero 200 uomini tra morti, feriti e prigionieri: era il 17 maggio.

Ai primi di giugno transitarono alcune migliaia di polacchi, incorporati nell’esercito francese, diretti, dopo aver occupato Aulla e Pontremoli, sotto il comando del generale Dambroski, oltre Appennino attraverso il Passo dell’Ospedalaccio.

Il 18 giugno Fivizzano rimase senza guarnigione, ma il 22 i francesi e i polacchi di Dambroski, costretti a retrocedere dal reggiano, erano tornati in paese, ove molti altri soldati francesi si portarono in seguito alla sconfitta sulla Trebbia. Anche parte dell’armata di Macdonald si sparse tra Fivizzano e Pontremoli, costringendo la Comunità a ingenti spese per gli alloggiamenti degli ufficiali e il vettovagliamento delle truppe. Fu fortuna che il generale Dambroski rispettò sia il paese che il contado.

Partiti i francesi il 19 luglio per la via di Genova, il 24 dal reggiano comparvero duecento tedeschi, i quali come primo atto di possesso ordinarono l’abbattimento dell’albero della libertà. Dopo quattro giorni partirono per Sarzana e fu allora ricostituita la guardia locale in nome del legittimo sovrano, in mezzo ai solenni Te Deum, ai fuochi d’artificio, alle feste di ballo, che si ripeterono a mano a mano che le armate francesi subivano qualche grossa sconfitta militare, particolarmente quando la Fortezza di S. Maria della Spezia capitolerà dopo quindici giorni di assedio da parte degli austrorussi. Si trepidava però ancora perché Genova continuava a resistere e parte degli assedianti austriaci venne a svernare, al comando del maggiore De Bach, proprio in Fivizzano. Finalmente, dopo dieci mesi d’assedio, ai primi del giugno 1800, i francesi capitolarono anche a Genova e si celebrò, pure a Fivizzano, la più grande festa che mai si fosse vista perché si pensava che l’Italia tutta fosse stata definitivamente liberata dai rivoluzionari, quei rivoluzionari odiati che, per le necessità di occupazione e di guerra, imponevano quasi insopportabili contributi che nella Lunigiana granducale si sovrapponevano ai tributi ordinari e nella Lunigiana ex-feudale sostituivano le saltuarie taglie imposte dai marchesi padroni.

La narrazione dell’aristocratica fivizzanese offre uno spaccato della vita nella Lunigiana in quel drammatico periodo, quando la valle del fiume Magra è percorsa in continuità da eserciti di varia nazionalità, sottoposta all’alternarsi delle dominazioni, ad uno sconvolgimento delle acque da tempo stagnanti, anche se non v’era stato secolo nella sua storia in cui non avesse patito simili ingiurie, mai però, come adesso, derivanti da una lotta che ne metteva in discussione le strutture politiche e sociali.

In quel periodo, dal 1 agosto 1799 al 14 agosto 1800 la Fortezza della Brunella di Aulla fu presidiata dagli austriaci.

L’allegrezza che l’Adami-Tenderini descrive, conseguente a quella che ci si illudeva fosse la definitiva dipartita degli aborriti francesi, fu di assai breve durata, poiché non molti giorni dopo giunse la notizia, da colei definita « funesta », del passaggio pel Gran San Bernardo dell’armata napoleonica e, poi, della grande vittoria francese di Marengo il 14 aprile 1800 e della ritirata degli austrorussi dall’Italia.

Nell’ottobre il granducato di Toscana è occupato dalle truppe francesi che favoriscono il governo di un triumvirato democratico.

L’anno seguente, il 1801, caratterizzato dalla pace di Luneville, vede Ferdinando III rinunciare al trono granducale e la Toscana, con i presidi tolti al napoletano, formare il regno di Etruria, affidato da Napoleone a Ludovico di Borbone, cui, come possedimenti toscani, vengono annessi i tre vicariati di Pontremoli, Bagnone e Fivizzano.

Col 1805 gli ex-feudi imperiali di Lunigiana passarono al Regno Italico e con Massa, Carrara, Reggio e Modena formarono il Dipartimento del Crostolo, che prese il nome dal breve affluente di destra del Po, scorrente tra Secchia ed Enza.

Col 1808 la Toscana è annessa all’Impero ma i tre vicariati di Pontremoli, Fivizzano e Bagnone non ne seguiranno la destinazione amministrativa: col territorio degli ex-feudi imperiali entreranno a far parte del Dipartimento degli Appennini, che ha in Chiavari il suo capoluogo: tutta la Lunigiana è finalmente unita. Dal marzo del 1809 Pontremoli è capoluogo di un Circondario che comprende anche Borgotaro, Compiano e Berceto, è sede di vice-prefettura, ha un tribunale di prima istanza e vari uffici. Saranno dipendenti da Pontremoli gli allora Comuni di Treschietto, Villafranca, Mulazzo, Tresana, Caprio e Zeri, mentre Aulla, Licciana, Casola, Gragnola, Fosdinovo e Fivizzano, con l’ottobre 1811, verranno ad essere compresi nel Circondario di Sarzana, che avrà il suo viceprefetto e gli altri uffici conseguenti.

In ogni comune è un « maire », con aggiunti (la futura Giunta Comunale) e consiglieri.

Con il 1812 Aulla, Licciana e Terrarossa formano la Giustizia di Pace di Aulla; Fosdinovo ha una sua Giustizia; Casola, Comano e Fivizzano formano la Giustizia di Pace di Fivizzano.

Negli atti pubblici diviene obbligatorio l’uso della lingua francese: e non sarebbe inutile una ricerca tesa a rintracciare eventuali vocaboli ed espressioni di quella lingua (francesismi) rimasti nel dialetto dei paesi di Lunigiana.

Dopo la sconfitta di Napoleone, il 17 febbraio 1814 un distaccamento austriaco da Fornovo muove su Pontremoli e l’occupa, ma otto giorni dopo deve ritirarsi, non reggendo alla pressione dei contingenti militari francesi provenienti da Chiavari. Costoro tengono la città per la durata di un mese, poi lo svolgersi politico e militare degli avvenimenti consiglia lo sgombero.

Pontremoli sarà occupata da un distaccamento siciliano che da Sarzana ha risalito la valle.

Si tratta di un reparto delle truppe che Gioacchino Murat, passato giocoforza alle cosiddette potenze coalizzate, ha mandato al comando del generale Lecchi a occupare la Toscana.

Anche da Fivizzano il 13 febbraio erano partiti i francesi.

Il giorno 26 vi erano arrivati sei soli soldati napoletani per prenderne possesso, ma il « maire », Conte Agostino Fantoni, li aveva persuasi ad abbandonare l’iniziativa.

Il 6 marzo un centinaio di francesi giunse in città e vi rimase fino al 12, quando partì per Sarzana lasciando un piccolo presidio che, insieme con alcuni impiegati, sgomberò definitivamente.

Intanto avevano assunto il possesso di Sarzana circa tremila fra inglesi, napoletani, russi e altri coalizzati, che notificarono al « maire » Fantoni la nuova situazione e lo invitarono a mettersi in contatto con loro.

Dalla notte del 26 dello stesso mese di marzo dell’anno 1814, e nei giorni successivi, turbe di contadini dei villaggi vicini si avvicinarono alla città, minacciando vendette, e si portarono poi sotto le porte della stessa tentando d’incendiarle, tenuti a bada dalle guardie urbane (« i nostri », li chiama la signora Adami-Tenderini). Vi furono tra i contadini un morto e alcuni feriti. Arrivati una dozzina di soldati tedeschi, procedettero ad arrestare due « sussurratori » e a perquisire le abitazioni col trovarvi delle armi.

Ai primi dell’aprile arrivarono quaranta inglesi, in onore dei quali, come in precedenza dei tedeschi, furono dati grandi festeggiamenti.

Il Conte Agostino Fantoni, che l’Adami-Tenderini continuava a denominare « maire », si stava comportando molto abilmente.

Era andato a Livorno, era stato ricevuto dal comandante in capo degli inglesi, Lord Bentinck, e aveva ottenuto che a Fivizzano fosse restituito il Tribunale di prima e di seconda istanza che era stato perduto sotto il precedente regime, ma certe norme introdotte dai francesi rimasero. « Con grande sorpresa abbiamo dovuto soffrire il Registro, all’uso francese, al 2 1/2 per cento. I popoli sono malcontenti », annota la diarista. E certi privilegi antichi, come quelli concernenti il prezzo del sale, non furono ripristinati.

II Conte Agostino Fantoni, mutato il titolo di « maire », continua a dirigere il Comune.

Napoleone era tramontato, era stato mandato nella lontana isola di sant’Elena, quel Napoleone che era uscito dai Bonaparte, di probabile origine sarzanese.

L’art. 100 dell’atto finale del Trattato di Vienna del 9 giugno 1814 restituirà Pontremoli e gli altri possessi di Lunigiana al restaurato Granducato di Toscana, mentre i territori degli ex-feudi imperiali passeranno agli Estensi già padroni da quattro secoli della Comunità di Varano e, tra il Mille e il Millecento, di molta parte della Lunigiana.

A questo punto appare indispensabile, ai fini di una ricerca locale che tale voglia essere, approfondire, sulla base della documentazione, almeno alcuni aspetti del discorso più generale finora delineato, anche se già da esso traspaiono chiaramente alcune peculiarità del territorio, dell’ambiente, delle manifestazioni di vita durante quel travagliato periodo.

Già dicevamo come la documentazione sia sufficientemente abbondante tanto negli archivi comunali degli attuali quattordici comuni di Lunigiana (esclusi alcuni, come quelli, per esempio, di Podenzana e di Villafranca, dispersi con l’ultimo conflitto mondiale) quanto in altri archivi, massimamente gli Archivi di Stato di Massa, di Modena e di Firenze e l’Archivio Vescovile di Sarzana, quest’ultimo per le carte riguardanti la materia ecclesiastica e quanto vi è connesso.

Per mancanza di tempo e per motivi di comodità, oltre che di opportunità, abbiamo inteso di avvalerci particolarmente dell’Archivio Comunale di Aulla che, pur defraudato di non poco materiale nel periodo dell’occupazione tedesca fra il maggio 1944 e l’aprile 1945, conserva purtuttavia una documentazione interessante, specie quella della Sottoprefettura.

Ovviamente, come s’è avvertito all’inizio di questa lezione, chi vorrà intraprendere l’opera meritoria di una indagine complessiva e unitaria della dominazione francese in Lunigiana, dovrà sobbarcarsi necessariamente alla consultazione di tutti gli Archivi sovrindicati e di altri ancora.

Un dato che emerge già da ciò che abbiamo più sopra narrato è quello della condizione economica di grande disagio nella quale permane la maggioranza della popolazione, con l’acuirsi di antichi mali, con l’insufficienza dei rimedi posti dai nuovi ordinamenti, anzi con l’inattualità e l’inidoneità dei medesimi ai fini di un superamento dello stato di crisi, con lo sconcerto prodotto da una visione della vita, nuova e più giusta, ma non facilmente assimilabile dopo secoli di arretratezza, con l’imposizione ordinaria e straordinaria di tasse, imposte e supercontribuzioni, con oneri e prestazioni che nei vecchi ordinamenti, sia in quello feudale sia in quello granducale, avevano più scarsa incidenza o applicazione, di modo che ad un certo punto quasi si configura un rimpiangere il pur triste tempo passato e le secolari, persistenti pastoie feudali.

È stato già messo in evidenza da altri — da Manlio Erta, da Pietro Quartieri in loro contributi — il disagio manifestato dai sindaci in lettere rivolte alle superiori istanze amministrative e politiche, particolarmente emblematica quella del 13 agosto 1811 del sindaco di Viano, nella quale chiaramente è espresso il concetto che, seppur liberi, i popoli si trovano a vivere una vita più tribolata di quella di un tempo.

Ma non v’è archivio che non offra una vasta documentazione, se vogliamo cominciare da uno degli aspetti sovraccennati, sulle lamentele, le petizioni, le istanze, i ricorsi relativi alle nuove imposte, a quelle di registro in specie e alla carta bollata, queste diavolerie di cui si stenta a capire il significato, l’assoggettamento ad istruttoria di ogni pratica mirante all’esercizio di una libera professione, per la quale è poi obbligatorio provvedersi di una patente e preventivamente assolvere al pagamento di un tributo. Per esempio, posso mostrarvi, tra i tanti, un documento del maggio 1813, che altro non è se non la patente per l’esercizio della professione di medico nel Comune di Villafranca da parte di un cittadino di Filetto, che prima si è dovuto recare all’esattoria a versare la somma prevista e a farsene rilasciare quietanza.

Le cose erano ancor più complicate, specie per i tributi locali, nei territori ex-granducali, che già avevano tutta una legislazione finanziaria alla quale non si era integralmente sostituita la nuova ma l’una e l’altra si erano come integrate, ed erano venute a costituire, anche per il trascinarsi della riscossione dei residui, un gravame notevole, che esigeva tra l’altro la tenuta di una contabilità rigorosa e non facile.

Una curiosità: era esistita una tassa per l’estirpazione dei grilli.

Potremo accennare, in attesa di uno studio che mi pare qualche locale amico stia per intraprendere, al problema dei beni allodiali e non allodiali degli spodestati marchesi, al trascinarsi delle rivendicazioni di costoro per tutto il periodo napoleonico e, poi, nei primi anni del restaurato governo toscano e del sopravvenuto dominio estense.

Uno dei marchesi più colpiti dai nuovi eventi era stato Alfonso Malaspina, marchese dei feudi di Podenzana, di Aulla e, in ultimo, di Licciana, abate altresì di S. Caprasio dell’Aulla, ricca prebenda, questa, in aggiunta alle rendite feudali: egli era stato colpito nelle une e nell’altra e porterà avanti la sua lotta disperata per salvare il salvabile, instaurando un grosso contenzioso sia in riferimento ai beni che diremmo civili sia a quelli ecclesiastici.

Questo accenno ci offre l’occasione per poche osservazioni sui rapporti tra la chiesa cattolica, le sue istituzioni, il clero e le autorità di governo, rapporti che nelle linee generali sono a tutti ben noti. La Lunigiana, in quel periodo, quando ancora non era nata la diocesi di Massa, apparteneva, per la parte ex-feudale, alla diocesi di Luni-Sarzana, mentre il territorio ex-granducale costituiva da non molti anni la curia vescovile di Pontremoli, tenacemente voluta da Pietro Leopoldo.

L’Archivio Vescovile di Sarzana, per la parte ex-feudale, cioè pel distretto delle Alpi Apuane, offre materiale copioso per indagini e riflessioni, materiale già utilizzato in tesi di laurea, alcune delle quali assai pregevoli, in particolare quella di Giancarlo Mori, consultabile presso l’Archivio medesimo. Il parroco di Aulla, don Luigi Orlandi, fu sino al 1811 il vicario generale del vescovo nel Distretto, in quanto il vescovo, secondo le norme vigenti, appartenendo Sarzana all’Impero e la Lunigiana ex-feudale ancora al Regno Italico, non poteva esercitare su quest’ultima direttamente l’autorità spirituale. Già queste norme indicano la volontà del potere politico d’inalveare la vita e l’attività religiosa, in un concetto dell’autonomia dei due poteri che, dopo gli eventi della Rivoluzione e, ora, sotto un regime che se ne dichiarava erede anche se con intendimenti e fini non coincidenti sempre con i postulati dell’89, non poteva debordare se non in danno della chiesa romana. Ne discendeva tutto un sistema di limitazioni e di controlli, estesi non solo a subordinare la religione e soprattutto le sue manifestazioni esteriori alle esigenze del regime ma anche a inquisire, per una esaltata ma interessata preoccupazione di ordine morale, sulle idee e sulla vita privata dei sacerdoti. Le carte di Sarzana, ma anche quelle di Aulla, sono piene degli interventi dell’Orlandi e della sua battaglia per la salvaguardia degli interessi ecclesiastici, specie di quelli patrimoniali, conculcati dalle autorità politiche e amministrative, anche se va aggiunto che i carteggi danno l’impressione, nel gergo burocratico che li avvolge, di una disposizione generale e locale a non inasprire i rapporti o, almeno, tale intento è dichiarato.

Per la rilevanza che la religione aveva conservato, proprio anche perché la chiesa, sulla base del concordato del 1803, si era sostanzialmente obbligata ad appoggiare la politica dello stato, venivano ad instaurarsi tra il clero e le autorità sia politiche sia religiose rapporti singolari, che davano risalto tanto alle convinzioni personali e alla condotta morale del clero medesimo quanto alle condizioni di vita delle popolazioni, specie quando si giungeva a procedimenti di ordine disciplinare e si inquisiva con schedature sulle idee e i sentimenti politici, sulla fede dei predicatori, con un’ingerenza continua ed occhiuta. Quest’ingerenza per legge si era estesa a tutta l’attività patrimoniale, con un controllo, attraverso le fabbricerie, sui patrimoni ecclesiastici, controllo che peraltro sarà conservato anche dai nuovi padroni, gli Estensi di Modena.

Abbiamo accennato ai provvedimenti disciplinari riguardanti il clero, al controllo del loro operato, inteso in tutta la estensione del termine: di essi sono piene le carte, specie quelle sarzanesi.

Circa i motivi di tensione, sfociati anche in rivolte e tumulti, già abbiamo più sopra avvertito se e quanto nella loro determinazione siano stati coincidenti le iniziative delle popolazioni e del clero e abbiamo accennato al ruolo esercitato da quest’ultimo.

Del resto, nell’istruzione primaria, l’unica, salvo eccezioni in Pontremoli e in Fivizzano, impartita in Lunigiana, la presenza di maestri sacerdoti era quella prevalente se non assorbente, con la condizione che essi entro un termine dovessero munirsi dell’abilitazione, senza la quale le loro scuole sarebbero state chiuse. Una situazione siffatta permarrà nel periodo successivo fino all’Unità e anche dopo l’Unità. Certo, il principio era evidentemente quello della laicizzazione dell’insegnamento, che si tendeva a realizzare nei programmi e nei metodi, attraverso un controllo esercitato dall’alto, ancorché le scuole primarie afferissero ai Comuni, ma il personale laico a disposizione mancava. In Lunigiana è in ogni modo avvertibile l’impulso dato all’aumento quantitativo e qualitativo dell’istruzione, in una terra, se si escludono i capoluoghi dei tre distretti toscani, Pontremoli, Fivizzano e Bagnone, ove la stragrande maggioranza della popolazione era analfabeta.

L’anno scolastico era piuttosto pesante, prolungandosi dal primo ottobre al 31 agosto dell’anno successivo. Le spese per la istruzione si affrontavano anche col ricavato della vendita all’asta dei beni dei conventi soppressi e non di rado il viceprefetto di Villafranca invitava i Consigli Municipali, intervenendovi anche personalmente, a studiare e impostare meglio il problema dell’istruzione mediante la costituzione di Commissioni incaricate di sottoporre al Consiglio medesimo un piano organico di istituzioni.

Una manifestazione, però, un segno, diremmo, dei tempi, di gran lunga privilegiato nelle carte dell’epoca a ogni grado dell’apparato burocratico è quello relativo al fenomeno della coscrizione, vivissimo in tutta Italia (e probabilmente in tutta l’Europa entrata nell’orbita francese) ma in Lunigiana particolarmente significativo, intrecciantesi con altri fenomeni come la transumanza e l’emigrazione.

Sulla transumanza si hanno testimonianze limitate, mentre sull’emigrazione, stagionale e ricorrente, da secoli attiva, le carte del periodo napoleonico se non insistono certo non tacciono. Già ne accennavano le relazioni, recentemente pubblicate dalla rivista villafranchese « Studi Lunigianesi », del vicariato di Bagnone e del vicariato di Fivizzano, stese poco prima dell’arrivo dei francesi, obbiettive e lucide, atte a delineare un quadro dell’economia e dei rapporti sociali sostanzialmente perdurati durante il periodo napoleonico, nonostante l’alitare di uno spirito nuovo e i nuovi ordinamenti introdotti, forieri di una trasformazione che sarà lenta e difficile almeno per la maggioranza delle popolazioni costituita da braccianti, da mezzadri e da piccoli proprietari coltivatori.

Il senese, la Maremma, la Corsica, il bresciano erano i riferimenti più comuni di quelle relazioni e lo saranno ancora con Napoleone, quando addirittura si giura che un terzo della popolazione è costretta ad emigrare, soprattutto allo scopo di raggranellare il denaro per pagare le tasse (questo dolente tasto abbiamo già toccato): per quattro o cinque mesi si sverna in Maremma, in Corsica, nel senese; tra il maggio e il giugno la meta è la pianura padana, specialmente la terra bresciana (da cui, ancor oggi, i « barsan », come soprattutto li chiamano a Bagnone), con un’occupazione prevalente intorno ai filugelli e, quindi, ai gelsi, mentre prenderà in seguito consistenza e caratteristiche sue proprie la figura del piccolo merciaio ambulante con la cassetta o gerla sulle spalle e, poi, del bancarellista.

Evidentemente questo fenomeno non era che la conseguenza di un’insufficienza endemica delle risorse del territorio, ma anche dell’incapacità delle classi dominanti ad adeguatamente sfruttarle e ad immettere la vallata in un contesto più ampio, al di là delle delimitazioni territoriali, dei commerci e dei traffici, in una parola ad operare uno svecchiamento dell’assetto economico, con gli sperabili riflessi sul piano sociale e le possibili aperture sul piano politico: ciò che, in effetti, i dominatori francesi e i governi da loro creati tentarono di fare, con risultati, lo abbiamo già visto, positivi solo nelle prospettive.

Riportandoci al preannunciato discorso sulla coscrizione, va subito sottolineato che l’arruolamento nelle varie armi dell’esercito, così come configurato nell’ordinamento rivoluzionario e, poi, napoleonico, urtava contro inveterate consuetudini locali già di per sé; quando poi la prospettiva cominciò ad essere quella, possibile e sovente reale, di trasferimenti in terre lontane per combattere, andando incontro a disagi inenarrabili se non anche alla mutilazione o alla morte in paese straniero, guerre e battaglie che la storia in seguito avrebbe celebrato ed esaltato, ma in quel momento, salvo che per i pochi amanti dell’avventura, apportatrici solamente di mali, allora la volontà di sottrarvisi si fece più forte e diffusa.

I renitenti, i disertori sono ricercati, ma trovano facilmente asilo presso parenti o amici specie negli impervi villaggi della balza appenninica, in forme e circostanze non identiche ma simili a quelle che si ripeteranno dopo l’8 settembre 1943 con l’inizio della Resistenza; ovvero, quando ciò non è possibile o non lo si ritiene rimedio sicuro, emigrano.

Come avvertivamo, non esiste fascicolo di magistratura civile, militare o giudiziaria che ad ogni grado non offra corrispondenza o provvedimenti relativi alla coscrizione o alla diserzione e a tutti i problemi connessi. È emblematica, per esempio, la risposta in data 29 luglio 1807 di Giulio Malaspina, sindaco di Pontebosio, ad una richiesta di chiarimenti sui sette coscritti del comune. Di essi, afferma il sindaco, nessuno è disponibile: uno non esiste, due si trovano nel bresciano, uno a Roma e tre fuori del Comune. Più o meno negli stessi giorni, il 21 agosto, il sindaco di Varano si giustifica di non aver ottemperato agli ordini di arrestare due coscritti renitenti con l’affermare: « abbiamo usate tutte le più accurate diligenze », ma forse i due ricercati sono sconfinati nel « limitrofo stato etrusco ».

Esistono Commissioni Dipartimentali di Sanità, presiedute dal prefetto del Dipartimento, con ramificazioni nelle sottoprefetture, per esempio in quella di Villafranca, e nei Cantoni, per esempio in quelli di Villafranca stessa e di Fosdinovo, le quali, oltre ad occuparsi e preoccuparsi di tutti i problemi sanitari, devono continuamente prestarsi ad effettuare visite mediche ai giovani di leva.

Tutto l’apparato burocratico è mobilitato. In ogni Cantone esiste la Commissione di Leva, che ha il suo daffare.

Anche la Gendarmeria Reale del Crostolo e le Tenenze dipendenti, come quella di Castelnuovo Monti, competente per la Lunigiana ex-feudale, svolgono un lavoro incessante con indagini preliminari sulle domande di esonero ma soprattutto con la ricerca, spesso infruttuosa, dei renitenti e dei disertori.

Molti di costoro si troveranno carcerati dopo il tramonto napoleonico e, per esempio, riunendosi il 5 aprile 1815, in nome delle vincitrici Alte Potenze Coalizzate, il Consiglio Comunale di Aulla discuterà esaurientemente, tra l’altro, come provvedervi.

Almeno per un certo periodo, ogni Cantone aveva un numero assegnato di coscritti e la definizione nominativa dei costituenti il contingente comportava difficoltà, strascichi e polemiche. Esistevano dei corpi scelti composti di soldati veterani detti « guarnitori », in sostanza delle colonne mobili, incaricati di recarsi nei villaggi d’origine dei renitenti e dei disertori, generalmente contadini che s’intendeva strappare al già magro lavoro dei campi in giovane età; e le spese di soggiorno erano poste a carico delle famiglie dei ricercati.

I contadini, gli appartenenti alle classi sociali più misere, non potevano sottrarsi all’obbligo se non con la renitenza o la diserzione. Le classi sociali elevate, quando non intendevano svolgere le funzioni di ufficiali nelle armate napoleoniche (abbiamo numerosi casi di lunigianesi erranti con queste armate per tutt’Europa ed esistono in Lunigiana famiglie che ancora ne conservano 1a corrispondenza) avevano la facoltà di sottrarvisi, con l’istituto della sostituzione.

La situazione diventò pesante subito dopo la ritirata di Russia e il dissanguamento dell’armata: ne troviamo un accenno accorato nella cronaca della nobile signora fivizzanese Adami-Tenderini, la quale lamenta il richiamo dei giovani delle coscrizioni passate. « È un gran dissesto per le famiglie facoltose, dovendo mettere i cambi per i propri figli, non volendo che vadano in persona ». La chiamata alle armi è ormai generale: « Sono stati ricercati tutti i giovani di tutte le coscrizioni; talmente che di esse non sono rimasti che dei vecchi, stroppiati ed impotenti; mancheranno in seguito quasi totalmente le generazioni coscritte ».

Ad un certo punto venne meno, per le « povere » famiglie facoltose, anche la possibilità del cambio. L’ Imperatore ordinò l’aumento delle guardie d’onore in tutto l’Impero, guardie d’onore composte dei giovani delle più nobili e ricche famiglie.

Molti di questi giovani avevano già ottenuto da tempo la sostituzione nell’esercito, « ma, annota la nostra cronista, doverono andare nonostante, per la ragione, che se potevano tenere il cambio, potevano anche spendere per essere Guardie di Onore, ed equipaggiarsi e spendere per aver questo onore; che in fondo si crede siano tanti ostaggi ritenuti a Parigi dall’Imperatore, come garanti della fedeltà dei popoli, vessati in tante maniere, da stancare finalmente la pazienza universale ».

Quest’ultima considerazione, pur dovuta a fonte aristocratica, può sotto certi aspetti riassumere anche i sentimenti di gran parte delle popolazioni più misere, vessate dalle tasse, incapaci, per la miseria e l’arretratezza che le colpivano, di apprezzare le idee di libertà, che apparivano a molto come astrazioni quando non negatrici dei loro valori morali.

Non sarà un caso che i primi fermenti per l’Unità d’Italia, le prime società segrete, specie nel mezzogiorno, siano dovuti all’opera di appartenenti all’esercito, dove viva in qualche modo era rimasta la tradizione rivoluzionaria, mentre l’apporto popolare al moto risorgimentale sarà alquanto limitato né agirà in profondità la predicazione mazziniana intesa alla partecipazione e alla mobilitazione delle più larghe masse.

Una ricerca in questa direzione, dal 1815 al 1860, per la Lunigiana, salvi alcuni recenti interessanti contributi relativi a brevi periodi, è ancora tutta da intraprendere.

Si chiudeva un’era della storia, che i restauratori ritennero una parentesi imprevista lungo il legittimo perenne loro cammino: ma era stata stampata un’arma imperitura, anche se l’apparente banalità del vivere quotidiano sembrava aver tarpato l’ala della speranza. Erano stati posti dei fondamenti che sosterranno la costruzione futura di una società più avanzata.

La Lunigiana, questa piccola regione geografica, nella sua parte ex-feudale, divisa in due cantoni, quello di Villafranca e di Fosdinovo, costituenti la Sottoprefettura di Villafranca, visse un periodo particolare della sua storia.

Le Comunità, uscite dal regime feudale, si erano costituite in Comuni, con loro magistrati, sulla base delle antiche autonomie; ed è così che tra i comuni del Cantone di Villafranca, oltre che Villafranca, Rocchetta Vara, Mulazzo, Podenzana, Tresana, Licciana e Varano, troviamo i Comuni di Giovagallo e di Pontebosio e nel Cantone di Fosdinovo, oltre Fosdinovo e Aulla, i Comuni di Viano e di Bibola, di Tendola, di Posterla, di Olivola, di Pallerone.

Si notano aggregazioni territoriali difformi da quelle successive ed odierne; per esempio Castevoli era soggetta a Tresana, Orturano a Villafranca, Montedivalli a Giovagallo, Ponzanello a Tendola.

Si può annotare come Podenzana, con Montedivalli, con i suoi 1.135 abitanti, fosse più densamente popolata che non oggi e come il comune di Aulla, costituito dal solo odierno capoluogo, fosse superato in popolazione dal Comune di Bibola, comprendente anche Vecchietto: ciò, naturalmente, dà un’idea dell’incidenza dell’agricoltura su ogni altra attività umana. In particolare, l’ultimo esempio è significativo, se riflettiamo sul fatto che già in allora Aulla era indicata come centro vivace di commerci e di traffici. Nella Lunigiana ex-feudale nessun centro urbano era sorto: Aulla e Villafranca, più o meno equivalenti, si erano assestate sui 600 abitanti. E nei Cantoni, soprattutto nei Comuni ritroviamo i nostri marchesi Malaspina da feudatari divenuti tecnici, impiegati, ma anche amministratori: per esempio, Giulio Malaspina sarà sindaco di Pontebosio, un altro Malaspina per un certo periodo lo sarà di Villafranca, ove ancora un Malaspina assolverà alle funzioni di segretario, mentre Alfonso Malaspina, abate di S. Caprasio dell’Aulla e ex-feudatario di Podenzana, pur malcontento per altri versi, si stava godendo una pensione di 800 franchi, la più alta delle dieci elargite nella provincia di Lunigiana.

La vita era continuata per tutti, come sempre; gli uomini vivevano e operavano, anche i notai redigevano i loro contratti di compravendita scandendo il tempo all’insegna dei regimi e dei governanti che si susseguivano. Fra i tanti notai, abbiamo sottomano Pietro Celadini di Vecchietto, rogante all’Aulla, il quale il 13 marzo 1797 comincia a rogare indicando l’anno primo della Repubblica Cispadana, mentre il 18 luglio dello stesso anno si riferisce alla Repubblica Cisalpina.

Sotto il dì 21 settembre dell’anno 1798, secondo della Repubblica Cisalpina, troviamo annotato: « La Costituzione della Repubblica Cisalpina, adottando negli atti pubblici l’Era Francesca, che comincia al ventinove settembre 1792 epoca della fondazione di quella repubblica (sic), perciò sui contratti ed altri pubblici atti, che da qui in avanti verranno da me ricevuti, sarà anche notato il giorno ed anno a forma del decadario francese ». Ed infatti il primo atto redatto dopo l’annotazione indica il 23 settembre 1798 sottolineando « vecchio stile », ma subito aggiunge « a dì due vendemmiale anno VII Repubblica » e inserisce all’inizio dell’atto successivo il motto d’uso « Libertà-Eguaglianza ».

Ecco poi, nel 1802, l’anno 10 della Repubblica Italiana, e così di seguito.

Un altro notaio, Gian Battista Coloretti, il 25 febbraio 1808 roga il suo primo atto nel nome di Napoleone Primo Imperatore dei Francesi e Re d’Italia felicemente regnante; ma non serve continuare ad esemplificare.

Gian Battista Coloretti e tanti altri notai, i cui protocolli conserviamo negli archivi di Aulla e di Pontremoli, continueranno nella loro indispensabile professione anche dopo il tramonto di Napoleone, che ad onta delle speranze dei reazionari e l’indifferenza delle popolazioni più retrograde, incapaci di concepire un mondo diverso, anche se aspiranti ad un mondo migliore, non sarà anche il tramonto delle idee che il Corso aveva, seppur edulcorate e volte ai suoi propri fini, scritte per l’Europa intera anche col sangue di tanti soldati.

Certamente, gli atti dei notai, al di là dello spunto meramente formale che ci hanno dato, offrono il terreno per indagini economiche e sociali, ancorché lunghe e difficili.

Non vorremmo por termine a questa lezione senza un invito allo studio dei registri superstiti delle Comunità insieme con gli atti notarili, poiché offrono materiale di estremo interesse al fine di portare più precisi contributi alla ricostruzione di tutti gli aspetti della vita delle popolazioni in quel periodo e alla conoscenza dei problemi affrontati dagli amministratori entro un ordinamento nuovo introdotto da una legislazione tanto diversa almeno negli ex-feudi, dalle antiche statuizioni.

Abbiamo sotto mano un registro del Comune di Aulla impiantato proprio al momento dell’abolizione dei feudi, che si apre con le fatidiche parole « Libertà-Eguaglianza ». Ne abbiamo uno del toscano Comune di Terrarossa sempre del 1797. Infine, uno del Comune ex-feudale di Mulazzo che abbraccia il periodo dal 20 marzo 1803, anno II della Repubblica Italiana, al 29 maggio 1804. Quest’ultimo ci è parso il più interessante, poiché offre elementi straordinari atti a confermare affermazioni di ordine generale riguardanti la Lunigiana.

Per esempio, vi hanno uno spazio ricorrente e rilevante, quasi prevalente, i problemi della coscrizione e, nel loro complesso e nelle loro implicazioni, i problemi militari, quelli delle nuove tasse e imposte, delle rivendicazioni degli ex-feudatari di Castevoli e di Villafranca, in un intrecciarsi del vecchio, abolito per legge, che riemerge ancora con la forza della realtà dura a piegarsi ai nuovi ordinamenti, alle nuove strutture volute dai dominatori francesi, in sostanza un mondo feudale perdurante anacronisticamente, come mostrava il prof. Pier Maria Conti nella prima lezione di questo corso al Castello Malaspina, ma che non potrà impedire che quegli ordinamenti e quelle strutture rimangano, almeno nelle loro linee fondamentali, ancora tra i fondamenti dell’odierna libera società civile.


GIULIVO RICCI, La Lunigiana durante la dominazione francese, in Cronaca e Storia di Val di Magra, anno VIII/IX, 1979/80, Aulla, 1980

(*) Il presente lavoro, come chiaramente avvertirà il lettore, altro non è che il testo integrale di una lezione tenuta in Aulla il 17 maggio 1980, lezione conclusiva del corso di aggiornamento per i docenti della scuola media dell’obbligo organizzato ancora una volta dal benemerito Istituto Lunigianese dei Castelli che ha sede nella Rocca Malaspiniana di Massa. Come complemento alla lezione, il giorno successivo, domenica 18 maggio, l’autore aveva illustrato ai corsisti registri e documenti del periodo napoleonico appartenenti agli archivi storico e notarile del Comune di Aulla.

Si ringrazia l’Istituto Lunigianese dei Castelli per aver consentito che il testo della lezione, che apparirà anche in apposito fascicolo dell’Istituto stesso insieme con le altre lezioni del corso, venisse pubblicato in « Cronaca e Storia di Val di Magra », quasi come introduzione generale ai due saggi specifici del prof. Giorgio Pellegrinetti, riguardanti lo stesso periodo storico. (N.d.R.).

L’immagine di introduzione alla pagina è tratta da Wikipedia

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