L’AMBIENTE PONTREMOLESE NEI PRIMI LUSTRI DEL NOVECENTO

di Nicola Michelotti

A quel tempo, nel Pontremolese come del resto in tutta l’alta Lunigiana,  la vita quotidiana si svolgeva su livelli senza confronti con gli attuali, con difficoltà e ristrettezze per le fasce meno dotate di risorse in una generale atmosfera di serenità tessuta di piccole cose e di modeste evasioni.

L’ambiente era uscito da un secolo che, negli ultimi anni, aveva recato non pochi motivi di disagio nella popolazione, con provvedimenti di repressione poliziesca che avevano procurato forte apprensione e un certo scalpore.

Quando un gruppo di giovani di Pontremoli e dell’alta Lunigiana pensarono di dare vita ad un giornale, “La Terra” (2), rivolto alla classe proletaria più povera e più bistrattata, quella dei contadini, per rappresentare i loro problemi e contribuire allo studio delle loro soluzioni in forte contrapposizione ai così detti “padroni”, soprattutto latifondisti qua e là dominanti, ebbero come ispirazione e spinta un forte senso di giustizia sociale che non fu capito e tanto meno accettato. Era il 1898.

Il contenuto del nuovo giornale era originale per Pontremoli e per l’alta Lunigiana,. dove si era abituati a leggere ben altra stampa: non quella dei bottegai, soprattutto calzolai e barbieri, e forse neppure quella degli artigiani più affermati, ma sostanzialmente quella che parlava ai proprietari terrieri e al clero più evoluto. Vi arrivava, in maniera diffusa, “Il Secolo”, quotidiano milanese su posizioni liberali, fondato da Edoardo Sonzogno nel 1866 (3); sempre a Milano si stampava, dal 1876, il “Corriere della Sera”, fondato da Eugenio Torelli-Viollier, destinato a diventare, sotto la direzione di Luigi Alberini, il foglio di informazioni più diffuso in Italia (4).

A Pontremoli, probabilmente qualche numero si distribuiva anche della “Gazzetta di Parma”, fondata nel 1735 e realizzata, a partire dal 1772, presso la Stamperia reale diretta dal Bodoni(5). Vi erano riportati sistematicamente alcuni trafiletti di cronaca pontremolese, ma non trattava mai argomenti di ordine sociale in forma dirompente.

Mancava dunque un foglio diverso, che riguardasse la vita dei contadini, ma che i contadini, nel diffuso analfabetismo del tempo, non potevano leggere. “La Terra” toccava invece i “padroni” con contenuti talora di giustizia evangelica non disgiunta da temi polemici e passaggi rissosi (6). Già dal primo numero, prendendo spunto dal caso Dreyfus, si andava a toccare in profondità la borghesia di ogni dove e il suo patriottismo.

Quando l’autorità centrale ritenne di intervenire in senso poliziesco sui disordini per il carovita, che culminarono a Milano, proprio nel 1898 con quell’artefice della più cruda repressione che fu Fiorenzo Beccaris, da noi ne fece le spese “La Terra” che fu soppresso, con i suoi giornalisti in parte imprigionati e in parte dispersi (7).

L’azione repressiva, come è stato detto, aveva recato non pochi disagi nella popolazione che aveva seguito questi eventi, ai quali non era certamente abituata, un po’ guardinga ed anche un poco spaurita. Poi era sorto il nuovo secolo, sotto gli auspici di singolare calma ed anche di monotono andamento in ogni settore.

L’amministrazione comunale, a partire dal nuovo secolo, era diretta da un Sindaco elettivo, nominato dal Consiglio Comunale uscito dalle elezioni e alla sua prima seduta(8). Così a Pontremoli furono primi cittadini Uberto Ricci, Lamberto Albertosi, poi per due mandati Silvio Venturini, e quindi Guido Lazzeroni. Certamente persone di riguardo ma soltanto attente al pareggio del bilancio e quindi incapaci di risolvere problemi fuori dell’ordinario, soprattutto il problema ormai annoso quale la costruzione di un nuovo ponte sul fiume Verde. Detta costruzione era indispensabile per la conseguente arteria da tracciare nella nuova zona della città ma necessario anche per le obiettive esigenze del Comune di Zeri, interessato a spedire per ferrovia ingenti carichi di legname che era difficoltoso far arrivare alla stazione ferroviaria di Pontremoli con le strade e i ponti di città di quel tempo.

Per realizzare questo nuovo piano regolatore non esisteva altra via che demolire la chiesa di S. Colombano così da poter accedere ad un nuovo ponte, da costruire sul Verde. E i citati Sindaci, alcuni contrari per la loro fede religiosa e altri, anticlericali, e tuttavia timorosi della reazione locale, non se la sentirono di affrontare il problema. Ci vorrà il fermo coraggio dell’avvocato Pietro Bologna e l’appoggio del suo, allora, folto elettorato, per mettere in atto l’iniziativa.

Per il resto, come già detto, era il tempo delle modeste evasioni.

La scampagnata del Primo Maggio sul Monte di Galletto; le occasioni terrene delle sagre religiose; gli spettacoli di lirica e soprattutto di prosa, che allora era possibile organizzare al teatro della Rosa con compagnie di teatranti, oppure realizzate per l’entusiasmo di giovani filodrammatici, istruiti localmente e molto appassionati nei rispettivi ruoli.

Soprattutto per questi giovani il loggione si affollava, così come si riempiva la piazza per i concerti musicali. Le bande musicali ereditate dall’Ottocento erano due. La “Filarmonica”, dispensatrice a giudizio di molti, di più toccanti accenti musicali; i “Bertei”, dal nomignolo di un primo animatore. Più vicini all’ambiente radical-socialista quelli della “Filarmonica”; espressione del laicato cattolico gli altri. Ambedue i complessi erano sempre in gara per la musica in piazza oppure per l’accompagnamento di manifestazioni patriottiche, religiose, politiche (9).

All’Annunziata battaglia di lupini il 25 marzo, la torta d’erbi di Pia Bertolini e il sapido bianco che la famiglia di Pia produceva in un suo podere non molto lontano.

Gran folla a Mignegno, il primo di settembre, per la festa di S. Terenziano: appuntamento per la merenda, seduti entro la “frascata” o sul muschio, in famiglia, all’ombra dei castagni. Di rigore, tortelli, salame e vino (10).

E poi il carnevale con i suoi balli e il veglione di chiusura al teatro. Una festa travolgente. Al teatro, alla mezzanotte, si cenava nei palchi con cibo succulento, pignatte e piatti portati da casa, con inviti a questo e a quello; intanto dai palchi e dal loggione si lanciavano cioccolatini e confetti verso la platea. Poi si riprendeva a ballare fino a quando l’orchestra non raccoglieva gli strumenti facendo le mosse per andarsene e si era già nella inoltrata Quaresima. Alcuni gruppi continuavano a cantare e a ballare, tra loro giovanotti, all’aperto, nella strada, senza la minima voglia di rincasare. Si dava spesso il caso che questi gruppetti fossero sorpresi da pie donne che si portavano in chiesa per la cerimonia delle Ceneri: camminavano di fretta, un po’ infreddolite ed anche scandalizzate alla vista di questi “peccatori” i quali, al loro indirizzo, rivolgevano una tiritera che, versata in lingua, diceva così: “Veniamo tutti dal veglione e adesso andiamo da Vesprone; se Vesprone non ci sarà ce ne andremo tutti a Cà (11)”.

LA CULTURA

Tra i giovani nati dopo il 1880, che rifiutarono il mondo per loro vecchio, occupava una posizione sicuramente di rilievo Manfredo Giuliani (1882-1969), che impersonava la cultura di Pontremoli e dell’alta Lunigiana di inizio Novecento. Resterà tale per vari decenni, cioè finché egli avrà vita (12).

Di antica famiglia, oriunda di Filattiera, era nato a Pontremoli da Ciro e Anna Giuliani il 3 dicembre 1882; nella città natale trascorrerà il resto della sua vita dedicandosi agli studi prediletti ma non per questo estraniandosi dalla vita pontremolese.

Aveva frequentato i corsi universitari a Pisa; era vissuto a Roma Napoli. Aveva cercato una sua via nell’irrequietudine e insoddisfazione dei giovani del suo tempo, volto all’idealismo crociano.

Il sodalizio con Ceccardo Roccatagliata Ceccardi lo indirizzerà alla ricerca di una identità da riconoscere alla regione lunigianese. Infatti il poeta, chiamato a Pontremoli proprio da Manfredo Giuliani e da altri giovani, nel 1905 leggeva in teatro, ad una platea affollata e attenta, i versi del suo Apua Mater nel quale erano e sono rievocate le gesta degli Apuani che avevano opposto disperata resistenza a Roma. Grande era stato l’entusiasmo suscitato da quella lettura.

Nel 1906 Giuliani pubblicherà Apua Mater, un’edizione che uscirà a Napoli. Altra edizione di Apua Mater uscirà a Parma nel 1907, sempre curata dal Giuliani ma nel nome della “Giovane Apua”, associazione di giovani promossa dallo stesso Giuliani che ne dettava il manifesto, pervaso di idealità mazziniane. [. . .] La Giovane Apua — scriveva – è uno dei tanti nascimenti delle virtù di una stirpe italica che produrranno dalla loro armonia la Giovane Italia. [ . . .l Un movimento inteso ad un risveglio e ad un rinnovamento regionale negli spiriti e nelle forme di vita”.

Nel settembre 1906 si celebrava a Mulazzo il centenario dantesco, con gli interventi di Giovanni Sforza e di Ceccardo. Al mattino tutte le campane del Comune avevano suonato le antiche carmagnole, poi Ceccardo declamava la sua ode Dalla Torre di Mulazzo, composta a Pontremoli (13). Alle prime ombre della sera, Manfredo Giuliani leggeva al popolo di Mulazzo, e a tutti gli accorsi al convegno, il canto ottavo del Purgatorio: raccolti ai piedi della torre lo ascoltavano in religioso silenzio gli uomini a capo scoperto (14).

Frattanto continuavano i soggiorni pontremolesi di Ceccardo, e così era nato il ritrovo del poeta e dei suoi amici alla tabaccheria-mescita di Savani, nella via Mazzini.

Nel 1910 Manfredo Giuliani iniziava le pubblicazioni della rivista “Lunigiana” e Pietro Ferrari avrà a scrivere: “Singolare movimento [quello che faceva capo a ‘Lunigiana’] che si inserisce nell’atmosfera dl quella caratteristica azione giovanile, culturale e di espansione italiana’ sorta intorno alla ‘Voce’ di Firenze”, la quale accennò più volte con simpatia al movimento pontremolese. Il motivo ispiratore della rivista era di divulgare il senso della identità lunigianese, teso alla promozione di una regione nuova, compatta per storia e per tradizione. Invece si procederà alla costituzione della provincia della Spezia (15)e il territorio lunigianese, incorporato per il restante nella provincia di Massa, sarà dimezzato (16).

Più tardi si tornerà a parlare del progetto, inteso come Regione Emliano-Lunense, ma resterà soltanto una inutile, per quanto forte e intelligente, espressione dialettica.

LA VITA ECONOMICA

La vita economica di Pontremoli e dell’alta Lunigiana era sempre più in ritardo sugli andamenti nazionali. Un’agricoltura senza prospettive di sviluppo, ferma ad una economia di sussistenza con ridotti margini per il mercato.

È stato scritto che gli interessi agrari, o meglio gli egoismi della proprietà fondiaria, impedirono il sorgere, da noi, di impianti industriali ma non è stato specificato quali furono gli impianti mancati, di chi le iniziative soffocate, di quali mezzi potevano disporre i vari proprietari fondiari.

Di fatto l’economia produttiva, se così può chiamarsi, era affidata prevalentemente ad un tessuto di botteghe artigiane: sarti, calzolai, fabbri, falegnami ed anche marmisti. Il commercio era prevalentemente ristretto ai generi alimentari con punti di vendita che potevano beneficiare della domanda di un vasto territorio. Nell’insieme tuttavia doveva esserci un livello di vita accettabile. Ne potrebbe essere prova un’emigrazione modesta in confronto di quella alimentata dalla montagna, cioè l’alto Verde e l’alta Magra, per non dire dell’intensa emigrazione di altre zone d’Italia.

I Comuni soprattutto di Pontremoli, ma anche dei maggiori centri abitativi dell’alta Lunigiana, senza ricorrere ad interventi esterni avevano procurato nel tempo acqua ed elettricità: fontanelle pubbliche e rubinetti domestici, illuminazione delle vie e delle piazze, e lampadine nelle case. Nella frazione di Bassone un nuovo impianto elettrico poteva provvedere, per quanto possibile, a queste nuove esigenze.

A Pontremoli tuttavia non mancavano gli incontentabili i quali mormoravano che quando quelli di Bassone “adacquavano i fagioli, Pontremoli era senza acqua e senza luce”.

LA POLITICA

A Pontremoli il nuovo secolo ereditava dall’Ottocento i due indirizzi in nome dei quali si era soprattutto combattuto per la conquista del Comune: il moderatismo, non disgiunto da inclinazioni di fondo cattolico, e il radicalismo progressista anticlericale. Quest’ultimo si era avvantaggiato delle fortune politiche romane di Camillo Cimati che, dopo un inizio “crispino”, aveva un posto di qualche rilievo tra gli amici di Giovanni Giolitti”(17).  Ma nuovi movimenti si stavano affacciando, o già si erano affacciati, alla vita politica locale.

Manfredo Giuliani, commemorando Salucci (18), mostrerà il suo pensiero scrivendo che la classe marxistica si ordinava come forza tirannica di fronte alla Nazione contro l’idealità del Risorgimento al quale del resto non era mancato il sentimento dell’esigenza sociale così viva, ad esempio, nel pensiero e nell’azione del Mazzini, dove l’associazionismo, strumento di redenzione popolare, si poneva come necessità di integrazione nazionale.

I socialisti si identificavano con l’avv. Pietro Bologna (1864-1925) il quale aveva iniziato, subito dopo la laurea, ad interessarsi dell’attività delle società operaie ed in particolare, sul piano pratico, della società operaia di Pontremoli(19). L’interesse ai problemi del lavoro e dell’organizzazione dei lavoratori lo preparò all’adesione al socialismo quando divenne partito. Tuttavia la ricerca sua, e dei suoi più vicini aderenti, non era stata ancora indirizzata a riconoscere il travaglio del partito in quegli anni. Infatti l’affermarsi del riformismo turatiano nei congressi di Roma (1900) e di Imola (1902), il prevalere del sindacalismo rivoluzionario al congresso di Bologna (1904) lo stesso anno del primo sciopero politico, la cacciata dal partito della così detta destra, cioè Bissolati, Bonomi, Cabrini e il congresso di Reggio Emilia (1912), tutti questi avvenimenti venivano avvertiti, a Pontremoli e in alta Lunigiana, ma non vissuti, nel senso realistico del termine, e dibattuti in tempo immediato.

Pietro Bologna conquisterà il Comune di Pontremoli nel 1910: sarà autore di importanti interventi che gli verranno sempre pubblicamente riconosciuti (20). Ed occorre qui ripetere che senza la sua presenza nell’amministrazione comunale e nella vita cittadina non sarebbe stato certo possibile dare il via alla costruzione del ponte sul Verde, poi intitolato a Giuseppe Zambeccari, e alla demolizione della chiesa di S. Colombano per fare posto alla strada di accesso allo stesso ponte; soprattutto non sarebbe stato possibile affrontare le tesi contrarie della curia locale e, particolarmente, del Vescovo diocesano, Mons. Angelo Fiorini (1861-1929) (21). La prima Guerra Mondiale, alla quale si era di fatto estraniato per 1a sua fede socialista non interventista, unitamente a ragioni locali che lo avevano fatto dimettere, nel 1919, dalla carica di Sindaco, l’avvento del fascismo e la mascalzonata “di quattro fascistelli” nel 1924, il giorno di inaugurazione del Monumento ai Caduti, segneranno gradatamente il suo declino. La massiccia partecipazione ai suoi funerali saranno un riconoscimento cordiale, seppure tardivo, del suo operato e della sua statura.

primo segno di rinnovato nazionalismo era stata la società “Savoia” ad estensione nazionale. La “Savoia” pontremolese, fondata da Ulrico Buttini e dai fratelli Andrea e Carlo Alberto Dosi, si proponeva di esaltare, nel nome della monarchia, i valori risorgimentali. Aveva sede al primo piano del palazzo Dosi di città (oggi proprietà Magnavacca).

Ma a sommuovere l’ambiente cattolico di Pontremoli e dell’alta Lunigiana era “tracimato” Giuseppe Micheli, nume della montagna parmense, difensore di interessi montanari, animatore del movimento che portò i cattolici al Parlamento. La sua azione coincideva con la venuta a Pontremoli del giovane Vescovo, mons. Fiorini.

Giuseppe Micheli ospitava nel suo giornale “La Giovane Montagna” una pagina pontremolese dalla quale prenderà il volo “Il Corriere Apuano”, subito pugnace organo dei cattolici pontremolesi i quali, nel 1920, conquisteranno il Comune con l’amministrazione cattolica, guidata dal notaio Giuseppe Angella. Ma il fascismo era alle porte, con il suo massimo rappresentante locale, poi di caratura almeno provinciale, l’avvocato Ernesto Buttini (22).

A questo punto la storia diventa cronaca.


Nicola Michelotti, L’ambiente pontremolese nei primi lustri del novecento,in Cronaca e Storia della Val di Magra, anno XXIII, 2008/2009, Aulla 2010

  1. i Il presente argomento è ricavato sostanzialmente da una cordiale conversazione che ebbi, a suo tempo, con Nicola Zucchi Castellini in uno dei suoi ultimi giomi di vita. Questa è dunque ne per ricordarne la disponibilità a far conoscere situazioni e personaggi della Pontremoli di un tempo. Sempre con la sua assoluta, innata cortesia.
  2. Vds Nicola Michelotti, Il primo giornale di Pontrepnoli: La Terra, “Cronaca e Storia di val di Magra”, anni XIV XV (1985-’86), pgg, 37-52.
  3. Diverrà uno dei più autorevoli giornali italiani anche per la presenza di validi collaboratori, come  Mario Missiroli, che ne assumerà  la direzione nel 1921.  Nel 1927 si fonderà con “La Sera” nella nuova testata “il Secolo-Sera”. Vds. Il primo giornale, cit., pg. 39.
  4. Ibidem. La direzione di Luigi Albertini andò dal 1900 al 1925, quando fu costretto a lasciare dal fascismo.
  5. Dapprima settimanale, poi dall’anno 1849 trisettimanale, e infine quotidiano dal 1850: il più “anti. co” dei giornali italiani.
  6. “La Terra” si stampava a Parma. Aveva cadenza quindicinale con sottotitolo “Giornale della Lunigiana”. Il primo numero usciva con data 1 gennaio 1898.
  7. Anche se i vari articolisti firmavano con pseudonimi, a Pontremoli e in alta Lunigiana erano tutti ben conosciuti. Pietro Bologna, suggeritore del foglio, e Azeglio Cortesi venivano imprigionati nelle carceri cittadine, che allora esistevano nei locali dell’ex Convento di S. Antonio (attuale cortile già delle scuole elementari “G. Mazzini”). I fratelli Pietro e Carlo Ferrari si ritiravano a Parma, nella loro casa oltre torrente, che abitavano solitamente per meglio frequentare le lezioni alla facoltà di medicina; Luigi Campolonghi fuggiva, nottetempo, dalla casa di parenti all’Annunziata, dove era stato temporaneamente ospitato e, attraverso la Magra, lo Zerasco e il Genovesato, finiva per espatriare in Francia. Scomparivano dalla scena gli Orlandini di Mulazzo, Carloni e Alceste De Ambris. Singolare quello che capitava ad Antonio Capirossi, l’unico a dare in chiaro nome e cognome come “Gerente Responsabile”. In effetti era lo strillone del giornale e lavorava come garzone di fornaio. Veniva sorpreso dai Reali Carabinieri, a Pontremoli, sul ponte Nuovo, intento a spingere il solito carretto con due ceste di pane appena sfornato, da consegnare a qualche bottegaio. Ammanettato e tradotto in prigione, doveva abbandonare, non per sua scelta, il carico. Quando riavrà la libertà, di lì a pochi giorni, sarà ripreso al lavoro ma dovrà lavorare due mesi senza paga per rifondere il valore del carico, sottratto da passanti..
  8. Il primo Sindaco di Pontremoli, dopo l’Unità d’Italia, fu Carlo Schiavi il quale, come altri Sindaci che lo seguirono nel tempo, ebbe la nomina da parte dell’Autorità centrale. Poi venne cambiata la legge elettorale e si stabilì che, insediatosi il nuovo Consiglio Comunale uscito dalla elezioni, si dovesse scegliere il Sindaco tra uno dei suoi componenti. Da allora si ebbe un Sindaco elettivo e il primo, a Pontremoli, fu nel 1889, Camillo Cimati, di soli 28 anni, che resta il più giovane tra i Sindaci che abbia avuto Pontremoli dal 1860 in poi. Quanto ai Sindaci citati nel testo, precisiamo gli anni in cui restarono in carica: Ricci Uberto 1895-1902; Albertosi Lamberto 1902-1904; Venturini Silvio 1905-1907, Lazzeroni Guido (1908-1910).
  9. Tra le manifestazioni patriottiche di assoluto rilievo era la Festa dello Statuto che annualmente si celebrava la prima domenica di giugno: i partecipanti al corteo, in prima fila i reduci delle patrie battaglie, con camicie cariche di medaglie, con bandiere e labari, con la banda musicale (in genere la “Filarmonica”) si riunivano nel piazzale di Porta Parma, intitolato piazzale Lega Lombarda’ Poi si disponevano in ordine, entravano dentro Pontremoli, salivano nel Piagnaro attraverso Io sdrucciolo “di sopra” e percorrevano tutta la via in discesa per raggiungere la piazza Vittorio Emanuele dove rendevano gli onori alle lapidi per Giuseppe Garibaldi e per il primo Re d’Italia. La manifestazione cambierà tono quando si prenderà a festeggiare, in senso nazionale, il 4 novembre; soprattutto poi, a partire dal 1924, con gli onori al Monumento ai Caduti.
  10. Quando la USL, nei tempi attuali, solleverà la questione igienica, questa festa tradizionale dovrà modificarsi e non sarà più la stessa.
  11. Vesprone (in dialetto Vesprùn) era il titolare di un’osteria di vini ricercati e rinomati, operante in S. Nicolò.
  12. Per la sua biografia vds.:AA. VV, Studi Storici. Miscellanea in onore di Manfredo Giuliani, La Nazionale, Parma 1965, di ppg. 240. Comprende gli articoli di Luigi Antiga, (Bibliografia e recensioni relative a Manfredo Giuliani), Marco Vinciguerra, Augusto C. Ambrosi, Roberto Andreotti, Mario Niccolò Conti, Pier Maria Conti, Adelvaldo Credali, Giorgio Fiori, Romolo Formentini,Ubaldo Fornelli, Don Luigi Fugaccia, Edoardo Mazzino, Emilio Nasalli Rocca, Ettore Ponzi, Gian Carlo Venturini e Nicola Zucchi Castellini. Ma una più profonda analisi critica dell’opera del Giuliani e una più completa bibliografia si può trovare negli scritti che Giuseppe Benelli ha curato per “Studi Lunigianesi”, il volume pubblicato dalla “Manfredo Giuliani” nel 1982, ricorrendo i cento anni della nascita dello stesso Giuliani.
  13. L’opera di Ceccardo compare nel volume a stampa Sonetti e Poemi, della Società Editrice Ligure Apuana del 1910, ristampato a cura della Cassa di Risparmio della Spezia, Longanesi & C, Farigliano (Cuneo) 1995.
  14. Vds. Atti del Convegno a Mulazzo per il sesto centenario della venuta di Dante in Lunigiana MCCCVI – MDCCCCVI, Milano, U. Hoepli Editore, MDCCCCIX. ln un nuovo, recente Convegno sulla presenza di Dante in Lunigiana si è provveduto ad una ristampa anastatica del volume, con introduzione di Giuseppe Benelli.
  15. Ubaldo Formentini e Manfredo Giuliani offriranno un forte contributo al movimento per la creazione della nuova provincia.
  16. Per il richiesto intervento dei politici al movimento per l’istituzione della provincia della Spezia, vds. Angelo Landi, I Socialisti di Lunigiana e la nuova Provincia della Spezia, Atti del Convegno sul “Movimento Socialista in Lunigiana tra la fine dell’Ottocento e il Novecento”, a cura di Orazio Pugliese, Caterina Rapetti e Giulivo Ricci, Artigianelli, Pontremoli 1990, pgg. 373-391.
  17. Si rimanda a Nicola Michelotti, Dalla politica locale al Parlamento nazionale: Camillo Cimati, Ediz. Buonaparte, Sarzana 2004.
  18. Vds. Manfredo Giuliani, Per la storia del Socialismo in Lunigiana: Arturo Salucci e la sua opera, “Giornale Storico della Lunigiana”, N. S., VII (1956), 3-4, pgg. 124-135.
  19. Nicola Zucchi Castellini, che lo conobbe e del quale anche nella sua prima gioventù sentì parlare diffusamente, così lo descrive in un appunto di sua mano presso lo scrivente: “Pittoresca figura, facile alla commozione, bonario, oratore efficace, non ebbe bisogno di dottrine marxiane per conquistare il suo popolo che lo seguì e gli fu fedele per le sue qualità umane t.. .l
  20. Vds Angelo Angella, 1910-1920: un decennio di amministrazione a guida socialista nel Contune di Pontremoli, Atti del Convegno, cit., pgg. 249-282.
  21. Sempre di mano di Nicola Zucchi Castellini, questo giudizio su Mons Fiorini: “Era persona dolce, volta ai rapporti umani che sapeva allacciare con estrema facilità per la disponibilità del suo carattere. Era stato preceduto da una fama di grande pietà e, ad un tempo, di uomo di scienza. Era stato un appassionato cultore di studi di fisica e scienze naturali, dedicandosi nello stesso tempo alla ricerca nel campo delle applicazioni pratiche della meccanica. Prima di diventare Vescovo di Pontremoli aveva fatto brevettare un suo apparecchio per l’arresto automatico dei treni. Attento al laicato, favorirà l’associazionismo dei cattolici, non trascurando le prime forme organizzative dei medesimi”.
  22. Nicola Michelotti, Ai Cipressi di Verdeno – 2, Greco&Greco, Milano 2009, pgg. 59-64

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